“Fenicotteri rosa” è un caposaldo del mio immaginario e di quello di Igino Domanin, un uomo che è stato capace, una volta, di distruggermi l’asse del bagno. Incredibilmente questo “Pink flamingos” non si trovava in Italia, ma c’era un ma: io avevo degli amici internazionali, non soltanto che stavano a Pantigliate come Tommaso Labranca, e quindi io alla fine degli Ottanta vidi una proiezione cultuale di questo capolavoro del lowest budget, sortendone talmente ebbro e felice, con tutte le bollicine rosa nella capatonda, che era comunque dolicocefalica, che scrissi le mie prime sceneggiature, di film mai fatti, ma che in qualche modo, a distanza di anni si può dire, lasciarono tracce non tanto subliminali, essendo autore con Gilberto Squizzato di un’incredibile fiction strapagatissima dal servizio pubblico, a cui tutte e tutti voi pagavate il canone mansuetamente, dandoci tantissimi dindini: tale fiction si intitolava “Suor Jo” e nel primo episodio c’è uno che si incazza tantissimo con una capra in una cascina della campagna lombarda e la insulta, mentre l’ispettore Lopez fa controllare dalla NSA italiana i numeri di filiera delle vacche di quella cascina. Si veda da sé se non ho vissuto il mio “Vizio di forma” personale. Tornando a quella serata di fenicotteri rosa, c’era un momento in cui si manifestava “la coppia più disgustosa del mondo”, io mi innamorai seduta stante di quella donna surrealmente agghindata come se un vignettista della Settimana Enigmistica avesse preso MDMA scaduto. Ho ritrovato quella scena. Si veda da sé a cosa era ridotto da principio il mio immaginario erotico. E non sto a dire quando si è trattato di trovarsi ben distanti dal principio. In questi giorni di grigio umorale timbro interiore, con un’esistenza a stracci di cui mi vergogno a ogni passo che compio, con una tristezza inconsolabile che conferma un karma Candy Candy scelto con deliberata nonchalance, mentre crolla l’editoria insieme all’umanismo e si moltiplicano ovunque device con le notifiche e i caps_lock modulano l’importanza delle mie insignificanti azioni, di fronte alle quali non vi resta che piangere o tirarmi pomodori marciti raccolti alla fine del mercato rionale in quanto anziani poverissimi in questa situazione reale di crisi e crollo delle storie personali e collettive per cui ci è morto a tutti il ciuccio della Chicco – in questi giorni pensate a me, dedicatemi una preghierina del Sacro Cuore o del Sacro Manto di San Giuseppe Padre Davidico Di Gesù (uno dei cantari che mi trovai incredibilmente a recitare a memoria nel 1994). Insomma abbisogno di un esorcismo, di una benevolenza della Dea, di uno scippo di grazia alla malasorte che contro di me avversa scaglia i suoi dardi di sofferenza e fatica. Ecco: uno dei rimedi al mio pauperismo esistenziale ed emotivo, rimedio che scoprii in verdissima età, è ridere tantissimo. Mi si sono scaricate tutte le pile, tranne quella della risata e del cortocircuito istantaneo della mente strategica e dialettica.
Datemi un poco di amore anche per questo.
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