Giuseppe Genna, Italia de profundis, minimum fax
Da due anni un’orticaria imbelle, abnorme, clamorosa. Due anni fa, ricordo perfettamente l’albedo alle quattro del mattino filtrare dal telo oscurante della larga stanza da letto nella nuova casa vicino a Porta Vigentina, a Milano. Nel silenzio, la prima mossa: il prurito intollerabile sotto il polpaccio, all’altezza del garretto, la pasta del sonno che si agita e si lacera e con il tallone calloso destro gratto la parte che prude immensamente. Una volta, anni prima, a Cefalù, ospite estivo nella grande casa antica di un mio amico, verso mezzogiorno, in bagno, mi lavavo il volto con l’acqua calcarea che sapeva di cloro, un residuo di sapone dolciastro era penetrato tra le labbra serrate e si trasformava in una sostanza amara, in un conato di vomito defluito dall’esterno e all’improvviso avvertii un prurito imbelle alle caviglie e ai polpacci e spostai lo sguardo sui piedi sulle gambe, sul pavimento: migliaia di formiche ricoprivano come un tappeto le piastrelle del bagno, fuoriuscite dallo scarico della vasca da bagno, e quelle formiche nere risalivano compatte i miei piedi, le caviglie, su su, fino alle ginocchia, pizzicando, iniettando formaldeide nella carne, piagandola. Feci un salto, schiacciai centinaia di formiche ammassate, ora erano milioni, con l’asciugamano cercai di ripulire da quella marcia di insetti tossici le gambe, uscii dal bagno urlando, era uno scenario che sconvolgeva, milioni di formiche vomitate dallo scarico della vasca e adesso anche dal foro del lavandino. Chiamai gli altri. Per ore spruzzammo insetticida, uno di noi si precipitò ad acquistarne una ventina di erogatori, non bastava mai, il bagno era una camera a gas, chiudemmo, e intanto alcune formiche incominciavano a volare, a fuoriuscire in un cirro denso dallo spiraglio della finestrella di sfogo alta. Per tutto il pomeriggio il bagno fu chiuso. Quando riaprimmo, ore dopo, il locale non presentava se non qualche traccia organica della strage che avevamo fatto: pochi resti fusi dall’acido insetticida, migliaia di formiche mutate si erano involate fuori, dalla finestrella alta. Ripulimmo.
Nel mio letto, due anni fa, il prurito si estese come dilagando il greggio in una bolla bituminosa unica nel mare quando affonda una nave cisterna e accesi la luce. Era uno spettacolo orrendo. Il mio corpo si era gonfiato, macchie di pelle in eruzione bollenti e rosse, accese di un prurito ineliminabile, più grattavo e più prudevano, si erano estese come meduse, come organismi primari, apparsi sul pianeta prima che l’uomo si ergesse, la cute era uno sciame pruriginoso, fino al collo, i piedi gonfissimi, non entravano nelle Clark’s consunte, e in quelle condizioni mi precipitai al pronto soccorso del Policlinico, temendo che l’orticaria raggiungesse la gola, allargasse le mucose, gonfiandole di sangue, impedendomi di respirare. Mi misero sotto cortisone, una flebo da mezzo litro. Mentre la sostanza stillava, cristallina, il corpo si calmava, le macule rosse arretravano, la forma frastagliata di enormi continenti cutanei, lavici, e l’irritazione calava.
Io traspiro irritazione.
La figlia Rabbia che dovrebbe spalancarmi dall’interno la coscia e fuoriuscire adulta, armata, dotata di elmo e scudo: è lei che mi rende bambino.
Quel prurito che surclassava il pruriginio delle microiniezioni di acido formico a Cefalù: a cosa si doveva? Già stavo male psichicamente, da più di un anno esercitavo le mie impazienze, le mie afflitte dispercezioni nella sede rettangolare dove si tenevano le sedute di una terapia di avanguardia, non verbale, l’ultima chance da cogliere per fare emergere e sciogliere il lutto, la disperazione, l’indignazione, l’iracondia, la frustrazione, la disistima di me e degli altri che, uova incolori, crescevano in me da quando crescevo. La danzo-movimento-terapia, da svolgersi con un’addetta, non conoscendo nulla dei caratteri costitutivi di quel protocollo, muovendomi alla cieca, al suono di musiche ritmate o nel silenzio assoluto, in coppia o solitario, davanti allo sguardo muto di una videocamera che registrava tutto ciò che facevo, affinché la supervisionatrice della terapia – una psichiatra che frequentavo da dodici anni – osservasse e valutasse, mentre io mi disponevo a esperire i devastanti effetti dell’emersione e della risoluzione di un perpetuo trauma di cui si ignora la natura. La terapia sortiva effetti inattesi. Il corpo era piagato da crampi, la sensazione che il sistema muscolare fosse percorso dall’interno da un’anaconda che piegava a suo piacimento gli arti. Il sistema neuromuscolare era cristallizzato e si strappava con la facilità di una carta velina (da piccolo, annusando il profumo intenso e per me vagamente lugubre degli agrumi, scartavo le arance, stendevo la carta crespa e multicolore che ne avvolgeva i corpi odorosi, la piegavo a cono, e poi mio padre con l’accendino ne infiammava la base vuota, e rilasciando cenere aerea il cono, come un missile allo stadio di partenza, difficoltosamente si innalzava nell’aria della cucina bianca, dove consumavamo cene silenziose e pesanti, il padre etilico con gli occhi bovinidi, il padre che soffriva di emorroidi e ingurgitava prosecchi per mutare come muta una formica in formica alata – inquietante, muta, che conosce il suo scopo e sa dove andare, lo scopo irrivelabile e noto solo alla creatura mutata…). Oppure i blocchi: la danzoterapia sperimentale a cui mi sottoponevo aveva da subito fatto emergere un irrigidimento in zona sacrale, alle fasce lombari. Stentavo a piegarmi, era un colpo della strega perenne, come se la strega si fosse attaccata, artigliando il retrobacino fino alle ossa. Un dolore sordo, impedente, che avevo chiesto alla supervisionatrice se potevo in qualche modo lenire: “Impossibile. Forse iniettando benzodiazepine direttamente nelle fasce muscolari”, aveva risposto. E aveva spiegato che quello era l’emergere del trauma non saputo, quello era il discioglimento dell’antartide interiore che, con maniacalità difensiva, assediato dal mondo, io avevo alimentato in zone d’ombra della coscienza, tra me e me, tra ciò che so e ciò che di me neanche immagino, e questo per anni e anni, da quando crescevo. Poi il blocco al bacino, un giorno, era scomparso, provavo a muovermi, sciolto, come se avessi inanellato al centro del corpo uno hula-hop, piegavo avanti e indietro la zona addominale. E una settimana dopo, dove il respiro mi rimbalza quando si sfogano le mie apnee, due dita sotto le scapole, severissimo, il dolore di un blocco successivo, dorsale e orizzontale, mi rendeva nuovamente deficitario, le pallide sacerdotesse del dolore che si deve attraversare se tu sei me, la vittima di fuoco avvolto nel velo della Pestilenza…
E quindi, il sintomo più recente, il più deficitario – l’orticaria, che devastava. Al quarto pronto soccorso, sempre di primo mattino, questa volta al Fatebenefratelli, ospedale pubblico che la sanità lombarda, in mano a Comunione e Liberazione, sta da anni cercando di dequalificare, il dermatologo aveva prescritto un’infinità di accertamenti su eventuali allergie, comminandomi cortisone per via orale. Non passava.
Non inizio mai. Non è per quanto sto raccontando che siete qui convocati. Non la finisco più di non iniziare. Sono l’orticaria. La mia scrittura disegna dolorosi pruriti in voi, evocando sintomi che non vi attendete, spostando la vostra attenzione al di fuori dello spettro del godimento: questa speranza mi gonfia il cuore. Come l’orticaria, non faccio intravvedere l’inizio del racconto per cui vi ho convocato, che non è questo.
Il cortisone muta la percezione del mondo, come la solitudine.
Il gusto si altera. Un morso a un qualsiasi formaggio causa un conato di vomito e un rigurgito amaro. La sigaretta, aspirata con voluttà, è ruggine e nausea. Ciò che è dolce diviene manna, fiocchi di beatitudine per il palato.
Il corpo, alterato dalla malattia, si altera per il cortisone, ulteriormente. Esistono fenomeni psichici precisi, che appaiono in nitida potenza. L’adrenalina scorre, più densa ed efficace. Sale l’irritabilità: priva di obbiettivo, se ne crea uno di secondo in secondo. In questo modo, si delira. Chi è intimo diviene un avversario. Il cortisone difende il corpo ed estremizza i figli invisibili che l’intimo conserva in stato catatonico, nello stato di veglia. Si aggredisce. Potenze prive di senso e ricche di furia attaccano i possessi, le carità, le amicizie.
Il cortisonico non è virtuoso.
A fare vedere se stessi è la virtù che progredisce verso il perfezionamento, disciogliendo le scorie psichiche e i nodi di cui è ricco l’uomo interiore.
La virtù è annullata dal cortisone, che difende il corpo, quindi difende l’“io”. I suoi effetti collaterali sono gli antagonisti del Buddha, del Cristo, di Shankhara. Quindi, costoro sono gli avversari dell’“io” o, piuttosto, l’“io” è il loro avversario e non è virtuoso.
Il cortisone è mente liquida. La mente è cortisonica. A contatto col mondo, si fa difensiva, incattivita, avvelenata e velenosa.
La mente è una malattia che disvela la salute.
Escludetela.
Nella mutazione caratteriale e somatica indotta dal cortisone, l’orticaria, gigantesca, non decalava. Il cortisone non sortiva effetti. Ero preda, ogni mattina, a un’eruzione che impressionava gli amici, capace di distorcermi i lineamenti del volto. Contrario a Giobbe – questo ipogeo dell’umano che odio da quando l’ho letto –, non utilizzavo la lamentazione per stornare gli effetti del prurito incontenibile, assoluto che scuoteva, oltre che l’epidermide, i nervi. Tacevo, mentre l’occhio mi si chiudeva come ai boxeur. Meditavo in silenzio, avendo appreso l’arte di non sfiorarmi con le mani. I primi giorni, le unghie avevano rotto la pelle, sensibilmente mutata nelle sue caratteristiche dall’orticaria. Diagnosticata da stress. O da allergia.
All’ospedale Sacco, centro virologico di eccellenza in Milano, avevano misurato la sterminata sapienza e l’acume silente delle strategie che un corpo può adottare. Soltanto qualche anno fa, ricordo, il Sacco era un luogo da cui tenersi lontani, pericoloso, avvolto nell’aura del rischio incalcolabile, epidemiologico: lì ricoveravano i malati di Aids, in stato terminale. Morivano lì. A decine.
Arrivare al Sacco, la prima mattina degli infiniti inutili esami con cui mi rendono il corpo trasparente e leggibile, significa toccare il culmine di Milano, addentrarsi nel nord assoluto, un labirinto criminogeno che è Quarto Oggiaro e la ricostruzione che ha rivoluzionato l’immensa zona. Salgo a fatica, con il motorino che non regge la pendenza, nuovi svincoli circolari, a spirale, progettati male da un’emulazione fallita di un Calatrava stracittadino, mi immetto in superstrade dove sfrecciano le auto polverose che forano la città, i guard rail intatti e, a certe curve improvvise, accartocciati e anneriti per incidenti mortali, dove le madri hanno posato mazzi ormai disseccati di fiori ridotti a rovo, le foto della vittima dell’incidente sotto plastica a protezione della pioggia, foto sbiadite comunque, dall’esposizione al sole soprattutto, un sole costante che irradia dalla cupola afosa sopra questi torrioni d’aria e asfalto, queste cinture a tre corsie che si innalzano tumorali nell’aria soffoca, il granulato nuovo e scostante che determina l’anagrafe giovane delle piste milanesi, fino al rimbalzo opposto, al violento declinare, alla discesa ad inferum verso alberi ingrigiti, fitti per un’estensione imprevista, che è il complesso dell’ospedale Sacco, al capolinea del tram rugginoso che pendula sui binari consunti, un ferrovecchio arancione al cui interno si annusa il puzzo di umano e di crisantemo.
Il Sacco è una serie di padiglioni e la popolazione locale affluisce per le cure inutili con un vestiario da periferia.
Le classi sociali sono state ridotte a caste. Qui, nel corso di vent’anni: da classe a casta. Questa è l’Italia che va, il mondo che va.
Si attende in massa di fronte all’Accettazione, estratto come dal salumiere il numero inciso male sul bigliettino straunto, si osservano i numeri evidenziati sopra gli sportelli in led luminosi rossi. Si paga. I vecchi sono rintanati in fisionomie impenetrabili, dagli sguardi svuotati. Le loro identità si contraggono, le loro memorie, ora che incombe la fine, manifestano la loro natura mistificatrice: un pugno di ricordi, un gesto eclatante, ricordano che lavoravano là e là sono stati per vent’anni e lo ricordano in pochi secondi di racconto contratto, tutta la vita coagulata in niente, ombre, palta in cui non si immerge il piede. La sanguisuga Esistenza. Il mesmerista Esistenza. La fede Esistenza.
Questi depositari, che in età arcaiche furono i saggi, sono ora i residui incarboniti di una pirosi universale. Tutto in loro ha già dato l’ossigeno perché il loro universo ardesse fino a questo punto di dimenticanza, di presa di coscienza che li allibisce. Sono allibiti. Storditi. Non si capacitano.
I giovani affluiscono nel luogo nosocomiale, innaturale per l’idea che si sono formati della giovinezza assoluta. I loro percorsi esistenziali dipendono dalla casta di provenienza, i loro sogni sono preformattati da un abuso di condizionamento immaginario. Parlano di gossip e sono qui per l’appalesarsi, nei casi più fortunati, di un fastidio, o, più spesso, di una malattia che potrebbe fare deragliare le indegnità con cui si baloccano, infantili fino oltre i quarant’anni, e che provengono da una nazione intera messa all’incanto, non incantata: sfondare, andare oltre, cioè guadagnare, per liberarsi, da cosa?, per manifestare una suprmazia irreale, l’auto che sfreccia veloce sulle piste aeree in sospensione sopra Quarto Oggiaro, una cinepresa televisiva che esalti il talento che non hanno. Sono i nati senza talento, riottosi all’esistenza senza talento, alla realtà che riduce noi a soma e chi ha un sogno reale a un animale in preda alla disperazione.
Questo è il tempo che ha divorato, digerito, evacuato i sogni. Questo è il tempo che ha sostituito i sogni con ombre iridescenti di inesistenza sempreuguale.
Sono cresciuti qua attorno, nei casermoni giallastri con la vernice scrostata, come me, nel mio quartiere assediato dai piccioni. Lo strabismo, il difetto genetico: non gli è estraneo, hanno sviluppato una famigliarità con la mutazione. Sono appalachiani nella metropoli del nord.
Aggregano finzioni di desiderio, mutuate dalle riviste, dagli articoli che ormai appaiono anche sui quotidiani più prestigiosi. Si indignano per le evasioni fiscali del centauro Valentino Rossi, a cui invidiano tutto, comprese le evasioni fiscali. Comprendono la logica interna – e comprendere significa che la giustificano – che ha creato l’incidente del deputato cattolico sorpreso in un hotel a Roma con due squillo, sesso e cocaina per un onorevole che ha strillato in difesa della famiglia al Family Day organizzato dalle gerarchie curiali, insieme a tutti gli altri politici della destra italiana, invariabilmente separati o con amanti che appaiono in fotografie di paparazzi a settimane alterne. Amano quelle squillo, quando si rendono conto che dall’anonimato vengono assunte nella sfera auratica della televisione più sconvolgente del pianeta, da cui essi stessi, il cuore del lumpen, sembrano usciti. Non sembrano usciti: ne sono usciti a tutti gli effetti. Li osservo nella coda disordinata, stufi, che sbuffano e inviano sms a ripetizione. Inverano luoghi comuni. Evocano il laudator temporis acti. I loro pantaloni neppure grunge, semplicemente volgari, abbassati, afflosciati sotto le natiche, la cintura poco stretta attorno alla zona pubica, i tatuaggi e le posture, aggressive. Desiderano: la loro unica verità, che esprimono senza posa e che urge loro enunciare pubblicamente, è desiderare ed emozionarsi. Il desiderio e l’emozione, a cui fanno riferimento le loro vite già stracce, e, come le loro, quelle dei loro coetanei appartenenti alla casta abbiente, sono inganni del tempo: finzioni nell’attesa di arrivare ai tronchi incarboniti dei vecchi in fila, statue di indifferenza per nulla spirituale.
Questo è il tempo che ha espulso lo spirito dallo spettro di possibilità dell’umano.
Il grande avversario è la noia, avvertita anche al culmine del loro divertimento, che li annoia profondamente e che viene cicatrizzato con una finzione ulteriore, un ulteriore strato di crema plasticosa, colloidale, che si contrae asciugandosi sui loro volti impreparati all’invecchiamento.
La galoscia del vecchio si sposta di pochi centimetri.
Un handicappato vede il suo numero lampeggiare sul visore ed esulta saltando e urlando come un calciatore che ha segnato.
Nei budelli interni dei reparti, in capannoni che ricordano la struttura di un asylum neogotico, stanno tutti più isolati, pazienti. Io leggo, resistendo all’immenso prurito e vergognandomi delle zone cutanee eruttate e incandescenti, le pagine finali de La possibilità di un’isola di Michel Houellebecq.
Sogno la deflagrazione nucleare.
Questa nazione tabernacolo oscuro che galleggia su memorie che stanno per essere definitivamente sepolte, in attesa di menti che le dissotterrino.
Vuoti caotici all’esterno dei confini delle galassie, un’ultima galassia che si affaccia sui figli spettrali e bui di ciò da cui proviene l’estensione miracolosa della materia, fluttuante e iridescente.
Io: cosa desidero?
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