Pino Tripodi: “Sindrome Paradiso”

Considerazioni letterarie e scheda editoriale a proposito di “Sindrome Paradiso” (Milieu Edizioni, € 17.10 – qui il link per acquistarlo), il nuovo “romanzo” di Pino Tripodi, un culto che smentisce se stesso e che esce in libreria gemellato al saggio “Intelligenza autonoma di specie”, del quale si era già affrontato in prima istanza lo spessore a questo link.

In letteratura esistono i nascosti.

La letteratura, attività di nascondimento per eccellenza, ospita, più volentieri che spesso, spiriti rigorosi che amano l’ombra o non si preoccupano dei marosi del successo qualunque, ovverosia di qualsiasi oscenità, cioè del basso prezzo di una stima generalizzata, che equivarrebbe a un profondo discredito in un mondo che gli animi più consumati hanno conosciuto in tempi considerati ormai trascorsi per sempre.

A volte un autentico culto attrae selezionate attenzioni a scritture e opere di simili nascosti. Poche decine di copie aveva venduto il primo testo di Robert Walser, nulla o quasi era emerso dell’oceano Kafka quand’era in vita e per qualche anno ancora quando non lo era più.

La forma sfuggente del nascosto, la cui scrittura esercita un fascino di sapienza sui segugi (nessun seguace, per carità), in epoca contemporanea è tradizione americana con lo schivo DeLillo o il celatissimo Pynchon o l’inafferrabile McCarthy. Viene offerto da costoro un diniego ai riflettori, i quali male si adattano alla concentrazione che la scrittura profonda impone agli autori che tali sono.

Si badi: non è un caso, se questi tre esempi statunitensi praticano una letteratura multipla e complessa, in cui la morale si lega alla fisica e la poesia si fonde in ricerca filosofica.

E’ una letteratura deluxe.

Se ancora si potesse contare su un canone letterario futuro, si ritroverebbero questi nascosti a riassumere un’epoca intera.

La scrittura di Pino Tripodi, e di “Sindrome Paradiso” in particolare, appartiene a un consimile destino di culto, di nascondimento, di ritegno verso la pubblica piazza. Da anni lo leggiamo ammirati. Siamo poche, pochi? Forse. Siamo segugi? Tutte, tutti.

Non è nemmeno un caso di scrittore per scrittori. Ma nella lingua nazionale che, da Manganelli a Satta a Consolo a Sciascia, ha speso altezze letterarie per denunciare i raffinati godimenti e le sublimi torture che ogni sapere applica a chi suppone di sapere, basterà leggere poche pagine di questo straordinario libro di Pino Tripodi, per riconoscere la traccia profonda di un’intera tradizione di lingua italiana e di provenienza da ogni cantone del pianeta.

Essa è capace di connettere l’apologia di Socrate all’intelligenza artificiale, l’enfasi woke e neofemminista al poema sulla natura di Anassagora, lo scavo morale e il gigantismo linguistico di Hugo alla crisi climatica, non risparmiando un centimetro quadrato di presente nell’analisi e nel canto, feroce e gioiosamente distruttivo, con cui si prospetta il salto di specie, che è l’oggetto principale di questo imperdibile romanzo non-romanzo.

Che tanto è prossimo meno a “The Passenger” che a “Stella Maris”, ma comunque è prossimo, e si intende la complessa dilogia finale di Cormac McCarthy, da lasciare l’impressione di osservare la medesima terra devastata, di vivere lo stesso tempo senza tempo.

La letteratura, dopotutto, è questa sorellanza di pensiero, questo culto privo di deità ma non di filosofie, una religione senza fedeli e senza riti e senza tempio ma ricca di oscurità profonde, un comitato invisibile di nascosti che sussurrano parole cieche e sentenziano al vento le più profonde verità.


Sindrome paradiso”: la scheda editoriale

“Sindrome Paradiso” è l’ultimo testo della vicenda letteraria inedita che comprende “I poveri si sparano allo specchio”, “Il quinto viaggio di Gulliver”, “La Pocalisse”.

Nel mondo tutto contemporaneo che appare in “Sindrome Paradiso”, il genere maschile non è mai esistito. La specie umana è esclusivamente femminile.
Solo donne dall’origine popolano la Città. Da donne nascono donne grazie alla Grande Madre.
Ancora per poco. La specie è pronta a compiere un salto, addirittura oltre la biologia, e passare dalla Mamma Madre alla Mamma Macchina.
L’assoluta assenza di genere maschile dal campo della realtà non significa tuttavia che crimini e problemi manchino. Non c’è spazio che non sia corroso e corrotto a fin di male o a fin di bene. Come dice un grande autore, “l’inchiostro dell’inferno macchia le carte del paradiso”.
Giustina è un’assassina seriale, convinta di donare con la morte vita vera alle sue vittime. Potrebbe uccidere all’infinito, ma si consegna amareggiata per l’incapacità della polizia di venire a capo dei suoi crimini.
A indagare, con efficacia e un passo che non è esagerato definire sapienziale, ecco Elea, l’investigatrice (e cosa sarebbe dopotutto la sapienza se non un’investigazione?). E’ coadiuvata da una rete di compagne di detection, le cosiddette “sorelle di pensiero”, con cui intreccia saperi e prospettive: Vitalizia di Atene, magistrata da sempre in pensione, Tilia di Lentini, citologa,  Mirta di Stagira, antiansiologa, Melissa di Licopoli, archivista dell’oblio, Flora di Efeso, medium tiptologica, Clivia di Akragas, fotobiomodulatrice, Spina di Locri, criminale incallita.
Come è chiaro dai nomi, i luoghi di provenienza o nascita delle sorelle di pensiero rimandano ad altrettante località in cui la filosofia mediterranea antica ha lasciato il suo indelebile segno sul mondo a venire.
Parallelamente, una scrittrice seriale noir di insuccesso, Tamara di Taranto, aiuta le autorità a venire a capo di tutti i cold case. Tamara di Taranto è convinta: dietro qualsiasi morte, anche quelle suppostamente incidentali o naturali, c’è un assassinio.
Fornisce puntualmente le prove e i nomi del male. Diventa famosissima. E, all’apice del successo, viene incarcerata.
È nel carcere, questo sostantivo tutto maschile, che incontra Elea. Le verità di sempre vengono finalmente dipanate, disperate e sublimi.
La specie femminile è assolta. È salva se salvarla si vuole.


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