• GENNA, MODERNITA’ E SAPIENZA ANTICA
Lirica ed epica confluiscono in un racconto autobiografico che diventa anche una controstoria dell’Italia di oggi
di ALESSANDRO ZACCURI
[da l’Avvenire]
Gli scrittori italiani, si diceva una volta, non sanno scrivere romanzi. Poi sono arrivati gli Ottanta, i beati anni del postmoderno. E i Novanta: l’età della fiction, la rivincita dei generi, l’affermazione del made in Italy narrativo. Non più intimoriti dall’idea di confezionare un romanzo, adesso i nostri autori stanno cercando di smettere, forzando in modo consapevole i limiti e le convenzioni del racconto. Una prospettiva da cui derivano libri abnormi e affascinati (si pensi al mastodontico Perceber di Leonardo Colombati) e da cui discende un’altra clamorosa inversione di tendenza. Se in passato era la poesia ad andare «verso la prosa», ora è la forma prosastica per eccellenza – quella del romanzo, appunto – a inglobare in sé la profondità della lirica e la vastità dell’epica. I generi si allontanano e all’orizzonte si profila un nuovo tipo di narrazione poematica, di cui il robusto Dies Irae di Giuseppe Genna rappresenta, allo stato attuale, l’esito più convincente e problematico.
Già annoverato tra i piccoli maestri del thriller nostrano per le indagini dell’antieroico ispettore Guido Lopez, il trentasettenne Genna ha sempre coltivato – anche attraverso un’intensa attività on line – il progetto di una letteratura non soltanto letteraria, fortemente caratterizzata da un’eterodossa e appassionata dimensione spirituale. Sono nati così i racconti visionari di Assalto a un tempo devastato e vile (2001) e il romanzo “neo-borghese” L’anno luce, edito da Tropea nell’autunno scorso. Fra i titoli d’esordio della nuova collana Rizzoli “24/7”, Dies Irae spicca con una mole e una costruzione straordinariamente impegnative. È un racconto autobiografico, certo, ma anche una controstoria d’Italia lungo tutto l’ultimo quarto di secolo, con la morte di Alfredino Rampi nel pozzo artesiano di Vermicino assunta come chiave interpretativa di intrighi e misteri che coinvolgono, tra l’altro, l’imperfetta rivoluzione di Tangentopoli. I dettagli rivelatori emersi dai faldoni di Palazzo San Macuto convivono con i frammenti superstiti delle Argonautiche in versione fantascientifica alle quali lo stessa Genna ammette di aver lavorato fin da ragazzo, nel tentativo di comprendere e anticipare le mosse evolutive della «specie», ossia dell’umanità. Nelle pagine di Dies Irae si incontrano incubi familiari e ossessioni d’amore, il labirinto delle ricerche di mercato e le ambizioni – più o meno nobili – della tv commerciale, le droghe consumate dal sottoproletariato e le “sostanze” calibrate a beneficio delle nuove classi benestanti, la perdizione e la ricerca. Si ritrovano – ed è questo, forse, il dato più impressionante – i simboli di antiche sapienze, sia pure riproposti nel linguaggio apparentemente degradato della fiction di largo consumo. Fino alla reiterata invocazione conclusiva, «Pace. Pace. Pace», che rimanda alle Upanishad e, in via allusiva, alla Terra desolata di T.S. Eliot, il poema attraverso il quale la letteratura entrò in quella che, fino a questo momento, abbiamo riconosciuto come modernità.
Scopri di più da Giuseppe Genna
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.