Dies Irae on the blog

191.jpgDopo l’incursione esistenziale e straordinaria che Gattostanco ha pubblicato su Bottega di Lettura, una nuova recensione firmata da Demetrio Paolin, che pone il problema della “generazione senza padri” (questione che mi stimola a rispondere: appena mi ripiglio dal tour di presentazioni…), appare sul meraviglioso sito della volonterosa accolita di lettrici e lettori trasformatisi in recensori; e poi, un pezzo su Vertigine di Rossano Astremo, precisissimo nei riferimenti, un intervento di Stefano Castelli che addita all’orizzonte della scomparsa dell’autore e del lavoro sull’io come forze che sostanziano il processo di mimesi in scrittura, e un articolo di Giorgio Tesen in Letture in corso: la ricezione del romanzo di Genna nei blog letterari che mettono sotto la lente il Dies Irae

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• GIUSEPPE GENNA, DIES IRAE
di DEMETRIO PAOLIN
[questo articolo è apparso su Bottega di Lettura raramente]

Sono in macchina con mia madre affianco, andiamo verso la città senza dirci niente d’importante. Ad un tratto in questo chiacchiericcio indistinto, le faccio: Te lo ricordi, Alfredino?, e le ho detto così mentre la campagna si apriva appena ad un’ipotesi di primavera.
Lei è ha fatto finta di niente e mi ha detto: Alfredino chi?
Rampi, mamma – le faccio io – quello che caduto nel pozzo negli anni ’80.
Mia madre disegna una smorfia sul viso: Quello è stato un tormento – mi dice – sai per quanti anni me lo sono sognato la notte? Quante volte ho risentito la sua voce? Quante volte mi venivano in mente le luci, la diretta di quei giorni? Le persone intorno a quella buca?.
Sai, le faccio, che è uscito un libro che parla proprio di questo, di questa angoscia?
Ah non lo sapevo, riprende lei, sì era proprio un’angoscia e poi eravate piccoli, avevate quell’età lì.
Per capire Dies Irae (Rizzoli), credo, si debba partire da qualcosa di strettamente personale e intimo come l’angoscia cristallina di mia madre che – come Genna – ha sognato per anni questo bambino caduto nel pozzo, il corpo ricoperto di fango.
Oppure bisognerebbe dire cosa ha significato questo per i ragazzini che avevano allora 8/9 anni. I ragazzi della mia generazione, che vivevano in campagna e che fino al giorno prima andavano nei campi con le fionde per tirare agli uccelli e agli animali, per cercare nei fossi le ranocchie, incrudelendoci sopra: bambini, poco più grandi o piccoli di Alfredino, che attraversavano orti, viottoli sassoni senza il minimo di pensiero che esistessero pozzi bui.
E questo almeno fino a quel giorno, quando arrivati a casa, scoprono tutto. La gente stava lì intorno ad un luogo così medesimo ai prati che tu avevi appena abbandonato. E tua madre piangeva come tutti del resto, e da quel giorno no, non si poteva più andare da soli giù nei campi, che se cadi in un pozzo, vedi che non ti salvano più.
Subitanei ci furono gettati addosso sentimenti di apprensione, di paura, che noi a stento riuscivamo a decifrare, ma che erano, me ne rendo conto solo ora, simili a quel sentimento di tenebra che si respira nel prologo di Dies Irae con il suo inizio, almeno al orecchio di chi scrive, così “prossimo” a certi incipit paesaggistici delle pasoliniane Ceneri di Gramsci.
Partendo da questa oscurità Genna cerca di raccontare questi anni, gli ultimi 25 della storia patria, e sceglie un episodio anticipatore di quello che oggi ci tocca vivere. Nel 1981 la gente stava davanti alla televisione intenta ad ascoltare la voce sempre più flebile di un bimbo, oggi nell’astigiano è pronta a filmare e a fotografare con un videotelefonino una donna che caduta dal balcone giace infilzata orrendamente nella cancellata.
Non siamo mostri, questo sembra dirci Genna, ma siamo il prodotto, il precipitato di una reazione chimica che da Vermicino ci porta fino a qui. E questo viene vissuto da noi come una sorta di vergogna esistenziale. I personaggi del romanzo, infatti, hanno tutti in segreto buio, una tenebra non meglio specificata, qualcosa che li rende colpevoli di vivere in questi lustri patinati quanto tragici.
Il romanzo di Genna, non esente da alcuni difetti in certi passi l’affabulatore prende il sopravvento sul narratore, ha il pregio di grattare la crosta, l’epidermide di questa realtà scintillante per fare i conti con le paure di ognuno.
Anche l’artificio retorico del complotto è presente ma in maniera meno pervasiva rispetto agli altri romanzi, quasi che Genna volesse mettere in scena in cerimonioso commiato rispetto all’autore che è stato conosciuto dal pubblico con Gran Madre Rossa, Il mio nome è Ishmael e La pelle del drago.
Questa dimidiazione della poetica del complotto permette così di far entrare sulla scena dei personaggi “veri” e non più bidimensionali. Paola C., Monica B. e lo stesso Giuseppe Genna hanno uno spessore potente; e non incarnano più un prototipo, “l’ispettore”, “l’agente segreto”, “il poliziotto corrotto”, “il cinese”, ma si pongono alla nostra attenzione vivissimi nelle loro turbe, nelle loro paranoie reali: uomini e donne disastrati da questi 25 anni, dove la storia di un intero paese diventa dramma personale: violenze paterne, frigidezza anaffettiva e traumi.
A significare lo sfacelo che ci lasciano questi 25 anni di storia patria, infatti, più che complotti, i giochi di spie, l’immagine di Craxi in camicia con il mazzo di garofani in mano o colpito dalle monetine all’uscita del Hotel Rafael, sono le morti dei padri di Paola, Monica e Giuseppe; una luttuosità che simboleggia il “privilegio” infausto di essere la generazione senza padri: dietro di noi, dietro la generazione, che Genna quasi non volendo racconta, quella cresciuta con le tivù locali, nel semplice riflusso di ogni evento, non c’è una storia, una tradizione, una memoria da tramandare. Non c’è che il niente buio come il pozzo dove 25 anni fa cascò Alfredino.
La nostra, sembra dire Genna, è una generazione di “orfani”, nata da Vermicino come da un tumore.
[qui i commenti]

 

• DIES IRAE, IL ROMANZO DELLA RINASCITA
di ROSSANO ASTREMO
[da Vertigine]

“Ripulisciti, papà. Ti amo”. Ci troviamo a pagina 735 di Dies Irae, l’ultimo allucinato romanzo di Giuseppe Genna, pubblicato da Rizzoli nella nuova collana 24/7. A parlare è Giuseppe Genna, uno dei protagonisti che appaiono nello scenario esploso del romanzo, proiezione narrativa dell’autore reale Giuseppe Genna. Il patto narrativo ci impone di sospendere l’incredulità e di accettare per vero tutto quello che un autore immette nel suo mondo possibile. Ma in questo caso la verità supera di gran lunga la finzione, la verità serpeggia magmaticamente nelle pagine del romanzo molosso, la verità è che Dies Irae è l’opera che ci dona un Giuseppe Genna scrittore rinato, purificato, dopo aver inalato per anni le polveri svilenti di un assoluto dolore. “Ripulisciti, papà. Ti amo”. Sono gli ultimi mesi di vita del padre di Giuseppe Genna, stroncato dal male del secolo, siamo nel settembre del 2005, siamo alla fine di un lungo viaggio, non solo narrativo, ma anche temporale. Tutto inizia nel giugno del 1981, quando a Vermicino Alfredo Rampi, 6 anni, viene trovato incastrato in un pozzo artesiano. Diciotto ore di diretta televisiva raccontano la sua drammatica fine trasformandolo in un’icona mediatica: Alfredino. Evento che trasforma cinquanta milioni italiani in cinquanta milioni di spettatori italiani. Nelle stesse ore: la scoperta delle liste della loggia P2, il processo Calvi, l’edificazione della città satellite di Milano 3 a opera dei fratelli Berlusconi. La storia diviene pellicola capillare che s’insinua tra le trame del romanzo che ha come protagonista non solo Giuseppe Genna, che nel suo alloggio abusivo e claustrofobico usa un congegno per l’intercettazione della voce dei morti, e scrive un libro segreto, il Dies Irae, appunto, nel quale profetizza le sorti della specie umana, fino all’estinzione del pianeta, ma anche Paola C. che, in fuga da un indicibile dramma, attraversa il tetro sottobosco tossico di Berlino e la scena psichedelica di Amsterdam, e Monica B. che vive la parabola ben poco spirituale della buona borghesia milanese. La storia dell’Italia degli ultimi 25 anni diviene una sorta di materasso a molle su cui rimbalzano i drammi assoluti degli attanti che si muovono nello spazio-tempo del romanzo. Ecco quindi l’ascesa al potere di Bettino Craxi, la caduta del Muro di Berlino, i mali oscuri di Tangentopoli, la sequenza dei governi Berlusconi – Centrosinistra – Berlusconi, ma è la storia individuale dei tre protagonisti a colpire. In fondo l’incubo del bambino morto nel pozzo viene utilizzata come valvola simbolica che piaga con ossessione Paola, Monica e Giuseppe. Un romanzo storico, certo, ma soprattutto un romanzo del dolore privato. Solo la scomparsa dei rispettivi padri determinerà la graduale rinascita dei tre protagonisti. La rinascita richiede una morte. E in questo romanzo Giuseppe Genna muore come uomo e come scrittore, ma, nella sua rinascita, diviene un altro uomo e un altro scrittore. “Ragiono su cosa c’è oltre la finzione e ho tempo di farlo. Io so che dietro c’è: non so. C’è la paura, il manto primario del mistero, dell’inadeguatezza a essere. La guida assente. La perpetuità immobile che spaventa. Il rischio che il mondo si fermi. Che io muoia. Che smetta di essere”. Nel momento di massimo successo come autore di thriller lo scrittore Giuseppe Genna decide di abbandonare il Grande Editore (Mondadori) e di rimettersi in discussione. Il Dies Irae è il risultato di questo suo mettersi in discussione: “Ci vorrebbe una letteratura che spacca ogni genere, ogni gabbia stilistica, ogni poetica con il fantastico. Una letteratura mitologica, delusiva a un primo livello e sapienzale a un secondo, mitologia per questa immane popolazione che fatica a mettersi in movimento perché privata della narrazione di storie mitologiche”. Febbraio 2006. Lo scrittore Giuseppe Genna non scrive più thriller, quindi. è un uomo libero. Ecco la scena conclusiva: Giuseppe Genna è impegnato in una seduta di Dance Therapy: “Il cupo avanza perché la mente arretra. Arretra una parte della mente: arretra l’intelligenza. La mente è più larga, il corpo reclama di essere mente e ha ragione, io ascolto attonito i reclami, non so cosa fare. Non so niente”. La sua istruttrice è Paola, la stessa Paola che ha vissuto anni di inferno a Berlino e Amsterdam. I loro corpi sono uniti, i loro destini hanno subito analoghe curvature: “Paola che mi prende da dietro e mi tiene la schiena attaccata al suo ventre e irradia calore e nescienza, non sono neanche questa nescienza, ma la pura presenza della quale, discendendo e facendomi più solido e senziente, avverto al tua presenza, papà, e questo è quanto mi è concesso, niente è illimitato e tutto è illimitato, non ho parole, non ho ostentazione”. Il triplice riverbero della parola pace chiude questa storia. Un romanzo del dolore, certo: non di un dolore che crocifigge, ma di un dolore che sventra corpi, immobilizza coscienze, senza però produrre definitive sconfitte, di un dolore terapeutico, necessario, sfrontato, da demolire per poi rinascere.

 

• GENNA SCOMPARE DENTRO DIES IRAE
di STEFANO CASTELLI

Genna Giuseppe: potremmo cancellare questo nome da quest’inizio di articolo, così come l’autore Genna cancella se stesso dai suoi libri. Egli si cancella e si mette a disposizione di qualcosa che si può identificare più o meno come un misto, coerente per quanto multiforme, fra realtà (verità) e un immaginario finalmente adeguato, consono e civile, che Genna tenta di costruire con le sue sole forze (al massimo con l’aiuto di un gruppo di altri scrittori suoi coetanei e suoi sodali nel condividere una tensione comune). Genna cancella se stesso anche quando, come nell’ultimo Dies Irae, uno dei personaggi è “lo scrittore Giuseppe Genna”.

Tralascerò irrisolte (o stra-risolte) questioni sulla coincidenza fra artista e personaggio, fra scrittore e narratore, o, ancora e massimamente, fra persona, personaggio e artista. Solamente un aspetto di questa questione è interessante: il personaggio dello “scrittore Giuseppe Genna” si dice nauseato dalla letteratura. Bene, mi domando se tale disgusto appartenga al Genna “reale”, e se sì che forma assuma –io ipotizzo una sorta di dipendenza dalla letteratura, che diventa pensiero e atto ossessivo-compulsivo, antidoto al malessere che diventa malessere esso stesso perdendo di vista il confine fra sé e l’altro.
Questo tipo di atteggiamento è altamente simbolico della condizione della letteratura: un fenomeno che nelle sue componenti dialettiche risulta tautologico e ripiegato su se stesso, parlante solo di se stesso e dei suoi modi di darsi.

Dies Irae, dunque, seguito perfetto de L’anno luce, straordinario romanzo uscito nemmeno un anno fa. Questo nuovo corso nella letteratura di Genna costituisce un tentativo di mappatura dell’esistente, dentro e fuori l’immaginario (ex collettivo, ormai individualistico anche perché massificato). L’anno luce assumeva una forma espressionista per scuotere l’attenzione critica con lampi intermittenti abbaglianti, anzi accecanti tanto essi erano chiarificatori e illuminanti anche sulle prospettive di sviluppi futuri. Un romanzo benemerito, per il coraggio politico necessario per scriverlo, e per un uso altamente innovativo del materiale pop (utilizzo che apre nuove prospettive in questo campo).
Il presente Dies Irae si struttura invece in forma ampia e esaustiva (ma non esauriente, al contrario apre prospettive potenzialmente infinite), articola il discorso con una completezza tentacolare che non ha niente a che vedere con un atteggiamento ossessivo, in quanto per niente fine a se stesso. Nella struttura, massimamente concreta, fisica, di questo libro trovano posto l’ambizione pynchoniana al romanzo totale; la struttura, interessante in sé e capace di produrre un’epifanica aspettativa di senso, dell’ultimo Houellebecq; nonché la messa in scena del personaggio dello scrittore autore del libro, che nel contesto più evoluto e dialettico della letteratura attuale dialoga con Lunar Park di Ellis. Queste, che apparentemente sono citazioni, costituiscono invece un gesto politico, un esercizio dialettico di dialogo con le attuali istanze politiche sociali e culturali così come espresse e riflesse in letteratura (forse un atteggiamento tanto costruttivo rende inutile la distinzione che sto facendo fra queste diverse sfere? Il dubbio è forte, leggendo Genna).

Il piacere puro e semplice entra in scena in Dies irae con la narrazione, purificata proprio perché non pura, non da narrificatore come dice Tiziano Scarpa; purificata proprio in virtù del suo essere gravata dalla componente storico-politica non finzionale presente nel romanzo. E il piacere puro e semplice entra in gioco anche con elementi straordinari, quali l’apparizione di un personaggio che si chiama Michel H., citazione visiva in forma scritta di Houellebecq, non ripreso (non solo) in quanto oggetto pop ma messo in scena per sfruttare, ancora una volta politicamente, il contributo che Houellebecq ci ha dato negli ultimi anni.

Il distacco di Genna dalla forma, più mediata rispetto ai suoi obiettivi, della narrazione e in particolare della narrazione di genere ha costituito un’innovazione forte ma coerente, non trattandosi di uno stacco netto e irreversibile. Anzi, un alternarsi fra le due polarità costituite da Dies irae e La pelle del drago, fra cui si collocano Ishmael e Assalto a un tempo devastato e vile, potrebbe essere fortemente produttivo per Genna nel suo perseguimento dell’obiettivo alto e benemerito della ricostruzione dell’immaginario condiviso e del discorso pubblico.

 

DIES IRAE
di GIORGIO TESEN
[da Giorgio Tesen – Letture in corso]

Quando un libro mi lascia un quantitativo identico di domande e risposte, mi piace. Alcuni tra i miei lettori più fidati, ai quali affiderei senza timore le chiavi della mia auto, si ricorderanno di un mio post dove raccontavo delle mie escursioni per le colline con la mia bicicletta truccata. C’è un motorino che continua a sfrecciarmi nella testa, dal passato al presente, e taglia la Milano da ingurgitare, come una forza psicopompica del neopassato, egli è Giuseppe Genna, il Miserabile Autore, e io, Giorgio, ho appena finito di leggere il suo ultimo romanzo Dies Irae (Rizzoli). Sempre tra i miei lettori fidati ci sono coloro che hanno letto il mio post su Bukowski, quello dove ho trascritto lo slogan slogato della collana Oscar (anni sessanta), il concetto della 24sette è simile. Infine, ultimo preambolo: oggi sono andato a votare, prima di recarmi alle urne mi erano rimaste da leggere le ultime otto pagine di Dies Irae, prima sono andato a votare e poi quando sono tornato a casa le ho lette, me le sono lasciare come ciliegina sulla torta, ciò dovrebbe farvi capire, Sodali, quando mi ha appassionato questo romanzo. Qui c’è tutto, c’è tutto quello che dovreste sapere per aprire gli occhi sul passato/presente, o quanto meno su uno scorcio di esso. Le riflessioni che ho preferito sono quelle del Giuseppe Genna autore, giovane milanese nato il giorno della strage di Piazza Fontana, una cifra profetica ricorrente nelle sue opere fin dagli anni ’90, dalle prime pagine del pamphlet di Luther Blissett intitolato net.gener@ation, “Sei anni dopo, il 12 dicembre 1969, nasceva Lei. Nasceva il giorno, l’ora e il minuto dell’esplosione della bomba di Piazza Fontana a Milano. Non è possibile spiegarLe le relazioni che intercorrono tra queste due date”, libricino di cui Genna era il curatore, novello Bruce Sterling, oggi quasi dantesco, posto dinanzi ad un abisso spalancato e infernale, il requiem. Coincidenza, a distanza di dieci anni esatti e nella stessa collana esce Free Karma Food di Wu Ming 5 e, 1996-2006, in questi dieci anni sono successe davvero molte cose sotto il sole. C’è, in questo romanzo, la verità dell’attuale stato in cui versano la letteratura e gli scrittori del nostro paese, raccontati dal punto di vista di uno scrittore che è riuscito nella creazione di un’opera solida, duttile, incredibile e comunicativa. Ma la cosa che secondo me fa di questo romanzo un’ottima lettura, la prova del nove, è un’altra: Dies Irae non appartiene ad un genere specifico, ne attraversa molti, e resiste, resiste malgrado la nebbia e il buio di questi anni tristi, resiste il motorino traballante, resiste facendo emergere eed esplodere le bolle più oscure del nostro passato, è come se Giuseppe Genna ci portasse per mano davanti ad alcune porte, P2, Berlusconi, Edilnord, Cossiga, Cuccia, Black Friars, Orlandi, Woytila, Christiane F., Moana Pozzi, e dopo averci lasciati lì davanti ci dicesse ecco, c’è dell’altro, è tutto più grande, è tutto enormemente più grande e universale. Io come lettore ne traggo una sorta di morale, è l’individuo che si salva, in questo giorno dell’ira, è l’istinto primigenio di sopravvivenza che salverà Giuseppe, Paola, Martina, e per ogni personaggio che si salva ce n’è uno che si perderà per avere osato troppo, come un Fetonte che viene abbrustolito da un sole al quale si è voluto avvicinare troppo, quel sole che un giorno si estinguerà dopo aver dissolto in una nube di polvere il pianeta Terra. Io ho soltanto un anno in meno dell’autore, mi ricordo di molte cose che vengono citate, l’Itlia degli anni ’80, Craxi che scappa sotto una gragnuola di monetine dal Rafael, la morte di Moana Pozzi, Milano 2, e sì, i miei genitori quando ero piccolo mi fecero fare un viaggio di pasquetta in Svizzera, da alcuni parenti, mi ricordo che di ritorno con uno zio andammo proprio a Milano 2, mio zio voleva dare un po’ di ispirazione a mio padre geometra. Stessi ponti e vialetti e giochi per bambini, palazzine identiche. Non so perché ma già allora tutto ciò mi ispirava un profondo sentimento di decadimento di lì a venire. Dopo tutti questi anni ho provato una sensazione identica leggendo Dies Irae di Giuseppe Genna; è come se un vaso di Pandora venisse scoperchiato in un istante. Il 1981 costituisce l’apice di una parabola che dal Boom va dritta in discesa fino ai giorni nostri, da quell’anno in poi tutto ciò che sembrerà positivo e brillante lo sarà soltanto in superficie, il resto non si rivelerà altro se non una rincorsa lenta verso il Nulla, l’Europa non è più un centro, né un principio. Il pozzo nel quale tutti siamo caduti e da cui ognuno cercherà di risollevarsi come può e come è permesso. L’Italia non è un bel paese, forse non lo è mai stato, e chi ci ha creduto è finito per diventare un burattino in mani d’altri. Ci sono narratori forti, come Giuseppe Genna, capaci di descrivere tutto questo. Dopo l’incubo viene il sogno, e dopo il sogno la realtà, ma quanto dovremo aspettare…anni…secoli…o la nostra voglia di svegliarci in un mondo cambiato troverà realizzazione anche essa in un Annus Incalcolabile?