Il Dies Irae su ‘l’Unità’

• LA SOCIETA’ DELLO SPETTACOLO, UN’INFELICITA’ SENZA DESIDERI
di IGINO DOMANIN
Monumentale e rizomatico, «Dies Irae» di Giuseppe Genna dipinge la nostra epoca dalla tragedia di Vermicino all’Iraq.
[da l’Unità, 26.4.06]

Sei mesi dopo la pubblicazione de L’anno luce (Marco Tropea, 2005) Giuseppe Genna torna sulla scena letteraria italiana con un’opera monumentale e che rappresenta nel modo più paradigmatico quale sia la direzione poetica possibile della narrativa italiana contemporanea. Il nuovo libro, dal titolo Dies Irae, che s’inserisce nel rinnovato corso della Rizzoli rappresentato dalla collana 24/7, lo si può, senza indugi, considerare una pietra angolare di future costruzioni. Un’opera emblematica della nostra sensibilità mitopoietica.


Fin dalle prime battute Dies Irae intende squarciare il velo di Maya della storia cronachistica e della sua rappresentazione mediatica. Genna ci mostra come la Storia si sia sedimentata in Memoria, ovvero come negli ultimi venticinque anni stiano corrompendosi i fondamenti della condizione umana. La grana fine degli eventi si è sciolta nell’impalpabile sostanza mentale delle sinapsi e dei reticoli neurali e si è depositata nei recessi biologici del cervello. La tragedia di Alfredino Rampi, che appare nello strepitoso prequel del romanzo, da un lato è senz’altro uno straordinario fatto mediatico, una tragica allucinazione collettiva nella quale si materializzano i fantasmi psichici di un’epoca; d’altra parte , però, il ricordo di Vermicino si è trasformato, nell’evocazione dell’io narrante di Dies Irae, in essenza autobiografica e radice misteriosa della sua costituzione soggettiva. I pensieri di Giuseppe Genna, le sue dinamiche più personali e idiosincratiche, si sovrappongono e si tessono insieme con tracce lontanissime e siderali che provengono da un caos comunicativo e di esperienza nel quale si profilano uomini politici della Prima Repubblica, Glen Nordahl e Clelio Darida, gli edifici-stalag dove ha abitato, i sismi della vita familiare e le misteriose ricerche sulla psicofonia.
Mi sembra di poter dire che qui si giochi un importante discrimine. Finora è esistita una strada postmoderna, molto esplorata e che ha stabilito anche uno stile, che intende il cammino a ritroso nelle vicende storiche come una riappropriazione ironica e parodistica. Se la cifra dello società dello spettacolo è, appunto, la trasformazione del soggetto da attore a spettatore, allora la corretta interpretazione della storia consiste nello svelare il fondamento mediatico e, quindi, irreversibilmente manipolato della realtà.
In molti romanzi americani avantpop troviamo questo uso creativo dei materiali prodotti dall’avvento delle comunicazioni di massa. Facendo un passo in avanti si potrebbe dire che la narrativa contemporanea si muove nel contesto di una tradizione post-letteraria. L’autore di romanzi non si muove più nel quadro di un canone squisitamente letterario, ma si muove, fin troppo comodamente, all’interno della complessità dei media come nel proprio mondo-ambiente.
Il postmoderno, però, segna il passo, poiché dietro l’esercizio brillante, non può celare la prigionia di uno schema troppo intelligente e, quindi, arido e ripetitivo. Il romanzo di Genna produce un nuovo scatto. Il racconto non è un mero gioco fine a se stesso, nel quale l’autore si diverte a mescolare e a combinare assieme gli elementi della storia contemporanea. Genna ci mostra al contrario la catastrofe del soggetto; e ce la mostra dalla cavità psichica interna, facendoci vedere, con toni talvolta comici e talvolta atroci, cosa è accaduto nella mutazione antropologica dell’ultimo quarto di secolo. Dies Irae, cioè, non si compiace dell’assurdità del mondo come di una rappresentazione da contemplare con distacco e con le armi spuntate del giudizio intellettuale. L’autobiografismo di Genna , proprio in forza dei suoi estremismi e delle sue distorsioni, non consente prese di congedo dal presente, ma fa luce sull’immiserimento della vita.
Il dolore cieco, che irrigidisce i tratti stessi della postura, e si condensa algidamente nelle figure caricaturali della musica robotica del techno-pop, oppure si staglia nelle deliranti proiezioni fantascientifiche, che rappresentano per l’autore l’ultimo approdo possibile del sogno metafisico dell’umanità, esplode, sordo, dappertutto. Negli oggetti sono incisi i protocolli distruttivi che il talento di Genna è in grado di far spiccare dall’ammasso di merci immateriali del mondo produttivo postfordista e che occupano prepotentemente lo spazio vuoto dell’io contemporaneo.
Genna esplicita il proprio rifiuto contro la finzione, intesa come costruzione forzata di un’identità, e si decide per un naufragio senza ritorno negli abissi di una narrazione abitata dalla patologia: “Il mio io creativo è necessariamente patologico. E’ il momento. A casa sto scrivendo, utilizzando le sintassi distorte dei frammenti audio psicofonici, la seconda parte del Dies Irae, l’unico libro che avrò mai desiderato scrivere, un’esegesi di migliaia di pagine, incomprensibile….”
Dies Irae è un romanzo-matrice, che contiene, in realtà differenti linee di forza e diverse potenzialità di svolgimento. Non ha una trama unitaria, anzi rifiuta metodologicamente l’idea che debba esserci una quadratura precisa e una sistemazione lineare degli avvenimenti. Nello stesso tempo, però, l’affabulazione è torrenziale: trascina con una forza impetuosa il lettore, precipitandolo in vaste zone di meraviglia e stupore, non rinuncia mai ad offrirgli gli inquietanti godimenti del grande romanzo.
Genna sa rappresentare l’infelicità della nostra epoca nella dismisura delle macerie della cultura. Dies Irae è stato composto per giacere davanti a noi come la Stele di Rosetta della società dello spettacolo.

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