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MEDIUM – 1. RITROVAMENTO – prima parte

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Giuseppe Genna

MEDIUM

Una storia vera

“Uno spettro s’aggira per l’Europa”
K. Marx e F. Engels, Manifesto del Partito Comunista

“Le notizie, anche le più terribili, come quelle delle catastrofi ecologiche, vengono messe d’istinto dal pubblico al livello dei film di orrore, cioè dei film che divertono con la paura. E’ uno strano divertimento sentirsi dire che può accadere, da un momento all’altro, che moriremo tutti bruciati vivi”
A. Moravia, L’inverno nucleare

N.B. [In contemporanea a qui, i capitoli di MEDIUM vanno on line sul sito ufficiale del libro: il primo capitolo, per esempio, si trova anche qui]

RITROVAMENTO

Questo libro non è sincero.
Sfondo la porta, il tunnel è buio, sul fondo la luce è fioca, tutti conosciamo come finisce questa storia.
La fine è l’inizio.
E’ il primo di gennaio duemilasei, ore diciannove meno cinque, quando scrivo l’ultima parola sull’ultima pagina dell’ultimo libro, il Dies Irae. Ottocento pagine, fittissime di rivelazioni personali e travestimenti sovrannaturali, che iniziano a muoversi con il fantasma di Alfredino Rampi, il bimbo morto a Vermicino. Infinitamente morto, durante le diciotto ore di diretta tv, nell’81: la Rai democristiana aveva reso fluente e tremenda la sagoma invisibile di quel bimbo, aveva segnato emotivamente la nazione, tutti i bambini erano terrorizzati e svegli la notte dei falliti salvataggi.
Chiudo il Dies Irae con una scena fantascientifica, ha luogo tra quaranta miliardi d’anni, quando il nostro sistema solare è scomparso a causa dell’implosione del sole, la Terra è stata prima carbonizzata e poi espulsa da ogni gravitazione, un globo glaciale su cui atterrano astronauti di una specie cosciente, che potrebbero essere discendenti degli umani, evoluti su uno dei tanti sistemi stellari verso cui l’umanità aveva inviato missioni poi perdute. Hanno identificato una forma di vita. Riescono a portarla alla luce. E’ ricoverata in un pozzo, murata nella parete sotterranea di quella che pare una cappella semisferica. Sciolta la pietra grafitica che mura la piccola creatura, emerge un Bambino d’Oro, è vivo, pronuncia parole arcane, parla del Padre. Per tre volte pronuncia la parola “Pace”.
Scrivo “Pace. Pace. Pace”. Il libro Dies Irae è concluso. Ottocento pagine. Sono felice.
E’ capodanno. Domani cercherò un internet point per stampare e consegnare il manoscritto a chi per primo legge ciò che scrivo, e tenta giudizi sommari, ma in realtà non giudica nulla, si limita a leggere, è un rito tra noi due: è mio padre.
La parte finale del Dies Irae è un canto a lui, al suo esaurirsi, al mio distaccarmi dalla sua sagoma ora inerme e sempre più dolce, una volta abissalmente cupa, da cui emergevano scintillii di attaccamento (mio). L’uomo che a ora antelucana usciva di casa intatto, savio, sofferente nell’intimo, prussiano, per andare a ricoprire il suo incarico impiegatizio presso gli uffici del Comune di Milano e tornava la sera differente, un uomo sensibilmente mutato, i tratti fisiognomici alterati, la bocca sfigurata da una smorfia di disgusto iracondo, gli occhi gialli bovini velati da una parziale e furibonda incoscienza: ubriaco, sempre ubriaco. Un padre etilista mutato, che faceva calare nel tunnel del corridoio buio a casa una saturazione, un soffio virale dell’aria, un soffocamento. E non parlava. A cena, non una parola. Si serrava in salotto, muto e pronto a scattare nell’ira, che gli distorceva la voce, la lingua impastata dall’alcol, una perenne minaccia silenziosa. Cautela per non disturbarlo: io e mia sorella ci logoravamo nella prudenza, rinchiudendoci nella nostra stanza. La stanza non era neanche nostra, poiché la notte mia madre sarebbe venuta a dormire lì. Una conquista della contemporaneità, la legge sul divorzio che mostra la sua falla: non c’era possibilità di separarsi, mia madre lavorava in nero, pochi soldi comunque, anche lo stipendio di mio papà era lievemente insufficiente a coprire le spese mensili, e non avrebbe potuto sopportare l’emolumento di eventuali richieste di alimenti.
Quindi eravamo nell’assedio. La separazione in casa con un uomo ragionevole alle sette del mattino e segretamente violento alle sette di sera.
Ovunque, buio. Abbassava le tapparelle come stendesse paramenti funebri. La casa, già poco luminosa per via dell’orientamento, si inabissava nella lunga notte tremenda. In cui temevamo – io, mia sorella, mia madre – l’omicidio. Mio padre custodiva una pistola nel comodino a fianco del suo letto, nella stanza matrimoniale buia, che emanava un sentore sacrale, di invalicabilità, e ne avevamo paura. Mio padre che in piena notte fa irruzione nella nostra stanza e spara. Ogni notte quest’allucinazione, questa visione precisa, come un ricordo che anticipa i fatti. Ogni notte prima di addormentarsi.
E tutto ciò per i tradimenti. Quelli di mia madre erano tradimenti di una donna minacciata e frenetica, complessa, di un’emotività lesa a priori, da quando, rientrando a casa quando era ragazza nubile, aveva scoperto sull’asfalto il cadavere di sua mamma – si era lanciata dall’ottavo piano, un suicidio motivato da molti elettrochoc, una mente instabile e fratturata, infragilita dai continui tradimenti di mio nonno. E mia madre propagava la crepa. Tradiva mio padre e nemmeno era rivendicabile alcunché da parte di papà, perché erano separati in casa, e mia madre si truccava, all’improvviso diceva a me e mia sorella: “Esco”. Sapevamo che andava con un uomo. Mio padre rimaneva serrato nel salotto, la tv e la sigaretta accese.
Il tremendo momento del saluto al padre alterato prima di andare a letto, io e mia sorella.
E poi restare sveglio finché (le due, le tre di notte), la madre non avrebbe tentato di rientrare in casa: non riuscendoci, perché a volte mio padre spostava il catenaccio della porta (la porta maledetta in legno verniciato) e la chiave non girava, lei restava chiusa fuori, umiliata, e lui si alzava al trillo del campanello, anche io mi alzavo, e le apriva per picchiarla, a volte. A volte andava tutto per il meglio, ascoltavo al buio il fruscìo del corpo della madre infilarsi nel terzo letto della nostra stanza, non prima di avere sistemato fustini di Dixan di fronte alla porta smerigliata, cosicché ci saremmo svegliati per il fragore un attimo prima che mio padre aprisse la porta smerigliata e premesse il grilletto della pistola contro di lei distesa, contro di noi.
Erano tempi trascorsi. Quell’uomo che insinuava la minaccia, l’insicurezza e l’abbattimento si era andato isolando indefettibilmente dopo il divorzio. Il divorzio tardivo. Ogni membro della famiglia Genna per i fatti suoi, come l’esplosione di una galassia. Mia madre con un altro uomo, mia sorella con il suo primo fidanzato, io solo nella casa popolare orribile dei miei nonni paterni ricoverati in strutture comunali per anziani.
Il padre isolato si era prepensionato. Svolgeva opera di volontario burocratico e fiscale a vantaggio degli anziani della zona. Un centro di assistenza nell’immenso complesso popolare (in piena degenerazione architettonica) per aiutare vecchi inebetiti, disabili, donnine ridotte a una magrezza ossea – a pagare tasse, a compilare moduli, a formulare richieste alle istituzioni.
Non aveva donne. Mai più una donna.
Fedeltà al nulla.
Era rimasto incapsulato nell’ambra del rancore amoroso. Ai miei occhi si levigava, ogni giorno che trascorreva a compilare bollettini postali per indigenti ottantenni, come una pietra pomice, come una metopa che tratteneva in sé i tratti generici di un’allegoria ormai erosa dal tempo, di cui rimaneva visibile soltanto il disegno generale. Nell’arco del tempo umano quel disegno generale non avrebbe subìto cancellature ulteriori. Quel disegno erano i tratti del volto pallido, dello sguardo che perennemente domandava protezione, di mia madre. Che lo aveva tradito fin da subito, fin da prima della mia nascita. Con l’uomo che, ora, conviveva con lei.
Murato nel silenzio era il padre muto, non il Bambino d’Oro.
Si dirigeva alla latteria di fronte al suo ufficio di volontariato, la latteria oltre la biblioteca comunale, dove sorbiva le sue birre e i suoi odiosi prosecchi, alterandosi a vantaggio di nessuno ormai, poiché nella casa nessuno ormai lo attendeva più, ce ne eravamo tutti andati. Antieroico fino allo sfinimento, era sfinito. Eppure impeccabile, prussiano.
Oltre al divorzio, aveva dovuto tollerare il discioglimento del Partito Comunista, nel quale militava dall’età di tredici anni. Non si era iscritto più dall’89, nessuna tessera, dopo una fedeltà durata decenni e testimoniata da versamenti e distintivi, un’intera esistenza dedicata, più che al sogno, alla dialettica della politica. Un comunismo etico e assoluto, prussiano anch’esso, schierato per la sussidiarietà delle masse, un movimentismo in cui non riuscivo a inquadrare – viva – la sua sagoma che partecipa e si muove. Un comunismo organizzativo, che salda i debiti con il male della storia ma non con il male di vivere. Più volte delegato ai congressi nazionali, aveva conosciuto i pezzi grossi del Comitato Centrale: non Togliatti, ma Longo, Berlinguer, Natta, Pajetta, Amendola. Apprezzava più di tutti proprio l’ultimo segretario, quello che aveva preceduto la fine del partito: Alessandro Natta, latinista ligure, che incontrava nelle sue vacanze solitarie vicino Imperia, e parlavano di Seneca. La classicità, cioè l’umanesimo, era in realtà il suo autentico comunismo. La cultura come valore insostituibile perché merce simbolica, priva di prezzo, estensibile a chiunque, un accesso illimitato che modificava la struttura dell’uomo, lo rendeva più accorto e buono. Eppure i libri non lo consolavano, i classici nemmeno.
I libri, dico i miei, li stampavo direttamente il giorno successivo alla chiusura del testo, li infilavo in cartelline di plastica scivolose, sfrecciavo in motorino verso la latteria, dove mi fermavo ad ascoltare lui, già alterato, e i suoi amici. Che andavano scomparendo, marcescendo. Tumori, infarti, diabeti: una stagione all’inferno per una generazione nata sotto i bombardamenti tedeschi e americani, che ora si avviava al momento finale. A contarli, quei sei decenni che li avevano condotti alla degenerazione delle cellule, delle valvole cardiache, del pancreas, erano infima cosa rispetto alle attese, i sogni, l’allibito sguardo su mondi diversi e consecutivi (la ricostruzione da ragazzi, il boom da giovani adulti, il Sessantotto, la cupezza degli anni di piombo, l’allucinazione consumistica dell’era craxiana, e l’indegna nullità dei quindici anni dal Novanta a oggi).
Deluso mi attende con le braccia conserte, magrissime, la pancia dilatata, la pelle iscurita dal sole.
Anche lui, come gli altri, sta disciogliendosi, disgregandosi.
E’ un tumore che parla e cammina e legge inediti di suo figlio.
Cinque anni prima, la prostata. L’avevo accompagnato alla clinica convenzionata Humanitas, subito ribattezzata Animalitas, la mattina stessa dell’operazione, prestissimo secondo le istruzioni dateci, e l’infermiera mi aveva detto: “Il pube”.
“Cosa?”
“Io non sono tenuta. Lo rada Lei”.
E io lo avevo rasato. A pochi centimetri dall’organo da cui metà di me era stata espulsa in un coito trent’anni prima, un coito marmorizzato, che durava nella sua memoria tuttora. Questa pena infinita inchiavardata nel suo petto, nella mente. La sua vergogna mentre il figlio lo rade con la schiuma da barba e la lametta monouso. Il crepitare della lametta fragile sulla pelle tra i peli crespi.
Due anni e mezzo dopo, mentre ero via, in Toscana, stavo stendendo la trama del finto thriller Grande Madre Rossa, sul cellulare una sua telefonata: “Ho un tumore all’intestino”. Era soltanto un sospetto e invece aveva ragione: carcinoma maligno al colon. Un altro ricovero. Un’altra operazione.
Avevo atteso seduto composto e silenzioso nell’anticamera del secondo piano al reparto del Policlinico, leggendo il libro horror Ring di un giapponese. Ero riuscito a finirlo prima che riportassero mio padre dalla sala operatoria. Avevo atteso ancora. Accanto a me una signora ciarliera comunicava con una seconda signora ciarliera le disgrazie del marito e ascoltava diagnosi rilasciate al marito dell’altra. Poi, orizzontale, sotto la maschera, le flebo attaccate, non stomizzato, disteso sulla barella, dal montacarichi incosciente era uscito mio padre in barella. Avevo seguito il convoglio umano. Avevo atteso che si risvegliasse dall’anestesia. Mostrava un colorito sano, nemmeno sembrava avere subìto un’operazione durata cinque ore. Si era risvegliato, mi aveva chiesto con la bocca impastata (non dall’alcol, ma come lo fosse) se gli avevano attaccato il sacchetto per l’evacuazione esterna. Al mio “no” si era rilasciato, rilassato, riaddormentandosi.
Era arrivata mia sorella. Avevamo atteso il chirurgo. Mi ero avvicinato con quel rispetto, intriso di paura di disturbare, che si prova da onesti davanti alla polizia. Pietire per sapere, nel frangente drammatico, silenzioso.
“Volevamo sapere com’è andata l’operazione. Se sono intaccati i linfonodi nei pressi della lesione asportata…”
“I linfonodi?”
“Cioè, se ci sono metastasi al sistema linfatico…”
“Sarebbe l’ultimo dei problemi. Abbiamo aperto, controllato il fegato. Ci sono metastasi epatiche. Ovunque. Non sono asportabili. Suo padre non guarirà più. E’ un tumore cronico. Speriamo che la terapia…”
All’inizio, otto mesi: questa, la previsione. L’arco di vita secondo statistiche.
“Ma la statistica non vale nel singolo” aveva ammonito un amico primario.
Infatti andava avanti da due anni e mezzo. Un trascinamento tremendo. L’uomo che vive solitario, senza donne, nella pena, aiutato e grato dell’aiuto dei figli, e tuttavia solo, la sera in casa, la notte. Era precipitato nella depressione, non avendo notizia alcuna del suo destino, sapendo soltanto che doveva sottoporsi alla chemio. Mi ero accordato con lo staff oncologico: era meglio non fargli sapere nulla. Era etilista, gravemente depresso, aveva tentato il suicidio nell’81. Nel 1981, ubriaco, aveva litigato il tardo pomeriggio con mia madre, in casa ero io (io e mia sorella facevamo i turni perché non rimanessero soli in casa insieme, per il rischio dell’omicidio). Mia sorella era per la prima volta fuori casa a dormire, da una compagna di scuola, e questo era il motivo che lo aveva fatto, ubriaco fradicio, imbestialire, e strattonava l’avambraccio a mia madre ordinandomi di uscire, di andare a riprendere mia sorella, ma io sapevo perfettamente che se l’avessi fatto, se fossi uscito da solo lui avrebbe ucciso mia madre e poi si sarebbe suicidato, ne ero conscio: una consapevolezza lucida, istantanea, una profezia scientifica. Mi ero sforzato di piangere, per impietosirlo, urlando che uscivo solo se la mamma mi accompagnava, lui aveva lasciato libero l’avambraccio di lei. Eravamo usciti, nella piazza, alla cabina telefonica, avevamo chiamato suo fratello, mio zio, ex nazionale di rugby, solitario anch’egli e senza donne, perché venisse ad aiutarci, e poi eravamo corsi a riprendere mia sorella che non capiva. Eravamo rientrati, lo zio ci attendeva sotto il portone. Risaliti, davanti alla maledetta porta di legno verniciato, la chiave che non gira, il solito trucco: dall’interno aveva sistemato male il catenaccio. Io e mio zio avevamo sfondato la porta, ed ecco il tunnel buio dell’anticamera tremenda, in fondo una luce fioca, arrivo per primo correndo nella stanza da letto, lui è privo di coscienza disteso sul letto con una schiuma densa sulle labbra, non ha sparato, ha ingurgitato farmaci, chiamiamo l’ambulanza, si era salvato.
L’imbarazzo della telefonata dall’ospedale a casa, il suo “Ciao” tremulo, io non so cosa dire, cosa rispondere, come. Avevo parlato di un robot giocattolo.
La statistica non vale nel singolo, ma la pena sì. E’ un trascinarsi continuo all’Oncologico, per la PET, la TAC, la risonanza magnetica, l’ecografia, gli esami del sangue con i marker tumorali, ogni tre settimane il day hospital dove gli iniettano la chemio e il cortisone e il lavaggio delle vene, le continue iniezioni ipodermiche per innalzare il numero dei globuli bianchi. Iniezioni che gli pratico io, forando la pelle, appuntamenti a casa sua, fortunatamente non ho lavoro fisso e posso andare a bucare la pelle, tentare il risucchio con lo stantuffo della siringa per verificare che non ne riesca sangue e insufflare la sostanza che ho miscelato.
Le lunghe sedute di controllo ogni tre settimane.
Sei pillole quotidiane, in due assunzioni, di diversi grammaggi, che ci consegnano numerate all’Oncologico.
Ritornare o telefonare per farsi dire la verità, perché lui non sa nulla, è asintomatico e non sa di essere terminale.
A settembre, due mesi prima che io inizi a stendere il Dies Irae, il primario dell’Oncologico mi convoca: “Due princìpi chemioterapici e sedici cicli non hanno sortito risultati. Lo lasciamo andare, a meno che Lei e sua sorella non ci diate il nullaosta per una nuova terapia genica”.
“Quanti mesi gli mancano?”
“Quattro, cinque forse”.
“Che terapia genica?”
“E’ di nuovo tipo. Gli effetti collaterali sono pesanti. Non si alzerà dal letto, avrà sempre la febbre, la faccia sarà butterata profondamente, perderà tutti i capelli”.
Con l’ultima chemio non gli cresceva più la barba, la pelle bambina liscia e profumata, e i capelli si erano diradati, ne aveva persi molti ma non tutti, una peluria mantenuta corta, da pulcino. Io e mia sorella rifiutiamo la terapia genica.
Prima che a marzo esca il libro, quando, se non sarà morto, non sarà comunque in grado di leggerlo, deve leggere il Dies Irae, che è un canto a lui.
E’ un canto a lui, modulato sulle scansioni della Terra desolata di Eliot. Io mi stacco da mio padre.
E’ sempre più stanco. Va a letto alle sette di sera. Non vuole più vedere le partite di calcio, la sede deputata alla discussione tra me e lui: la Juventus e la Nazionale, utilizzate come la parete a una partita di squash, la palla sono parole che rimbalzano. Adoro quando riesco a farlo ridere, lui è uno dei pochi umani che riesce davvero a farmi ridere.
Altrimenti, non dice una parola. Le estenuanti domeniche, a pranzo, ogni domenica, io e lui e mia sorella, dove lui non parla, io sono logorroico per coprire il silenzio tremendo – da anni faccio così. E’ sempre più stanco. Pensa alle cure, odia la chemioterapia, nonostante l’unico effetto collaterale sia questa stanchezza abulica. Non riesce a leggere, a vedere la televisione, perde motivazione.
La pena che emerge, lo dòmina, la pena che è la sua spina dorsale, il suo apparato cardiaco. La pena infelice che non viene confessata, custodita, sepolta nel cuore, è un tumore secondario che avvelena il sangue, ostruisce i ventricoli. Il miocardio ritma pena, infelicità.
E’ ripieno di principi attivi. Di radiazioni.
Non confessa niente. Si fa più dolce.
L’altra domenica, all’appuntamento in piazza Martini, davanti a casa sua, che era casa nostra nell’infanzia ed è rimasta intatta dall’attimo del divorzio, sono arrivato in anticipo. Mi ha raggiunto, l’ho salutato mistificando entusiasmo. Taceva. Non diceva una parola. Non riusciva a parlare. Era assolutamente paralizzato da una depressione granitica. Era impressionante. E’ arrivata mia sorella, non riusciva a parlarle. Lo abbiamo portato a casa, si è seduto, ha pronunciato poche parole, lento, diceva che non ce la faceva più, le cure e tutto il resto. Io mi sono alzato e l’ho abbracciato, gli ho abbracciato il capo, con il braccio nudo sentivo i capelli che si erano diradati morbidi, e lui piangeva, piangeva come un bambino, singhiozzando a strappi, deglutendo male, la prima volta nella vita mia e di mia sorella nostro padre piangeva e piangeva davanti a noi.
Immaginate una pena infinita. Un masso non visibile sul petto, oppure che preme da dietro lo sterno. La solitudine di un uomo.
E, finito il pianto, era squillato il vecchio telefono Sip, era lì da trent’anni, un trillo pesante, antico, e lui si era alzato, aveva risposto, gli avevano detto che Amedeo, il suo migliore amico, era appena morto, per il tumore al fegato.
Immaginate un’infelicità che vi rende sordi, muti, vi blocca il petto ed è impossibile respirare. Immaginate un frigo vuoto, due michette surgelate. Le pillole rosa distribuite sulla lavatrice vecchia.
E, trascorsa la vigilia di Natale a casa di mia sorella Gisella, che ci aveva preparato il pranzo come un’adulta esperta di cucina, aveva mangiato il paté, la torta di formaggio, sorridendo per la soddisfazione, alle sue spalle, attaccata alla madia, la foto in bianco e nero di lui diciottenne a Parigi, seduto al tavolo nell’appartamento dello zio rugbista, che lavorava alla Citroën, e si dividevano un pollo, sorridevano felicissimi.
Immaginate che…
Quindi, capodanno. Un capodanno trascorso con gente semisconosciuta, nel malessere e nella pena, in una casa ricca, a disagio, pensando a Federica tutto il tempo, siamo fidanzati?, da due mesi per me siamo fidanzati, mio padre in pena, Federica a Mantova lontana da me, una cena in casa di amici di amici, molte prelibatezze, dopo la telefonata, alle otto di sera, in cui chiedo a mio padre cosa fa, come sta: “Benissimo” mi dice, “va tutto bene. Del capodanno non me ne frega un cazzo. Vado a letto, adesso”. Va a letto alle otto di sera.
E mi sono annoiato tutta la sera, ho finto entusiasmo a mezzanotte, ho finto di essere stanco, perché volevo andarmene: a scrivere le ultime pagine del Dies Irae. Fino alle quattro di notte.
E il mattino, primo dell’anno duemilasei, sono in dirittura d’arrivo.
E intorno alle sette di sera, l’ho finito. L’ho finito. Domani lo stampo e glielo faccio leggere. Sarà sconcertato: ottocento pagine, non ho mai scritto una cosa simile.
Lo chiamo sul fisso e non risponde. E’ tutto il giorno che lo chiamo, per fargli gli auguri, e non risponde. E’ normale: non parla mai.
A volte mi vede e finge di non vedermi, e anch’io fingo, ripeto il gesto, propago la crepa. Una volta, addirittura, ha cambiato marciapiede. La crepa apre un abisso che termina nel Dies Irae, la cosa destinata a ricucire i lembi di ogni possibile ferita, a staccare me da lui, ora che mancano pochi mesi.
Si addormenterà progressivamente, diventando magrissimo, cadaverico, giallo per l’ittero. L’oncologo ha consigliato l’assistenza terminale della Vidas. Vogliamo noi che muoia nella casa degli incubi, sul letto dove tentò il suicidio? Vogliamo noi un’ospedalizzazione in un centro specializzato per malati terminali? Cosa vuole lui?
Lo richiamo, non risponde.
Sappiamo già come finisce questa storia. Non sappiamo cosa inizia dopo. Cosa ne deriva.
Il cellulare è spento e al fisso non risponde e sono passate le sette di sera e dove può essere?
Appena poso il portatile, squilla, è Gisella, mia sorella: “E’ tutto il giorno che non sento il papà”.
“Nemmeno io. Provo, ma il cellulare è spento”.
“Sono preoccupata. Nemmeno sul fisso, risponde. Non usciva a mangiare con amici. Sono preoccupata”.
“Chiama un taxi, passa a prendermi. Andiamo lì insieme”.
“Ho paura. E’ successo qualcosa”.
Cosa possa derivarne, quali altre storie, una volta che si sa perfettamente come finisce la storia. Questa domanda è vera.
mediumicoaudio.gif Aspetto il taxi all’angolo tra la mia piccola via e il viale della circonvallazione esterna. L’asfalto è ricoperto di filamenti color vomito e corpi esplosi di cilindri cartonati, raudi e petardi, i resti patetici della sera inutile del 31. La sensazione è che un tempo il giorno dopo la fine d’anno era inutile e destinato alla spazzatura della memoria (non ricordo un primo gennaio che sia uno, dei trentasei che ho vissuto); ora mi sembra inutile anche la notte che precede questo giorno anonimo, i ritrovi sempre più frenetici e forzosi. Sagre d’ipocrisia: è così.
Fumo, come fuma mio padre. A lui rubai, tredicenne, la prima sigaretta. Solo, fumo più pesante. La città è deserta. Il cielo è violaceo, livido, rotto a strappi.
Il taxi arriva ed è bianco fluorescente. A bordo mia sorella è in lacrime e non parla, non vuole che parli del nostro padre, non vuole che il taxista ascolti.
“Può essere uscito con gli amici. Una serata dopo che gli altri si sono sfogati ierinotte…”
Ultimamente non aveva amici. Pochi coetanei al bar latteria che, per un cambio di gestione (lo storico proprietario era morto improvvisamente di infarto) e per l’uscita dalle patrie galere del boss italiano degli stupefacenti in zona, si era trasformato in un crocicchio di tossici, gente che entrava e usciva da San Vittore il carcere, pusher di piccolissimo taglio. Avevano chiesto a mio papà, un pomeriggio, se si rollava una canna.
Dove termina il comunismo prussiano.
E comunque stava fuori casa, stava lì tra i tossici, “Per evitare la solitudine e la stanchezza della chemio”, diceva, condivideva ore con questa marmaglia antropoide, scimmie postatomiche rispetto ai mondi vissuti da mio padre e dai suoi reali amici, tutti marcescenti. E ci usciva la sera, anche, andavano, lui e i tossici, a mangiare il “porceddu” in un qualche ristorante che non era nemmeno sardo, ed era il primo a tornarsene a casa, gli piaceva mangiare, una settimana prima, a Natale, gli avevo regalato un paté da centocinquanta euro.
E Gisella mia sorella dice: “No, non è uscito con nessuno”.
Il taxi ci scarica in via Greppi, davanti al portone di nostro padre. Citofoniamo premendo a lungo il tasto del nuovo citofono a videocamera, lui solitamente apre dopo avere visto chi è, sgranato, nel piccolo monito in bianco e nero. Non apre nessuno. Non abbiamo le chiavi. Citofoniamo ai portinai, anche se sono quasi le otto di sera di un giorno festivo.
Il portinaio è sardo ed è un colosso anche se alto un metro e sessanta, portentoso nella muscolatura. Sua moglie ci ha visto crescere. Spieghiamo la situazione, chiediamo se hanno un duplicato delle chiavi, e l’hanno. Lei si volta verso il marito, che ci guarda come fosse un agnellino impaurito. “Vai su ad aiutarli” dice lei, e lui si alza, muto, le braccia enormi che fuoriescono da un’incredibile canotta.
Saliamo in silenzio verso il secondo piano.
Eccola, la porta tremenda, di legno verniciato.
La targhetta mai cambiata, neanche dopo il divorzio, con il nome suo e di mia madre.
Premo il campanello, il trillo pesantissimo. Nessuna risposta dall’interno.
Apro la porta tremenda, che è seguita da una porta secondaria in legno leggero, una porta a maniglia con il vetro smerigliato e apro la maniglia e la porta è chiusa e dal vetro vedo che, in fondo, una luce è accesa. E’ dentro.
Sfondo la porta, il tunnel del corridoio è buio, sul fondo la luce è fioca, corro, la porta a vetri smerigliati della stanza dove dorme, la stanza con la luce accesa e io e mia sorella da quando siamo entrati urliamo “Papà!”. E non c’è risposta.
Quando apro la porta a vetro smerigliato della stanza dove dorme, lui non c’è. Resto allibito. Con la mano destra, torcendo il torace, sto allontanando mia sorella, non voglio che veda, mia sorella è leggerissima inaspettatamente, vola via come un omìno di Chagall nei cieli, urlando “Papà, Papà!”.
Sono allibito. Non c’è. Mi chiedo: “Dove cazzo è andato?”. Il letto è in ordine, preparato per entrare e dormirci, un largo lembo piegato ordinatamente della coperta, le lenzuola intatte e lui non c’è. Finché dal bordo opposto, a un metro dal suo comodino, non vedo qualcosa… Piccolo, curvo, levigato, blu, livido: è il suo tallone.
Entro nella stanza, Gisella entra con me, ed eccolo: steso per terra, in pigiama, è morto, è morto di infarto fulminante, i piedi sono blu e neri, le mani sono blu e nere, la guancia destra è appoggiata sul parquet e la faccia è quella di mio padre che dorme, non di mio padre che soffre, aderisce quasi totalmente al parquet, con il suo pigiama da bambino, tranne il braccio sinistro, sollevato e chiuso nel pugno blu e nero, rigido, appoggiato alla struttura di legno che copre la rete per il materasso, e la gamba scivolata per reazione e sollevata sulla parete, dove è appoggiato il calcagno lividissimo che ho visto. E’ rigor mortis. E’ morto ierisera, prima di andare a dormire. Pochi minuti dopo avere sentito prima me e poi Gisella al telefono. Ventiquattr’ore da solo, morto, le nostre chiamate, il trillo a vuoto del telefono fisso che squilla mentre lui, che è solo, è steso lì e sta irrigidendo. Annuso, non c’è odore di cadavere, nonostante la prossimità al calorifero. La faccia è distesa. Non oso toccarlo: io dovrei avere un sacro terrore dei cadaveri.
Eccolo lì. La crisalide svuotata di mio padre.

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