MEDIUM – 7. LA SVOLTA

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LA SVOLTA
“La chiamata rimbalza su molti server. L’utenza è irrintracciabile. Non sono nemmeno in grado di dirti se proviene dall’Italia o da fuori” mi dice il Contatto al cellulare.
“E’ incredibile” sussurro.
“E’ un professionista” risponde.
“Un professionista? Ma perché?”
“Hai bisogno di aiuto? Ti mando su a Milano qualcuno?”
“Ti ringrazio, ma cosa possiamo fare? E non è una minaccia… Non c’è pericolo. Se ci sono novità posso disturbarti?”
“Sono qua apposta. E’ una cosa strana e andrei coi piedi di
piombo”.
“Anche se non sembra, vado sempre coi piedi di piombo”.
“Giuse’, se c’è uno che ha le ali ai piedi, sei tu – altroché piombo…”
Ridiamo. E’ la prima volta che rido dalla morte di mio padre.


mediumicoaudio.gif Lo sgombero è impressionante.
Le attività dell’uomo si concretano in traiettorie che lasciano dietro di sé strisce di bava, destinate a cristallizzarsi. L’umano è lumaca. Strisce di bava che si contraggono in oggetti, in lasciti, in caratteri, in scritture. Documentazioni pronte a perdere senso dopo un intervallo minimo di futuro.
Su qualunque feticcio l’uomo lasci dietro di sé, egli imprime un’aura. Tale aura è spesso fisica: l’odore della persona satura i suoi oggetti. Le sue abitudini, reificate in un cosmo sterminato e compresso di oggetti quotidiani, portano l’impronta. Ogni scena è passabile di essere scena del crimine, anche in assenza di crimine.
Lo sgombero è l’evoluzione finale di questo trascinamento mortuario, poiché la bava che lasciamo al nostro passaggio è funebre. Ci sostiene, dando conferma ad atti che necessitano di un appoggio per essere ripetuti e abitudinari. Però è svuotata di vita, una strisciata di carattere inorganico. E’ un celibato, l’interiore che si esteriorizza e, visto nella sua forma definitva, quando la lumaca è stata schiacciata, esso appare deludente, per quanto fitto di occorrenze: la lametta usuale per radersi, le pillole dello psicofarmaco Zoloft già estratte dal blister per essere assunte il mattino successivo alla morte, le lozioni consumate per metà e il cui arresto di consumo non era previsto, i faldoni (moltissimi) di documenti e distinte le cui cifre si perdono inutilmente decenni addietro, i vestiti intrisi di antitarme, la stecca di sigarette e il portasigarette in cuoio che profuma del profumo cosparso sul collo per anni, con l’accendino accluso, le fotografie di una gioventù prematrimoniale in bianco e nero, la pistola nel comodino con accanto scatolette contenenti centinaia di proiettili, tutte le tessere del PCI dal ’52 all’’89, i telecomandi, i piccoli contenitori bomboniera dove infilare oggetti senza rilievo, l’archivio memoriale della famiglia perduta, negli armadi, nei fustini Dash svuotati e colmi di giocattoli risalenti a un ventennio precedente, l’immenso accumulo di pastiglie rosee e gigantesche chemioterapiche, il paté non consumato nel frigorifero semivuoto tipico dell’uomo che è solo, le chiavi di serrature che furono e che non sono più da anni, il passaporto e i passaporti scaduti con la progressione anagrafica testimoniata dalle fototessere, i deodoranti per ambiente che emanano acuto profumo silvestre, atti di morte relativi a parenti scomparsi anni addietro, pasta nelle madie della cucina poco stipate di generi commestibili, lo straccio accanto al lavello ancora sporco di tracce ambigue, la carta igienica in metà rotolo appesa di fronte alla tazza del water, penne prive di inchiostro, fogli su cui sono appuntati numeri di telefono nella grafia incerta ma calcata che segnala il tremore convulso della mano, rubriche telefoniche antichissime, istruzioni mediche su come comportarsi in caso di diarrea oncologica o di afte da chemioterapia, l’impianto stereofonico con il cd di Mina ancora infilato nel lettore…
E libri a profusione.
Quando arrivo, alle sette del mattino, gli uomini del signor Antonio sono già al lavoro e hanno toccato i libri. Non stava nell’accordo ed esplodo, furibondo. I nervi si scuotono, bercio contro gli operai, i libri non andavano toccati. Del resto questi manovali dello sgombero devono essere abituati a sfoghi nervosi in occasioni come queste, sgomberi postmortem, perché non fanno una piega. Non hanno impacchettato i libri: sembrano averli consultati, sfogliati, ispezionati. Quando arrivo io, sono a metà dell’opera sulla libreria in anticamera. Dopo la mia sfuriata, si danno a smontare i mobili, in silenzio, sotto lo sguardo del signor Antonio, che non assomiglia, bensì è identico a Lovecraft. Attende, le lunghe braccia parallele al corpo, senza nemmeno incrociarle, immobile per ore.
Mia madre e mia sorella fanno il loro ingresso, incominciano a rovistare, selezionano.
Io chiamo la polizia: bisogna denunciare la pistola. Quando la polizia arriva (un appuntato bovino e meridionale, un aiutante secco e alto), avverto una tensione intensa tra i lavoratori del signor Antonio. Inesplicabile. Lui si affaccia sulla soglia della cucina, dove i poliziotti stanno contando, uno per uno, i proiettili conservati da mio padre, che risulteranno superare il numero di quattrocento. C’è da denunciare anche un fumogeno che mio padre sottrasse ai tempi del militare. I poliziotti appaiono sorpresi per la presenza di aggeggi tanto pericolosi in un contesto così civile.
Firmo la denuncia, è come firmare una denuncia contro mio padre. Pena e colpa. Non ha fine…
La polizia se ne va, lo sgombero continua. Tutto fuoriesce dalla finestra del salotto, dove io mi dò da fare e sposto i libri dalla biblioteca a parete. Tutti i libri letti nell’infanzia. Insieme a Papillon, il più caro a me è proprio Lovecraft, I mostri all’angolo della strada, un’antologia curata da Fruttero e Lucentini: è l’orrore della mia infanzia e uno degli sproni a scrivere, a volere ostinatamente scrivere, per inventare universi paralleli, per creare un mito chiuso in se stesso, il terrore come vibrazione di fondo in una struttura che qualcuno ha visto e abitato. Geometrie impossibili, architetture di un barocchismo disumano. L’elemento disumano, soprattutto. Ciò che supera la specie. La controprova che, estinta la specie, la corrente del racconto non si arresta. Entità aliene, deità deformi, morfologie enigmatiche, la vista umana che non regge…
Mi accaloro, sposto libri cari a mio padre.
Tutto Brecht, volumi Einaudi pesantissimi, da stipare negli scatoloni.
Davanti ai volumi di Brecht, piccoli libretti, miniature e una medaglia: risalgono al viaggio che mio padre fece nel 1981, con una delegazione del Partito comunista, nell’allora impenetrabile Repubblica Democratica Tedesca. Una nazione che è un buco nero della storia contemporanea. Berlino Est e Lipsia furono le tappe di quel viaggio, dove mio padre conobbe di persona Honecker. Ricordo che tornò entusiasta. Mi parlava dell’inimmaginabile perfezione dell’organizzazione sociale, della pulizia ubiqua, degli operai che, usciti di fabbrica, si recavano a teatro per assistere gratuitamente a rappresentazioni dei drammi di Brecht, dell’avanzamento tecnologico della DDR, pronta a suo dire a spedire sonde satellite su Marte. Era gioiosamente entusiasta, era cioè fintamente entusiasta. Colsi la finzione. L’impressione mi rimase indelebile. Smise di parlare della DDR due giorni dopo essere tornato. Inesplicabile per altri, forse: non per me. Ebbe una crisi devastante. Si diede all’alcool e al mutismo con rinnovata intensità. Smise non solo di parlare della DDR: smise di parlare in assoluto. Non mi parlava. Fu il prodromo al tentato suicidio, avvenuto pochi mesi dopo il ritorno dalla Germania dell’Est…
In un reparto, chiuso da una vetrina, il diorama di fossili e minerali raccolti da mio padre: al centro, una sorta di aggregato minerale nerissimo e massiccio, che sembra avere subito una combustione più potente di quella lavica. Non so cosa fare di questi minerali. Mio padre ci teneva. Esattamente come il padre di Federica, era laureato in geologia, con il leggendario Ardito Desio, colui che organizzò, da furbo barone universitario, la contestata scalata italiana al K2, quella di Bonatti e Compagnoni. Ardito Desio, in sede di discussione di laurea, disse a mio padre di non svolgere mai la professione del geologo. Mio padre raccolse questi residui sotterranei, questi fossili animali, questi calchi di vite state. Afferro soltanto il piccolo masso eroso centrale, tanto nero da risultare lucido e luminoso. Due operai del signor Antonio mi passano accanto, si fermano allarmati, non capisco perché. Guardano il signor Antonio, anche io lo guardo, lui mi rimanda un’espressione nulla, in cui qualunque fisionomia avrebbe la sua fine: la faccia zero. Copro con un panno il reperto minerale, lo infilo in uno scatolone, mi dedico ai molti libri che rimangono.
Abbandono i doppioni: titoli che già posseggo. Li accantono per Gisella.
Raccolgo i classici.
Arrivo all’ultima fila in alto, nello scaffale centrale, che, a differenza degli altri ripiani, è una fila doppia. In prima battuta: Sciascia, tutto Pavese. Ordinatamente raccolgo nello scatolone. In seconda fila, a sorpresa, Peter Kolosimo. Resto senza parole. Cosa se ne faceva, mio padre, di tutta l’opera di Peter Kolosimo?
Peter Kolosimo
Si immaginino, poiché la Storia in questo tace, alcuni uomini a cena. Studiosi di archeologia, di misteri ancestrali, esperti d’esoterismo, accaniti divoratori di documenti dimenticati dalle scienze ufficiali (almeno, a loro dire), allineatori di impossibilità e comparatori di mitologie: stanno commentando un passo del tecnografo groenlandese Knud Rasmussen relativo a certe leggende eschimesi. Intorno a loro, riproduzioni di statuette bizzarre che sembrano opera da un Karel Thole maya, etrusco o atlantideo, proiettano sulle pareti ombre lunghe. “Gli atlantidei non conoscevano il sole. Vivevano nell’oscurità, il giorno non sorgeva mai. Soltanto nelle abitazioni disponevano di luce. Bruciavano acqua nelle loro lampade, perché a quel tempo l’acqua poteva bruciare. La gente, che non sapeva come morire, esorbitava: aveva sovraffollato la Terra, e allora venne un grande diluvio. Molti annegarono, il pianeta fu spopolato. Sulle vette delle alture più impervie, dove spesso noi troviamo mitili, scrutiamo le tracce di questo diluvio”.
Uno dei commensali è Robert Charroux, esploratore e archeologo dalle idee piuttosto anticonvenzionali. Con un buon sorriso, sempre a metà tra realtà e sogno scientifico, commenta:
“Supponiamo di essere a bordo di un’astronave lanciata nello spazio. Il giorno, fuori, non sorgerebbe mai, solo nella nostra “abitazione” avremmo luce. E il combustibile? Nell’idea di un primitivo potrebbe essere soltanto acqua che brucia”.
“Ma questa è pura science fiction!” replica uno dei presenti.
“Certamente” ribatte sorridente Charroux. “Ma provate voi a escogitare un’altra versione”.
Peter Kolosimo (1922-1984) riporta queste memorie nel suo Fiori di Luna. Ecco il suo commento alle parole di Charroux: “Non trovammo altra spiegazione, e a ognuno di noi non rimase che fantasticare su remotissimi ricordi di viaggi spaziali giunti agli eschimesi, ovviamente deformati, attraverso chissà quante generazioni”.
Fu davvero un grande sognatore, Peter Kolosimo. Come Don Chisciotte, si costruì nel corso degli anni una biblioteca assolutamente sui generis e plasmò con logica inverosimiglianza teorie di fantarcheologia di cui rivestì il nostro lacunoso passato e che espose in bestseller mondiali. Ora totalmente dimenticati. Fu lui a lanciare la mitologia settantina del Triangolo delle Bermude, zona marina ad alto magnetismo che inghiottiva navi e aerei. Ora totalmente dimenticata. Sorprendente: Kolosimo insegnava in Italia. A Milano. All’Umanitaria, non distante da casa di mio padre. Apro il testo Non è terrestre e trovo una dedica affettuosa a mio padre: si conoscevano. Sono sbalordito. La dedica dice: “A Vito, che sa”. Sa cosa? Se penso a un illuminista, a un supermaterialista, a un devoto adepto della teoria dialettica marxiana, a uno scettico assoluto, a un voltairiano che ha invise allo stesso modo e col medesimo astio l’ipotesi religiosa e quella fantascientifica, a un severo censore di ogni delirio New Age o simile, quello era mio padre. Che per Peter Kolosimo è colui che sa. E cosa doveva sapere? Che gli Ufo hanno creato la vita in un laboratorio planetario denominato Terra e la controllano senza farsi vedere? Che gli atzechi e gli egizi costruirono le piramidi a imitazioni di astronavi? Queste per mio padre erano sacrosante cazzate. Ma forse Peter Kolosimo si riferiva a una comune appartenenza politica. Peter Kolosimo era comunista?
Conoscevo Kolosimo, propellente straordinario per narrazioni psichedeliche, alla Burroughs. Possedevo a casa mia almeno metà dei libri che occupavano la seconda fila del ripiano superiore e centrale della libreria di mio padre: acquistati da remainder nella mia pubertà costituivano la logica continuazione del sogno Papillon-Lovecraft, erano efedrina immaginaria, lsd sottoletterario. La “K” del cognome Kolosimo mi aveva incuriosito, ai tempi. Era italiano, cosa significava quell’esotismo kafkiano nel cognome? Era una trovata da marketing editoriale? Era nato nel 1922 a Modena ed era morto a Milano nel 1984. Suo padre era stato generale dei carabinieri originario di Colosimi sulla Sila in Calabria, e la “K” banalmente derivava dal fatto che la madre era americana, cresciuta alla periferia di New York. Bambino, crebbe a Bolzano, e quindi la “K” poteva derivare anche da un tentativo di adattamento all’ambiente odiosamente tedesco degli altoatesini. Era perfettamente trilingue. Le biografie recitavano che stranissimamente Peter Kolosimo aveva deciso di emigrare e di iscriversi all’Università a Lipsia laureandosi in Filologia germanica. Lipsia, la medesima città visitata da mio padre nel suo viaggio di partito nell’81, tre anni prima della morte di Kolosimo. Forse l’autore di Astronavi sulla preistoria era una spia della DDR? Cosa significava quell’occultamento dei suoi libri, nella casa in cui avevo vissuto diciassette anni senza venire a conoscenza della presenza di quella fantascienza d’accatto, di quei deliri fantarcheologici?
Perplesso, smonto la fila dei libri, anche se ci sono doppioni, scarico titoli assurdi: Terra senza tempo, Ombre sulle stelle, l’incredibile Non è terrestre, Odissea stellare, l’inquietante e paracastanediano Guida al mondo dei sogni, l’ecumene cosmica di Fratelli dell’infinito, l’ambiguo e occulto Polvere d’inferno, l’indicibile (fino a sfiorare il comico per la tesi, che è però di fatto una realtà) Italia mistero cosmico, Civiltà del mistero, Viaggiatori del tempo.
Smonto, infilo nello scatolone, osservo da cinque passi di distanza i ripiani svuotati e vedo: dietro la fila dei libri di Kolosimo che ho appena sistemato, c’è una busta. Verticale. Appiccicata al fondo di legno della libreria. Immagino sia appiccicata per via della pressione dei libri, del tempo da cui è lì.
Gli operai e il signor Antonio sono improvvisamente allarmati, questa tensione mi infastidisce.
Mentre mia sorella pesca tra documenti incredibili, ritrova temi delle elementari e delle medie, scova fotografie mai viste della gioventù teatrale di mio padre (rappresentazioni di drammi brechtiani in un centro sociale da lui fondato, lui accanto a Strehler, lui accanto a un Umberto Eco giovanissimo), salgo su una sedia e stacco la busta che ho trovato.
Nessuna colla ha sigillato la busta alla parete lignea: è il tempo, è la pressione. Il tempo è la pressione.
Cos’è questa busta?
Scendo dalla sedia.
La apro.
Contiene un’ode in greco antico: strofe saffiche che devo avere scritto io al ginnasio. Non me ne ricordo. Si tratta di un inno alla figura del padre. Riconosco la scrittura in greco antico, è indubbiamente la mia.
Il foglio, piegato in due, contiene un altro foglio.
Apro e leggo.
E’ una lettera.
Il pianeta si rovescia.
Mio padre risorge.
Un cataclisma spopola il globo, il diluvio lo inonda.
Una lettera d’amore a mio padre, datata 1981, scritta da una donna di Lipsia, riconfigura radicalmente ciò che sapevo e che so.
Mio padre non è mio padre e non perché è morto. Rinasce in una forma. Sisma in tutti i miei ricordi. Ogni mia trascorsa valutazione su di lui è rivoluzionata. Socchiudo la bocca, espiro a fatica. La storia non era quella saputa.
La mente si allarga. Il mondo antico e conosciuto è fatto nuovo e misterioso.
Ovunque, Kolosimo, papà, respiro.
Capovolgimento dell’addio.