MEDIUM – 8. LA LETTERA

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LA LETTERA
La scrittura è tondeggiante, forse un po’ infantile. Il lessico è ricco. Ci sono incertezze grammaticali giustificabili. Ne deduco che si trattasse dell’interprete tra le due delegazioni, quella del PCI e quella della SED tedesco-orientale.
Leggo e rileggo.
E’ incredibile.
E’ morto solitario. Non l’ho mai visto insieme a una donna che non fosse mia madre.
Questa lettera sposta tutto.
Non c’è data. E’ firmata soltanto con l’iniziale del nome: “G.” – suppongo per motivi di sicurezza. La Stasi controllava tutto, come dimostra il post scriptum.
E’ il documento della deviazione.

Mio caro,
avendo risentito la tua voce avevo ritrovato tutti i sentimenti per te e i ricordi ai nostri 5 giorni vissuti insieme. Avevo tante cose a dirti, ma parlando con te avevo dimenticato tutto, per tutto quanto era successo, ero molto eccitata, con i ginocchi tremanti. Sai che non avevo riconosciuto la tua voce subito? Ho messo qualche tempo per ritrovarla.
Voglio essere sincera, cosa che chiedo anche di te, perché la Grande Cosa tra noi rende tutto difficile che è da vivere solo di questo modo.
Dunque, ho passato una settimana dura dopo la tua partenza con gli altri, visto quello che era successo. Ero paralizzata, vivevo solo ricordandomi tutti i giorni della settimana prima, rivivendoli nella mia memoria, senza aggiugere immaginazione come capita di solito. Non facevo niente, c’era la grande, stragrande tristezza. Ma poi, rivedendo gli amici del Centro e sentendo sempre che bisogna riadattarsi alla vita qui e ritrovare il ritmo del Lavoro, tanto importante come sai tu, e anzi rafforzato dopo ciò che è accaduto in quei giorni, il ricordo della settimana scorsa stava già impallidendo anche se era risentito con tristezza e nostalgia per l’eccezionalità di quello che avevamo vissuto insieme.
Questo dato di fatto mostra ciò che ti dicevo già a Limbach, che dopo 5 giorni non si può decidere del proprio futuro. Ciò che abbiamo sentito e fatto insieme dice che tutto sarà realizzabile solo con tante difficoltà che mi fanno paura. Ho tanta paura, ma c’è anche l’idea di ribellione e di forza, dicendomi: se abbiamo la possibilità di modificare il futuro, perché si dovrebbe rinunciare a questa prospettiva che ci potrebbe dare la felicità, la vita, così come per tutto il mondo?
Ma per questo bisognerebbe essere sicurissima di me stessa e dei sentimenti dell’altro e dopo quello che è capitato a te non ne sono. Dunque non posso scriverti altro che la mia insicurezza e ti lascio con la decisione di venire o no, però pregandoti di venire, perché è così importante. Non abbatterti. E’ una Grande Cosa tra noi, anche se mi fa tanta paura.
Se vuoi venire (cosa che, senza dubbio, mi farebbe felicissima) vieni come turista. Un’altra visita in delegazione farebbe sospettare le autorità. Ma facendo le formalità ti prego di non dire mai che vieni da me, né il mio nome. Ufficialmente vai in un albergo qui o fai il campeggio, forse puoi fare prenotare e pagare l’albergo già in un’agenzia di turismo in Italia (in Francia è possibile, credo che è meno caro così).
O vieni in un gruppo di turisti. Posso anche venire da Lipsia a Berlino Est se ci saresti. Ma così avresti anche un programma turistico! Se vieni così penso che non si deve fare lo scambio obbligatorio di 25 DM (occidentali) per giorno.
Anche se dovresti venire, ti prego di non scrivermi, almeno con la posta. E neanche al Centro, perché tutta la posta è aperta dalle autorità specifiche e siamo sotto osservazione. Trova qualcuno che sta venendo qua e dagli la lettera. O mi telefoni dall’aeroporto. (Un numero a Lipsia ancora: 0941/581249, il mio amico che parla l’inglese), o mi spedisci un telegramma con i dati di arrivo per non insospettire.
In ogni caso, se vieni o no, devi sapere che questi pochi giorni nostri sono scolpiti per sempre nella mia memoria e non ti dimenticherò mai dopo quello che hai fatto.
Tanti baci a te! Adesso scrivendoti e pensandoti risento la grande nostalgia, l’importanza che hai avuto, la Grande Cosa che abbiamo vissuto.
Ti bacio,
G.
PS. Da due giorni ho ricominciato il Lavoro, anche se in grado modesto. Senza di te è impossibile, sarebbe impossibile per chiunque. Oggi, quattro ore a casa. Sto anche avanzando nella tesi.
Ti faccio pervenire questa lettera con l’intermedio di uno studente che vive qui.

mediumicoaudio.gif Ho mostrato la lettera a mia sorella, abbiamo deciso di non dire niente a nostra madre. Nell’81, nonostante lei tradisse ripetutamente nostro padre, lui censurava con umiliazioni angoscianti, a partire da una superiorità moralistica inattaccabile – perché lui non la tradiva. Il suo moralismo era una variante della pignoleria ossessiva, del prussianesimo burocratico, della paranoia compulsiva. La lettera mandava in frantumi l’immagine di un asceta eroico: un eroismo insopportabile e cattivo, un integralismo che puzzava di cattolicesimo, un’ascesi capovolta che lo aveva corroso almeno quanto il tumore.
Tutto era ribaltato.
La ragazza era di Lipsia o di Limbach. Sicuramente, la traduttrice di servizio per le delegazioni politiche. Giovane, per il modo in cui accenna al “lavoro” e per la menzione della “tesi”. E’ terrorizzata dalle pratiche di controllo statale messe in atto dalla Stasi, la famigerata polizia ubiquitaria della DDR. Il che conferma quanto avevo còlto nell’entusiasmo del dopoviaggio in mio padre: finzione o, fatta salva una buona fede, cecità. Avevo undici anni, ai tempi, ma i ricordi erano vividi, nitidi.
Gisella è distrutta dalla prospettiva che emerge dalla lettera. La ragazza tedesca scrive dopo che mio padre, tornato a Milano, a distanza neanche di una settimana, le ha telefonato e le ha prospettato una vita insieme, un progetto di vita insieme. Ricordiamo il crollo che ebbe, un anno entro il ritorno da quel viaggio, che a noi sembrò una parentesi esotica minima, immediatamente dimenticabile all’interno del dramma silenzioso in cui eravamo murati nell’appartamento buio, coi quadri teosofici, in cui tentavamo di mantenere separati padre e madre, perché il primo non uccidesse la seconda. E nostro padre, invece, progettava di…
E quindi era autentico entusiasmo. C’era un elemento di finzione: depistare, parlare della DDR ma intendere una ragazza lì conosciuta e amata per cinque giorni. Con cui progettava di convivere, di abbandonarci – di liberarci. Sarebbe stato felice? Avrebbe funzionato? E al crollo del Muro?
Elementi, dissonanze.
Non riesco a ricostruire il puzzle.
E’ possibile costruire, non si ricostruisce mai.
Cosa si edifica su queste fondamenta fragili, risalenti a 25 anni fa, inchiostro che lascia traccia tremula di un terrore commisto a sentimenti amorosi?
Niente. E’ un viaggio verso il niente.
Gli uomini del signor Antonio hanno terminato. La casa è svuotata. La memoria è violata. La lettera ha modificato la memoria. L’extremis è fatale. Ritorno, nella stanza vuota dove è morto, sull’area dove l’ho ritrovato, dove ho desacralizzato tutto facendo all’amore con Federica. Due metri quadrati di parquet.
Tutto è cambiato.
La casa è nuda proprietà. Non un segnale della presenza dei Genna tra queste mura. Mi pare incredibile: tutto messo sotto ambra soltanto fino a poche ore fa e adesso…
Squilla il telefono.
Ora ho paura. C’è ira. Sì, sono loro: “Tu ora non cadere nelle tentazioni, lo aveva detto che nonostante i tentativi per non portarti lì tu ci cadevi, nelle tentazioni. Prevedeva bene, benissimo. E sta tornando…”
Freno l’ira. Adotto istrionicamente un tono caldo. “Mio padre? Aveva previsto?”
“Prevedeva molto bene. Il giorno, l’ora. Abbiamo verificato telefonando, era già morto, non rispondeva più. Non devi giocare con noi. Anche noi vediamo. Siamo sempre e solo noi. Molto male è stato fatto. Ci attende il male. Tu non devi cedere alle tentazioni, perché se cedi alle tentazioni…”
Chiudo la telefonata.
La voce è inquietante.
Il telefono poggia direttamente sul pavimento, è l’unico oggetto rimasto in casa dopo lo sgombero.
Gisella è andata a lavoro.
Federica è a casa mia, mi aspetta, non sa nulla della lettera. Io non so nulla della lettera, se non che poteva mutare la mia vita e non ha mutato niente, se non ciò che è giunto in extremis, nemmeno in extremis: dopo la fine.
Sono esausto e preoccupato dalle telefonate. Medito se richiamare il Contatto.
Prendo un caffè al bar di piazza Martini, dove occasionalmente mio padre si fermava, il bar non gli piaceva. E’ gestito da due giovani cretini che sembrano l’emulazione riuscita dei due aiutanti dell’agrimensore K. nel Castello di Kafka. Preparandomi il caffè, uno dei due fa roteare per aria una bottiglia e la riprende al volo per il collo, senza nemmeno guardarla.
Bevo il caffè, stravolto, apro a caso la Gazzetta dello Sport, vedo che una squadra italiana sta trattando l’acquisto di un giocatore tedesco che si chiama Limbach.
Limbach, il paese della ragazza. Ex DDR.
Le coincidenze ormai, a differenza che nel passato, non mi esaltano: mi irritano.
Esco dal bar. Incrocio un vecchietto, un amico di mio padre. Lo chiamano Carneade, perchè una volta in latteria chiese, mentre mio padre citava Manzoni: “E chi cazzo è questo Carneade?”. Non si appoggia al bastone: affida tuto il corpo, a peso morto, allo stecco di malacca e avorio. E’ pallido, ridotto a un’unica ruga che solca ogni centimetro di pelle. Gli occhi cerulei sono offuscati per il problema alla rétina dei vecchi. Mi viene sotto, mi abbraccia. Mi chiede come sto. “Sono stravolto. Ho appena concluso lo sgombero…”
“Hai sgomberato da solo tutta la casa?”
“No. Un’agenzia. Mi ha dato il numero la figlia di Amedeo”.
“Quale Amedeo?”
Dev’essere rintronato: Amedeo e mio padre erano sempre assieme, al bar latteria. “Amedeo. Quello che è appena morto. L’amico di papà”.
Il vecchietto rimbalza con il collo come una tartaruga: “Amedeo ha due figli. Maschi. Non una figlia. Non esiste una figlia di Amedeo”.
La spirale mi prende la testa.
Estraggo il cellulare, il vecchietto mi è ancora davanti, la bocca salivosa aperta, chiamo il numero del signor Antonio.
Risulta inesistente.

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