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GRANDE PADRE BURROUGHS: versione audio mp3, 3.8M, 8:19 [in incipit, WSB. legge da Nova Express, del 1965, il passo che inizia con “This, gentlemen, is a death dwarf…”. Il frammento musicale che segue è tratto da Paris dei Self Portrait Blues]
Grande Padre William Seward Burroughs aiutami.
Aiutami e la tua presenza sia un soffio cilestrino che spinge le mie spalle slogate dalla croce a cavalli e pulisce l’aureola che mi serra il cervello, la purpurea immonda, sostanza sottile e fantasma di disperazione, è l’irruzione ematoencefalica di me nel mondo, del mondo in me, cosa sia il mondo sia da te detto, ripetuto, cancellato, come la mano sullo scisto nel deserto fuori città e è essa che spazza i granuli di terriccio e annulla orme in preda al vento, ché tu sei vento, Grande Padre William Seward Burroughs.
Torno nella casa, è abusata. E’, essa, la vuota, la svuotata, è bianca. Non un orizzonte guida me sulle sue piste magnetiche. Non so cantare. Non so viaggiare. Non ho lavoro. Non ho amore. Non compio la discesa nel grande fossile che è vivo. Non vedo tra il fogliame ergersi curvo l’essere albino con gli occhi rossi che incrocia, stupito, il mio sguardo. Sono istupidito, Padre. Io figlio a te opposto contro la propria volontà, schiacciato dai granuli di esperienza che traduco in farmacologie, in atti di occulta disperanza.
Grande Padre Burroughs dimmi, aiutami, per me sommuovi il mondo, spingimi, ché da solo io non…
Tu che hai trovato, non trovato amore – aiuta me che non trovo amore. Tu che hai scorticato il coniglio selvatico del fare, libero in pianure mentre sfrecciava macinando con i veloci dentini perlacei l’erba di riporto che sono le mie vene – aiuta me che non riesco a fare. Tu che sul lavoro hai sputato – aiuta me che intendo lavorare, che intendo essere il centauro di panno lenci in mano al bambino Giuseppe Genna. Sia strappato il centauro, diviso in longitudine, spartito finalmente, fuoriesca la lanula di fibra vetrosa, bianca, lattacea, finalmente. Finalmente. Finalmente….
Il vecchio secchio di rovere, il dorato secchio di rovere.
Nell’industria non si può mai essere certi di nessuno, di nessuno.
La scrivania smaltata. Troppi sottopassaggi. E nascondigli, impossibile avere un alibi quando si mette fuori una mano.
Ascolta: grida di un ragazzo in fiamme inalate dal vecchio, occhi come una vasta piana.
Un grande peso discese dal cielo, i venti della terra sferzarono le palme piegandole fino a terra. Onde di maremoto invasero il calendario di controllo in pietra, circolare, indecifrabile. Il segreto di quel calendario. Il posto a cui appartieni.
“Noi non trasmettiamo le notizie. Noi le scriviamo”.
Sto male. Vedi? “Le ombre ritornarono”.
La monotonia dell’esistenza ti rendeva piuttosto semplice restare travestito da seminfermo mentale. Vedi?
Le ombre sono d’oro. Sono alate fiamme. Salgono i fiumi verticali ombrosi, fluidi di sostanza nera quando chiudi le tue palpebre consumate, esse si involano al centro di te che sai non è. E io?
Aiutami, Grande Padre William Seward Burroughs.
Sto male.
Sto male senza avere consumato nemmeno un’az…
Sto male, sono vuoto, sono la conca del malessere, cerco un invaso d’acqua, Padre Grande William Seward Burroughs. Leggo in te disperazione, leggo in te redenzione. Sono la disperazione.
Vertigine dall’ozonosfera verso il bacino in secca crepato nel fondo in criosoto.
Colma la faglia oceanica che mi separa da te, io incapace di esserti prossimo, colmo di desiderio che non conosco. In questa mattina in cui si profila la vasta piana bianca che mi fa stare male. Dove sia l’orizzonte. Dove sia l’umano che si profila all’orizzonte. Piccola sagoma indistinguibile, nera, carbonizzata, verticale in avvicinamento. Carbonizzato, gli occhi accesi dalla lacrimazione, l’epidermide incarbonita: sei tu.
Quell’odore di stantia alba dove io sto. Sto chiamandoti.
“Vieni con me, Mister?”. Supplico: poni la domanda.
Si alza in trance e si strangola senza alterare la propria espressione, né tirare la lingua dentro.
Ricavami.
Fammi da ponte.
Intervieni e muovi questa foresta pietrificata che attorno ho: è dove sto. Rimangono solo ossa che ridono, le mie sono lamenti, oh!, le flebili radiazioni foniche… Vedo insieme a te brandelli di carne sulle colline dei crani.
Siamo coscienti del problema, e abbiamo bene chiari in mente i bisogni dei nostri lettori dal momento che risiedono sempre lì.
Aghi si arrugginiscono dentro la carne secca.
Padre, non ho più vene.
Dammi sangue.
Dammi la sottrazione.
Dammi l’eccedenza che mi innalzi, ala di fuoco, dagli aculei, dall’odioso falsetto.
Dammi la vista, fammi vedere cosa si infila tra le mie labbra condotto dalle punte della forchetta.
Dammi alchini salvatori.
Dammi chimica a strappi.
Sono troppo debole e troppo vecchio per inseguire altre prede, io, lo sdentato: non ho più denti, Padre.
Conducimi ovunque sia ovunque.
Inarcami il semplice sorriso.
“E adesso veniamo alla questione del mio onorario…”
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