Ho ritrovato alcune mie poesie scritte nel 1992. Stavano in un piccolo albo pubblicato nel 1995 da un’associazione culturale anconetana, per celebrare una manifestazione poetica. Mi ricordo che mi avevano invitato, ero andato, la noia del viaggio sull’Adriatico, questo treno lento, io sempre solo, che mi chiedevo perché ero sempre solo, e poi la finzione della contentezza con gli organizzatori, la cortesia e la gentilezza un po’ timida e nemmeno ostentata, la presentazione ai notabili poeti del loco, questa cena con i notabili medesimi e l’organizzatore mio coetaneo un poco brillante, la lettura in due minuti sotto un porticato umido. Ero ospitato a casa del giovane organizzatore, in un divano letto nel salotto, impiegai poco a rifugiarmi con certa disperazione in un sonno pesante, svegliato dalla luce bianca del primo mattino di quella città grigia, anonima, qualcosa di genovese non sviluppatosi. Me ne andai con una tristezza un poco rassegnata, riflettendo sull’inutilità delle occasioni di incontro che non lo erano e sulle poesie che scrivevo che forse non lo erano, e sulla scrittura: cosa avrei fatto? Quel falsarmi, quella fatica che sempre mi sfiancava… A ogni buon conto, ecco la poesia. Mi fa un po’ impressione pensare che ventidue anni fa scrivevo questi versi. Chi ero? Ero davvero io? Mi pare quasi impossibile abbracciare una sfoglia remota di me, una crisalide che ero, molte vite addietro, quasi senza commozione, ricordando male, in una luce bassa per penuria di volt. La raccolta si intitolava “Il cappotto di Mandel’stam” e questo è il testo che ho recuperato:
Come un ladro ho arato
tutti i quaderni della solitudine, intatti,
visitato il legno delle fronti, accolto i panni dell’età.
Fuori della casa, nel cortile del ciliegio,
ancora di notte Mandel’stam raccoglie
acqua fredda col mestolo. Lo vedi, è un poeta.
E’ una linea dentro, una spalla di luce,
la stessa trafila dei suoi abiti lisi, anni fa.
Non si allunga l’elenco dei minuti nani.
Continua a essere un padre, la buona credenza,
ripone ogni parola
in una stanza consumata, nell’incanto del passo
quando un piede tocca terra prima di lasciarla.
Solo allora è un angelo, lo siamo tutti.
Sulle labbra abita sempre l’angelo della parola ‘tutti’.
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