Hugo e “I miserabili”: schiacciare il contemporaneo

10372786_10203782172502265_6708147221518563092_nNel 1862 centinaia di migliaia di operai e appartenenti alla plebe parigina e francese tutta esaurirono la tiratura di un libro di Victor Hugo, centinaia e centinaia di pagine tra cui si leggevano queste. Organizzarono collette per comprarne le copie, che vennero lette a turno e chi veniva estratto si sarebbe poi tenuto la copia. I miserabili francesi leggevano queste cose. Dov’è la trama? La lingua è troppo “alta”? Le parole sono difficili? L’azione non scorre? Contemporanei: andate tutti a fare in culo.

VICOLO PICPUS, NUMERO 62

Non v’era nulla che più rassomigliasse, mezzo secolo fa, ad un portone qualunque, quanto il portone del numero 62 del vicolo Picpus. Quel portone, abitualmente socchiuso nel modo più invitante, lasciava scorgere due cose che non hanno nulla di molto funebre, vale a dire un cortile, circondato da muri letteralmente tappezzati di viti, e la faccia d’un portiere in ozio; al disopra del muro, in fondo, si scorgevano alcuni grandi alberi. Quando un raggio di sole rallegrava il cortile, quando un bicchier di vino rallegrava il portiere, era difficile passare davanti al numero 62 del vicolo Picpus senza riportarne un’impressione ridente; eppure, s’era intravisto un luogo tetro. Se la soglia sorrideva, la casa pregava e piangeva.
Se, cosa non molto facile, anzi per quasi tutti perfino impossibile, poiché v’era un Sesamo, apriti! che bisognava sapere, si riusciva a superare il portiere; se, lasciato indietro il portiere, si entrava a destra in un piccolo vestibolo dal quale si accedeva ad una scala limitata da due muri e così stretta che poteva passarvi solo una persona alla volta; se non ci si lasciava sgomentare dalla tinta giallo canarino collo zoccolo cioccolatto, che ricopriva i muri della scala e se ci si arrischiava a salire, si sorpassava un primo pianerottolo e poi un secondo, giungendo così al primo piano, in un corridoio dove il colore giallo e il plinto cioccolatto vi seguivano con un sereno accanimento. La scala e il corridoio erano illuminati da due belle finestre, poi il corridoio piegava ad angolo retto e diventava scuro; se si doppiava quel capo, si giungeva dopo qualche passo davanti ad una porta, tanto più misteriosa in quanto non era chiusa. La si spingeva e ci si trovava in una cameretta di circa sei piedi quadrati, ammattonata, lavata, linda e fredda, tappezzata di carta gialla a fiorellini verdi, da quindici soldi al rotolo: una scialba luce biancastra pioveva da un finestrone a piccoli vetri quadrati, che a sinistra occupava tutta la larghezza della stanza. Se si guardava, non si vedeva nessuno; se si stava in ascolto, non si sentiva né un passo né un mormorìo umano. I muri eran nudi e la camera non aveva mobili; nemmeno una sedia. Se si tornava a guardare, si scorgeva nel muro in faccia alla porta una apertura quadrangolare di circa un piede quadrato, munita d’una inferriata a sbarre incrociate, nere, nodose e solide, che formavano tanti quadratini, direi quasi delle maglie, di meno d’un pollice e mezzo di diagonale. I fiorellini verdi della tappezzeria gialla giungevano con calma e in ordine fino a quell’inferriata, senza che quel funebre contatto li sgomentasse e li facesse turbinare nell’aria. Pur supponendo che un essere vivente fosse stato così meravigliosamente magro da poter tentare d’entrare ed uscire da quell’apertura, quell’inferriata gliel’avrebbe impedito; ma, se non lasciava passare il corpo, lasciava passare lo sguardo, ossia lo spirito, e pareva che a ciò si fosse pensato, poiché l’apertura era stata rinforzata da una lastra di latta, incastrata nel muro, un po’ all’indietro, e forata da mille buchi più microscopici dei buchi d’una schiumarola. Nella parte inferiore di quella lastra era stata praticata un’apertura, simile a quella d’una buca per le lettere e un cordone di refe, attaccato al congegno d’un campanello, pendeva a destra del foro ingraticciato.
Se si scuoteva quel cordone, tintinnava un campanello e si sentiva una voce, vicinissima, che faceva trasalire.
«Chi è?» chiedeva. Era una voce di donna, dolce; tanto dolce, che finiva per essere lugubre.
Anche qui v’era una magica parola che bisognava conoscere. Se non la si sapeva, la voce taceva e il muro ritornava silenzioso, come se dall’altra parte vi fosse la paurosa oscurità del sepolcro; se invece si sapeva la parola, la voce rispondeva:
«Entrate a destra.»
Allora, alla propria destra, in faccia alla finestra, si notava una porta a vetri sormontata da un telaio pure a vetri e dipinta di grigio. Si sollevava il saliscendi, si varcava la soglia e si provava la stessa impressione di quando, a teatro, si entra in un palchetto, di quelli colla grata, prima che sia abbassata e il lampadario sia acceso; si era infatti in una specie di palchetto da teatro, a mala pena rischiarato dalla luce incerta che filtrava dalla porta a vetri, angusto, ammobiliato con due vecchie sedie e una stuoia dalle maglie disfatte, un vero palchetto col suo davanzale all’altezza dei gomiti, formato da una tavoletta di legno nero. Era munito d’una graticciata; solo, essa non era di legno dorato come all’opera, ma si trattava di un mostruoso traliccio di sbarre di ferro, incrocicchiate e fissate al muro con enormi impiombature, simili a tanti pugni chiusi.
Passati i primi minuti, quando lo sguardo incominciava ad assuefarsi a quella semioscurità da cantina, esso tentava d’oltrepassare la grata, ma non riusciva ad andare oltre sei pollici da essa, perché a quella distanza incontrava una barriera di imposte nere, consolidate e rinforzate da traverse di legno giallo cupo; ciascuna imposta era formata di sottili liste di legno articolate, che mascheravano tutta la larghezza dell’inferriata ed eran sempre chiuse.
Dopo qualche minuto, una voce vi chiamava dal di là delle imposte: «Eccomi. Che volete da me?»
Era una voce amata, talvolta adorata. Non si vedeva nessuno e a stento si sentiva il lieve rumore d’un respiro; pareva che vi chiamasse attraverso il muro della tomba.
In certe condizioni determinate, assai rare, la stretta lista d’una delle imposte si apriva dirimpetto a voi e l’evocazione diveniva apparizione. Dietro la grata e dietro l’imposta si scorgeva, nei limiti concessi dalla grata, una testa, di cui si vedevan solo la bocca e il mento, mentre il resto era coperto da un velo nero; s’intravedeva un soggolo nero e una forma appena appena distinta, coperta da un sudario nero. Quella testa vi parlava, ma non vi guardava affatto e non vi sorrideva mai: la luce proveniente dalla porta dietro di voi era disposta in modo che voi la vedevate bianca ed essa vi vedeva nero. Quella luce era un simbolo.
Pure, l’occhio si tuffava avidamente, attraverso l’apertura così praticata, in quel luogo chiuso a tutti gli sguardi. Un profondo vuoto avvolgeva quell’ombra vestita a lutto e gli occhi vi frugavano cercando quasi subito di discernere quanto circondava quell’apparizione; ma, quasi subito, ci si accorgeva di non scorger nulla. Si vedeva soltanto oscurità, vuoto, tenebre, nebbia invernale, vapore di tomba; era una sorta di spaventosa pace, un silenzio nel quale non si udiva nemmeno un sospiro, un’ombra in cui non si distingueva nemmeno un fantasma. Quello che si vedeva, era l’interno d’un chiostro; l’interno di quella casa tetra e severa che si chiamava il convento delle bernardine dell’Adorazione Perpetua.
Quel palco in cui ci si trovava era il parlatorio, e quella voce, la prima che vi aveva parlato, era la voce della monaca addetta alla ruota, che stava sempre seduta, immobile e silenziosa, dall’altra parte del muro, vicino all’apertura quadrata, difesa dalla grata di ferro e dalla lastra dai mille fori, come da una doppia visiera. L’oscurità in cui era immerso il palco ingraticciato proveniva dal fatto che il parlatorio aveva una finestra dalla parte del mondo, ma non ne aveva alcuna dalla parte del convento: gli occhi profani non dovevan nulla vedere di quel luogo sacro.
Pure, al di là di quell’ombra, vi era qualche cosa: vi era una luce. E in quella morte, una vita. E sebbene quel convento fosse il più murato di tutti, noi cercheremo di penetrarvi e di farvi penetrare il lettore per dire, in breve, alcune cose che i narratori non hanno mai viste e quindi mai raccontate.

[…]

IL CONVENTO, IDEA ASTRATTA
Questo libro è un dramma in cui il primo personaggio è l’infinito: l’uomo il secondo.
Ciò posto, poiché un convento s’è trovato sulla nostra strada, abbiamo dovuto penetrarvi. Perché? Perché il convento che appartiene tanto all’oriente quanto all’occidente, all’antichità come ai tempi moderni, al paganesimo, al buddismo, al maomettismo come al cristianesimo, è uno degli apparecchi d’ottica puntati dall’uomo sull’infinito.
Non è questo il luogo per sviluppare oltre misura certe idee; tuttavia, pur mantenendo assolutamente le nostre riserve, le nostre restrizioni e magari le nostre indignazioni, dobbiam dire che, ogni qual volta incontriamo nell’uomo l’infinito, bene o mal compreso, ci sentiamo penetrati dal rispetto. V’è nella sinagoga, nella moschea, nella pagoda, nel wigwam un lato orribile, che esecriamo, e un lato sublime, che adoriamo. Quale contemplazione per lo spirito, quale fantasticheria senza fondo! È il riflesso di Dio sul muro umano.
II • IL CONVENTO, FATTO STORICO
Dal punto di vista della storia, della ragione e della verità, il monachismo è condannato.
Allorché abbondano in una nazione, i monasteri sono un intoppo alla circolazione, stabilimenti ingombranti, centri di pigrizia, dove occorrono centri di lavoro. Le comunità monastiche sono per la grande comunità sociale quello che il vischio è per la quercia, il porro per il corpo umano: la loro prosperità e il loro benessere sono l’impoverimento del paese. Il regime monacale, buono agli inizi della civiltà e utile per ridurre la brutalità per mezzo della spiritualità, è nocivo alla virilità dei popoli. Inoltre, quando si affloscia ed entra nel suo periodo di dissolutezza, poiché esso continua a dar l’esempio, diventa nocivo per tutte le ragioni che lo rendono salutare nel suo periodo di purezza.
Le clausure hanno fatto il loro tempo. I chiostri, utili alla prima educazione della civiltà moderna, sono stati d’impedimento alla sua crescita e sono nocivi al suo sviluppo: come istituzioni e come sistema di formazione per l’uomo, i monasteri, buoni nel decimo secolo, discutibili nel quindicesimo, sono detestabili nel decimonono. La lebbra monacale ha quasi roso fin all’osso due mirabili nazioni, l’Italia e la Spagna, la luce, l’una, lo splendore, l’altra, dell’Europa, per secoli e secoli, e, nell’epoca in cui siamo, codesti due illustri popoli cominciano a guarire solo in grazia della sana e vigorosa igiene del 1789.
Il convento, e particolarmente l’antico convento di donne così come appare ancor oggi sulla soglia di questo secolo in Italia, in Austria e in Spagna, è una delle più tetre concrezioni del medio evo. Il chiostro, quel chiostro, è il punto d’intersezione dei terrori: il chiostro cattolico propriamente detto è tutto pieno della nera irradiazione della morte.
Il convento spagnuolo, soprattutto, è funebre. Là s’ergono nell’oscurità, sotto le vòlte piene di caligine, sotto le cupole vaghe per l’ombra, massicci altari babelici, alti come cattedrali; là pendono da catene uscenti dalle tenebre immensi crocefissi bianchi; là sono esposti, nudi sull’ebano, grandi Cristi d’avorio, più che sanguinanti, sanguinolenti, orridi e magnifici, di cui i gomiti mostran l’ossa, le rotule mostrano i tegumenti, le ferite mostran le carni e che sono incoronati di spine d’argento, inchiodati con chiodi d’oro, colle gocce di sangue sulla fronte fatte di rubini e con lagrime di diamanti negli occhi. I diamanti e i rubini sembran bagnati e fanno piangere in basso, nell’ombra, esseri velati, che hanno i fianchi martoriati dal cilicio e dallo staffile dalle punte di ferro, i seni schiacciati da una pettorina di vimini e le ginocchia scorticate dalla preghiera; donne che si credono spose, spettri che si credono serafini. Pensano, quelle donne? No. Vogliono? No. Amano? No. Vivono? No. I loro nervi si son fatti ossa, le loro ossa pietra; il loro velo è un tessuto di tenebre, il loro respiro sotto il velo rassomiglia a non so quale tragica respirazione della morte. La badessa, una larva, le santifica e le atterrisce. L’immacolato, ivi è feroce, selvatico. Tali sono i vecchi monasteri di Spagna: ripari della devozione terribile, antri di vergini, luoghi feroci.
La Spagna cattolica era più romana di Roma. Il convento spagnuolo era per eccellenza il convento cattolico; vi si sentiva l’oriente. L’arcivescovo, kislar agà del cielo, chiudeva a catenaccio e spiava quel serraglio d’anime riservate a Dio; la monaca era l’odalisca e il prete era l’eunuco. Le ferventi eran prescelte in sogno e possedevano Cristo; di notte, il bel giovane ignudo scendeva dalla croce e diveniva l’estasi della cella. Alte muraglie preservavano da ogni distrazione vivente la mistica sultana, che aveva per sultano il crocifisso. Uno sguardo all’esterno era un’infedeltà; l’in pace sostituiva il sacco di cuoio, e quel che in oriente si gettava in mare, si gettava sotterra in occidente. D’ambo i lati v’eran donne che si torcevan le braccia: alle une l’onda, alle altre la terra, là le annegate, qui le sepolte. Mostruoso parallelismo.
Oggi i sostenitori del passato, non potendo negare queste cose, si sono risolti a sorriderne. È stata messa di moda una maniera comoda e strana di sopprimere le rivelazioni della storia, d’infirmare i commentari della filosofia e di elidere tutti i fatti imbarazzanti e tutte le questioni sinistre: Argomento di declamazioni, dicono gli scaltri, mentre gli sciocchi ripetono: Declamazioni! Jean Jacques è un declamatore; Diderot è un declamatore; Voltaire, a proposito di Calas, Labarre e Sirven, è un declamatore. Non so chi sia colui che ha trovato che Tacito era un declamatore, che Nerone era una vittima e che bisognava assolutamente impietosirsi «di quel povero Oloferne».
Pure, i fatti sono incontrovertibili e inamovibili. L’autore di questo libro ha veduto coi suoi propri occhi, a otto leghe da Bruxelles (ecco un medio evo che ognuno ha sottomano), all’abbazia di Villers, il buco delle mude in mezzo al prato ch’era un tempo il cortile del chiostro e, sulle rive della Dyle, quattro segrete di pietra, metà sotterra e metà sott’acqua. Erano gli in pace. Ognuna di quelle segrete ha un avanzo di porta di ferro, una latrina e un finestrino ingraticciato che, all’esterno, è a due piedi sopra il livello del fiume e, all’interno, a sei piedi sotto il suolo. Quattro piedi di acqua scorrono lungo la parete esterna del muro e il suolo è sempre bagnato; l’abitante dell’in pace aveva per letto quella terra bagnata. In una di quelle celle v’era un tronco di gogna infisso nel muro; in un’altra, si vede una specie di scatola quadrata, formata da quattro lastre di granito, troppo corta per coricarvisi, troppo bassa per starvi in piedi. Là dentro si metteva un essere vivente, con un coperchio di pietra sopra: ciò esiste, lo si vede e lo si tocca. Quegli in pace, quelle segrete, quegli arpioni di ferro, quelle gogne, quella finestrina alta, alla base della quale scorre il fiume, quella scatola di pietra chiusa da un coperchio di granito, come una tomba con questa differenza, che qui il morto era un vivo, quel suolo ridotto a fanghiglia, quel buco di latrine, quei muri che trasudano oh! quali declamatori!
III • A QUALE CONDIZIONE SI PUÒ RISPETTARE IL PASSATO
Il monachismo, così come esisteva in Ispagna e come esiste nel Tibet, è per la civiltà una specie di tisi. Arresta di botto la vita e spopola, semplicemente: clausura, sinonimo di castrazione. In Europa è stato un flagello. Aggiungete a tutto ciò la violenza tanto spesso fatta alla coscienza, le vocazioni forzate, il feudalismo che s’appoggia sul chiostro, la primogenitura che riversa nel monachismo il soverchio della famiglia, le ferocie di cui abbiamo parlato, gli in pace, le bocche tappate, i cervelli murati, tante sfortunate intelligenze messe nella cella dei voti eterni, la vestizione, seppellimento d’anime perfettamente viventi; aggiungete i supplizi individuali alle degradazioni nazionali e, chiunque siate, vi sentirete fremere alla vista della tonaca e del velo, due sudarî d’invenzione umana.
Pure, da un certo punto di vista e in certi luoghi a dispetto della filosofia, e del progresso, lo spirito claustrale persiste in pieno secolo decimonono, e una bizzarra recrudescenza ascetica stupisce in questo momento il mondo civile. L’ostinazione che le vecchie istituzioni mettono nel perpetuarsi assomiglia a quella del profumo rancido che la vostra capigliatura reclamasse, alla pretesa del pesce guasto che volesse esser mangiato, alla persecuzione dell’abito infantile che volesse vestire l’uomo e alla tenerezza dei cadaveri, che venissero ad abbracciare i vivi.
«Ingrati!» dice il vestitino, «io vi ho protetti nel cattivo tempo. Perché non volete più saperne di me?» «Io vengo dall’alto mare,» dice il pesce. «Io sono stato la rosa,» dice il profumo. «Io vi ho amati,» dice il cadavere. «Io vi ho inciviliti,» dice il convento.
A questo v’è una sola risposta: «Una volta.»
Sognare il prolungarsi indefinito delle cose defunte e il governo degli uomini per mezzo dell’imbalsamazione, restaurare i dogmi in cattivo stato, ridar l’oro ai sarcofaghi e l’intonaco ai chiostri, ribenedire i reliquiarî, rimettere a nuovo le superstizioni, riaccendere i fanatismi, rifar il manico all’aspersorio e alla sciabola, ricostituire il monachismo e il militarismo, credere alla salvezza della società per mezzo della moltiplicazione dei parassiti e imporre il passato al presente, sembra cosa strana; pure, si trovano dei teorici per codeste teorie. Quei teorici, del resto gente di spirito, hanno un procedimento semplicissimo, applicano sul passato una vernice che chiamano ordine sociale, diritto divino, morale, famiglia, rispetto degli avi, autorità antica, santa tradizione, legittimismo e religione, per gridar poi: «Ecco, galantuomini! Prendete questo.» Questa logica era nota agli antichi e gli aruspici la praticavano, quando impiastricciavano di gesso una giovenca nera e dicevano: «È bianca.» Bos cretatus.
Quanto a noi, rispettiamo in qualche punto e risparmiamo ovunque il passato, purché acconsenta ad esser morto; se vuol esser vivo, l’attacchiamo e cerchiamo d’ucciderlo.
Superstizioni, bigotterie, bacchettonismi e pregiudizi, sebbene siano larve, s’attaccano alla vita e hanno denti ed unghie uscenti dal loro fumo; bisogna incalzarli e far loro guerra, senza tregua; poiché è una fatalità dell’uomo essere condannato all’eterna battaglia dei fantasmi. L’ombra è difficile a prendere per la gola e ad atterrare.
Un convento in Francia, nel pien meriggio del secolo decimonono, è un collegio di gufi che sfidan la luce; un chiostro, in flagrante delitto d’ascetismo nel bel mezzo della città del 1789, del 1830 e del 1848, Roma che sboccia in Parigi, è un anacronismo. In tempi ordinari, per dissolvere un anacronismo e farlo svanire, basta fargli sillabare il millesimo; ma noi non siamo in tempi ordinari.
Combattiamo dunque. Combattiamo, ma distinguiamo; è proprio del vero non esser mai eccessivo. Che bisogno ha di esagerare? V’è quel che bisogna distruggere e v’è quel che bisogna semplicemente rischiarare e guardare. Quale forza, l’esame benevolo e ponderato! Non mettiamo la fiamma dove la luce basta.
Dunque, dato il secolo decimonono, noi siamo contrari, in tesi generale e presso tutti i popoli, in Asia come in Europa, in India come in Turchia, alle clausure ascetiche. Chi dice convento dice palude. La loro putrescibilità è evidente, Il loro stagnare malsano, e la loro fermentazione dà la febbre ai popoli e li intisichisce; il loro moltiplicarsi diventa una piaga d’Egitto. Noi non possiamo pensare senza sgomento a quei paesi in cui i fachiri, i bonzi, i santoni, i calogeri, i marabutti, i monaci mendicanti e i dervisci pullulano fino al formicolìo verminoso.
Detto questo, la questione religiosa sussiste. Questa questione ha certi lati misteriosi e quasi temibili; ci sia permesso di guardarla in faccia.


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