E’ in libreria l’ultimo (iper)romanzo di Vittorio Giacopini, “La Mappa” (il Saggiatore, € 18). Di cosa si tratta? Anzitutto del “Mason & Dixon” italiano. Direi che, per chi legge con attenzione ai generi e alle poetiche, il romanzo storico, nostrano o meno che sia, si ferma qui, come si è fermato molte volte in stazioni obbligate (si pensi a “Europe Central” di Vollmann, oltre allo stesso Pynchon) e prima di corroborare una volta in più le sorti e le faglie della grande letteratura. Immenso Campoformio di uno scrittore autentico, tra i più profondi e stilisticamente avvertiti e spericolati in Italia, Giacopini affonda un colpo che si attendeva e non vedeva l’ora di di verificare su pagina chi ne ha seguito di titolo in titolo la maturazione linguistica e quella conoscitiva, ai limiti del sapienziale e ben dentro un sarcasmo tragico che è immancabilmente una delle cifre della sua scrittura. L’autore sta qui disegnando una mappa che ha in un’Italia delocalizzata (l’uomo della Corsica…) il suo centro e la sua eccentricità, per coinvolgere in una visione dall’alto l’intero Continente che appare già Vecchio, percorso in lungo e in largo dagli spettri della storia e della poesia, dai bardi e dai rivoluzionari, dai rivoltosi e dai criminali, dagli uomini di buona noluntà e cattiva sorte. E’ l’infarto dell’idea e della scienza, che si arrovella sulla prassi per controllarla, all’ombra dell’Impero, questa mappa spirituale che l’umano cerca di fare aderire al territorio e al territorio dei territori: cioè se stesso. La storia si accartoccia come una pergamena su cui è stato steso un fallimento leggendario, un’impresa in cui si piangono le ossa e il sangue in infiniti lutti, senza che l’occhio al centro di questo ciclone spirituale riesca a vedere quello che ambisce a raccontare: il tutto, e cioè ancora una volta se stesso.
Fornirò segnalazioni e lumi su questo splendido romanzo, estremo addio a certo modo di fare il romanzo, ulteriore premessa per un lavoro titanico di autosuperamento, il che costituisce il movimento a cui l’autore de “La Mappa” ha abituato i suoi lettori – i quali, e ci tengo a dirlo, non sono propriamente pochi.
Così ne scrive Andrea Morstabilini nel testo di aletta: Monti, laghi, colline, forre, fortilizi e contrafforti, borghi, strade, slarghi: vedere tutto, come se si fosse per aria, e tutto rappresentare in una mappa, con dettagli minuti, badando a distanze, rilievi, proporzioni: squadrare il mondo, illuminarlo, dargli ordine. È questo l’obiettivo di Serge Victor, ingegnere-cartografo al seguito di Napoleone durante la Campagna d’Italia. Figlio esemplare dei Lumi, nemico di fole balzane e superstizioni, adepto dell’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert, – alle cui parole si aggrappa con una devozione non lontana dal fideismo che la Rivoluzione si era incaricata di smantellare –, Serge Victor riceve l’ordine dal Generale in persona di riprodurre i corsi e i ricorsi della campagna, di fermare su carta e nel tempo i nuovi confini d’Italia, che il demiurgo Napoleone, N., l’Imperatore, va ridisegnando e riplasmando, sempre più a suo piacimento. Così, mentre il còrso conquista la penisola e, non pago, invade l’Egitto, Serge lavora alla sua magnum opus, in compagnia di uno scalcinato poeta tutto sdegno e fervore e dell’ammaliatrice Zoraide, la sua Maga, che della ragione rappresenta il doppio, il sonno, e prefigura l’assedio portato ai Lumi dalle sotterranee pulsioni che, nella Storia come nell’animo dell’uomo, non conoscono sopore. Da questo assedio – più cruento di ogni battaglia scatenata da Napoleone, più spietato di ogni rivoluzione –, l’Illuminismo uscirà pesto e zoppicante, come Serge stesso, che nell’erebo ghiacciato di Russia dovrà dire addio alla giovinezza e alla forza, ma soprattutto alla fiducia nelle magnifiche sorti e progressive dell’umanità. A capitolare non è però solo un uomo o un’epoca, ma un intero genere letterario, il romanzo storico: perché La Mappa, di là dallo sfarzo di una prosa immaginifica e di una struttura narrativa monumentale, lascia presagire un’aria di disfacimento, e sancisce l’irriducibilità del reale nella forma romanzo, e l’arbitrarietà di ogni pretesa del contrario.
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