
E’, ora, molto, difficile: invecchiare. Lo è sempre stato, non era stato capito.
Non attendevo questa ronda a vuoto, io, questo oscuro andare per cortili, solitario, di voltarmi, non riconoscendo ciò che mi era fino a ora stato familiare, e neanche di restare attento, minimamente essere presente a me, interrogarmi, circostanziale, allibito riguardando i miei simili dicendo: “ma con potenti ali…”
Questo percepire l’esistenza è un’aberrazione, termine desunto dalla ottica. Significa: la differenza tra l’immagine effettiva, reale o virtuale, formata dal sistema e l’immagine che si voleva ottenere, immagine che di solito è bidimensionale e consiste in una proiezione geometrica della scena reale sul piano focale del sistema secondo i principi dell’ottica geometrica ideale. Le aberrazioni possono dare (di solito più sulla periferia dell’immagine che al suo centro) scarso nitore, deformazioni dell’immagine, differenze tra le immagini corrispondenti ai diversi colori, non uniformità della luminosità.
Guardo, vivendo: la concrezione caleidoscopica. Essa è chiusa proprio come in quel cilindro delle minime meraviglie, il caleidoscopio, una noia dell’infanzia, sia pure con molte fosforiche assai colorate configurazioni. Questa piccola illusione è la Grande Illusione. Io sento questo.
Invecchiare si è dimostrato tanto sorprendente, che io non l’avevo visto fino a ora:
I’dico che pur dianzi
qual io non l’avea vista infin allora,
mi si scoverse: onde mi nacque un ghiaccio
nel core, et èvvi anchora,
et sarà sempre fin ch’i’ le sia in braccio.
Dunque vedendo, osserva il Petrarca, vedendola per davvero, e non per propri meriti, questa cosa, la Cosa, poiché essa si scopre da sola, si avverte un grande gelo, e non si smetterà di stare dentro il gelo fino a quando si sarà sopportati, portati da lei: la Cosa.
E al centro del gelo era un calore bianco, che mai avrei immaginato farmi tremare: eccoLa. E Giordano Bruno:
“nell’eccesso delle contrarietadi: ha l’anima discordevole, se triema nelle gelate speranze, arde negli cuocenti desiri”
E ancora:
“Ahi, qual condizion, natura, o sorte:
in viva morte morta vita vivo.
Amor m’ha morto (ahi lasso) di tal morte
che son di vit’insieme e morte privo.”
Né il gelo né l’ardore: piuttosto un sentimento preciso, che dà mancamento e non si manca mai, a se stessi. Una propensione alla proprietà che ha me stesso come propria cosa. La Cosa possiede la cosa.
Invecchiando, pensa Nietzsche, entrando cioè in una configurazione che secerne una configurazione meno fisica e sempre più intima,
“l’esigenza di redenzione diventa sempre più debole”.
Ricordo: alla base del faro non c’è luce.
Cediamo agli affetti. Sono decidui e mostreranno quanto cedere c’è nello stare in essi pienamente. Portano oltre se stessi. Il dolore è fatto di calma gioia, la gioia è fatta di una gioia altra e calma. La calma gioia è tutto, in tutto.
Sia abbandonata la configurazione.
Apprendimento al distacco con tutto il corpo, cioè con parte della mente: invecchiamento.
Pensa per te.
“Io non mori’ e non rimasi vivo;
pensa oggimai per te, s’hai fior d’ingegno,
qual io divenni, d’uno e d’altro privo.”
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