Una breve, assonnata riflessione sulla scrittura che viene per me, ammesso che possa interessare. In questi mesi mi è capitato di constatare quanto il tempo attuale, e a maggior ragione quello che viene, sia abitato da persone che stanno sostenendo un momento largo e grave, in cui si prepara un salto, non dico di specie, ma forse proprio di specie. Quello che non ha prensione, in questo momento, temporale e “geometrico”, è il testo per come lo si è considerato almeno per gli ultimi trecento anni di occidente. Non è convocabile alcuna tecnica, non è possibile una sperimentazione che si incarni nella testualità: ne sono convinto e non sto a motivare in questa sede le ragioni di una simile certezza, che resta del tutto personale. Non è questione di generi, di stili, di forme. Mi pare che in questo momento possa ospitare soltanto l’iscrizione poetica, certamente non quella corrente, ma quella d’eccezione sì: è l’unica forma che annulla la forma, da sempre, nell’umano umanistico che ha vissuto una propria vicenda, la quale è giunta esausta ed esauriente al termine, mentre ne inizia una differente, psichica e più che psichica, direi, mutuando dal gergo nondualista, “sottile”. Perfino gli archetipi non bastano più: non sono sufficienti a irradiare le ragioni di una forma, almeno per me. Cosa resta, per quanto concerne ciò che Benjamin chiamava “flusso di prosa”, eleggendolo a erede della tragedia? Penso a un’esperienza di fantastico. Questo fantastico non ha nulla a che vedere con il fantasy, genere monocratico in questi pochi anni di superficialità lette e leggenti. Penso a un fantastico idiosincratico: un mondo primonovecentesco ma non vero, dove non si capisce come e cosa accada, dove si avverta ciò che è pesante, plumbeo, cupo. Nulla è vero, quindi nulla può essere memorabile. Non esiste mimesi alcuna, nemmeno interiore o volta all’interiorità. Per quanto possano sembrare dittorie o gnomiche le frasi, sono a priori parodie, ma per nulla ironiche. Si avverte nella pesantezza un frizzio: è la felicità, è l’azzurrità immensa del respiro, è la risata non ironica né motivata da ironia. Se è così, vado a scrivere una cosa che, davvero, non c’entra nulla con quanto finora ho tentato di fare e che, parzialmente, ho fatto negli ultimi due oggetti narrativi, “Fine Impero” e “La vita umana sul pianeta Terra”, che è probabilmente il libro di prosa che più si avvicina a quanto speravo di fare. Passo da quel foro, contro il soffio gelido che lo attraversa, andando contro la corrente freddissima, cercando un nitore impermanente in una cecità onirica. Mi spiace che nulla sia plausibilmente citabile, in quello che vado a fare, cioè nel libro atro di cui ho tentato esperimenti di tatto qui (http://on.fb.me/1D0zYwR) o qui (http://on.fb.me/1D0A7QZ) o qui (http://on.fb.me/1pFNHoW) o qui (http://on.fb.me/1D0Anzr) o qui (http://on.fb.me/1D0AxXH) o qui (http://on.fb.me/1D0APxM) o qui (http://on.fb.me/1D0AV8l) o qui (http://on.fb.me/1D0AYkz) o qui (http://on.fb.me/1D0B2kx) o qui (http://on.fb.me/1D0B6Aw) o qui (http://on.fb.me/1D0BcYW) o qui (http://on.fb.me/1D0BgI9). Sarà un libro scritto da cretino. Sarà un cretinismo non letterario. E’ al momento l’unico territorio in cui sento attrito col testo e con quel gran testo che è il mondo che percepiamo nella veglia, in questa dissennatezza che muta il sentimento in un allibito e distratto persistere finché la carie non rode la carne, l’osso, l’anima.
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