Sull’appello degli scrittori contro la fusione Mondadori-Rizzoli


Circa l’acquisizione del comparto societario di Rizzoli libri da parte del gruppo Mondadori, ho scritto qualche giorno fa la mia (http://on.fb.me/1DDEQ0i): è semplicemente una follia dal punto di vista editoriale ed economico. Non so se lo sia dal punto di vista culturale, nel senso che non so quanto Rizzoli abbia fatto cultura negli ultimi anni, così come non so quanto Mondadori c’entri con la cultura. In generale, non so quanto c’entri l’editoria con la cultura negli ultimi venticinque anni. E’ certo che muta in modo irreversibile uno scenario editoriale ed economico. E lo muta con una cecità talmente assoluta e incurabile, che non mi attendevo una cosa del genere, nonostante da anni fossi convinto che in Italia e soltanto in Italia eravamo destinati a vedere all’opera la tecnologia OGM in àmbito culturale e psichico.
Oggi comunque arriva, con puntualità proporzionale alla lucidità, l’appello di certi scrittori, perlopiù appartenenti alla casa editrice Bompiani, contro questo merge: http://bit.ly/1DDHT8D. Vorrei proporre qualche breve riflessione in merito a questo appello e agli impliciti che vengono sottesi.
Anzitutto c’è il fatto che l’appello si caratterizza così, quanto al soggetto che si appella: “Noi autori della casa editrice Bompiani (insieme ad alcuni amici che pubblicano presso altri editori, intellettuali e artisti)”. Qui va considerato un punto delicato. Prescindiamo per lo spazio di un ragionamento dal fatto che a scrivere siano principalmente autori Bompiani. Probabilmente sono stati invitati a farlo da chi veramente è Bompiani, cioè Elisabetta Sgarbi.
E’ soltanto per storia e patrimonio e brand che Bompiani si chiama ancora così: dovrebbe chiamarsi Sgarbi. Da anni Elisabetta Sgarbi compie, e patentemente, l’opera di pubblicazione organica e di catalogo più evidente nel panorama editoriale italiano. Può piacere o non piacere (a me piace), ma Eliabetta Sgarbi propone un’idea di letteratura attraverso il suo catalogo italiano. Non è un’opera semplice, in questi decenni. Basterà osservare le altre realtà della grande editoria. Insieme a Sgarbi, direi che sono i responsabili della straniera e Paola Gallo e Dalia Oggero dell’italiana a Einaudi, che hanno imposto una linea letteraria significativa, ma sono altrettanto certo che sono stati costretti a compiere questo lavoro culturale in opposizione e resistenza ai vertici della casa editrice, oltre al fatto che sono sicuro che, senza richieste di scriteriato conto economico da parte dei gestori, le due editor dell’italiana avrebbero pubblicato testi altamente letterari in numero ancora maggiore, evitando compromessi al ribasso.
Ciò valga osservando l’incredibile sorte editoriale (per non parlare del disastro assoluto e sconvolgente, di cui è stata capace la comunità degli autori) della poesia contemporanea: Einaudi e Mondadori, editori delle due più importanti collane poetiche, hanno in pratica soltanto resistito a pressioni di mercato, continuando a editare testi di poeti contemporanei, pochi italiani e quasi nessuno straniero (un esempio su tutti: è pressappoco incredibile che il poeta svedese Tomas Tranströmer, insignito del Nobel nel 2011, non sia tradotto nella “Bianca” o ne “Lo Specchio”, mentre l’inglese Geoffrey Hill è del tutto ignorato: non è mai successa una cosa simile nell’Italia moderna: che, cioè, non si potesse accedere alla conoscenza di autori stranieri fondamentali, che vengono appunto ritenuti trascurabili, non frega a nessuno, non c’è mercato, inoltre fare tradurre costa). E’ grazie all’impegno di rilevanti personalità editoriali, come Antonio Riccardi a Mondadori e Mauro Bersani a Einaudi, se ancora esistono e vivono le due principali collane di poesia della storia italiana.
Non si è forse compreso quanto deve essere stato complicato realizzare il lavoro culturale così ricco e qualitativo per Elisabetta Sgarbi: si conosce assai poco l’editoria. Quello editoriale è un mestiere complesso, passibile di continua accelerazione, che nulla c’entra con il lavoro letterario: non ho mai sentito pronunciare tante scempiaggini in àmbito editoriale come dagli scrittori e dai lettori; eppure, come per la quasi totalità della nazione al maschile, l’editoria è simile al calcio: tutti c.t., tutti editori, laddove il “tutti” ammonta, nel caso calcistico, a milioni di persone, mentre nel caso editoriale conta poche centinaia di derelitti, comunque saccenti in modo surreale in ordine al discorso editoriale.
Bompiani è una casa editrice che sta dentro un contesto aziendale complicato. Rizzoli è un’azienda complicata, come tutte le grandi aziende italiane. Sgarbi ha dovuto vincere molteplici lotte interne all’azienda, per conservare la propria autonomia, di scelta e di budget. Ha dimostrato che la qualità paga, anche in termini economici. I vertici Rcs Libri hanno più volte tentato di minare questa autonomia tesa a un’idea di qualità, che è propria di Elisabetta Sgarbi. Dal punto di vista storico, questi tentativi sono andati infittendosi e intensificandosi nel corso degli ultimi anni. Siccome il management editoriale italiano è totalmente inesistente e non ha la minima strategia per fare fronte a una “crisi” che doveva prevedere con largo anticipo, prendendo decisioni fondamentali per mutare l’assetto produttivo delle proprie realtà organizzate per incidere appunto sul mercato, ecco che si è fatta quasi grottesca la vicenda degli avvicendamenti di persone ai vertici: sempre più impreparate e sempre meno stimabili – perlomeno da parte mia. Incredibile il numero e la continuità delle gragnuole di dannose insulsaggini pensate dette o praticate dai manager o dagli editor italiani in questi ultimi anni: alla prova dei fatti, sempre sconfitti dalla banalissima realtà di base.
Si tratta di peccati non veniali e carichi di conseguenze, ben più gravi della fusione tra due aziende. Assenza di coraggio lampante e avvilente, per tentare strategie di medio e lungo periodo. Taglio clamoroso e controproducente dei cataloghi, delle traduzioni, delle competenze interne e collaterali.
Dovrebbero vergognarsi e dimettersi da soli, questi manager ed editoriali, ma ci penseranno la fusione e le sue conseguenze a licenziarli. Sia chiaro: per mestiere faccio l'”editoriale”: so perfettamente che da un momento all’altro potrei essere “licenziato” e tuttavia non mi sento parte di quella schiera boriuola che ha pensato di lumeggiare lezioni di vita e di cultura e di economia negli ultimi dieci anni di rovinosa storia dell’editoria nazionale.
Che oggi Bompiani finisca sotto l’ombrello mondadoriano, per quello che credo, minaccia in modo ancora più virulento l’opera di una delle pochissime personalità pensanti e fattive nel panorama della grande editoria, quale Elisabetta Sgarbi non soltanto è, ma ha dimostrato di essere. Ha ragione Elisabetta Sgarbi a mobilitare i suoi autori per allarmare i lettori e gli addetti ai lavori.
Dell’acquisizione si sapeva da mesi, nessuno è intervenuto. Nessuno: non uno degli scrittori che firmano questo appello rivolto non si sa a chi. Perché non c’è da rivolgere nessun appello all’Antitrust: o l’Antitrust funziona, e sanziona un soggetto che possiede più del 40% di un mercato, oppure non funziona. Se non funziona, un intellettuale artista o scrittore, deve intervenire quando ravvede il malfunzionamento. E l’Antitrust non ha funzionato prima di questa volta, in cui non si sa se funzionerà o meno. Non soltanto non ha funzionato: non ha funzionato in modo clamoroso e vergognoso. In quale occasione? Soltanto pochi mesi fa, proprio in occasione di un terremoto editoriale. Quale terremoto? Il costituirsi di un soggetto che, nella distribuzione libraria, detiene il 60% del mercato: si veda http://bit.ly/1DDBJ8L e non ci si stupisca più di tanto. E’ semplicemente incredibile, da un lato, che l’Antitrust permetta un accordo del genere e, dall’altro lato, che non si sia levata una voce da parte degli intellettuali e degli autori e dei lettori italiani: quest’ultimo è un abominio abominevole, non semplicemente incredibile. Da anni in pochi (e mi pregio di annoverarmi tra quei pochi) urlavano in perfetta solitudine che il punto centrale del fatto politico e culturale sarebbe statop ed è la distribuzione: di notizie (per esempio, tv e realtà di Rete), di idee (per i libri: Feltrinelli che era casa editrice, distributore e catena di punti vendita: la filiera completa; il gruppo GEMS che sopravanzava Feltrinelli per numero di sigle editoriali e quote di mercato, e al tempo stesso per rete distributiva), di dati, di veicolazioni aggregative rispetto al tessuto sociale (per esempio i trattati internazionali che riguardano la distribuzione delle merci, perfino quelle di natura alimentare). Si era vox in deserto clamans. Ora, permettete di mandare a giscardeggiare in bulino gli scrittori intellettuali e artisti che si svegliano adesso, su una questione sbagliatissima e periferica e irrimediabile. Non lottano contro una deriva di mercato, bensì contro una diminuzione di valore economico di due soggetti già macroscopici nel per nulla minuscolo mercato letterario italiano (credo sia l’ottavo al mondo).
Quanto conta nel farsi della letteratura e della cultura questo modo di fare mercato, cioè l’editoria soprattutto cartacea, che taglia consulenze traduttori competenze, esternalizza i redattori arrivando a produrre autentici scempi che rendono i libri illeggibili, svuotando i grandi edifici in cui sistemavano la pregressa ciclopica forza lavoro, riducendo ai minimi termini il numero e la qualità delle opere che evidentemente hanno un valore letterario o di ricerca e sperimentazione, imponendo titoli e soggetti patafisici agli scrittori che vogliono farseli imporre quando non se li impongono da se stessi per avere non si capisce quale successo? Che editoria è quella che ritiene opportuna l’Iva al 4%, nemmeno i libri fossero malati di SLA, pur di fare la cresta a un mercato essenzialmente in bolla? Che industria culturale è quella che perde di botto 800.000 lettori “forti” senza colpo ferire e, per di più, enuncia il principio che bisogna andare a conquistare più lettori “deboli”? Che editoria è quella condotta da funzionari che ritengono che le serie tv americane abbiano a che fare con l’impostazione di una casa editrice? Che comparto culturale nazionale sarebbe quello che si sveglia con quindici anni di ritardo rispetto all’esistenza di una realtà così centrale e trasformativa di tutti i paradigmi come il Web, non comprendendo che anzitutto la Rete rivoluzionerà la distribuzione, e in un secondo momento la produzione di immaginari e idee (quelli che gli imbecilli sottoproletari della finzione culturale italiota si ostinano a chiamare: “i contenuti”)? Esiste forse una realtà che fa cultura letteraria o libraria sul Web in modo massiccio e adeguato come, che so?, “Paris Review”? Che classe dirigente è quella che si avvita in un crollo a spirale, tanto da arrivare alla fusione tra la Nike e l’Adidas dell’editoria italiana, che proprio non sono né Nike né Adidas, bensì aziende in un mercato dalle dimensioni ridotte rispetto alle potenzialità, per scelte certamente politiche, ma anche e soprattutto per scelte editoriali?
Potrei continuare indefinitamente. Non ne ho voglia, in tutta franchezza. Mi limito a complimentarmi con Umberto Eco per la prontezza di riflessi e la sua risaputa passione civile, che lo porta a essere proposto come leader di un gruppo di idealisti, sinceri e accorti per quanto hanno dimostrato in questo ventennio che, prima che berlusconiano, è stato *loro*.
Questo appello è un manifesto di comica autoaccusa da parte dei firmatari: ma dove eravate mentre si stracciava il tessuto culturale e sociale? Quali ragionamenti e quali pratiche avete imposto, nella tranquillità dei vostri habitat, si chiamassero bestselleristica o gigaselleristica o silenzio per paura degli alti papaveri che vi pubblicavano le pagine rugose, che non hanno lasciato e non lasceranno la benché minima traccia nella storia, la quale avete svilito, abbattendone il canone e il sentimento, grazie alle illuminate e illuminanti visuali che avete proposto al “pubblico” dei lettori, per il quale, dipingendosi irragionevolmente e inconsultamente da democratici della cultura, alcuni hanno perfino combattuto l’esilarante battaglia dell’Iva al 4% per gli ebook, salvo poi lamentarsi immediatamente perché gli editori non abbassavano i costi degli stessi?
C’è un passaggio dadaista di questo appello, finito in una colonna di spalla della seconda pagina della sezione Cultura del Corriere della Sera, schiacciato tra una promozione di un non memorabile romanzo straniero e un’altra “roba” dimenticabile. Scrivono gli autori Bompiani e i loro colleghi delle altre case editrici che il “colosso” Mondadori-Rizzoli: “renderebbe ridicolmente prevedibili quelle competizioni che si chiamano premi letterari”. Scorro la lista dei nomi di questi paladini di, davvero, non so quale battaglia e ravvedo cognomi che conosco perfettamente per le pratiche con cui hanno partecipato e stanno partecipando a, hanno vinto e hanno perso e vinceranno o perderanno premi letterari, che ieri e oggi sono stati ridicolmente prevedibili e ben di più: sono stati scandalosi e immorali.
Così come scandaloso e immorale è il moralismo ingenuo di questo appello: devoto a nessuno, votato alla fuga.
Auguroni a tutti. Se intellettuali autori artisti persistono, nei prossimi 25 anni a essere, intuitivi e attivi come nei precedenti e come ora, chissà cosa li attende, chissà dove lo pubblicano, l’appello. Secondo me nemmeno su change.org: non ci sarà più.

da Facebook http://on.fb.me/1LpjzIQ

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