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“Essere una macchina” di Mark O’Connell

Un saggio formidabile, che è necessario leggere per comprendere in quale futuro si sta inoltrando la nostra specie: “Essere una macchina” di Mark O’Connell, pubblicato benemeritamente da Adelphi. E’ un reportage stupefatto e profondissimo, che indaga le pieghe della rivoluzione transumanista, dal profeta della Singolarità Tecnologica, Raymond Kurzweil, al catastrofista dell’Intelligenza Artificiale, Nick Bostrom, a tutti i teorici dell’upload delle coscienze umane su supporti inorganici o neorganici, fino alle capsule criogeniche Alcor, in cui dormono congelati corpi di milionari in attesa della resurrezione garantita dai prossimi sconvolgenti sviluppi della medicina. Con uno sguardo perennemente stupito e inquieto, avvalendosi di una scrittura brillantissima, Mark O’Connell affronta incontri con personaggi che, soltanto qualche anno addietro, sarebbero apparsi come residui di una new age scientista, mentre oggi si stagliano come avanguardie di una trasformazione a cui il nostro mondo sta acceleratamente accedendo, pronta a stravolgere qualunque percezione, qualunque ciclo di vita, qualunque previsionalità illuministica.

[Per le lettrici e i lettori di “History”, il mio ultimo romanzo mondadoriano: questo di O’Connell è un compendio cruciale, per comprendere il panorama in cui emerge il fenomeno postumano e la narrazione a cui ho lavorato.]

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#Aquarius e l’Italia chiusa all’umanità

C’è poco da indignarsi, se quelli che dichiaravano con vanto la loro disumanità, invertendo la scala degli universali valori di base, ora si mettono a fare impunemente il male. C’è anzitutto il problema di una nazione, incattivita e in preda alla ferocia più immorale, che questi capitani di sventura li ha votati. Sono al governo, attaccati agli scranni come mitili in eterna mitilanza incivile, uomini e donne coerenti nella malvagità e incoerenti per impreparazione al regime dell’azione politica. Un Paese, ridotto da sempre allo stato di subalternità all’uomo qualunque del destino, vocia e bercia, mentre la Grande Proletaria, nazione costiera e ininterrottamente hotspot di partenza per viaggiatori e migranti italianissimi, si chiude nella cupaggine e nell’assenza di sentimento dell’altro. A farne le spese sono al momento 629 umani, lasciati a macerare su una nave che ha spazio per ospitare cento persone in meno di quelle attualmente a bordo. Chi è al potere ora, che sono delle impersone le cui parole grondano sangue da sempre, non racconta mai la verità. Per esempio, che Malta è grande come Palermo e i migranti fanno il 30% della popolazione isolana. L’Italia che fa la voce grossa con Malta, rappresentata da un uomo di paglia il cui cuore “batte a sinistra”, sostenuta dalla cattiveria e dall’autoritarismo e dalla corrispondente passività ciarlante, il che è da sempre una naturale cifra dell’italico fenomeno, appare nella luce più livida, in tutta la sua crudele meschinità. Un profluvio di balle, un’esasperazione della dispercezione collettiva, un fare la voce grossa con i maltesi e i disperati, ché con Trump sopravviene la pavidità, che per questa gente è una forma di saggezza. Approfitto di un grafico approntato dalla BBC e da Eurostat (qui sotto nell’immagine), dove si mostra quanto Malta surclassi l’Italia per impatto di migranti sulla popolazione residente, oltreché quanto il nostro Paese abbia accolto poco o niente, mentre tutti sbraitano che il negro, i migranti, il buonismo e rosicate. Grafico o non grafico, gli italiani ululano contro scuri nembi che rattenebrano il cielo sopra la Penisola, inventando di tutto, pur di strepitare le loro brutture e atrocità, in un avvitamento che rende davvero conto della landa devastata che è questo bimillenario esperimento sociale: è un posto abitato da semimortuari corpi in preda al vampirismo morale e all’arrivismo materiale, all’esclusivismo privo di redenzione e alla reiettitudine costante. A rappresentare questo abominio di gente, una sorta di Popeye che è al contempo Bluto, insieme a un peregrino privo di arte (il che è ovvio) ma anche di parte, poiché non sta dalla parte delle persone, dell’umano, dell’amore. Questa è gente schierata preventivamente contro qualsiasi forma di amore. Queste sono frange delle tenebre italiche, mai dome. Questi sono manichini dell’EsseEsselunga. Queste sono persone incapaci di avvertire fraternità, abbraccio, pietà, passione per l’altro. Con un corredo simile, sono destinati al più spaventoso degli hellzapoppin, che purtroppo è già qui e ora: si chiama Italia.

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Al Salone del Libro 2018

Al Salone del Libro di Torino sarò lunedì 14, per un’intensa giornata, che ruota intorno alla presentazione di “History” (alle 14.30, presso il Caffè letterario). Ecco l’agenda, nel caso che qualche amico amica abbia voglia di sporgersi e intervenire:

– alle 10.30 presso la Sala Gialla, per la presentazione del libro “Parole O_Stili” (Salone/Laterza), antologia di racconti di Tommaso Pincio, Giordano Meacci, il sottoscritto, Diego De Silva, Helena Janeczek, Alessandra Sarchi, Fabio Geda, Nadia Terranova, Christian Raimo e Simona Vinci, a cura di Loredana Lipperini.

– alle ore 12, sempre in Sala Gialla, partecipo all’evento legato ad “Adotta uno scrittore”, insieme, tra gli altri, a Alessandro Barbero, Christian Raimo, Helena Janezcek, Giusi Marchetta, Francesco Pacifico, Enrico Pandiani, Federico Guglielmi (Wu Ming 4)

– alle 14.30, presso il Caffè Letterario, si dialoga su “History” (Mondadori), il mio ultimo libro. Non so ancora chi parteciperà insieme a me, per affrontare i temi della narrabilità del nostro presente e delle poetiche inerenti il futuro accelerato.

– alle 16, in Sala Filadelfia, leggerò e discuterò brani da “Cosmopolis” di Don DeLillo (Einaudi), nell’àmbito di Festa Mobile, sezione gestita da Giuseppe Culicchia.

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Il trionfo del nazipop in era digitale

Non molti mesi fa, trascinando la trasudata carcassa e il personale inebetimento per i saliscendi di Gubbio, ho incrociato improvvisamente, per un attimo, lo sguardo di Terence Hill: era apparso a una decina di metri, mi scrutava con il suo sorriso addomesticato e positivo, l’incarnato colorito col suo personalissimo pantone (una tinta compresa nello spettro che va da Emilio Fede a Iron Man), i suoi occhi penetranti in quanto azzurrissimi o viceversa. Pur non chiamandosi più Trinità, mi fissava con un’aria spirituale che trovavo inquietante. Ho pensato che i saliscendi iguvini mi avessero devastato il sistema nervoso (non si capisce quale mutazione cardiologica abbiano sviluppato gli abitanti di Gubbio, per reggere tutte quelle discese ardite e le risalite). Era un’allucinazione, forse? Non del tutto. Si trattava di una sagoma bidimensionale a grandezza naturale, posta accanto all’entrata di un ristorante, la cui proprietà annunciava fiera in una targa vergata a mano: “In questo locale è stato girato un episodio di Don Matteo”.
Sono avvezzo, come tutti, alle epifanie che la società spettacolare ha fatto esplodere ovunque in Italia nell’ultimo trentennio. Tuttavia non avevo mai misurato una manifestazione tanto prosaica e sardonica della realtà. Che Terence Hill, o più probabilmente Don Matteo, assurga a ruolo mitologico mi sembrerebbe eccessivo, una sorta di enfasi della surrealtà – e qui stava il mio errore.
Nel giro di pochi mesi, quel surplus di isteria da fama nazionale, che trapelava dall’entusiasta targa commemorativa di quel ristorante, è materialmente esplosa in un crescendo che nessuna fantasia letteraria sarebbe stata capace di ipotizzare. Ha preso piede una campagna popolare per portare Piero Angela al soglio del senatorato a vita, mentre si registravano sold out gli incontri in teatro, un po’ per tutta la Penisola, dove il divulgatore scientifico più gesseo della tv nazionale andava divulgando quello che da sempre divulga, ovvero le vertiginose conclusioni che la scienza ha tratto su tutto lo scibile, l’organico e l’inorganico del cosmo intero. Poi è stata la volta del figlio d’arte, poiché anche di questo si tratta: si è passati dalla divulgazione alla percezione che Angela Sr e Jr siano artisti. Alberto Angela si è assicurato il morbido e affettuoso stalking da parte di decine di migliaia di #angelers, adepti digitali della sua trasmissione sulle meraviglie italiane, i quali fan non hanno smesso un secondo di abbracciare la causa di questa enfasi linguistica, che finì parodiata negli sketch di Corrado Guzzanti e Neri Marcorè – praticamente un’era geologica addietro, poiché quella satira risale a inizio Duemila. Da bersaglio parodistico, Alberto Angela è asceso nell’audience e nella stima della nazione, incantata dai suoi aggettivi, dalla sua lingua media e paternalistica, rassicurante, attutita e tuttavia esorbitante.
L’Italia, che si è mobilitata per sottolineare l’eccezionalità di questo irrisolto conflitto di Edipo divulgativo e televisivo, è esplosa letteralmente qualche settimana dopo le meraviglie angeliche, tributando un’ovazione indimenticabile a Pippo Baudo, che a Sanremo ha emesso la leggenda ufficiale della sua splendida carriera, tra Mondaini e Madonna, tra Sharon Stone e Louis Armstrong. Sfolgorava, Pippo, da sempre icona nazionale e popolare, mentre riceveva un tributo clamoroso, ora più che ottantenne dalla criniera candida, il che risulta impensabile a quelli della mia generazione, cresciuti a colpi di Fantastico e infinitamente sonnamboliche Domeniche In dominati da questo spilungone siculo bravo in tutto, a parlare e cantare e suonare il piano e ballare e scoprire i talenti.
Passano pochi giorni e la messa in onda del ritorno del commissario Montalbano ottiene il 45% di share, strappa il record dell’episodio più visto della serie, diventa trend topic sui social in un battito di ciglia. Lo stesso Sanremo è risultato il più visto degli ultimi vent’anni.
La tv doveva sparire, secondo le previsioni dei sociologi più d’accatto, ma anche di quelli più illuminati, come il George Gilder de La vita dopo la televisione. E tuttavia quella italiana, per di più pubblica e materna, ovvero la Rai, segna punti nel momento in cui le piattaforme di Rete stanno rivoluzionando palinsesti ed esistenze individuali e famigliari. Don Matteo sta su Netflix: chi è il più forte tra i due? Non basta: la Rai sta emettendo leggende e memorabilità a ciclo continuo. Deve essere successo qualcosa – ma cosa? Provo a dirla con una rozza etichetta: siamo passati dal nazionalpopolare al nazipop. Siamo all’interno di un’atmosfera del tutto rinnovata, ma composta dagli elementi che facevano la realtà precedente. Fino agli Anni Zero, l’Italia viveva di un’allucinazione collettiva, una cultura media che si diceva appunto nazionalpopolare. Era una mescolanza di borghese e proletario, di interclassismo, di buonismo ante litteram, di cortesia pelosa e finzione da subito svelata. Tutti questi caratteri si sono contratti, accelerati, trasmutati. Il nazipop è il salto di qualità del nazionalpopolare in era digitale, in cui i Grandi Antichi non hanno tardato a farsi presenti ed eccessivamente celebrati, con le loro stazze oggi ciclopiche, ieri semplicemente acclamate. L’esplosione di un nuovo ambiente e di una mente di tipo diverso ha sortito su queste personalità l’effetto opposto al Downsizing di Matt Damon: si sono ciclopizzate, pur non essendo mutate in nulla e rimanendo faraonicamente immoti nella continua ripetizione di ciò che dicevano prima e continuano a dire oggi. La loro medietà, che è proprio il principale aspetto mediatico, ad altezza 2018 ne fa dei Marsilio Ficino, degli eroi leonardeschi, dei maestri del costume e della lingua. E’ un Paese che eternamente non trova se stesso a tributare l’onore a queste fondamenta umane dell’immaginario collettivo che fu e che oggidì stenta a esserci. Perché accade?
In parte non è affatto una novità. E’ anzi una moda, a stelle e strisce: il tributo eccessivo e fintamente emotivo alla vecchia gloria. Però, rispetto all’enfasi spettacolare e al costume nazionale statunitensi, l’Italia è molto più avanti. Basterà qualche esempio per comprendere fino a che punto di non ritorno siamo giunti noi, con la nostra fede mediterranea nell’immagine video che è tutto e oltre il tutto, un’ostia immateriale e un vaneggiamento collettivo in cui stiamo bene e maturiamo una complessità lugubre e avanzatissima.
Ai Golden Globe 2018, Catherine Zeta-Jones si è presentata sul palco accompagnata da un fenomeno organico ininterpretabile: è una specie di mummia vivente fuggita dalla Cripta dei Cappuccini e travestitasi da Pinguino di Batman, una sorta di batterio macrofago dall’epidermide in cartavelina in carbonio alterato, una creatura lovecraftiana rattrappita su una sedia a rotelle motorizzata, un incrocio tra un Jabba The Hutt risucato e uno Yoda più longevo di Yoda. Questa rovina di cuoio umano, sbiancato dall’erosione dei climi e del tempo, è il genero di Catherine Zeta-Jones: è Kirk Douglas. Biascica e gorgoglia, oscenamente, come sempre si è osceni nell’agone spettacolare. Il pubblico non si trattiene e gli tributa una standing ovation, dove a essere standing sono solo i plaudenti, perché l’ologramma sci-fi del leggendario Kirk non è in grado di alzarsi, se non dotato di un esoscheletro alla Tony Stark. E’ una scena tipicamente americana, tipicamente infissa nel planetario di una civiltà che da subito è stata spettacolare.
Il momento italiano più simmetrico all’ovazione per l’interprete di Spartacus data dieci anni fa, all’interno di un contenitore domenicale di Canale 5, condotto da Paola Perego. Anche Andreotti sembra uno Yoda lanciato in infiniti cantoriani. A differenza di Kirk Douglas, egli conosce i segreti e i misfatti della nazione, che lo guarda in diretta tv. Un re dello spettacolo negli Usa e uno spettacolo del re in Italia. Paola Perego, al termine di un’intervista esasperante per l’anziano uomo politico, domanda: “Senatore, quale futuro si augura per i nostri bambini?”. Ed ecco quale futuro si augura per i bambini il nocchiero di cinquant’anni di Repubblica: accusa una microischemia e rimane immobile, esacerbato in un’estasi laica e cerebrale, le lenti degli occhiali a riflettere l’illuminazione, il futuro e i bambini che si perdono nella dissociazione del passato e dell’anziano.
Era, quella, un’epoca d’oro, ovviamente finto. In pochi anni la tv italiana aveva dato segnali di avanguardia, nel mostrare la sostanza luttuosa che è sottesa da qualunque spettacolo. Il 2005 si sarebbe rivelato fatale. Era apparso in mondovisione Giovanni Paolo II, che dalla finestra su San Pietro aveva cercato di impartire una benedizione urbi et orbi, impossibilitato dal parkinsonismo, finendo col chiocciolare in modo impressionante, vocalizzi santi che preludevano alla morte. Sempre in quell’anno, l’allenatore Franco Scoglio, una leggenda del calcio nazionale, si era accasciato in diretta tv, infartuando e immortalizzandosi nella storia catodica. Del resto, la tv degli States non ha mai vantato un equivalente di Alfredino.
Questa epoca spettacolare e mortuaria è a sua volta morta. E’ come se lo schermo fosse esploso in una miriade di microschegge, che, come salmodiava uno spot di quell’era precedente, crea l’atmofera. Si è passati a uno stato postumo del fenomeno spettacolare. E’ uno stadio in certo senso ultimo. Non accadrà mai che Alessandro Cattelan possa esporre la propria agiografia tra gli applausi, quando avrà ottant’anni, a Sanremo (e non perché tra ottant’anni non ci sarà più Sanremo: ci sarà). Il gigantismo odierno degli Angela Father&Son o dello Zingaretti montalbanizzato misura la pochezza dell’immaginario collettivo attuale, che forse nemmeno più è una categoria da utilizzare: esistono infiniti immaginari e un immaginario ciclopico in mezzo a questi, privo però di sedimentazione, di elaborazione.
Poco prima di Sanremo, mi sono trovato in carne e ossa davanti a Pippo Baudo, in occasione del premio alla carriera che gli ha conferito l’università eCampus. Osservavo quell’ologramma vivente, trasfigurato dalle luci e dalle dirette, un’eminenza dell’emittenza. Accanto a me c’era una ragazza poco più che ventenne, che di colpo mi ha chiesto con il tono della rampogna: “Ma Lei lo sa chi è questo signore?”. Ho pensato che mi stesse rimproverando per un mio difetto di entusiasmo. Invece no: mi chiedeva letteralmente chi fosse Pippo Baudo. Le era sconosciutissimo, poiché ventenne. Ho spiegato la rinomanza del personaggio, chiedendomi perché la tizia si trovasse lì, davanti a una gloria che non poteva riconoscere. Poi ho spiato la sua diretta Twitter, entusiasta: troppo entusiasta. Baudo ne usciva come se fosse capitato in Omero. Alla fine dell’incontro mi sono avvicinato al Pippo nazionale e gli ho chiesto: “Posso fare un selfie con un padre della patria?”. La foto che ne è uscita è stata travolta dai like sui miei social. Da un lato c’erano i nostalgici o coloro che sono ancora capaci di subire il fascino del trash o di quella che un tempo fu detta “cultura bassa”. Altri erano effettivamente entusiasti, nemmeno io avessi portato davanti al mio smartphone Martin Heidegger.
Ed è questo fenomeno di sovrapproduzione elettrica ed emotiva, futilmente transitoria, che determina il passaggio dal nazionalpopolare al nazipop. L’atout democristiano in cui si muovevano le posture di Pippo Baudo o le esplicazioni di Piero Angela all’interno di un immane colon umano, davvero, sono impercepibili da metà della nostra contemporaneità. Il ritmo felpato, calmo, capace di richiamare un tempo più lento dell’attuale, è una caratteristica precipua dell’attesa democristiana a cui ci si abituò per decenni, fino al 1990. Oggi appare un segno distintivo di un umanesimo a bassa intensità, di una qualità dell’aria, di una dolce vita più rilassata che zuccherina. L’apparizione gloriosa diventa una filosofia. L’addiction al plauso sorpreso è trend e topic. I protagonisti del nazionalpopolare assurgono a deità del nazipop. E’ l’ultimo battito di ali di un tempo che fu vissuto immaginando collettivamente. Ne siamo consapevoli. Attribuiamo a questa imminenza del trapasso un valore di leggenda in fieri. Tocchiamo il lembo del mantello (citazione evangelica che fece il titolo di un memorabile testo del cardinal Martini sulla televisione). Quel mantello è una coperta di Linus dell’italianità attuale, che sarà attuale per qualche mese ancora. E’ anche il velo di Maya, dietro cui si cela il segreto volto del dio che crea tutte le cose: non mi sarei mai atteso che quel volto avesse i lineamenti di Piero Angela o di Pippo Baudo.

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Mario Benedetti: da “Tersa morte”

Il mio nome ha sbagliato a credere nella continuità
commossa, i suoi luoghi intimi antichi, la mia storia.
Le parole hanno fatto il loro corso.
Gli ospedali non hanno corsie. Dal cimitero dei cani
vicino alla discarica di Limbiate escono i morti al guinzaglio.
Non si addensa nulla, si disperde al telefono il mio petto.
Le parole hanno fatto il loro corso.
Sei solo stanco, ripete una voce qualunque.

[Mario Benedetti, Tersa morte, 2010, Mondadori]

Il poeta italiano Mario Benedetti
Il poeta italiano Mario Benedetti

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In morte di un anarchico

img35Provo un’intensa, ma non retriva, nostalgia per il tempo in cui c’erano i comunisti. Mi manca tutto, di quel tempo. Non posso fermare il tempo, ma il tempo può fermare me – e lo fa, mi ferma. Il desiderio di stare in un tempo abitabile, per quanto feroce, che mi viene tolto di sfoglia in sfoglia, come accade a tutti, crea in me uno sconcerto penoso, che è paragonabile a quello sconvolgimento con cui una civiltà orrenda accoglie il ragazzo cresciuto dai lupi in una foresta, comminandogli un’educazione e urbanizzandolo, cioè inserendolo in un contesto che non comprende e in cui non si inserirà mai. Così vivo io oggi. Nulla mi può tuttavia smuovere dalla stabile certezza che ovunque io sia, davvero, sono: questo è il rifugio e questo l’assalto al tempo, che è sempre devastato e vile, mentre il fatto che sono, anche quando non esisto, non è né devastato né vile, intuisco che è glorioso, so che è stabile e è ovunque sempre. Mentre salutavo il nuovo tempo tacciandolo di caratteristiche infami e reagendo con l’astio, poiché dell’amore non sapevo nulla, ora non sono in grado di enunciare alcun benvenuto, se non nel momento metafisico, che ora mi dà pena alla parola, il che, come sempre, è un dato per nulla permanente. Sono le certezze solide ad appartenerci, poiché a esse apparteniamo: ci trascinano, ci scuotono, ci percuotono nell’ovunque sempre: ne siamo trasportati. A un tempo che mi disarciona dalla possibilità di appoggiarmi continuativamente a un testo, che sia da scrivere o meno, è possibile per me sperimentare cosa significhi spogliarmi – non dico restare nudo, perché non ne sono capace ancora, tuttavia esfoliarmi sì: è questa la sensazione. E’ dolorosa come se un parto coincidesse con il premorte. Il fatto di riuscire molto lucidamente a valutare gli altri e il mondo che mi circonda, ovvero di avvicinarmi quanto più possibile al momento presente, poiché non esiste altro momento se non il presente, mette in luce che la nostalgia di un tempo comunista fornisce soltanto l’occasione per levarsi di dosso un ulteriore strato epidermico. Questa finzione per cui la pelle si pensa suddividere interno ed esterno mi è insopportabile, la avverto innaturale. Tale avvertimento è l’inizio di qualunque cura. E’ solo vivendo a fondo, quanto si può cioè vivere e non quanto si dovrebbe farlo, ed è solo apprendendo cosa significhi “il fondo”, che l’uomo si cura, si prende cura di se stesso, magari scalmanandosi, magari tacendo, magari scrivendo, parlando, facendo la nanna. Che “è che è” resta una suprema verità, cioè il fondamentale del vivibile in ogni forma, compresa la mia, la nostra, ed è alla mano, è davvero vivibile. Spesso il suo inizio è il perturbante. Spesso la sua amarezza è la clownerie che si vive. Con odio o senza odio, con amore o senza amore (chi di noi ha davvero conosciuto cosa è amore?), con rabbia e livore o esercitando la pietà fino ai suoi insondabili residui, noi procediamo mentre siamo proceduti e la grande paura è il maestro che ci accompagna. Pare che la specie umana abbia scelto il dolore come mezzo di conoscenza e sviluppo, di avanzamento verso se stessa, verso il residuo insondabile, verso l’insondabilità. Ciò per dire, anche, che quell’uomo che non ho mai apprezzato, era ed è apprezzabile, dico Dario Fo, cioè la mia infanza, la rabbia della mia giovinezza…

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Su “Votate Robinson per un mondo migliore” di Antrim

antrim_libro3d-1Un tempo, poco tempo fa, la letteratura esisteva in un certo modo e si poteva scriverne in determinate maniere. Per esempio, stesi una prefazione al formidabile “Votate Robinson per un mondo migliore” di Donald Antrim, che minimum fax pubblicava in edizione economica. Ecco il testo: si va da Pynchon a Eugenides a Lovecraft, ragionando di futuro anteriore: il futuro connette in qualche modo a origini profonde e inindagate, ma perenni, perturbanti e pop, non soltanto in questo caso.

Quando questo classico di fine Novecento (uscì nel 1993) fece la sua comparsa, con la sua massa di immaginario compressa nella misura di un breve e denso romanzo, l’America riconobbe sconcertata l’eccezionalità dell’opera di Donald Antrim, che aveva spiazzato letterariamente chiunque. La reazione spontanea fu che si mobilitò la nobiltà intelligente, per cercare di classificare l’inclassificabile, quella sorta di distopia che è Votate Robinson per un mondo migliore. Una reazione collettiva instradò la lettura di questo piccolo capolavoro di ambiguità e di oceanica profondità in una classificazione che risultasse abbastanza riconoscibile: quella delle distopie, i tremendi futuri in cui l’immaginario fantascientifico relega l’avvenire del lignaggio umano, il terminale poliziesco e sadicamente surreale che sarebbe la logica conseguenza di una prassi che chiamiamo indifferentemente Storia oppure Occidente. Thomas Pynchon in persona si spinse a parlare di “spumeggiante allucinazione”, la quale era una ben strana allucinazione se, a detta dell’autore di V., descriveva con precisione i meccanismi alienati e sanguinari in cui noi stessi ci muoviamo (per Pynchon i protagonisti di Votate Robinson siamo “noi stessi”). Ancora più interessante: il New Yorker elesse Donald Antrim tra i venti scrittori che avrebbero fatto la storia della letteratura del XXI secolo – cioè il secolo in cui celebriamo questo romanzo segnato dall’invenzione paradossale, un composto instabile di schizofrenia e paranoia pronto a una pericolosa deflagrazione. Continue reading “Su “Votate Robinson per un mondo migliore” di Antrim”