“Essere una macchina” di Mark O’Connell

Un saggio formidabile, che è necessario leggere per comprendere in quale futuro si sta inoltrando la nostra specie: “Essere una macchina” di Mark O’Connell, pubblicato benemeritamente da Adelphi. E’ un reportage stupefatto e profondissimo, che indaga le pieghe della rivoluzione transumanista, dal profeta della Singolarità Tecnologica, Raymond Kurzweil, al catastrofista dell’Intelligenza Artificiale, Nick Bostrom, a tutti i teorici dell’upload delle coscienze umane su supporti inorganici o neorganici, fino alle capsule criogeniche Alcor, in cui dormono congelati corpi di milionari in attesa della resurrezione garantita dai prossimi sconvolgenti sviluppi della medicina. Con uno sguardo perennemente stupito e inquieto, avvalendosi di una scrittura brillantissima, Mark O’Connell affronta incontri con personaggi che, soltanto qualche anno addietro, sarebbero apparsi come residui di una new age scientista, mentre oggi si stagliano come avanguardie di una trasformazione a cui il nostro mondo sta acceleratamente accedendo, pronta a stravolgere qualunque percezione, qualunque ciclo di vita, qualunque previsionalità illuministica.

[Per le lettrici e i lettori di “History”, il mio ultimo romanzo mondadoriano: questo di O’Connell è un compendio cruciale, per comprendere il panorama in cui emerge il fenomeno postumano e la narrazione a cui ho lavorato.]

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#Aquarius e l’Italia chiusa all’umanità

C’è poco da indignarsi, se quelli che dichiaravano con vanto la loro disumanità, invertendo la scala degli universali valori di base, ora si mettono a fare impunemente il male. C’è anzitutto il problema di una nazione, incattivita e in preda alla ferocia più immorale, che questi capitani di sventura li ha votati. Sono al governo, attaccati agli scranni come mitili in eterna mitilanza incivile, uomini e donne coerenti nella malvagità e incoerenti per impreparazione al regime dell’azione politica. Un Paese, ridotto da sempre allo stato di subalternità all’uomo qualunque del destino, vocia e bercia, mentre la Grande Proletaria, nazione costiera e ininterrottamente hotspot di partenza per viaggiatori e migranti italianissimi, si chiude nella cupaggine e nell’assenza di sentimento dell’altro. A farne le spese sono al momento 629 umani, lasciati a macerare su una nave che ha spazio per ospitare cento persone in meno di quelle attualmente a bordo. Chi è al potere ora, che sono delle impersone le cui parole grondano sangue da sempre, non racconta mai la verità. Per esempio, che Malta è grande come Palermo e i migranti fanno il 30% della popolazione isolana. L’Italia che fa la voce grossa con Malta, rappresentata da un uomo di paglia il cui cuore “batte a sinistra”, sostenuta dalla cattiveria e dall’autoritarismo e dalla corrispondente passività ciarlante, il che è da sempre una naturale cifra dell’italico fenomeno, appare nella luce più livida, in tutta la sua crudele meschinità. Un profluvio di balle, un’esasperazione della dispercezione collettiva, un fare la voce grossa con i maltesi e i disperati, ché con Trump sopravviene la pavidità, che per questa gente è una forma di saggezza. Approfitto di un grafico approntato dalla BBC e da Eurostat (qui sotto nell’immagine), dove si mostra quanto Malta surclassi l’Italia per impatto di migranti sulla popolazione residente, oltreché quanto il nostro Paese abbia accolto poco o niente, mentre tutti sbraitano che il negro, i migranti, il buonismo e rosicate. Grafico o non grafico, gli italiani ululano contro scuri nembi che rattenebrano il cielo sopra la Penisola, inventando di tutto, pur di strepitare le loro brutture e atrocità, in un avvitamento che rende davvero conto della landa devastata che è questo bimillenario esperimento sociale: è un posto abitato da semimortuari corpi in preda al vampirismo morale e all’arrivismo materiale, all’esclusivismo privo di redenzione e alla reiettitudine costante. A rappresentare questo abominio di gente, una sorta di Popeye che è al contempo Bluto, insieme a un peregrino privo di arte (il che è ovvio) ma anche di parte, poiché non sta dalla parte delle persone, dell’umano, dell’amore. Questa è gente schierata preventivamente contro qualsiasi forma di amore. Queste sono frange delle tenebre italiche, mai dome. Questi sono manichini dell’EsseEsselunga. Queste sono persone incapaci di avvertire fraternità, abbraccio, pietà, passione per l’altro. Con un corredo simile, sono destinati al più spaventoso degli hellzapoppin, che purtroppo è già qui e ora: si chiama Italia.

Al Salone del Libro 2018

Al Salone del Libro di Torino sarò lunedì 14, per un’intensa giornata, che ruota intorno alla presentazione di “History” (alle 14.30, presso il Caffè letterario). Ecco l’agenda, nel caso che qualche amico amica abbia voglia di sporgersi e intervenire:

– alle 10.30 presso la Sala Gialla, per la presentazione del libro “Parole O_Stili” (Salone/Laterza), antologia di racconti di Tommaso Pincio, Giordano Meacci, il sottoscritto, Diego De Silva, Helena Janeczek, Alessandra Sarchi, Fabio Geda, Nadia Terranova, Christian Raimo e Simona Vinci, a cura di Loredana Lipperini.

– alle ore 12, sempre in Sala Gialla, partecipo all’evento legato ad “Adotta uno scrittore”, insieme, tra gli altri, a Alessandro Barbero, Christian Raimo, Helena Janezcek, Giusi Marchetta, Francesco Pacifico, Enrico Pandiani, Federico Guglielmi (Wu Ming 4)

– alle 14.30, presso il Caffè Letterario, si dialoga su “History” (Mondadori), il mio ultimo libro. Non so ancora chi parteciperà insieme a me, per affrontare i temi della narrabilità del nostro presente e delle poetiche inerenti il futuro accelerato.

– alle 16, in Sala Filadelfia, leggerò e discuterò brani da “Cosmopolis” di Don DeLillo (Einaudi), nell’àmbito di Festa Mobile, sezione gestita da Giuseppe Culicchia.

Mario Benedetti: da “Tersa morte”

Il mio nome ha sbagliato a credere nella continuità
commossa, i suoi luoghi intimi antichi, la mia storia.
Le parole hanno fatto il loro corso.
Gli ospedali non hanno corsie. Dal cimitero dei cani
vicino alla discarica di Limbiate escono i morti al guinzaglio.
Non si addensa nulla, si disperde al telefono il mio petto.
Le parole hanno fatto il loro corso.
Sei solo stanco, ripete una voce qualunque.

[Mario Benedetti, Tersa morte, 2010, Mondadori]

Il poeta italiano Mario Benedetti
Il poeta italiano Mario Benedetti

In morte di un anarchico

img35Provo un’intensa, ma non retriva, nostalgia per il tempo in cui c’erano i comunisti. Mi manca tutto, di quel tempo. Non posso fermare il tempo, ma il tempo può fermare me – e lo fa, mi ferma. Il desiderio di stare in un tempo abitabile, per quanto feroce, che mi viene tolto di sfoglia in sfoglia, come accade a tutti, crea in me uno sconcerto penoso, che è paragonabile a quello sconvolgimento con cui una civiltà orrenda accoglie il ragazzo cresciuto dai lupi in una foresta, comminandogli un’educazione e urbanizzandolo, cioè inserendolo in un contesto che non comprende e in cui non si inserirà mai. Così vivo io oggi. Nulla mi può tuttavia smuovere dalla stabile certezza che ovunque io sia, davvero, sono: questo è il rifugio e questo l’assalto al tempo, che è sempre devastato e vile, mentre il fatto che sono, anche quando non esisto, non è né devastato né vile, intuisco che è glorioso, so che è stabile e è ovunque sempre. Mentre salutavo il nuovo tempo tacciandolo di caratteristiche infami e reagendo con l’astio, poiché dell’amore non sapevo nulla, ora non sono in grado di enunciare alcun benvenuto, se non nel momento metafisico, che ora mi dà pena alla parola, il che, come sempre, è un dato per nulla permanente. Sono le certezze solide ad appartenerci, poiché a esse apparteniamo: ci trascinano, ci scuotono, ci percuotono nell’ovunque sempre: ne siamo trasportati. A un tempo che mi disarciona dalla possibilità di appoggiarmi continuativamente a un testo, che sia da scrivere o meno, è possibile per me sperimentare cosa significhi spogliarmi – non dico restare nudo, perché non ne sono capace ancora, tuttavia esfoliarmi sì: è questa la sensazione. E’ dolorosa come se un parto coincidesse con il premorte. Il fatto di riuscire molto lucidamente a valutare gli altri e il mondo che mi circonda, ovvero di avvicinarmi quanto più possibile al momento presente, poiché non esiste altro momento se non il presente, mette in luce che la nostalgia di un tempo comunista fornisce soltanto l’occasione per levarsi di dosso un ulteriore strato epidermico. Questa finzione per cui la pelle si pensa suddividere interno ed esterno mi è insopportabile, la avverto innaturale. Tale avvertimento è l’inizio di qualunque cura. E’ solo vivendo a fondo, quanto si può cioè vivere e non quanto si dovrebbe farlo, ed è solo apprendendo cosa significhi “il fondo”, che l’uomo si cura, si prende cura di se stesso, magari scalmanandosi, magari tacendo, magari scrivendo, parlando, facendo la nanna. Che “è che è” resta una suprema verità, cioè il fondamentale del vivibile in ogni forma, compresa la mia, la nostra, ed è alla mano, è davvero vivibile. Spesso il suo inizio è il perturbante. Spesso la sua amarezza è la clownerie che si vive. Con odio o senza odio, con amore o senza amore (chi di noi ha davvero conosciuto cosa è amore?), con rabbia e livore o esercitando la pietà fino ai suoi insondabili residui, noi procediamo mentre siamo proceduti e la grande paura è il maestro che ci accompagna. Pare che la specie umana abbia scelto il dolore come mezzo di conoscenza e sviluppo, di avanzamento verso se stessa, verso il residuo insondabile, verso l’insondabilità. Ciò per dire, anche, che quell’uomo che non ho mai apprezzato, era ed è apprezzabile, dico Dario Fo, cioè la mia infanza, la rabbia della mia giovinezza…

Su “Votate Robinson per un mondo migliore” di Antrim

antrim_libro3d-1Un tempo, poco tempo fa, la letteratura esisteva in un certo modo e si poteva scriverne in determinate maniere. Per esempio, stesi una prefazione al formidabile “Votate Robinson per un mondo migliore” di Donald Antrim, che minimum fax pubblicava in edizione economica. Ecco il testo: si va da Pynchon a Eugenides a Lovecraft, ragionando di futuro anteriore: il futuro connette in qualche modo a origini profonde e inindagate, ma perenni, perturbanti e pop, non soltanto in questo caso.

Quando questo classico di fine Novecento (uscì nel 1993) fece la sua comparsa, con la sua massa di immaginario compressa nella misura di un breve e denso romanzo, l’America riconobbe sconcertata l’eccezionalità dell’opera di Donald Antrim, che aveva spiazzato letterariamente chiunque. La reazione spontanea fu che si mobilitò la nobiltà intelligente, per cercare di classificare l’inclassificabile, quella sorta di distopia che è Votate Robinson per un mondo migliore. Una reazione collettiva instradò la lettura di questo piccolo capolavoro di ambiguità e di oceanica profondità in una classificazione che risultasse abbastanza riconoscibile: quella delle distopie, i tremendi futuri in cui l’immaginario fantascientifico relega l’avvenire del lignaggio umano, il terminale poliziesco e sadicamente surreale che sarebbe la logica conseguenza di una prassi che chiamiamo indifferentemente Storia oppure Occidente. Thomas Pynchon in persona si spinse a parlare di “spumeggiante allucinazione”, la quale era una ben strana allucinazione se, a detta dell’autore di V., descriveva con precisione i meccanismi alienati e sanguinari in cui noi stessi ci muoviamo (per Pynchon i protagonisti di Votate Robinson siamo “noi stessi”). Ancora più interessante: il New Yorker elesse Donald Antrim tra i venti scrittori che avrebbero fatto la storia della letteratura del XXI secolo – cioè il secolo in cui celebriamo questo romanzo segnato dall’invenzione paradossale, un composto instabile di schizofrenia e paranoia pronto a una pericolosa deflagrazione. Continua a leggere “Su “Votate Robinson per un mondo migliore” di Antrim”

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