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Il Questoquaismo di Matteo Renzi

Ciò che profondamente non mi colpisce affatto, nel contemplare la deriva poetica di Matteo Renzi, è l’insistenza sul suo periodo d’oro, che lo è stato soltanto per lui e per qualche aggregato alla sua esplosiva personalità, l’aggettivo riguardando un flatus vocis, cioè il soprannome “il Bomba”, ché di deflagrante in Renzi non c’era nulla, a partire dalla “rottamazione”, per continuare con la retorica del “sogno”, purissima eredità berlusconiana, che di onirico non aveva nulla, se non il fatto di essere un incubo liberista, in cui selvaticamente le masse avrebbero dovuto mutuare entusiasmo da una realtà erosa e da un contesto di sfruttamento generalizzato. La persistenza di Renzi nella recriminazione e nella memoria di statistiche che concernono il 2014, davvero, stipulerebbe un patto con la poetica del fanciullino che è più in lui che in noi. E’ tenero e umano nel tremolio e nella sempiterna riproposizione dei ruderi narrativi, che costituivano secondo lui uno storytelling e per tutti noi una riprova costante di come l’uomo di paglia non abbia grandi vantaggi nell’appiccare il fuoco. Fa molta impressione riflettere su cosa sia il passato politico italiano, le sue modalità e le sue ritologie estenuanti, le sue linguificazioni ai limiti del tollerabile e la varianza bizantina sul vuoto che veniva spacciato per un pieno, ma aereo, astratto, numinoso, un attendismo sfinito, un tempo dilatato, che Renzi e non Berlusconi ha inteso abolire, proponendo un modello alternativo del tutto fuori squadra e capace di sortire qualche effetto soltanto come premessa a ciò che sarebbe giunto dopo, ovvero la carica alinguistica attuale, la piattaforma valoriale della faccia come il culo, l’esasperazione dei visceri: tutte proposte antinarrative, come del resto quelle di Renzi. L’ultimo politico ad avere in mano le chiavi di una narrazione e la capacità di usarle, in effetti, è stato Berlusconi, ovvero la generazione del medesimo, ancora sensibile al racconto, per quanto falso, impudico, anticivile. Sto consigliando senza posa, in questi giorni, quel “mostro” antropologico che è la grande opera di Filippo Ceccarelli, “Invano. Il potere in Italia da De Gasperi a questi qua” (Feltrinelli), invcentore dunque della memorabile categoria del Questiquaismo: e Renzi ci sta, tra “questi qua”, oppure avviene prima che essi giungano alla transitorietà dei poteri? Renzi appare del tutto omologo a costoro, è forse la prima apparizione in vita del Questiquaismo. Messa accanto alle personalità che fanno la storia parlamentare e politica in Italia, la sua statura appare quantificabile a quella di un soldatino in mano a Guido Crosetto: non sta sulle spalle dei giganti, gli sta tra le mani, è un giochino del futuro che i colossi del passato avevano previsto nonostante tutto, poiché il potere italiano e l’Italia stessa sono questa reiterata svuotata constatazione: “Nonostante tutto”. Tra le venerabili, esilaranti pagine che Ceccarelli dedica ai democristiani, questi figli di un partito donnone e gigantescamente materno, fa impressione mettere in relazione Renzi e la sua comunicazione con quella, che so?, di Arnaldo Forlani, un uomo capace di parlare per ore senza dire nulla e, proprio per questo, eternamente candidabile e impallinabile al Quirinale (definì “spinte dispersive” il voto di franchi tiratori che lo abbattevano a un passo dalla presidenza della Repubblica). Arrivava Fanfani, arrivava sempre, lo abbattevano a fucilate e lui rispuntava dopo qualche mese e lo soprannominavano non “il Bomba”, ma molto più genialmente “il Rieccolo”. Concetto Marchesi, uno dei massimi latinisti del Novecento, per Andreotti arrivò a coniare il detto “Chi non muore si risiede”, il che sarebbe impossibile rispetto a Renzi. Non mi ricorso quale politico o notista disse di Prodi che “gronda bonomia da ogni artiglio”: Renzi manco arriva a una simile segnatura di grande cinismo, poiché è cascato ingenuamente lui nelle trappole che pensava di allestire a danno degli altri. Renzi non ha compreso minimamente la storia del potere in Italia e ciò è fatale. Matteo Salvini da quella cultura arriva, tiene nascosto tutto, esclude proprio il discorso tradizionale del potere italiano dalla propria comunicazione, ma lo sa a memoria e, per questo, è uno sfidante formidabile e al contempo sfigatissimo, per chi ha la pazienza di attendere che la vicenda progressista trasformi per l’ennesima volta la marcia delle magnifiche sorti in questo Paese declinato al gerundio (“Stiamo lavorando per voi…”). Tutto il contrario, Renzi, ed è il motivo per cui uno come Enrico Letta ha milioni di chance più di lui di eternamente tornare. Alla luce di tutto ciò fa tenerezza, di Renzi, la difesa postuma delle vicende in cui è stato coinvolto il padre, alla luce e al buio del caso che costituirebbe di per sé il genitore di Luigi Di Maio, che secondo il senatore di Rignano dovrebbe chiedere scusa – come se, da Pajetta, il dc Donat-Cattin avesse pensato di chiedere scusa, perché il senatore pci aveva detto: “Pensavano di trovare i terroristi tra i nipotini di Marx, li trovano tra i figli di Donat.Cattin”. Abbiamo davvero rottamato Forlani, Fanfani, Andreotti, Pajetta, Donat-Cattin? No e non lo faremo mai. Chi non lo comprende, purtroppo, ha la vita politica misurata e breve, come sta capitando e probabilmente capiterà a Matteo Renzi, anche se si costruirà attorno un “nuovo partito”, un’altra eternità tutta italiana, che il Bomba non sa interpretare, sbagliando perennemente, declinandosi a un gerundio del tutto sbagliato.

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