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Da La storia siamo noi: “Oggi: gli Ultimi”

t1_la_storia_siamo_noi_02.jpgLa storia siamo noi, l’antologia edita da Neri Pozza nella collana Bloom per la curatela di Mattia Carratello (€ 17.50), è di fatto un’antologia che rientra a pieno nei parametri del memorandum sul New Italian Epic steso da Wu Ming 1. Il racconto della storia italiana, dal 1848 a oggi, avviene per scene topiche, momenti apicali, ritratti devianti, e termina con un esito che è fantascientifico e attuale. Gli scrittori che hanno partecipato a questa iniziativa editoriale sono quattordici: Antonio Scurati, Giosuè Calaciura, Antonio Franchini, Mario Desiati, Andrea Camilleri, Helena Janeczek, Sebastiano Vassalli, Laura Pariani, Sandra Petrignani, Laura Pugno, Giancarlo Liviano D’Arcangelo, Nicola Lagioia, Leonardo Colombati.
In chiusura, c’è il Miserabile sottoscritto, che si occupa di un momento storico particolare della storia nazionale: l’oggi e il presente avanzato, da cui il titolo, che è Oggi: gli Ultimi.
Pubblico qui, grazie al permesso dell’Editore, il racconto in versione integrale, invitando i Miserabili Lettori interessati a fidarsi del mio giudizio personale e ad andare a visionare in libreria l’antologia, che mi pare un momento importante nella vicenda della narrativa italiana contemporanea.
La versione integrale del racconto è in formato pdf. Basta cliccare sull’icona o sul link e il file è visualizzabile.

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Dopo Elkann, Marzullo: lo sfondamento del romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgPrescindendo dall’odiosa materia che ho dovuto trattare nel mio ultimo romanzo, e dai modi in cui l’ho trattata (testimoniati dall’officina aperta prima dell’uscita, e dopo…), Hitler mi ha concesso due soddisfazioni fondamentali per uno spirito trapassato da “Clarence”. La prima, come già detto, è stata l’incredibile intervista di Alain Elkann, che merita un capitolo di un prossimo libro, poiché disvela inenarrate verità del mondo dello spettacolo e delle dinastie (voi umani non potete immaginare…). La seconda, che non ha visto purtroppo la mia partecipazione fisica (per la quale avrei donato otto litri di sangue all’Avis), è stata l’inattesa, sorprendente, non programmata comparsa di Hitler da Marzullo. Ecco l’estratto della trasmissione: il critico musical-letterario Walter Mauro segnala uscita e temi del romanzo. Grazie: Marzullo serve a coronare i sogni e quindi mi aiuta a vivere!

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Pitt & Jolie del Fascio: la storia vera di Sanguepazzo

valenti_ferida.jpg[A Cannes è stato presentato Sanguepazzo, film di Marco Tullio Giordana sulla controversa esistenza e morte dei divi del regime mussoliniano Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, interpretati da Luca Zingaretti e Monica Bellucci. Vicenda ad altissima ambiguità, che viene raccontata nel testo che segue, firmato dal Miserabile sottoscritto e pubblicato nel numero scorso di Vanity Fair]
vanityfairlogobn.jpgE’ una sera vivida e tiepida. Lo spazio è enorme. L’aria è un prisma di colori. Il tramonto infuoca l’ora. E’ il 30 aprile 1945. Non è il bianco e nero dei cinematografi o delle celluloidi dell’Istituto Luce. Non c’è alcuna voce marziale a sentenziare su questo momento. Non si vedono ruderi grigiastri di edifici crollati per i bombardamenti, la tragica péndant al marmo sporco del Duomo. Soltanto, nell’erba fosforescente, distante dalle piste battute dagli zoccoli dei cavalli e asperse dal sudore delle corse, al centro dell’Ippodromo di Milano: un uomo, una donna. A pochi metri da loro, il plotone partigiano.

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Da La storia siamo noi (Neri Pozza): un estratto del mio racconto

t1_la_storia_siamo_noi_02.jpgE’ uscita e credo farà scalpore (uno scalpore letterario, s’intende) la sorprendente antologia curata da Mattia Carratello (una delle migliori menti operanti in Italia da anni) per la collana Bloom di Neri Pozza. Si intitola LA STORIA SIAMO NOI [qui la scheda ufficiale], in cui quattordici scrittori raccontano l’Italia dal 1848 a oggi ed è una raccolta di racconti concatenati che rientra a pieno nei parametri del memorandum sul New Italian Epic tratteggiati da Wu Ming 1. Sotto l’accurata guida e il sapientissimo editing di Carratello, hanno partecipato a questa serie di istantanee su momenti topici della storia d’Italia, in ordine e argomento di apparizione:
Antonio Scurati: nascita di una nazione, le Cinque giornate di Milano.
Giosuè Calaciura: l’avvento di Garibaldi a Palermo.
Antonio Franchini: il mito e la tragedia di Caporetto.
Mario Desiati: l’amore ai tempi del fascismo.
Andrea Camilleri: il sogno impossibile di un separatista siciliano.
Helena Janeczek: i texani alla battaglia di Montecassino.
Sebastiano Vassalli: la guerra è finita, tornare a casa.
Laura Pariani: diario di una studentessa, anno scolastico 1968.
Sandra Petrignani: Roma, il caso Moro e lo sgomento degli affetti.
Laura Pugno: Processo per stupro e la violenza occultata.
Giancarlo Liviano D’Arcangelo: Ustica, il silenzio e il segreto.
Nicola Lagioia: quando Indro Montanelli lasciava il Giornale.
Leonardo Colombati: Gianni Agnelli, la morte di un re.
Giuseppe Genna: 2008, la fine del miracolo italiano.

L’antologia ha inaugurato il Festival delle Letterature di Massenzio, a Roma. In una serata gremitissima di lettori, undici scrittori hanno letto un estratto del proprio racconto. Assente il sottoscritto per disdette personali, un brano dal mio racconto è stato comunque interpretato. Riporto qui lo stralcio, avvisando che proprio di uno stralcio si tratta e che prossimamente, con l’eventuale benestare dell’Editore, editerò su questo sito il racconto nella sua interezza – questa discensio ad infera nei piani sotterranei alla Stazione Centrale di Milano, che culmina in apparizioni metafisiche e nella resa totale dello stampo umano, secondo la sua declinazione italica, che è attualmente a mio parere la punta avanzata della débacle della specie.
Qui di séguito, l’estratto.

Oggi: gli Ultimi

di GIUSEPPE GENNA
E’ il primo gennaio 2008, sono disperatissimo, matto e disperatissimo. Ho un euro di benzina nel serbatoio del motorino, il conto in rosso, Milano è allo zero climatico, l’aria che pesa, gli zero gradi mantegono la condensa bianca orizzontale e ubiqua. E’ la bruma che pare antica nebbia, ora cancerogena. Mi gelo mentre corro girando per circoli nella circonvallazione maggiore e so dove andare. So, io, sempre, dove, andare. Il luogo centrale, il perno di tutto. Due anni addietro, tra qualche ora, sfondai la porta di casa dove mio padre abitava, corroso dal tumore epatico eppure privo di sintomi, se non la peluria di pulcino che aveva sostituito la capigliatura brizzolata, dovuta alla chemioterapia inefficace, era sempre stanco, e lo trovai morto, cadavere irrigidito da un giorno, accanto al calorifero, secco come cospicui rami invernali di un albero sotto brina, gli arti terminali gonfi, il braccio sollevato, il cuore aveva ceduto, era morto in venti secondi, cinque minuti dopo avermi telefonato per farmi gli auguri di buon anno, la sera precedente, io ero nella festa inutile dei lucori borghesi, e lui moriva, solo. Solo. Solo.
Sono, io, sempre, da sempre, solo e, penso, sarò, sempre, solo.
Giro solo nel motorino che macina decametri di asfalto brinato, la giacca impermeabile non lo è perché acquistata dai cinesi in Ripamonti, il freddo intenso è pugni nelle ossa delle braccia, sullo sterno.
L’altra sera, in una trasmissione che si occupa di fantarcheologia e profezie e oggetti non identificati e crop circle, il presentatore Sandro Giacobbo, che avevo visto inscenare una seduta di ipnosi regressiva dove un’attrice ricordava una sua esistenza precedente e descriveva il marito frustarla nella stanza di un palazzo nobiliare nel Settecento – in quella trasmissione l’ex comico di “Drive In” Enzo Braschi, che interpretava il paninaro con slogan ossessivi a cui ossessivamente rispondevano risate preconfezionate, lui e altri esperti sudamericani, tutti: dicevano che nel 2012 il mondo finisce. Lo dice il calendario Maya, lo dicono le profezie Thai, lo dicono certi cartigli e geroglifici dell’Egitto faraonico.
Dalle sabbie tremule e incolte spiccavano le profezie guardando a Orione.
Ruoto a spirale nel gelo per la città, le pompe di benzina rare sono tutte serrate, è il giorno che inaugura il nuovo anno 2008, tutti sono a casa e pensano che ci sono nuovi obbiettivi, nuove possibilità per non conoscersi.
Taglio, seguendo certe rotte in diagonale.
Un vento a alcuni gradi sotto zero incontrastato sulle piazze vuote e contro i campanili, a tratti, come raffiche di mitra, disintegrava i cumuli di neve.
Climatologi di fama internazionale hanno presentato all’Onu un rapporto allarmante sulla premessa della fine del mondo, sulle modificazioni del geomorfismo terrestre, in forza dell’aumento del livello delle acque planetarie, dovuto all’intervento dell’uomo sull’atmosfera, per le emissioni dei cancerogeni inquinanti. Le mappe sono profezie a breve, il mondo tra cinquant’anni e vedevo on line le mappe pubblicate: lo Stretto di Gibilterra cancellato, l’Atlantico riversato nella pozza salmastra del Mediterraneo, la Spagna divorata nelle coste, l’Italia annullata, ne rimanevano cartigli minimi, sigilli di un passato che è stato così breve, così breve e sciacquato come acqua in torba: la Sardegna intatta, la Sicilia emersa per metà, la Penisola inesistente, solo acqua, fino ai monti liguri, divenuti isole, l’estensione del Piemonte dimidiata, la Lombardia intatta, il Veneto corroso, il Friuli indenne. Un’Europa dilagata al proprio interno, collassata su se stessa per la sostanza acquea, la pressione idrica ne farà un buco azzurro, non una supernova, uno squallore geografico intollerabile, poiché nella violenza della natura l’umano ravvede intensità di eroismo, e il collasso della nova è eroico, il buco nero è epico, ma la veloce corrosione delle coste, le migrazioni delle termiti umane, la sofferenza di duecentotrentamila morti in Asia per lo tsunami pochi anni orsono in questi giorni, era il 2004, è stato scordato, gli italiani volevano partire per le Maldive in vacanza, si informavano dei morti a galla nelle acque, lo tsunami: no, questo è un affossamento trascurabile, minimo, scatena un ludibrio appena avvertibile.
Taglio verso la Centrale, è lì che vado: la Stazione.
So dove andare.
La Centrale è un tempio massonico, ermetico, alchemico, a migliaia la trapassano, pendolari turisti viaggiatori occasionali, ogni giorno, e non comprendono di calcare i pavimenti irregolari, a più piani, le svolte labirintiche di un evento architettonico templare. Il messaggio iscritto come potenza nella pietra marmorea: non parla. Nessuno ascolta. Chi non ha occhi per vedere: è il suo mondo, questo. E’ il suo tempo.
Il tempo non esiste, la morte non esiste, ma una sostanza che regge il tempo e la morte, continua, fatta di presenza, che se potesse parlare, e può parlare solo se accetta di condensarsi entrando nel tempo e nella morte, direbbe semplicemente: “Io Sono”.
[…]
Davanti al binario 21: il Padiglione Reale.
Attenzione: ci si avvicina al sacello che sembra il segreto del male che questo tempio, muto, annuncia.
E’ sul lato orientale della Stazione, occultato, accanto alla cappella.
La fine è imminente. Non esiste fine. L’umano non è l’animale politico, è l’animale che pensa alla fine.
E’ rimasto, il Padiglione Reale, identico negli anni. Una varietà pressoché infinita di di marmi nello zoccolo, nelle pareti, nello scalone: il verdello di Verona e la pietra Valdagno, l’onice giallo di Chiampo e il paonazzetto di Carrara. E specchi. E velàri. E vetrate a composizione mosaica. E lampade in cristallo sfaccettato.
Lo scalone a doppia rampa con pròtomi leonine, scalini e balaustra in onice giallo, conduce al Salone delle Feste, ornato di colonne a capitelli corinzi e fregi e immani anfore di marmo verde Roja e una fontana in porfido e pezzi in stucco lucido stilizzato e più dentro, più dentro ancora, nel buio prima della cascata di luce dalla finestra immensa che dà su piazza Duca D’Aosta, ecco il centro oscuro, dimenticato, non visto: un pannello che si confonde perché realizzato in legno non pregiato.
Su questo pannello, occultato perché messo sotto lo sguardo di chiunque, con ossessione è fregiata la Svastica.
Nemmeno adesso che è detto questo l’umano comprende – l’italiano, meno ancora. L’umano di oggi si annoia: non è più umano – l’italiano, meno ancora. I paragrafi precedenti cosa c’entrano? E’ tutto connesso, ma per l’inumano è tutto scollegato – per l’italiano, più ancora. Archi voltaici di superfina elettricità corrono da un elemento all’altro, ma l’umano ora si annoia a leggere questo racconto – l’italiano più ancora.
L’umano non è l’animale politico, è l’animale che si annoia.
L’italiano è il culmine della noia.
[…]

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Conversazione con Wu Ming 4: su Stella del mattino

stelladelmattino_wuming4.jpgLeggi la recensione a Stella del mattino
Parte di ciò che penso del romanzo “solista” di Wu Ming 4, Stella del mattino, è leggibile qui, dove cerco di dimostrare, secondo i canoni di uno scrittore e non di un critico, come questo libro faccia emergere elementi decisivi per la nostra letteratura contemporanea, e in particolare la fusione dell’elemento epico con quello psicologico attraverso l’allestimento di un’autentica tragedia, senza perdere in nulla la carica narrativa che permette di leggere in maniera piana e appassionante le sue pagine: o, come afferma Monica Mazzitelli, di divorarle.
A parte la mia personale interpretazione di Stella del mattino, ho chiesto a Wu Ming 4 la sua disponibilità a una discussione tra colleghi, più che a un’intervista. Disponibilità che WM4 ha concesso e di cui lo ringrazio. Questa chiacchierata si inscrive automaticamente nell’orizzonte delle interviste e degli interventi che l’autore di Stella del mattino ha rilasciato e pubblicato sul blog ufficiale del libro. (gg)

Uno dei primi nuclei fondanti (il primo pilastro della saggezza di Stella del mattino) mi sembra l’incontro tra Tolkien e il “goblin” Lawrence, che è descritto in maniera sorprendente perché chi ha recepito l’“icona Lawrence” non si attende una simile descrizione fisica. Siamo nella stanza degli anelli. Si discute degli anelli come emblema del potere e del patto, promessa di cui gli umani non sono sempre stati all’altezza. C’è una prefigurazione del Signore degli anelli, ma c’è anche qualcos’altro: una riflessione sulle cose materiali che, emblematizzate, si caricano di magia. Questa riflessione vale, mi pare, anche per le Storie e le parole stesse – cioè per tutta la letteratura. E’ una delle tue intenzioni? Stella del mattino è una riflessione sulla storia effettiva e sulle parole che la raccontano deviandone l’impossibile oggettività?
WM4: Sì, certo, è anche questo. I tre detective che nel romanzo indagano sul conto di Lawrence approdano a tre verità distinte, ovvero a tre versioni discordanti della sua storia. Graves lo vede come una specie di Che Guevara ante litteram, una figura ispiratrice. Lewis lo vede invece come un antieroe, un cacciaballe che si è inventato una fama e una reputazione per darla a bere al grande pubblico ed essere glorificato. Tolkien lo vede come una figura ambigua e tutto sommato patetica, schiacciata dalla propria stessa velleità romantica. Poi c’è lo stesso Lawrence, che scrivendo una versione epica della rivolta araba cerca di esaltare il proprio ruolo e quello degli arabi durante il conflitto, cioè usa la letteratura, le parole scritte, e la propria reputazione eroica, per influire sulla storia.
Questo ci dice che i racconti non sono tutti uguali e ogni particolare interpretazione dei fatti porta con sé delle conseguenze pratiche. Insomma, sì, una delle chiavi di lettura di Stella del mattino è senz’altro il rapporto tra fatto e racconto, tra “fare” e “mito”. Del resto proprio in una delle scene iniziali si assiste a una lezione universitaria del celebre grecista Gilbert Murray sull’incipit della Poetica di Aristotele, dove si parla di questo.
Precisamente: si traduce la parola greca poiesis con fare, ed è una traduzione letterale rivoluzionaria, a cui uno dei tre “investigatori” di Lawrence, cioè Lewis, reagisce non comprendendo che cosa abbia a che vedere la storia col racconto. Tuttavia Lewis subisce una trasformazione e, almeno per quanto ho compreso io, anche gli altri tre (Graves, Tolkien, lo stesso Lawrence). Stella del mattino include nella vocazione epica una forte componente emotiva ed esistenziale. I personaggi evolvono. E’ un libro fatto di psiche in movimento, di sguardi, in cui ognuno vede e interpreta l’altro e se stesso. Come hai lavorato alla fusione tra questo elemento esistenziale e gli schemi epici, che di solito riducono la psicologia a gesti simbolici?
WM4: Fin dall’inizio ho deciso di scrivere un romanzo in cui la maggior parte degli eventi si sarebbe svolta dentro la testa dei personaggi. Innanzi tutto perché i protagonisti sono uomini che hanno subito il trauma della guerra e della perdita e stanno cercando di elaborarlo. Scegliendo quei personaggi storici in quel particolare momento delle loro vite non poteva che essere così. Gli stessi flash-back di Lawrence in Arabia si presentano come degli squarci onirici, momenti proiettati sullo sfondo, che raccontano la sua impresa per tappe simboliche. Allo stesso tempo volevo riuscire a mettere ognuno dei protagonisti davanti a scelte esistenziali importanti e appassionanti, che in un modo o nell’altro avessero a che fare con la scrittura, con la narrazione. Quindi credo che Stella del mattino non sia tanto un romanzo epico in senso stretto, quanto piuttosto un romanzo sull’epica, che racconta quanto l’epica c’entri con la nostra vita. I protagonisti del romanzo ne erano profondamente convinti e tutta la loro produzione letteraria lo dimostra. In sostanza si è trattato di far collidere due piani, quello della chanson de geste con i suoi canoni eterni, appunto, e quello della coscienza moderna. Non dimentichiamoci che in quegli stessi anni James Joyce si apprestava a riscrivere l’Odissea spostandosi nella testa di un Ulisse contemporaneo. In più, i personaggi storici che ho usato come protagonisti del mio romanzo erano stati anche guerrieri, avevano vissuto la Grande Guerra sulla propria pelle, si erano addentrati nella tragedia cantata da Omero. Insomma si trovavano nella situazione particolare di essere protagonisti viventi e cantori di un evento epocale, il crollo delle grandi illusioni moderne. Una posizione scomoda e privilegiata allo stesso tempo, che a mio avviso ha determinato la grandezza indiscutibile di alcune delle cose che hanno scritto.
La fusione tra questi elementi biografici, storici, letterari, ha prodotto una narrazione di “psiche in movimento”, come la chiami tu, rendendo possibile che nella trama accadano piccole grandi cose in un’unità di tempo, luogo e azione apparentemente ristretta.
Il che non fa epica: sono le regole aristoteliche della tragedia classica. Nelle tue pagine dov’è il momento tragico? Te lo chiedo avanzando un’ipotesi da scrittore e non da critico. La tragedia rappresenta un’universalità umana e lo fa riuscendo a mantenere indistinguibili l’ambiguità e la realtà. Ognuno dei tuoi personaggi è ambiguo, nonostante abbia una traiettoria precisa nel romanzo. Lawrence, ovviamente, è il più ambiguo di tutti. Ciò fa di Stella del mattino un romanzo allegorico in senso molto alto, perché ciò che vale per il racconto vale anche per il passato, per il presente e per il futuro. Qui è in gioco una possibile totalità dell’umano, come mi sembra dimostrare Nancy, la moglie di Graves. Finora, nelle interviste rilasciate, hai dato una connotazione di Nancy che è esplicita nel romanzo: non è una moglie, è una donna. Secondo me è di più: è il polo femminile (Graves se ne occupò ne La Dea Bianca, edito in Italia da Adelphi). Sei d’accordo sull’idea di Stella del mattino come tragedia di nuova specie? E cosa davvero è il personaggio Nancy Graves?
WM4: Se la chiami Nancy Graves non le fai onore… lei ci teneva a mantenere il cognome da nubile, Nicholson. Ma andiamo per gradi, partiamo dall’elemento tragico.
E’ proprio l’unità aristotelica che fa di Stella del mattino un’opera “teatrale”. Non è un caso che nel 2006 il drammaturgo canadese Stephen Massicotte abbia messo in scena una piece teatrale tratta dalla stessa vicenda e che ha per protagonisti Lawrence, Graves e Nancy Nicholson (The Oxford Roof Climber’s Rebellion). Io l’ho scoperto mentre già stavo scrivendo il romanzo, ma la cosa mi ha aiutato a capire proprio questo. I protagonisti di Stella del mattino sono “dramaticae personae” e Oxford non è altro che un palcoscenico a vari gradi di profondità. Se provi ad analizzare i personaggi ti accorgi facilmente che sono tutti portatori di contraddizioni topiche.
Lawrence è l’eroe tragico per antonomasia, con l’aggiunta di una personalità moderna, conflittuale, problematica e la necessità di trasformarsi in cantore di se stesso, di sostenere il peso del ruolo senza averne il physique. In lui risuona la figura leggendaria di Beowulf, nella rilettura del personaggio che hanno dato Neil Gaiman e Roger Avary sceneggiando il film di Zemeckis tratto dal poema. Non è un caso che il campione dei Geati venga continuamente chiamato in causa tra le pagine del libro.
Tolkien secondo me rappresenta la fede sfidata dalla storia, è un cattolico che anela al quieto vivere, ma deve fare i conti con l’inconscio, con l’erompere di Psiche nella propria vita. Per lui i miti sono modelli etici e contengono un nucleo di verità, ma appunto dovrà essere capace di accettarne anche la dimensione “freudiana” o se si preferisce “campbelliana”, e ridurli a sé, al proprio particolare, per capire cosa deve fare, qual è la strada da percorrere.
Lewis è lo scettico razionalista, frazeriano, a sua volta soverchiato dall’irrazionale, dal rancore, dall’omoerotismo represso. E’ il personaggio più controverso, forse anche più dello stesso Lawrence, portatore di una rabbia profonda che va al di là del tradimento generazionale rappresentato dalla guerra. E’ la frustrazione di chi non vuole accettare un piano irrazionale dell’esistenza, di chi nega legittimità all’analisi del mito come psicoanalisi della civiltà. La sua è la spocchia tardo-illuminista, liberale, positivista. Quella che nega legittimità al marxismo e alla psicoanalisi perché li considera sistemi “chiusi”, autoreferenziali. Se non è un transfert quello che instaura con Lawrence allora non so cosa lo sia.
Robert Graves è il rivoluzionario romantico, per il quale i miti sono una risorsa vitale, perché ci raccontano un’altra versione del mondo, aprono lo specchio delle possibilità. I miti giacciono in un passato arcano e rimosso e devono essere scavati fuori come un tesoro antico e fatti riverberare sul presente, rideclinati senza nostalgie e tradizionalismi. Ecco perché non riesce a spingersi fino in fondo nella decostruzione dell’eroe e non accetta che tradisca le aspettative. E certo la sua ammirazione per Lawrence cozza pesantemente con il controcanto di Nancy, che a mio avviso è uno dei personaggi più importanti del romanzo, anche se rimane in seconda linea. Il femminismo di Nancy è (ed era) in buona parte velleitario e anacronistico, ma coglie le contraddizioni dei reduci senza sconti di sorta. Nancy è appunto il femminino che si insinua e rompe le uova nel paniere dei reduci guerrieri. E lo fa senza stucchevole saggezza, senza “maternalismo”, bensì con arroganza ideologica, con cattiveria. E tuttavia sarà in grado di ispirare un percorso determinante per la vita e la carriera di Robert Graves.
Se quindi in Stella del mattino c’è una briciola di universalità e di forza tragica ciò è dovuto proprio allo spessore delle personalità trattate e che ho cercato di riprodurre sulla pagina.
In un intervento del 2004, scrivevi: “Lawrence ha prodotto una delle teorie della guerriglia più originali di tutto il pensiero occidentale. Teoria che può essere nata solo da un’esperienza sul campo, a prescindere dall’importanza del ruolo storico dell’autore. Lawrence ipotizzò una guerra senza battaglie, senza spargimenti di sangue, basata sull’invisibilità e sulla negazione dei bersagli al nemico. Una guerra senza morti, senza disciplina, senza eserciti. Una guerra priva della dialettica della guerra. Non si accontentò di ribadire la differenza tra guerra regolare, fondata sull’idea di linea, da attaccare o difendere, e guerriglia, basata sulla discontinuità, sull’attraversamento delle linee per sabotarne il tracciato. Disse qualcos’altro: la vittoria, secondo lui, si doveva piuttosto a un’azione intellettiva che militare, a un cambiamento di prospettiva, che non impegnava la forza del nemico, ma la aggirava e la vanificava. Non si trattava di espugnare i capisaldi nevralgici tenuti dall’avversario, ma di modificare la strategia complessiva per renderli di secondaria importanza. Rifiutare lo scontro e spostarsi altrove, lasciando il nemico a difesa di un luogo divenuto inservibile. Incidere di continuo le vie di rifornimento per rendere l’apparato militare avversario sempre più oneroso da mantenere, fino al collasso”. Quanto ha a che vedere questa rivoluzione militare con una possibile rivoluzione narrativa? Mi sembra una perfetta descrizione di quanto sta accadendo oggi in Italia. E, in aggiunta, è per questo motivo che i momenti storici in cui Lawrence è protagonista hanno una forte carica onirica, cioè narrativa?
WM4: I flash-back “arabi” sono onirici perché vengono rivissuti ex post, dalla prospettiva di un altrove assoluto che è l’idillio accademico di Oxford. E’ stata una delle chiavi di volta del romanzo fin da quando l’ho concepito. Perché appunto non avevo intenzione di riscrivere la vicenda di Lawrence, l’hanno già fatto biografi di tutti i tipi, e c’è solo l’imbarazzo della scelta tra i saggi sulla guerra nel deserto.
Per quanto riguarda la teoria della guerriglia di Lawrence e le assonanze con quanto accade oggi nel panorama culturale italiano, il discorso è più complesso. Credo che mentre il Paese sprofonda, decade, marcisce, esista un pezzo di società che va in tutt’altra direzione. A questa parte sana va ascritta quella produzione letteraria che si muove verso un’assunzione di responsabilità narrativa (se mi passi il termine). Esistono romanzi che pretendono ancora di raccontare il mondo, di tenere alta l’attenzione del lettore, di scavare nel passato o nel presente per restituire alle narrazioni un afflato collettivo. La narrativa nasce rivolta alla collettività, è per questo che si pubblica, cioè si rende pubblico ciò che si scrive, perché si presume che altri possano rispecchiarsi in quello che scriviamo, che ne vengano coinvolti. Come dice Mario Tronti, la scrittura è sempre un corpo a corpo con la storia, oppure, aggiungo io, non è niente. Questo perché la storia è ciò in cui siamo immersi, è il luogo dove viviamo. Quindi, come dicevo, non è mai indifferente cosa si racconta e come lo si racconta.
Per venire a Lawrence, la considerazione potrebbe essere questa. La letteratura ha sempre avuto questa capacità magica di farci immedesimare in altre persone e viaggiare in altri luoghi, ovvero di farci uscire da noi stessi per vedere le cose con occhi diversi. Il sabotaggio dei segni dominanti passa attraverso storie che allargano gli orizzonti di senso e scavano gallerie sotto le macerie del Paese che ci crolla addosso. Essere altrove, per Lawrence come per noi, significa trovarsi là dove non si è attesi, scartare, battere nuove piste, con coraggio, riuscendo a fare in pochi il lavoro di molti. Prendere coscienza del proprio percorso condiviso senza bisogno di farsi compagine, lobby, mafia, esercito. E’ solo così che la parte sana del Paese può sperare di uscire dal pantano, conducendo una guerriglia culturale per “bande”, aprendo vie di fuga, creando prerequisiti di futuro possibile. In mezzo al caos calmo che ci circonda non ci sono rendite di posizione da mantenere, non se si conserva un briciolo di onestà intellettuale. Il deserto può essere attraversato, mappato, percorso in molte direzioni. Per parte loro, i narratori devono dimostrare, prima di tutto a se stessi, di essere in grado di farlo.
Parto dall’ultima asserzione, “i narratori devono dimostrare, prima di tutto a se stessi”. La domanda è scontata almeno quanto sono profonde le sue implicazioni. Dalle interviste che hai rilasciato, sappiamo che, anche nel caso di un libro “solista”, l’intervento del collettivo è importante. Tuttavia vorrei chiederti cosa significa scrivere da soli un intero romanzo, che cosa hai esperito di specifico nella stesura solista di Stella del mattino, al di là del fatto che, tra studi e condivisioni mentre il romanzo si fa, esso è sempre un’opera che presuppone collettività.
WM4: E’ evidente che in Stella del mattino si trova una riflessione sulla mitopoiesi che rispecchia il discorso sviluppato dal collettivo Wu Ming nell’arco di tutta la sua storia. In questo senso è stato detto che è il romanzo più collettivo tra i nostri romanzi solisti, perché affronta temi che ci coinvolgono tutti e non solo una particolare passione/ossessione del singolo. Per quanto riguarda le ricerche e la stesura, se si escludono uno scambio di mail con la figlia di Edmund Blunden e le lunghe discussioni con la mia compagna sulla trama, posso dire di aver dialogato essenzialmente con libri, film e documentari. Al lato pratico è stato un lavoro abbastanza solipsistico e questo mi è pesato, visto che non l’avevo mai fatto prima. Quindi è servito anche a dimostrare a me stesso che potevo scrivere un romanzo con un capo e una coda anche da solo. Questa è stata la prima cosa che ho esperito. La seconda cosa che ho scoperto è che scrivere da solo è molto più noioso che farlo in gruppo. La terza più che una scoperta è stata una conferma: senza un buon editing nessun testo riesce a esprimere il massimo delle proprie potenzialità. Il feed-back che ho ricevuto dal collettivo e dall’editore è stato essenziale per dare al romanzo la forma definitiva.
Detto questo c’è forse un discorso più ampio da fare sul rapporto tra i due modi di lavorare. E’ chiaro che la scrittura collettiva è sempre anche scrittura solista. Si scrive da soli e si rielabora in gruppo. Quello che cambia è invece nell’ideazione della trama e nello studio dei personaggi. Scrivendo da soli si ha l’opportunità di sentirli tutti quanti, uno a uno, di farne vibrare le voci, con una visione d’insieme assolutamente stringente, uniforme. E certo occorre fare uno sforzo per differenziare i timbri e imitarli tutti, dare a ciascun personaggio la propria voce/personalità. In questo senso scrivendo in gruppo si può contare su attitudini diverse, quindi si può osare di più, perché l’alchimia ricombinatoria a cinque – nel nostro caso – produce una gamma di soluzioni infinita. In questo modo però ci si espone sempre anche al rischio di sentire meno un personaggio, quindi di delegarne lo sviluppo ai meccanismi di svolgimento della trama. Questa cosa prima di scrivere Stella del mattino non mi era così chiara, come invece lo è adesso. Lo considero il quarto punto esperito dalla scrittura solista e vorrei farne tesoro per i futuri lavori collettivi. Come dire che se finora siamo stati pignoli con noi stessi, credo che dovremo imparare a essere intransigenti.

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Wu Ming 4: Stella del mattino

stelladelmattino_wuming4.jpgLeggi la conversazione con Wu Ming 4 su Stella del mattino
Come promesso in sede di anticipazione del libro, qualche considerazione personale su Stella del Mattino, esordio “solista” di Wu Ming 4, uscito per i tipi Einaudi Stile Libero (euro 16.80 – qui acquistabile con sconto di 5 euro).
Chi voglia conoscere i termini generali della trama (che è una vicenda corale), può leggerne i tratti qui. Farò riferimento a personaggi che presumono una conoscenza superficiale della materia del libro.
Stella del Mattino presenta anzitutto un soprendente switch-point rispetto a quanto il romanzo storico ha fatto finora in Italia, nell’arco temporale che un collega di collettivo di Wu Ming 4, e cioè Wu Ming 1, ha esplicitato nel suo memorandum sul New Italian Epic, ormai entrato a pieno titolo tra gli elementi stabili dell’odierno dibattito serio sulla letteratura.
La particolarità del romanzo di WM4 è duplice. E’ sicuramente una narrazione multilivello: c’è il piano storico, c’è il piano della distorsione narrativa della vicenda storica, c’è il piano della meditazione su cosa sia la letteratura e c’è il livello più profondamente esistenziale, che è l’universale, il senso dell’essere al mondo, ciò che è morale e storico. Già a pagina 61 esiste un avviso che allerta: “Le parole dànno significato alle cose. Era quella la chiave. Servivano parole inaudite. Non bastava un eroe, serviva un poeta. Cosa sarebbe stato Achille senza Omero?”. La vocazione epica è dunque consapevole, ma non solo – è consapevolmente da rivivificare, come testimonia l’accenno alle “parole inaudite”, poiché Omero lo abbiamo già udito. Questa consapevolezza viene svolta da Wu Ming 4 con una realizzazione letteraria che rifà un gesto arcaico. Viene cioè messa in osmosi l’epica con quello che doveva essere il romanzo psicologico di formazione, tradizione che invece ha creato un proprio spettro, esaurito il compito di creare l’immaginario e il mondo interiore della borghesia occidentale a inizio Novecento. Stella del mattino realizza dunque un doppio passo, come il dribbling che era tipico di Zidane: da un lato c’è l’intera tradizione a cui attingere (dall’epica fino al romanzo psicologico), e dall’altro c’è da creare una forma che, tenendo presente quella tradizione, emetta “parole inaudite”, fornisca gli elementi leggendari di una resurrezione del corpo di gloria del romanzo. Questo tentativo è pienamente riuscito, il che colloca il libro di Wu Ming 4 tra i più importanti del decennio, in una schiera che è ormai ben nutrita.
Come è stato già sottolineato altrove, la consapevolezza di quanto l’autore attua in Stella del mattino è data da una scena interessante: nel corso di una lezione sulla Poetica di Aristotele, il celebre passo sull’essenza e la funzione della poesia viene tradotto in maniera letterale, spostando tutto il significato del brano, per cui poiesis diviene fare – cioè creare artisticamente ma anche artigianalmente, e soprattutto agire, ottenere degli effetti (anche l’illusionista ottiene degli effetti, sia chiaro). E’ nella Poetica che Aristotele osserva come la tragedia derivi dall’epica, ed è sempre nella Poetica che enuncia le regole della tragedia classica, le celeberrime unità di azione, tempo e luogo. Stella del mattino rispetta tali regole: tutto si svolge a Oxford, in un arco temporale definito. Ovviamente non tutto: per fare sentire queste unità, bisogna violarle parzialmente. Ecco che dunque partono alcune diversioni significative: scene emblematiche della misteriosa vicenda di Lawrence in Arabia, che gli è valsa la fama di eroe. Queste scene sono caricate, conservando un’appassionante leggibilità, di potenza onirica, cioè di valore narrativo allo stato puro. E il passaggio tra un capitolo e l’altro, ognuno dei quali ha un protagonista, mette in risalto il fatto che siamo in un cerchio di sguardi e di un numero limitato di personaggi (Lawrence, Graves, Tolkien, Lewis; sotto cui scorre, vena carsica narrativa che unisce e ribalta ogni volta le posizioni acclarate e cristallizzate, quell’incarnazione del femminino, che sintetizza sconvolgendo l’ordine delle cose, che è Nancy, la consorte di Graves: non una moglie, ma una donna, come sottolinea di continuo WM4, quasi usando un omerismo – ma, di ciò, più avanti). Riassumendo: ciò che appare psicologico in questo romanzo dove tutto si gioca sul ricordo e sulla percezione (che cos’è Lawrence per ognuno dei tre giovani scrittori e cosa sia Lawrence per se stesso, di fronte al coro immane del “pubblico planetario” verso cui è stata proiettata ad arte la sua icona), lo psicologico non è in realtà mutuato dal romanzo borghese, ma direttamente dalla tragedia classica, ed è per questo motivo che ci troviamo di fronte a esemplarità psichiche, esattamente come in Eschilo o in Sofocle. Ciò permette, proprio in linea con Aristotele, di connettere la psicologia all’andamento epico, elemento quest’ultimo che è indiscutibile (il mentore di Lawrence, iniziandolo a un viaggio in Medio oriente, conclude il capitolo con una battuta pesante: “Sorga un cavaliere!”). La psicologia tragica è un’evoluzione, uno sviluppo della piscologia bidimensionale e universale che ha luogo nell’epica. Il gesto psichico di Achille sul cadavere di Patroclo figlia direttamente le reazioni psichiche di Antigone, che fanno la tragedia. Lo sviluppo di questa psicologia avviene in estensione, ma viene mantenuta la profondità, che l’introspezione novecentesca farà evaporare, tranne che nella linea junghiana, la quale tiene presente la comunanza di un patrimonio archetipico a cui tutti noi umani attingiamo.
Stella del mattino è un’epica contemporanea condotta secondo apparenti canoni di romanzo storico, ma è anche una tragedia contemporanea che usa la storia come allegoria universale. Prima di individuare il nucleo tragico del romanzo, sarà utile ravvedere l’utilizzo di questa profonda allegoria in termini di personaggi, azioni e reazioni che accadono in quel cerchio magico che è Oxford dopo la Prima guerra mondiale.
Vorrei evidenziare qui alcuni punti:
– Ogni personaggio percepisce Lawrence in maniera diversa, a seconda di proprie declinazioni temperamentali. Lawrence diviene in pratica un contenitore proiettivo, che però è tale perché fornisce agganci storici e personali nel rapporto con ognuno dei tre personaggi maschili in questione (appunto Tolkien, Graves e Lewis). Tuttavia, qualcosa accomuna i tre personaggi e loro stessi a Lawrence: sono tutti reduci di guerra. Sono tutti traumatizzati, a vario modo, dalla condizione transitoria che hanno esperito e che vorrebbero dimenticare e recuperare al tempo stesso – cioè la condizione di guerrieri. Non basta. Ognuno di loro non ha padre: il padre è una figura svilita, disturbante, assente. Non sono aduso all’utilizzo di stilemi interpretativi di ordine psicanalitico, ma non trovo una metafora migliore per dirlo: è come se il complesso d’Edipo qui avvenisse in base a un formidabile spostamento di Laio, che è una autentica sostituzione – essendo Laio non più il vero padre, bensì la realtà di guerra e anche la realtà che segue dopo la fine della guerra. Ciò unisce i personaggi in una battaglia postuma e anticipatoria del futuro, e in molti casi rievoca un’altra situazione tragica, questa volta moderna, che è quella di Amleto di fronte allo spettro paterno. Lawrence, di volta in volta, assume i contorni di questo spettro gigantesco, in cui ogni possibilità è inclusa e dal cui riflesso proiettivo spesso nascono le azioni, che sembrano reazioni. Del resto, Lawrence è l’unico maschio dei quattro a non essere padre o a non svolgerne di fatto le funzioni (Lewis non è padre, ma è come se lo fosse, per una sua particolare situazione sentimentale).
– Allestendo questa scena tragica collettiva, che è retta da uno shangai di sguardi in progressione per tutto il libro, Stella del mattino allestisce una mappatura delle funzioni mentali tutte. Ogni personaggio è ciò che lo psicoanalista Franco Fornari (dopo Musatti, l’autentico genio della psicoanalisi italiana) chiamava “coinemi”: pattern interni che compongono una scena intima, variabile individualmente eppure sempreuguale, di ciò che viene definito “famiglia interna”. Il rapporto tra le competenze della mente (emblematizzata da questa comunità di personaggi tragici) e la realtà è di fatto tutto il libro.
– Sotto questa particolare lente di lettura, emerge gigantesca la figura di Nancy, che da sola incarna la componente femminile, la quale si riverbera nella femmineità di certi atteggiamenti maschili, e non nel senso di un’omosessualità latente: è precisamente la femmineità amletica. Nancy è, insieme a Lawrence il vero polo che fa la tragedia di Stella del mattino: la scena del loro incontro è semplicemente agghiacciante dal punto di vista emotivo. Nancy è un personaggio a tutto tondo, che allegorizza l’emancipazione femminile, anticipandola anche nel fallimento, ma è pure la figura musaica che il suo stesso consorte, anni avanti, fenomenologizzerà nel suo prodigioso saggio di antropologia mitico-letteraria, La Dea Bianca. Non si prescinde mai dalla potenza dello sguardo, che pare giudicante, di Nancy. Il radicamento di lei nelle cose e nel giudizio è il controcanto polarmente opposto al tremolio di Lawrence, un uomo che cerca se stesso, che non sa se automitizzarsi o meno, che comunque vuole sfuggire alla mitizzazione concresciutagli addosso dall’esterno come una falsa identità. Ma, soprattutto, Lawrence è un uomo che ha un atteggiamento ambiguo e conflittuale con la madre, così come l’ha con il fantasma della donna amata che doveva sostituire la madre e riparare le storture di un rapporto scaduto – e che è morta. Nancy è madre, ma non è semplicemente moglie. Nancy giganteggia anche in assenza. Nancy è la salvatrice essendo l’affossatrice, colei che conserva la vita ribaltando l’ordine dei saperi e delle conclamate certezze. La punta più avanzata dell’allegoria-Nancy è Gaia: il femminile che può salvare il pianeta devastato dal conflitto, dal trauma di una battaglia che sembra non avere fine. Nancy si spinge oltre il nostro futuro.
– Lawrence, infine, è l’attività di percezione del “se stesso”. Ogni volta che ragiona su se stesso ed è prigioniero della propria storia, tentenna, perché non sa in quale direzione e con quale struttura raccontare questa storia e principalmente raccontarsela. In questo, Lawrence è l’identità psicologica che si trova davanti alla sbalorditiva attività della coscienza, che non è psicologica. Lawrence emblematizza, tra le molte cose (la lettura che sto fornendo è assai parziale rispetto ai moltissimi elementi del libro), il tremolio dell'”io” davanti alla domanda “chi sono io?”. I momenti di svolta in cui Lawrence manifesta mutamenti pratici, effettivi, incisivi nel suo presente sono sempre spettacolari colpi di scena: provengono da una sua assenza, anche fisica, rispetto alla scena di Oxford. Inoltre, Lawrence è ricordato o ricorda secondo canoni onirici. Lawrence stesso allegorizza la totalità degli stati di coscienza dell’umano: la veglia (cioè il rapporto con la sua storia, la sua identità, con l’azione da compiersi), il sogno (la narrazione di squarci di ciò che è successo nel corso della guerra contro i Turchi) e il sonno profondo senza sogni (la zona buia dove Lawrence non c’è e da dove emerge di colpo in veglia, con soluzioni e decisioni già assunte e realizzate o da realizzarsi assolutamente).
E’ alla luce di questi elementi che è possibile osservare in quale senso Stella del mattino rinnova il tragico: il nucleo tragico del libro è l’ambiguità. Il “sì” e il “no” sono dati contemporaneamente. I cieli sono muti o, se parlano, parlano con il proprio emblema più ambiguo, cioè la “stella del mattino”, vale a dire Lucifero, l’apportatore di luce che è però consolidatamente la scimmia del divino. In questo ring tragico, è data ogni possibilità di divenire (questo romanzo potrebbe prendere qualunque direzione, in primis quello di saga infinita), poiché la tragedia è questo: ispira aristotelicamente il timore di spezzare la propria identità e la pietà naturale che coagula ogni comunità, poiché ognuno sulla scena è legato allo sguardo dell’altro e questo rimanda alla totalità delle possibili azioni da compiersi. Mi riconnetto alla recensione di Monica Mazzitelli, che traduce ciò che io chiamo “ambiguità” con il superamento dei generi, sessuali e letterari.
E, come ogni tragedia, Stella del mattino presenta elementi che nutrono una riflessione sotterranea circa il potere delle Storie e della narrazione. Dalle tattiche di guerra e guerriglia rivoluzionate da Lawrence alla sua incertezza sul racconto della propria storia, dalla germinazione delle fantasie letterarie di Tolkien, Graves e Lewis, fino alle prodigiose traduzioni rifatte da WM4 delle poesie citate (in particolare, l’exergo dei Sette pilastri), questo è un libro che costituisce una potente meditazione circa il potere delle parole, circa a relazione tra la lingua delle Storie e la storia (cioè la realtà), circa la tradizione che il Novecento ha cercato di non vedere (quella fantastica), circa l’emanazione politica e cioè comunitaria che irradiano le parole stesse. Tutto ciò è meticolosamente non occultato, ma reso istantaneo al racconto, in modo che è assolutamente impossibile leggere questo romanzo come un testo di metalivello letterario: qui il racconto stesso è automaticamente e senza sforzo meditazione sulla letteratura. Nessun francesismo, nessuna zavorra teoretica.
Tutto ciò conduce immancabilmente a una guerra e questa battaglia da Armageddon è il confronto tra la letteratura e lo Spettacolo modernamente inteso. Il conflitto tra Lawrence, che al tempo stesso è guerriero e icona mediatizzata (forse la prima della storia moderna spettacolare) e scrittore, incarna questa battaglia per una riscrittura del mito, per una riappropriazione del mito stesso quale variabile centrale ma apertissima (cioè positivamente ambigua) della comunità. E’ l’enunciazione del fondamento aristotelico dell’uomo come animale sociale, che è tale in quanto animale mitico, capace di mitologia.
Leggere Stella del mattino espone a un magnetismo bennoto ai lettori: non si può fare a meno di voltare pagina. Non ci si riesce a sottrarre dal leggere il capitolo che segue a quello che si è appena terminato. E’ qualcosa di più potente dell’effetto che producono certi serial televisivi, come 24: una puntata via l’altra, la necessità di vedere tutto nel minor tempo possibile. Solo che nel romanzo di Wu Ming 4 non è la suspence a imporre questo magnetismo o, se lo è, è una suspence particolare, assai simile a quella di certo King o di certo Lovecraft, che sono riferimenti letterari del tutto esogeni al libro in questione. Che si consiglia di leggere avidamente, in un tempo in cui la stella del mattino non si vede in cielo, a causa delle emissioni inquinanti industriali e mentali dell’uomo occidentale, che in questo romanzo epico e tragico ha un ritratto esaustivo, totale.

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Stella del mattino: romanzo beyond-gender di Wu Ming 4

stelladelmattino_wuming4.jpgdi MONICA MAZZITELLI
Dopo la pubblicazione di un brano di Stella del mattino, l’iper-romanzo di Wu Ming 4 edito da Einaudi Stile Libero (qui acquistabile con risparmio di 5 euro), e prima di una articolata intervista all’autore, pubblico un’intensa recensione di Monica Mazzitelli al libro, che consiglio di leggere in integrazione alle riflessioni dedicate a Stella del mattino nell’intervento “Poiesis in origine indica il fare” di R.S. Blackswift, pubblicato su Carmilla.
Ho letto questo romanzo in 24 ore, sapendo che non avrei dovuto; che avrei fatto meglio a rallentare, tornare indietro a certi passaggi, lasciar scendere alcuni dialoghi, ripensare alla Storia e le metafore del presente, le scatole cinesi geopolitiche stratificate che avrebbero entusiasmato Sbancor. Ma non ci sono riuscita. Avevo urgenza di restare nel flusso, di correre con i personaggi nella loro stessa smania.
Stella del mattino è un romanzo sentimentale* che mette una pietra tombale sopra le distinzioni di genere, nel senso che è “beyond-gender”: smette di porsi il problema. Una narrazione con profondità e sensibilità femminile che descrive atti virilmente maschili messi a fuoco su protagonisti spesso omosessuali. Di più, protagonisti per i quali la preferenza sessuale è subordinata alla scelta consapevole di un legame omeo-patico [“sofferenza tra simili”], che porta la sessualità sullo sfondo e finalmente la devolgarizza, le toglie freudiana coazione. Il fulcro di Stella del mattino è il valore dell’amicizia, del cameratismo in senso letterale. Poesia degli affetti che restano incontaminati anche nella puzza marcia delle trincee, e perfino nel tradimento. Grandi tradimenti generati da grandi amori.
E poi: un romanzo dalla tonalità dolente, invernale. Anche nel cieli più assolati restano presagi di pioggia, di freddo, di bagnato e di ghiaccio che entra in tutte le fessure e le dilata spaccando, fa di tutto polvere riarsa. Deserto nitido che cerca purezza dell’anima in grandi solitudini. Che sia lo spazio di un prato di erba fangosa di Oxford o il Grande Nefudh non cambia molto, resta comunque il senso di sbigottimento nell’incontrare se stessi nell’assenza di distrazioni e non osare guardarsi negli occhi. Per questo servono gli amici: per il coraggio di alzare lo sguardo sullo specchio. E quindi prendere atto di ciò che si è, capire che il destino è “ciò che va fatto” perché è scritto in come scegliamo di leggere le nostre stelle. Accettare di avere atti da compiere per portarci a termine, spendere il nostro talento. Di nuovo gli spettri di Manituana che indicano la strada a un Tolkien macbethiano, che potrà tornare a dormire solo se capirà che è lui stesso che uccide il suo sonno. La scrittura come terapia ma anche, comme d’habitude, come mitopoiesi.
Leggevo Stella del mattino e rileggevo Tolkien, trent’anni dopo: la magia di Gandalf, la Compagnia, Gollum e l’Unico Anello… decine di riferimenti nascosti e spiegati tra le righe che chissà come ricordo ancora, la Trilogia che fa da trama all’ordito di Stella del mattino, e con lei anche il Beowulf e le saghe nordiche che ho letto vent’anni fa, prima di vivere qualche anno a Stoccolma dove ho capito/trovato vertigini da buio nordico e quelle giornate senza sole che imbibiscono Stella del mattino/Il signore degli anelli di cupezza di morte, di ghiaccio contaminato dall’avvicinarsi verso la fornace vulcanica del Male, la guerra che si alimenta di morte e dolore. E del sangue che sgorga a fiotti e bagna le trincee, la terra, il fango, la sabbia, l’asfalto di Piazza Alimonda. Sempre lo stesso sangue, sempre la stessa assenza di senso.
Ma poi c’è sempre lo sforzo, la vis wuminghiana di orientare tutto questo alla speranza, il tentativo della rinascita, la stella del mattino che ogni giorno risorge e indica al via. Non poteva mancare, ma non è ciò che resta di questa lettura, non diciamoci cazzate. Quello che resta è la malinconia del dolore che non si può cancellare ma solo sopravvivere, anche se con rabbia. L’amicizia e l’amore come unico antidoto per non impazzire dentro se stessi. E le storie, che sono l’unica cosa immortale come la Terra.
* Nonostante Liala