Pitt & Jolie del Fascio: la storia vera di Sanguepazzo

valenti_ferida.jpg[A Cannes è stato presentato Sanguepazzo, film di Marco Tullio Giordana sulla controversa esistenza e morte dei divi del regime mussoliniano Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, interpretati da Luca Zingaretti e Monica Bellucci. Vicenda ad altissima ambiguità, che viene raccontata nel testo che segue, firmato dal Miserabile sottoscritto e pubblicato nel numero scorso di Vanity Fair]
vanityfairlogobn.jpgE’ una sera vivida e tiepida. Lo spazio è enorme. L’aria è un prisma di colori. Il tramonto infuoca l’ora. E’ il 30 aprile 1945. Non è il bianco e nero dei cinematografi o delle celluloidi dell’Istituto Luce. Non c’è alcuna voce marziale a sentenziare su questo momento. Non si vedono ruderi grigiastri di edifici crollati per i bombardamenti, la tragica péndant al marmo sporco del Duomo. Soltanto, nell’erba fosforescente, distante dalle piste battute dagli zoccoli dei cavalli e asperse dal sudore delle corse, al centro dell’Ippodromo di Milano: un uomo, una donna. A pochi metri da loro, il plotone partigiano.


L’uomo e la donna si guardano. E’ l’ultimo desiderio, per anni è stato l’unico desiderio. Questi amanti – dissoluti per alcuni, criminali per altri, adorati per moltissimi. Questi volti dell’Italia che inizia a esistere dopo vent’anni di entusiasmo facile per un nano pelato, massiccio e romagnolo, grottesco e letale: Benito Mussolini, il Duce. Lui ha sollevato col suo cinema i volti di quei due, che ora si stanno guardando, silenziosi, i piedi infossati nell’erba male curata dell’Ippodromo. Sono Osvaldo Valenti e Luisa Ferida. Professione: attori. Occupazione: divi, miti, stelle dell’Italietta che andava al cinema. Brad Pitt e Angelina Jolie ai tempi dell’autarchia. Si amano e i loro spiriti vitali, che filtrano dagli occhi, stanno per abbandonarli.
Il plotone è pronto. I fucili sono puntati. L’Italia è libera e ambigua.
Il processo del Comitato Nazionale di Liberazione è stato sommario. Il giovane Sandro Pertini, che esulterà anzianissimo al terzo gol di Tardelli nella finale dei Mondiali ’82, ha urlato al telefono al responsabile del processo, Vero Marozin: “Fucilali e non perdere tempo!”. Pertini non si è neppure degnato di leggere la memoria difensiva redatta da Osvaldo.
La storia è ambigua. L’amore è più ambiguo. Se la storia non coincide con l’amore, tutto è ambiguo. Non coincide mai. L’amore non coincide mai. Osvaldo scruta Luisa e sa che è impari nell’amore che lei gli ha donato, totale. C’è una disparità fatale. Mentre lei lo trascinava nei suoi battiti cardiaci, lui la trascina all’arresto di quei battiti. E’ colpa sua. Luisa lo ha seguito in tutto, in tutto ha acconsentito, lui veniva prima di tutto. Per Osvaldo, Osvaldo veniva prima di tutto. Alla fondazione della Repubblica Sociale Italiana l’ha trascinata nell’avventura mortale. Lui si è arruolato nella Decima MAS di Junio Valerio Borghese: il corpo militare del Duce dimezzato e ritiratosi a Salò sotto il controllo dei nazisti. Lui ha frequentato Villa Triste in via Paolo Uccello a Milano: carcere e luogo di torture indecenti della banda fascista capitanata da Pietro Koch. Lui è amico di Pietro Koch. Lui è stato visto comparire, sporadico come un fantasma, nei festini a base di cocaina a Villa Triste, mentre ai piani inferiori gli arti dei partigiani e degli oppositori venivano spezzati, slogati, trinciati. Camminava come uno spettro tra puttane vestite déco, pochi metri sopra gli spruzzi di sangue da tortura. Era il divo Osvaldo Valenti! Dov’era la sua celeberrima compagna, la divina Luisa Ferida? Ashton Kutcher e Demi Moore ad Abu Ghraib, sessant’anni prima di Abu Ghraib.
La nuvola di cordite e gas di scarico, mentre la deflagrazione dei fucili è esplosa, all’unisono, e i proiettili viaggiano a una velocità drammatica, antiromantica. Lo sguardo tra Osvaldo e Luisa resta fermo, non si sono fatti bendare. Attesa non dei proiettili: l’amore è attesa perenne.
Luisa non è mai stata a Villa Triste, non ha mai conosciuto il criminale Pietro Koch, non ha mai pronunciato un “no” ad Osvaldo. E’ il tempo in cui la donna non pronuncia il “no”.
Da principio. In principio era il regista Alessandro Blasetti, uno dei protagonisti della stagione cinematografica italiana, quella dei “Telefoni bianchi”. Così definita per la frequenza con cui, nelle case altoborghesi e aristocratiche in cui le storie si svolgevano, comparivano telefoni albini, distinti da quelli del popolino, che erano neri e pesanti, quando c’erano. Blasetti aveva notato quel giovane talentuoso, un attore dallo sguardo azzurro penetrante, il volto apparentemente molle che sapeva invece sorprendentemente assumere le maschere più impensabili, la calvizie che andava estendendosi. Osvaldo Valenti si trascinava dietro la leggenda. Era nato a Costantinopoli, da ricca famiglia, il padre esportava tappeti e la madre era libanese di origine greca. E nobile. La famiglia era espatriata, quando il massacro della Prima guerra mondiale aveva iniziato a triturare la carne anche in Medio Oriente. Osvaldo aveva seguito la vocazione allo spostamento: Italia, Svizzera, Parigi e poi Berlino, dove aveva esordito come attore in Rapsodia ungherese. In Europa, e in Italia in primis, le sceneggiature venivano desunte da soggetti ungheresi. La storia è ambigua, è bizzarra, è equivoca. Blasetti, il grande regista del Fascio, aveva individuato il giovane. Ogni attore è ambiguo. Chiunque recita una parte, chiunque è un attore, chiunque è ambiguo. Blasetti aveva lanciato Osvaldo Valenti: La Contessa di Parma, il ruolo del capitano Guy de la Motte nell’Ettore Fieramosca e infine il capolavoro, Un’avventura di Salvator Rosa. Nel cast, una ragazza più avvenente di Clara Calamai, selvatica sul set e delicata fuori da Cinecittà. Era Luisa Ferida. Osvaldo aveva perso la testa all’istante. Luisa l’aveva perduta prima di trovarselo davanti. Il colpo è di fulmine. Era il 1939.
Il colpo è molti colpi, molti proiettili che corrono per fulminare, nell’etere tremulo della sera che prelude al maggio odoroso 1945. I proiettili forano l’aria tremula. Lo sguardo di Osvaldo diverge da Luisa, discende, sfiora l’erba grassa: prima della morte, la mortificazione. Le pupille di Luisa si dilatano: l’imminenza della perdita irrimediabile. Perde lui un attimo prima di essere perduta.
Un’avventura di Salvator Rosa è il film che li consacra a coppia mito del cinema italiano: Osvaldo e Luisa sono dovunque. La pellicola ha un successo popolare oceanico. E’ la versione italica e pedemontana di Zorro. Puro cappa e spada. Lo Zorro italiano ha un nome che la dice tutta sulla Penisola mussolinizzata: si chiama Formica, l’eroe che interpreta Gino Cervi. Osvaldo è il cattivo del caso. Ennio Flaiano, che lavorerà con Fellini, è entusiasta e scrive: “La recitazione è stata, si può dire, superiore persino al film”. Luisa Ferida (cognome d’arte: si chiama, più banalmente, Luisa Manfrini Farné) recita la parte di una contadina scontrosa, che dopo inenarrabili resistenze cede al fascino dell’eroe mascherato – non cede a Osvaldo nel film: cede nella vita. I rotocalchi impazziscono. Mussolini ha rubato un motto da Lenin, passando attraverso Goebbels, e ha pronunciato alla Nazione: “Il cinema è l’arma più forte!”. I media dell’epoca si adeguano e, anche se non volessero adeguarsi, dovrebbero comunque, e non per la volontà del Duce, ma perché è ormai inarrestabile, dai suoi primordi, il sistema spettacolare che entra nelle teche craniche e stampa i suoi fantasmi luminosi sui lobi cerebrali della massa popolare.
La coppia Valenti-Ferida è ammirata, seguita nei loro spostamenti da reporter, fotografata in pose memorabile, còlta nel privato come se fosse sorpresa e invece è tutto preparato. Tom Cruise e Katie Holmes in grisaglia e scarpine Salvatore Ferragamo.
Cinecittà ruota attorno a Osvaldo e Luisa. Sollevano invidie, sono gli ospiti d’onore ai party più esclusivi. Il regista Blasetti li consacra ulteriormente. Con la coppia regina dello spettacolo fascista, gira La corona di ferro e La cena delle beffe. In quest’ultimo lavoro, Blasetti ha un’idea geniale: mette in scena le due coppie che si contendono i fasti del favore popolare, Nazzari e la Calamai contro Valenti e la Ferida. Questi ultimi stracciano letteralmente i primi due, che non saranno uccisi dai partigiani e supereranno indenni la fine del Regime.
E’ qui che viene commesso l’errore. Osvaldo e Luisa non subiscono la sentenza a morte di Pertini in quanto simboli spettacolari del Ventennio. Hanno recitato con Valentina Cortese, con Gino Cervi, con Paolo Stoppa, con Massimo Girotti. Gino Cervi sarà Maigret, quando il fantasma di Mussolini da più di vent’anni pende, non visto ma presente, in piazzale Loreto. Perché Osvaldo Valenti è da uccidere e Paolo Stoppa no?
I proiettili sono incandescenti, a pochi centimetri dai seni di Luisa, dal costato di Osvaldo, inceneriscono ogni possibile amore, lo sguardo di Osvaldo fulmineo si risolleva, si embrica negli spiriti vitali di Luisa Ferida: la ama.
E’ accaduto velocemente e non inaspettatamente. Osvaldo è un artista e talvolta gli artisti compiono scelte controcorrente, per puro narcisismo. La sua adesione alla R.S.I. di Mussolini, ridotto a bambola hitleriana, è narcisistica ed estetica – il che non significa che non sia fattiva. George Clooney volontario in Afghanistan.
Osvaldo non ha paura di fare vedere che sta dalla parte dei vinti. Si capisce già, nell’estate afosa e virale del 1943, che il Fascismo è in piena catastrofe. Nessun divo segue Mussolini. Italianità vuole che si stia sul carro dei vincitori. Gli stabilimenti cinematografici romani sono bombardati. Osvaldo trascina Luisa a Venezia, dove Pavolini, il ministro della Cultura, che è scrittore e nondimeno è spietato come può esserlo ogni scrittore, ha allestito due magazzini per emulare i fasti divistici di un tempo. Osvaldo immagina di avere un potere spettacolare, immagina che l’adesione della coppia regina del cinema fascista mobiliti l’immaginario e quindi anche i fucili. A Venezia gira Un fatto di cronaca per la regia di Piero Ballerini. E’ l’ultima pellicola in cui Osvaldo Valenti e Luisa Ferida appaiono, drammaticamente intensi nei loro ruoli principali – principali sullo schermo, secondari nella storia che li sta per travolgere. Il Minculpop ha in mente la realizzazione di quindici film. L’ultimo della lista evoca la fine: Si chiude all’alba. Si chiude invece dopo il tramonto.
Pagano l’ambiguità, la voce secca di Sandro Pertini, l’amicizia col criminale Koch, l’arruolamento nel corpo militare fondato da Junio Valerio Borghese, l’amore cieco di una donna che ha seguito il proprio uomo nell’avventura scadente, sanguinaria e indegna dell’ultimo rigurgito di un Regime idolatrato dagli italiani e poi subitaneamente misconosciuto. Gli italiani sono ambigui, ma non come l’amore: sono la razza incapace dell’amore.
I proiettili penetrano le carni. Sfracellano il fremito che incendia l’ultimo istante di Osvaldo Valenti e Luisa Ferida.
I proiettili non penetrano lo sguardo d’amore. L’amore non riuscirà mai a penetrare i proiettili, ma continuerà a provare: mai estinto, apparentemente inefficace, misterioso per i sessant’anni che seguono la serata occidua del 30 aprile 1945.

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