Stella del mattino: romanzo beyond-gender di Wu Ming 4

stelladelmattino_wuming4.jpgdi MONICA MAZZITELLI
Dopo la pubblicazione di un brano di Stella del mattino, l’iper-romanzo di Wu Ming 4 edito da Einaudi Stile Libero (qui acquistabile con risparmio di 5 euro), e prima di una articolata intervista all’autore, pubblico un’intensa recensione di Monica Mazzitelli al libro, che consiglio di leggere in integrazione alle riflessioni dedicate a Stella del mattino nell’intervento “Poiesis in origine indica il fare” di R.S. Blackswift, pubblicato su Carmilla.
Ho letto questo romanzo in 24 ore, sapendo che non avrei dovuto; che avrei fatto meglio a rallentare, tornare indietro a certi passaggi, lasciar scendere alcuni dialoghi, ripensare alla Storia e le metafore del presente, le scatole cinesi geopolitiche stratificate che avrebbero entusiasmato Sbancor. Ma non ci sono riuscita. Avevo urgenza di restare nel flusso, di correre con i personaggi nella loro stessa smania.
Stella del mattino è un romanzo sentimentale* che mette una pietra tombale sopra le distinzioni di genere, nel senso che è “beyond-gender”: smette di porsi il problema. Una narrazione con profondità e sensibilità femminile che descrive atti virilmente maschili messi a fuoco su protagonisti spesso omosessuali. Di più, protagonisti per i quali la preferenza sessuale è subordinata alla scelta consapevole di un legame omeo-patico [“sofferenza tra simili”], che porta la sessualità sullo sfondo e finalmente la devolgarizza, le toglie freudiana coazione. Il fulcro di Stella del mattino è il valore dell’amicizia, del cameratismo in senso letterale. Poesia degli affetti che restano incontaminati anche nella puzza marcia delle trincee, e perfino nel tradimento. Grandi tradimenti generati da grandi amori.
E poi: un romanzo dalla tonalità dolente, invernale. Anche nel cieli più assolati restano presagi di pioggia, di freddo, di bagnato e di ghiaccio che entra in tutte le fessure e le dilata spaccando, fa di tutto polvere riarsa. Deserto nitido che cerca purezza dell’anima in grandi solitudini. Che sia lo spazio di un prato di erba fangosa di Oxford o il Grande Nefudh non cambia molto, resta comunque il senso di sbigottimento nell’incontrare se stessi nell’assenza di distrazioni e non osare guardarsi negli occhi. Per questo servono gli amici: per il coraggio di alzare lo sguardo sullo specchio. E quindi prendere atto di ciò che si è, capire che il destino è “ciò che va fatto” perché è scritto in come scegliamo di leggere le nostre stelle. Accettare di avere atti da compiere per portarci a termine, spendere il nostro talento. Di nuovo gli spettri di Manituana che indicano la strada a un Tolkien macbethiano, che potrà tornare a dormire solo se capirà che è lui stesso che uccide il suo sonno. La scrittura come terapia ma anche, comme d’habitude, come mitopoiesi.
Leggevo Stella del mattino e rileggevo Tolkien, trent’anni dopo: la magia di Gandalf, la Compagnia, Gollum e l’Unico Anello… decine di riferimenti nascosti e spiegati tra le righe che chissà come ricordo ancora, la Trilogia che fa da trama all’ordito di Stella del mattino, e con lei anche il Beowulf e le saghe nordiche che ho letto vent’anni fa, prima di vivere qualche anno a Stoccolma dove ho capito/trovato vertigini da buio nordico e quelle giornate senza sole che imbibiscono Stella del mattino/Il signore degli anelli di cupezza di morte, di ghiaccio contaminato dall’avvicinarsi verso la fornace vulcanica del Male, la guerra che si alimenta di morte e dolore. E del sangue che sgorga a fiotti e bagna le trincee, la terra, il fango, la sabbia, l’asfalto di Piazza Alimonda. Sempre lo stesso sangue, sempre la stessa assenza di senso.
Ma poi c’è sempre lo sforzo, la vis wuminghiana di orientare tutto questo alla speranza, il tentativo della rinascita, la stella del mattino che ogni giorno risorge e indica al via. Non poteva mancare, ma non è ciò che resta di questa lettura, non diciamoci cazzate. Quello che resta è la malinconia del dolore che non si può cancellare ma solo sopravvivere, anche se con rabbia. L’amicizia e l’amore come unico antidoto per non impazzire dentro se stessi. E le storie, che sono l’unica cosa immortale come la Terra.
* Nonostante Liala