Mese: gennaio 2015

January 31, 2015 at 09:09PM

Il linguaggio, per come lo abbiamo conosciuto noi umani di questo tempo, sta per finire. Il suono esterno, fonico, è un suono anzitutto interiore e adesso è giunto al punto di riassorbire la fonica nell’interiorità. La parola telepatica (è ora di parlarne, se ne parlano perfino i riduzionisti e i positivisti: (http://bit.ly/1zIIeGi) non è una parola per come l’abbiamo conosciuta noi e per chi, prima di noi, ha parlato, ha scritto. Ne derivi un sentimento di lutto per tutti coloro che, alla parola interiore, non sono mai giunti. Bisognerà ragionare per qualificazioni di stati, per segmenti, per discipline energetiche, esattamente come hanno fatto gli scrittori grandi del passato, da Eschilo a Dante a Shakespeare a Hugo a Kafka. L’immagine si sta riassorbendo, l’esplosione degli schermi, di cui siamo testimoni da anni, è soltanto una premessa preindustriale, tutta steam: gli umani si muovono ancora bruciando carbone. Ciò significa che lo stato onirico sta erodendo quello fisico, grossolano, tridimensionale a vantaggio prima di una vaporizzazione e poi della fuoriuscita nella sostanza sottile in cui i corpi di gloria si muovono tra universi di sogno multipli e ancor più leggeri e transeunti di questo, dove ci immaginiamo saldamente iscritti per via ossea e carnale. L’eros sta per finire, perlomeno nella forma esperimentata e compulsivamente manducata dalle mandibole dell’umanità in stato selvatico, di cui abbiamo fatto parte sentendo che eravamo i più nuovi. Quest’estrema desolidificazione è un’illusione più insidiosa e venefica di quella canonica, a cui si era abituati. Sta arrivando l’ora della lezione di storia. Chi oggi pensi le sociologie, con tutti i suoi derivati, ovverosia le culture e le dialettiche, appare oggi un tapino schiacciato dal peso del fumetto in cui viene disgraziatamente pubblicata la sua sagoma un po’ comica e un po’ patetica. I consumi sono consumati, così come la forma lavoro o la forma tempo. Il senso del sé è un retaggio umanistico che dovrà essere soppiantato, nelle valutazioni della psiche di massa e individuale: esso era infatti un sentimento dell’io, non si trattava assolutamente del senso di se stesso, che è il se stesso e che non può sfumare mai, non può assentarsi mai. L’inframezzo attuale, in cui l’umanità occidentale pastura le sue effimere ore dilatate e compresse, è un limbo cadaverico in cui a estinguersi sono mitologie e certezze consolidate, illusioni assai cupe con cui si è creduto di fare la storia, quando si creava l’aneddotica. L’atto di azzaramento, privo di preoccupazioni e di gioie repentine e di stanchezze e sofferenze, è attivo anche in questo estremo oltraggio che il principio di realtà commina alla specie bipede e ridente: la caverna è ben più profonda di quello che pensavano gli esegeti platonici. Platone fu plotone per un’antichità che non comprendeva il nesso tra l’annuire e l’allibire, che il povero filosofo greco tentava di analogizzare coi suoi dialoghi metafisici mai dedicati direttamente alla metafisica. Quando la telepatia apparirà manifesta e tetragona, quando l’insulto dei più nuovi rovescerà la vicenda di noi antichi, quando i frammenti di pergamena sbriciolata si perderanno nei turbini dell’aria in nuove e più drammatiche atmosfere, l’amicizia sarà altra cosa dal legame appiccicoso con cui si pensa di emozionarsi in attesa della morte, la quale non esiste ma esiste: si ricordi che esiste. Alla luce del riassorbimento nel sottile che incombe a partire da un tempo a venire, il quale ha già penetrato il tempo presente, che gli umani continuino ad anaffezionarsi tra di loro per tramite di tutti i loro giochini (il romanzo della televisione, il romanzo della connessione, il romanzo del cinema, il romanzo del romanzo…) è uno spettacolo che viene e prima e dopo lo spettacolo: per questo è un varietà trito e ritrito. Fortunatamente il genio sta finendo: non gli si darà più quel peso angustiante anzitutto per chi lo interpreta, cioè lo incarna.
La parola “parola” finisce. Fate festa.

January 31, 2015 at 11:41AM


Sto leggendo l’ultimo libro di Houellebecq, “Sottomissione”. Per ora non posso dire che non mi piace: proprio mi fa schifo. Non capisco cosa faccia nel testo e perché faccia quello che sta facendo. Ho letto alcune note che non saprei nemmeno se definire recensioni. Mi chiedo come sia possibile che scrittori, o presunti tali, leggano la letteratura alla luce di piccoli ragionamenti dal vaghissimo sapore sociologico, che nemmeno un giornalista normodotato orsa più pubblicare, da quando e da quanto queste cazzate è chiaro che non interessano più nessuno. “Occidente”, “nichilismo”, “noi”: come è possibile appendersi a questi ganci illusori, totalmente masturbatori e nemmeno affascinanti dal punto di vista di una morbosità immaginata e fantasticata? Ciò perché la classe intellettuale italiana, per quanto concerne la mia fascia anagrafica, è composta da gente non soltanto priva di ogni rigore, ma priva soprattutto della capacità di sentire se stessi e quindi l’altro, essendo questi costosi figuri cresciuti all’ombra delle fanciulle infiorettate che furono le loro mamme e i loro papà, di cui inesaustamente parlano, come farebbero i bimbi sospesi tra onnipotenza e mancanza di forma: soltanto, costoro sono meno poetici dei bimbi. L’infanzia protratta dei cacaminchia privi di principio di realtà: questo non è né nichilismo né profezia né noi (io, per esempio, non sono fatto così e non sento così, non sono uno splendido quarantenne, ma nemmeno pendolo tra desiderio dello Strega o del Nobel e inconsistenza psicotica). Di ciò, mi pare, Houllebecq non si occupa. E’ certo che non si sta occupando nemmeno di lingua, di fantastico e di ingaggio di sé. E’ come se qui stesse dando concrezione, più che concretezza, alla “posa Houellebecq”: l’erezione non viene più e all’ammosciamento del mebro corrisponde una polverosa sostanza esistenziale che corrisponde a flosciaggine fin troppo avvertita e franca, ma dove la franchezza è oramai una maniera. Questo libro si occupa di ieri, non di un oggi. Tantomeno lo fa in termini universali o perlomeno universalistici: non ingaggia l’attrito con l’orizzone attuale del tempo sempre a venire, del presente non storico. Non c’è attualizzazione e strappo violento dalla storia, appunto, da parte della voce che stende queste frasi anodine, richiamando il noiosissimo corredo di situazioni e borghesi e postborghesi: come va l’amore?, come va il lavoro?, come va il sesso?, come va l’economia?, come va la salute?, come va l’età? Non è vero che l’odierno è il centro di questa narrazione, ma non è vero nemmeno che lo sia quella sospensione tensiva del soggetto e del corpo di sogno che sempre si muove nella narrazione. In conclusione, il fatto è molto semplice: in questo libro, fino al punto a cui sono arrivato, non c’è poesia. Dell’ironia sulle ricette e i “bacini” non so che farmene, io voglio la letteratura, forse nemmeno voglio più quella, certo non desidero l’elenco delle tue ossessioni superabili con qualche benzodiazepina, o peggio non tollero l’ironia sulle benzodiazepine. Se sei infelice, sono cazzi tuoi. “Chi soffre non è profondo”, scriveva Milo De Angelis in “Somiglianze”. Attualmente questo poeta italiano, il massimo vivente, vale quelle migliaia di Houellebecq di “Sottomissione” e qualche milione di scrittori-della-fine che si sono occupati di questo testo, corroborati dall’onda di scandalo e adrenalina degli attentati parigini, che sono una bella iniziezione di storia per chiunque ambisca a essere lucidamente vivente in stato narcolettico, com’è il caso di questi adolescenti miei coetanei, mai pervenuti né a un umanesimo né a un umanismo. Quanto a Houellebecq, il Viagra è sempre dietro l’angolo, ma la letteratura lo attende: tollera tutto, la letteratura, anche il Viagra.

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January 31, 2015 at 12:44AM

Quando avevo tredici anni, lessi “Come se fosse un ritmo” di Antonio Porta e accadde che scrivessi centinaia di inutili fogli imitando questo testo ferocissimo, culmine di una tensione mentale che viene condotto oltre l’apparizione in quanto culmine, per un tempo insostenibile. Rimasi pressoché sconvolto. In particolare riverberò per conche in suono immaginato la quinta sezione, che qui riproduco. Accanto è una foto del 1979 del poeta, scattatagli a Roma da sua moglie Rosemary Ann Liedl.