Una poesia di Seamus Heaney: “Death of a Naturalist”

Un capolavoro dall’esordio del 1966 del premio Nobel irlandese: il passaggio dallo stupore infantile alla repulsione dell’età adulta, la natura trasformata da pacifico oggetto di studio a forza minacciosa e viscerale. Una lingua densa, di fango, per il tradimento della bellezza bucolica, verso la putrefazione e la guerra: l’adultità come fase metafisica di sviluppo dell’universo. In calce, alcune annotazioni testuali e di canone.

Morte di un naturalista

Per tutto l’anno il macero del lino ha suppurato nel cuore
del distretto; il lino, dalle teste pesanti e verdi,
lì era marcito, schiacciato da zolle enormi di terra.
Di giorno in giorno fermentava sotto il sole punitivo.
Le bolle gorgogliavano con una certa delicatezza, i mosconi azzurri
tessevano una garza fitta di suono d’intorno all’odore.
C’erano libellule, farfalle maculate,
ma la cosa migliore di tutte era la calda, densa bava
della prole delle rane, che cresceva come acqua coagulata
all’ombra delle sponde. Qui, ogni primavera,
riempivo vasetti di marmellata di quei granelli
gelatinosi, per poi schierarli sui davanzali a casa,
sugli scaffali a scuola, e attendevo e guardavo finché
quei punti che si ingrassavano esplodevano in agili,
natanti girini. La maestra Walls ci spiegava come
il papà ranocchio si chiamasse “rana bue”
e come gracidasse e come la mamma rana
deponesse centinaia di piccole uova e quella fosse
la prole. Si poteva capire che tempo avrebbe fatto dalle rane, anche,
gialle col sole e marroni
con la pioggia.

Poi, un giorno torrido, quando i campi erano rancidi
di sterco di vacca nell’erba, le rane furiose
invasero il macero del lino; io mi acquattai tra le siepi
verso un gracidio rauco che non avevo mai sentito
prima. L’aria era densa di un coro di bassi.
Proprio in fondo al macero, rane dal ventre osceno erano appostate
sulle zolle; i loro colli flaccidi pulsavano come vele. Alcune saltavano:
lo schiaffo e il tonfo erano minacce oscene. Altre sedevano
pronte come granate di fango, le loro teste ottuse che scoreggiavano.
La nausea mi venne, io mi voltai e corsi via. I grandi re della melma
erano radunati lì per vendetta e io sapevo
che se avessi immerso la mano quella prole l’avrebbe risucchiata.


Death of a Naturalist

All year the flax-dam festered in the heart
Of the townland; green and heavy headed
Flax had rotted there, weighted down by huge sods.
Daily it sweltered in the punishing sun.
Bubbles gargled delicately, bluebottles
Wove a strong gauze of sound around the smell.
There were dragonflies, spotted butterflies,
But best of all was the warm thick slobber
Of frogspawn that grew like clotted water
In the shade of the banks. Here, every spring
I would fill jampotfuls of the jellied
Specks to range on window sills at home,
On shelves at school, and wait and watch until
The fattening dots burst, into nimble
Swimming tadpoles. Miss Walls would tell us how
The daddy frog was called a bullfrog
And how he croaked and how the mammy frog
Laid hundreds of little eggs and this was
Frogspawn. You could tell the weather by frogs too
For they were yellow in the sun and brown
In rain.

Then one hot day when fields were rank
With cowdung in the grass the angry frogs
Invaded the flax-dam; I ducked through hedges
To a coarse croaking that I had not heard
Before. The air was thick with a bass chorus.
Right down the dam gross bellied frogs were cocked
On sods; their loose necks pulsed like sails. Some hopped:
The slap and plop were obscene threats. Some sat
Poised like mud grenades, their blunt heads farting.
I sickened, turned, and ran. The great slime kings
Were gathered there for vengeance and I knew
That if I dipped my hand the spawn would clutch it.


Note al Testo

1. L’anti-pastorale e la deidealizzazione del Locus Amoenus

Il flax-dam (macero del lino) opera come un’inversione del locus amoenus virgiliano. Se la tradizione pastorale tende a estetizzare la natura, Heaney utilizza un lessico di patologia medica (“festered”, “rotted”) per de-mitizzare il paesaggio rurale. Si riscontra un debito verso George Crabbe (The Village), che già nel XVIII secolo sfidava le idealizzazioni di Goldsmith, ma Heaney sposta l’accento dal piano sociale a quello puramente ontologico e sensoriale.

2. Sinestesia e Inscape hopkinsiana

La costruzione “strong gauze of sound” (garza fitta di suono) è un esempio magistrale di sinestesia che rimanda direttamente a Gerard Manley Hopkins. Heaney adotta lo Sprung Rhythm (ritmo spezzato) e l’allitterazione fitta per catturare l’essenza fisica delle cose. Il termine “slobber” (bava) non è solo descrittivo, ma tenta di replicare la quidditas dell’oggetto attraverso il suono consonantico, tecnica che Hopkins definiva Inscape.

3. Il “Sublime fangoso” e l’eco di Burke

Mentre il Sublime di Edmund Burke è solitamente associato a grandi montagne o tempeste, Heaney teorizza un Sublime fangoso. La transizione dal primo al secondo movimento della poesia segna il passaggio dal “Bello” (la lezione scolastica, le uova come perle) al “Sublime” inteso come terrore e sbigottimento. Le rane come “mud grenades” evocano quella “terribile bellezza” che paralizza l’osservatore, spostando l’asse estetico.

4. Caduta e Cacciata: eco miltoniana

Il “Naturalista” che muore è una figura adamitica. La scoperta del gracidio “mai udito prima” funge da frutto proibito. Il finale, con la minaccia del contatto fisico (“the spawn would clutch it”), riecheggia la perdita dell’innocenza del Paradise Lost di Milton. Tuttavia, qui la “Caduta” non è morale, ma fenomenologica: il bambino cade nella consapevolezza della propria vulnerabilità biologica.

5. Il lessico bellico e la “saturazione” di Wilfred Owen

L’espressione “punishing sun” e l’apparato militare della seconda strofa (“invaded”, “rank”, “poised”) collegano Heaney alla poesia di guerra di Wilfred Owen. Heaney utilizza il vocabolario della trincea per descrivere il fossato. La natura non è un giardino, ma un campo di battaglia di specie. Questo riflette la sensibilità post-bellica del canone del Novecento, dove anche l’idillio è infettato dalla memoria della violenza organizzata.

6. Keats e l’immanenza della decomposizione

L’attenzione alle bolle da fermentazione (“gargled delicately”) richiama l’opulenza sensoriale delle odi di John Keats (si pensi a To Autumn), ma con una torsione verso il basso. Dove Keats vede il “succo che trabocca”, Heaney vede il lino che fermenta. È un’appropriazione del canone romantico inglese volta a radicare la poesia in una realtà pre-industriale e pre-letteraria, quasi ctonia.


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