Fortini: su “Gli strumenti umani” di Sereni

Franco Fortini e Vittorio Sereni alla presentazione del libro di Sereni, Il musicante di Saint-Merry, 1981 (Giovanna Borgese, Archivio Fortini)

Franco Fortini, poeta e critico, ha avuto di Vittorio Sereni la perfetta calibratura della visione e dell’ascolta, tanto che si può considerarlo il critico di quel poeta e Sereni il poeta di quel critico. Qualche nota sparsa da un antico saggio di Fortini sui Quaderni piacentini conferma questa affinità elettiva tra due menti, tra due poetiche, tra due scritture, tra due poeti autentici del nostro secondo Novecento

di FRANCO FORTINI

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Gli strumenti umani è un libro che può anche essere letto come una raffigurazione della storia italiana — in una certa misura europea — degli ultimi quindici anni. Non sol tanto per le indicazioni di scena: avvento della Repubblica, ricostruzione, la nuova industria, il passaggio del benessere, la guerra d’Algeria, la Germania del miracolo. Ma per vere e proprie «intermittenze storiche», identificazione di atmosfere, di attimi particolari che diventano sovraccarichi di significato: l’agonia della speranza e della gioventù che la ricostruzione implicava e accompagnava («Nel sonno»); quella della piccola fabbrica accanto alla grande (con l’esattissima intuizione di un potenziale di lotta sopravvissuto solo in situazioni di arretrata tecnologia, e con la scoperta che solo la grande industria libera dalla illusione intellettuale d’una parte migliore e di una peggiore da salvare o da spendere); gli anni della accumulazione e della accondiscendenza sentiti nello spegnersi di giornate sportive («a brani una futile passione»), nelle vociferazioni, nella stessa sospensione domenicale dell’esistenza («La poesia è una passione»); l’efferatezza del neocapitalismo europeo colta (come, d’altronde, dalla prosa dell’Opzione) nell’atto in cui ostenta una dimenticanza, per noi ovvia, di quel che per l’autore è relativamente recente e faticoso acquisto.
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Non so se sia esatto parlare di atonalismo, per l’ultima parte di questo libro. (Gli Strumenti stanno al Diario come de Staél a Morandi…). Per quanto — come ho detto —la natura vibratile di questi versi si origini da dislivelli multipli, e da un sistema di intoppi e arresti accuratamente predisposto, resta indiscutibile che la gamma linguistica ed espressiva rifugge da ogni dilatazione, da ogni eccesso e gioca invece sugli scarti minimi, sul «risparmio» classico. Nel Sereni del Diario e qui ancora in molte delle più concluse poesie della prima metà del libro, l’atteggiamento è quello comune a molto nostro Novecento. Ma mentre quello mirava, per tale via, al «dimesso-sublime», Sereni — non foss’altro, per la sua devozione, o complicità, verso Apollinaire; e per la sua, decisiva, esperienza su Williams (insieme a quella, ma a contrario, sul «sublime» Char…) — mantiene, sottili e precisi, i suoi intervalli.
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Quel che nel Diario era, com’ebbi a scrivere, oscillazione fra purezza e impurità narrativa e quindi fra omogeneità e rischio di eterogeneità, qui ha segnato la prevalenza del «parlato» e del «narrato» e quindi dei dislivelli linguistici. Ma — e vorrei richiamare l’attenzione su questo punto, che mi pare abbastanza importante — l’impasto che risulta è non soltanto nuovo rispetto alla maggior parte della poesia italiana di oggi ma è una prova ulteriore di quella capacità oggettiva di dire una verità sulla verità storico-sociale del nostro tempo. Infatti, se esamini un campione di questo linguaggio, puoi trovarvi pressoché le medesime componenti del Montale del dopoguerra; ma una disposizione diversa origina molecole affatto diverse e che significano un altro mondo. Dagli schisti lessicali di Montale si proietta un fantasma parlante che è, nella sostanza, un intellettuale italiano d’una cultura difensiva, ironica, sprezzante e malsicura, che si separa dal volgo verso il convivio di alte e mature borghesie europee; in Sereni, con nessuna o rare concessioni alla immediatezza (o agli echi dialettali; solo quel suo «roba», mi pare, è un intenzionale lombardismo…) hai piuttosto il linguaggio medioborghese e medioeuropeo che su di un fondo umanistico, da cui emergono le frequenti criptocitazioni, integra non tanto o non soltanto elementi di un lessico d’altra provenienza (tecnico-scientifica) ma cadenze, esitazioni pause tipiche di quel ceto o genere. Aziendale, è stato detto, proprio perché l’azienda della produttività neocapitalistica liquida ogni illusione di libertà extraziendale. Attraverso tale sottilissima imitazione delle intonazioni (se anche mi manca la possibilità di dimostrarlo, è qui certo l’origine della metrica del Sereni più recente) hai l’introduzione di un elemento teatrale, l’inserimento di una seconda o terza voce del dialogo… Più di una trentina di volte in questa cinquantina di composizioni tornano i «dice», i «diceva» e simili. Tecnicamente, le poesie di Apparizioni e incontri sono spesso dei mimi.
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Da Franco FortiniIl libro di Sereni, “Quaderni piacentini”, V, n. 26, marzo 1966, pp. 63-74, poi in Saggi italiani, De Donato, Bari, 1974 e in Saggi italiani 1, Garzanti, Milano, 1987


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