J.P Rossano sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgJ.P. Rossano è autore di un thriller che mi è stato consigliato e che non ho ancora avuto il tempo di leggere, L’ultima stoccata. Poiché è uno scrittore, è anche un lettore e, in quanto tale, senza avanzare credenziali che ineriscano alla comunità editoriale, mi ha inviato una mail in cui, definendosi semplicemente “un Miserabile Lettore”, mi invitava a leggere la recensione a Hitler che ha pubblicato sul suo interessantissimo blog. Sono molto grato a Rossano, poiché il suo intervento sintetizza un incontro tra intenzioni autoriali ed esito letterario, riportando l’oggetto di indagine del romanzo su un livello metastorico, che interessa il presente. Il rapporto tra Letteratura e Male diviene così il centro di una meditazione assai significativa che l’ultimo decennio di narrativa italiana ha condotto (e da questo punto di vista andrebbe riguardato il successo del genere nero – non semplicemente in un’ottica di mercato, che viene esecrata da pseudopuristi con argomentazioni fintoadorniane). La Storia passa attraverso il filtro della visione letteraria che cerca di guardare non nell’occhio di un supposto Dio, ma in quello del Male: laicizzato e spiritualizzato al di là di ideologie e confessioni, questo Male è di fatto la ripresa di un discorso autenticamente e orizzontalmente metafisico. Per questo motivo ringrazio J.P. Rossano di avermi iscritto in una comunità che tenta questo lavoro di scavo, magari sbagliando, ma fornendo una chiara estetica comune, priva di manifesti, alla rappresentazione letteraria di questo tempo, anche a rischio di essere etichettata come “paraletteratura”.

HITLER di Giuseppe Genna – Il Male e il dovere della Memoria

di J.P. ROSSANO

jprossano.gifA proposito dell’esistenza del Male e della necessità di trovare il coraggio per raccontarlo, abbiamo già scritto (Il noir, il male ed il potere).
Del libro di Jonathan Littell “Le Benevole”, storia turpe di un impunito nazista, un romanzo bello seppur a tratti difficile da leggere, anche.
A questo punto era quasi fatale tanto che mi avventurassi nella lettura di “Hitler” di Giuseppe Genna, quanto che tediassi i visitatori del sito con le mie riflessioni in merito.
Qui scatta, doverosa, una precisazione. Il Genna Giuseppe, JP Rossano, non lo conosce, non gli deve dei favori, non è intenzionato a chiederne e, prima di Hitler, non aveva neppure letto nessuna delle sue opere. Questo va detto subito, tanto per sgomberare il campo da possibili dubbi di partigianeria, se non di convenienza.
Hitler” di Giuseppe Genna, dunque. Lettura suggerita dal mio amico Simone Sarasso, mentre si stava discutendo del libro di Littell e di quanto avesse scritto il sottoscritto in proposito.
Confesso, mi sono accostato alla lettura di questo romanzo con cautela e non poco prevenuto sospetto.
Molto si è scritto su Adolf Hitler, sempre però in forma di saggistica. Se si esclude, forse, “La parte dell’altro di Schmitt, questa è la prima volta che un autore affronta la sfida: Adolf Hitler quale protagonista di un’opera narrativa.
Il risultato: eccezionale ed agghiacciante al tempo stesso. “Hitler” è la sintesi del Male umano.
Basato su precise ricerche storiche, il romanzo di Genna, dipinge un quadro tanto cupo, quanto tristemente realista del suo deprecabile protagonista.
E lo fa emettendo una condanna senza appello. Esatto: l’autore non si colloca fuori dalla storia, vi si getta dentro, trascinando con se l’attonito lettore.
Hitler” è l’impietosa narrazione di come un idiota, tanto patetico quanto maligno, una non-persona (nel senso di antitesi umana) possa essere assurto al sanguinario ruolo che ha avuto nella storia del ‘900.
Nessuna mitizzazione, nessuna assoluzione, nessuna redenzione, come è giusto che sia.
Infanzia devastata, adolescenza demente, turbe sessuali, miseria, fallimenti personali, dura esperienza nelle trincee della I Guerra Mondiale: nulla di tutto ciò può spiegare l’inspiegabile. Se l’Aue del romanzo di Littell è, pur nel suo abominio, un giovane brillante, dotato di buona cultura e figlio di ottime letture; l’Hitler di Genna è un “cretino” sin dalle prime pagine e resterà un cretino per tutto il romanzo, fino all’abisso conclusivo nel Bunker di Berlino.
Mentitore, vile, schizoide, tuttavia dotato di una logorrea trascinante. Imbevuto di una anti cultura, appresa dai peggiori libelli nazionalisti e dalle riviste di antisemitismo dozzinale che circolavano nella Germania di Weimar, Hitler parla, per tutta la durata del romanzo, della sola cosa di cui possa parlare una simile non persona. Del vuoto, del nulla, del niente.
Egli è un untore del nulla, catalizza nella sua non persona tutto il vuoto che lo circonda, lo amplifica e lo sparge come un virus.
Il nazismo si diffonde come un tumore nel corpo malato della Germania della repubblica di Weimar, coagulando attorno a Hitler altri tumori, non persone, Hitler potenziali, dementi meno carismatici, ma altrettanto grotteschi: Goering, Röhm, Goebbels, Hess, Himmler, Bormann.
È un’inarrestabile ascesa: il putsch della birreria, la presa del potere, l’incendio del Reichstag, la “Notte dei Lunghi Coltelli”, il rogo dei libri, i pogrom anti-ebrei. L’autore non ci risparmia nulla e dipinge l’angosciante sensazione che, nel clima dell’Europa del tempo e con la colpevole inazione delle potenze mondiali, la più grande delle tragedie europee avanzi verso l’inevitabile scoppio della II Guerra Mondiale e l’Olocausto.
Odio razziale, miseria e ignoranza: il combustibile. I nazionalismi: il comburente. Hitler e la sua cricca di psicopatici: la scintilla esplosiva.
La narrazione procede sino a che l’orrore raggiunge il suo apice. Lo sterminio degli ebrei, gli Einsatzkommando, i bombardamenti sull’Inghilterra, l’attacco all’Unione Sovietica, la tragedia della VI armata a Stalingrado, i campi di concentramento, le V2, il progressivo collasso del Terzo Reich, sino al delirio degli ultimi giorni in una Berlino da girone dantesco.
Poiché dal punto di vista della trama Genna non inventa nulla, né modifica, ma riporta fedelmente la storia, ciò che colpisce di più del romanzo è lo stile. Esplosivo, la scrittura descrive il delirio trasmettendo la febbre.
La narrazione è marmorea, asciutta sino all’estremo, delinea la scena in modo succinto, mai eccessivo, non si abbandona a fronzoli da fighetti, non concede nulla alla prosa raffinata.
Ogni frase è un colpo di maglio, persino quando è composta di un’unica parola.
Anzi più la frase è secca, concisa, più il suo effetto sulla narrazione e sul lettore è agghiacciante.
Lo stile giusto per descrivere il Male e, soprattutto, per il messaggio più importante del romanzo: un appello privo di compromessi sulla necessità della memoria. La parola d’ordine, dall’inizio alla fine, è Memoria.
Hitler” è, assolutamente, un libro da leggere.
Appare ridicola, se non addirittura offensiva, l’accusa mossa ai romanzi di Littell e Genna, da quel signore che scrive sull’Avvenire  “… libri di nessuna utilità, esibiscono solo la pornografia del Male …”. La pornografia del Male sono le trasmissioni fiume intorno alle villette di Cogne e di Garlasco, i plastici delle scene del delitto esposti nei salotti buoni della televisione, le code per assistere al processo per i fatti di Erba, non dei romanzi di spessore letterario e rigore storico che contribuiscono ad uno dei nostri doveri principali: non dimenticare ciò che è accaduto perché non possa più accadere. Affermare, come ha scritto il medesimo signore, che “…il Male assoluto respinge ogni argomento in contrario, anzi lo trasforma addirittura in un evento positivo…” equivale a firmare una resa incondizionata. Non possiamo raccontarlo, altrimenti egli, il male, rigira a suo favore i nostri argomenti. Tanto varrebbe tacere, allora, lasciare che l’oblio abbia il sopravvento, così che i figli possano tranquillamente ripetere gli errori dei padri, senza che nessun memento possa trattenerli.
D’altronde non potremmo pretendere molto da chi sostiene che “La metafisica del Male è materia teologica. Non fa per lo scrittore…” se così fosse Dante avrebbe dovuto limitarsi al Purgatorio ed al Paradiso, privandoci di quel capolavoro che è l’Inferno, la qual cosa si commenta da sé.

Demetrio Paolin: intercettazione del romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgDopo lo stravolgente pezzo di Paolo Cacciolati apparso su Bottega di lettura (al momento, la realtà più prestigiosa, acuta e utile dell’intera blogosfera letteraria: il consiglio è di frequentarla costantamente), è stato pubblicato un autentico saggio sul romanzo Hitler a firma Demetrio Paolin. Si tratta di uno scrittore di cui, come segnalato, andrebbe pubblicato immediatamente il formidabile oggetto narrativo Il mio nome è legione (personalmente, non ho dubbi sul fatto che vedrà la luce questa narrazione escatologica e realistica al tempo stesso, consapevolissima nell’aprire un buco nero sull’ontologia dell’umano: si tratta di uno dei testi principiali di questi anni) e che attualmente è in libreria per i tipi de il Maestrale con Una tragedia negata, saggio sulla narrativa ispirata agli anni di Piombo. Demetrio Paolin è una delle molte persone che compaiono nei ringraziamenti finali in Hitler. Viene ringraziato perché, mentre procedevo con le riflessioni e la stesura del libro, Paolin, laureato e specializzato sulla letteratura e la biografia di Primo Levi, mi ha suggerito letture, mi ha fornito suggestioni, mi ha indicato svolte possibili nei protocolli di rappresentazione da impiegare. E’ stato tra i più vicini al sottoscritto in quel momento assai pesante, e lo è stato via mail, senza che ci incontrassimo, ponendo lui un atto di fiducia solo in forza di quanto andava leggendo nell’officina teorica che allestivo sul mio sito. Ora deposita in Bottega di lettura, lui che non aveva ricevuto bozze né saputo alcunché della resa stilistica e strutturale del libro, questo saggio per me sorprendente: ogni elemento rintracciato incrocia una mia intenzione e questa intercettazione avviene sul piano meramente testuale. Dal punto di vista autoriale, insieme all’intervento di Wu Ming 1, e con altra prospettiva rispetto a quello, si tratta dell’excursus che giustifica per me emotivamente l’avere scritto Hitler e l’averlo scritto così. Ringrazio perciò Paolin e lo staff di Bottega di lettura.

Hitler, di Giuseppe Genna

di DEMETRIO PAOLIN

demetriopaolin.jpgIl romanzo di Giuseppe Genna (Hitler, Mondadori) si presenta di per sé come un monstrum per il tema e il soggetto (la vita, la morte del dittatore tedesco), per i tempi di gestazione (10 anni), ma è anche un unicum, in quanto nessun altro scrittore ha tentato di narrare la vita di Hitler.

L’alto e il basso. La scrittura del male

Nel paragrafo iniziale stavo scrivendo invece di “narrare” il termine “romanzare”. In questo caso, però, avrei fatto un torto all’autore e avrei detto una falsità. Esiste, infatti, (e mi pare strano che non sia uscito nelle recensioni almeno quelle che io ho letto fino ad ora) un altro libro che verte sulla vita e la morte di Hitler. E’ un romanzo di Schmitt edito alcuni anni fa dalla E/O che si intitola La parte dell’altro.
In questo libro l’autore francese immagina una sorta di doppio binario, giocando sul “se”. Se Hitler fosse stato accettato all’accademia? Come si sarebbe modificata la storia?
C’è nella scelta, strettamente romanzesca, della storia fatta con il “se” qualcosa di consolatorio: poteva andare diversamente – dice l’autore –, il male non è qualcosa di assoluto e totale, alle volte basta un battito di farfalla a Pechino per risparmiare una morte a New York.
E’ una idea consolatoria quindi, che Genna nel suo Hitler non percorre.
Per Genna, è questo un dato prodromico, Hitler è la non persona, ed è così ab initio, da sempre e per sempre. Per l’autore il dittatore tedesco trascende la sua stessa storia, ne è partecipe e colpevole, ma è oltre. Solo seguendo questo ragionamento, d’altronde, si potrebbero spiegare l’incipit e l’explicit del romanzo, che non avvengono nella storia, nel dato tempo della vita di Hitler, ma in due eternità meta temporali.
Due capitoli avulsi dalla narrazione che per Genna è uno svolgimento orizzontale dei fatti. Una serie di metope, lo dice l’autore stesso, da tempio dove Hitler più che raccontato è scolpito, in cui la lingua dell’autore non ci dà ragione di un movimento, ma cerca proprio di fermare, di bloccare, un gesto, un atteggiamento e una parola della non persona.
Il libro ha quindi questo andamento orizzontale, non si guarda mai al cielo e al dabbasso, se non appunto nel capitolo proemiale del romanzo e in quello conclusivo. In questo caso Genna cambia posizione di racconto, modifica l’obiettivo di narrazione: non più un susseguirsi orizzontale di eventi, ma uno slancio, una improvvisa verticalità, verso l’alto e verso il basso.

Un terrore lo coglie, a cui non resiste, gli viene da urlare, non può.
Essi sono d’oro.
Sono alti trentatre volte lui.
[…]
La crepa è sotto ai suoi piedi, immensamente si spalanca, lui crolla nel vuoto del crepaccio, è buia, Fenrir si attacca a lui con i denti, inizia a masticarlo, la voragine è buia e senza fine […].

E’ questa verticalità che dà ragione del male che è, del male che è in quanto non essere. Mi pare che soltanto in un altro caso, lo sguardo di Genna s’alzi in verticale. E’ nel momento in cui descrive il terribile bombardamento di Dresda, che viene definito una vittoria postuma di Hitler, ovvero il trionfo di ciò che non è. Il disumano, il non umano, non risparmia neppure i vincitori

La crepa propagata dallo zero umano che combatte si è aperta in sir Wiston Churchill.
Il principio di simmetria del male.
Il gelo.
La constatazione del disastro perpetrato.
L’inutilità della strage condotta con lucida insenzienza.
Grava la vittoria postuma di Hitler su tutto ciò.
Siamo, tutti, insetti, in un blocco d’ambra.

Questo, credo, chiarisca come narrare la vicenda non-umana di Aldof Hitler sia in realtà un modo per dire il male, per rompere la nefandezza (il suo non poter essere detto) del male. Solo in questo modo si comprende l’altra stortura rispetto alla narrazione delle vicende del dittatore tedesco che sono le pagine intitolate Apocalisse con figure.
Il testo in questione è un apax nel libro di Genna, perché nella realtà l’autore decide di non entrare nei campi di concentramento, ci gira intorno, li guarda da lontano, ma non ci porta dentro. Genna delega questo a parole altrui, mettendo in scena una vera e propria istallazione, dove chi ha subito e vissuto l’orrore parla. In questo senso Genna sposa le parole di Levi, i cui scritti in Hitler agiscono spesso in sotto traccia (si pensi all’inizio del libro) quando sostiene che solo i morti potrebbero portare testimonianza di quello che è stato il lager.

Lo stile marmoreo buono per le lapidi

Che lingua usa Genna nel romanzo? Leggendo Hitler mi sono venuti in mente due tipi di eventi linguistici: le parole scritte sui cippi funerari e i discorsi commemorativi di qualche guerra, battaglia o eroe.
Qualcuno potrebbe pensare che questa definizione indichi, da parte mia, un fastidio, un giudizio negativo sulla prosa con cui è scritto il libro. Invece è l’esatto opposto, io credo che all’interno di un libro così la scelta di quel tipo di retorica sia necessaria.
La retorica diviene un medium per rendere comprensibile qualcosa che altrimenti sarebbe esorbitante rispetto alle nostre capacità. In uno brano del suo La scrittura o la vita, Semprún riporta un dialogo che avviene tra alcuni detenuti, i quali si pongono il problema se quello che è vissuto nel campo di concentramento può essere detto, se in altre parole l’esperienza del Male Radicale che loro stanno soffrendo e che altri come loro soffrono potrà essere comunicata.
Il problema sostiene Semprún non è la dicibilità o l’indicibilità del fatto (tutto può essere detto, esiste una parola per tutto), quanto la reale comprensibilità di quello che verrà raccontato nei libri sullo sterminio.
L’autore spagnolo parla di comprensione e non di intelligibilità, facendo riferimento ad un area semantica legata alla compassione. Bisogna che i lettori sentano, abbiano una esperienza sensibile di ciò che stanno leggendo. A conferma della tesi di Semprún si prendano le parole di Primo Levi che, nello scritto introduttivo alla riduzione teatrale di Se questo è un uomo, sostiene di voler infliggere agli spettatori ciò che lui e i suoi compagni hanno provato e vissuto.
Genna con Hitler si trova nella medesima situazione. Non tanto dire, quando rendere comprensibile l’esperienza di Hitler; ed è proprio in questo che si gioca la valenza artistica e letteraria del romanzo, che in questo caso non è scrittura di fatti più o meno verisimili, ma semplice ri-proposizione di episodi conosciuti e frusti.
Genna in Hitler non inventa nulla, ne modifica nulla, ripete quello che già illustri storiografi prima di lui hanno scritto e portato alla luce. E’, quindi, logico che tutto diventi una questione di lingua, di scelta della lingua letteraria con cui dire. Mi sembra importante sottolineare come, soprattutto per un tema e un periodo delicato come quello legato al secondo conflitto mondiale, alla ricerca storiografica debba unirsi anche la letteratura. Faccio mia una convinzione che Anna Bravo e Daniele Jallà hanno espresso, nel 1994, quando veniva dato alle stampe Una misura onesta, una sorta di bibliografia generale in cui venivano censiti tutti i libri e testimonianze pubblicati in Italia sui campi di concentramento. E’ necessario che alla storiografia s’accompagni sempre di più nello studio di questi testi la critica e la ricerca letteraria.
S’apre quindi l’idea di una letteratura che abbia a che fare strettamente con il vero e con il bello.
La scelta di Genna quindi non può essere semplicemente estetica, ma deve anche avere un preciso valore etico. Quest’ultima opzione chiarisce la struttura retorica da monumento e da memento.
Le anafore, l’asindeto reiterato, le frasi brevi, l’aggettivazione magniloquente e i periodi ellittici ricordano molto la struttura delle epigrafi nei monumenti, destinati proprio a tenere aperta la memoria a ricordare un evento, a scolpirselo in testa. Lo stesso autore, nell’officina preparatoria del suo romanzo, parla di metope di un tempio, quindi è lui stesso a guidarci nel paragone.
Anche la lingua che usa esce dallo stretto orto della letteratura italiana contemporanea, sempre più piegata o a alla ricerca di un tono medio e colloquiale o a una esasperata gercalità. In Hitler troviamo termini difficili, desuete costruzioni sintattiche, che fanno proprio pensare ad un italiano marmoreo buono per le lapidi e per i discorsi commemorativi.
Questa, guarda caso, è la medesima definizione che Mengaldo dà della lingua di Levi – una ulteriore traccia per sostenere come il magistero dello scrittore torinese sia stato fondamentale in Hitler. Lo stile lapidario e marmoreo definisce una scrittura che non potendo chiedere un perché, in quanto “non esiste perché”, decide di portare memoria e traccia di ciò che accade, decide d’essere lingua che si può mandare a memoria, che può essere ricordata e quindi ripetuta ad altri, perché nessuno dimentichi che questo è stato.

L’autore, il lettore e la materia

In Hitler, l’autore Giuseppe Genna entra spesso in scena, soprattutto rivolgendosi ai lettori e in alcuni casi rivolgendosi all’oggetto della sua materia, Adolf Hitler.
L’invocazione o l’appello ai lettori è appunto un vecchia struttura dei poemi, immancabile nei poemi medioevali, via via più ironica (penso a quelle di Ariosto o a quelle presenti nei poemi eroicomici), ma che con il passare dei secoli viene a mancare.
Uno degli studi più interessanti su questa materia è di Auerbach. Nei suoi Studi su Dante si mette in evidenza come l’appello ai lettori nella Commedia spesso era usato per sottolineare una differenza tra ciò che Dante andava vivendo e quello che loro, i lettori, potevano comprendere.
Si demarca in questo modo una differenza l’autore e il suo pubblico, che è netta anche in Hitler. Genna non vuole ammiccare al lettore quando lo chiama in causa, né vuole usare un sorta di “seconda persona” (non penso tanto al “tu” di Tondelli ma a quello di Brizzi) per la quale fabula de te narratur, ma vuole significare esattamente l’opposto.
Tu, lettore – sostiene Genna-, non puoi essere con me in questo viaggio, il patto narrativo che io faccio con te è che tu non puoi essere qui dove sono io. Questo fa deflagrare i protocolli narrativi ormai consolidati del romanzo, che invece si è mosso sempre nella costante ricerca della prossimità tra l’autore e il suo lettore.
Ciò che ho detto non sembri un controsenso rispetto all’esigenza di comprensibilità che sostenevamo prima. Dante, ad esempio, segna tra sé e gli altri una distanza, ma il suo fine è quello di rendere una minima visione del paradiso.
E’ la materia del romanzo, che costringe a prendere le distanze. E’ necessaria per poter dire, è proprio in quello spazio che la scrittura diviene possibile.
Hitler esige una scelta etica consapevole. Bisogna andare fino in fondo a quello che si è intrapreso. C’è solo un momento in cui l’autore cerca di rivoltarsi, ovvero quando chiede a Hitler di spararsi e di uccidersi : un momento d’oblio molto simile a quello di Dante che smemora Beatrice (Par. X, 58-60), quando intravede la grandezza di Dio.
In quel momento l’autore ci è prossimo, ma è un istante. Subito ritorna la lotta con l’infausta materia e il tentativo di chiuderla dentro al libro.

Il romanzo Hitler su “Musicaos”

hitlercovermedia.jpgRiporto un lungo e articolato intervento sul romanzo Hitler, a firma di Luciano Pagano, apparso sulla rivista elettronica di letteratura Musicaos.it, uno degli snodi fondamentali della blogosfera letteraria che ha retto al crollo della medesima. Sono onorato di tanta “intercettazione” e ancora più dell’immagine testuale da Primo Levi con cui viene introdotta la complessa recensione di Luciano Pagano: è un’immagine fondamentale, perché qui non si sta tanto nella biografia romanzata di Hitler, quanto nel perno dell’unicità della Shoah, secondo un magistero che è desunto proprio da Primo Levi (più avanti, quando le acque si saranno calmate, vorrei scrivere un’autoglossa che riprende una valutazione degli esiti letterari del libro rispetto alle intenzioni: una sorta di autorecensione dopo una lettura fatta con gli occhi di un estraneo – e il primo punto da chiarire è proprio il primato di questo perno, costituito dalla sezione tra due pagine nere, Apocalisse con figure).
Al critico e allo staff tutto di Musicaos.it (praticamente un portale, non un blog: si invitano i Miserabili Lettori a visitarlo in profondità) vanno i miei ringraziamenti per l’attenzione profusa e lo spazio concesso.

Alcune considerazioni su “Hitler” di Giuseppe Genna

di LUCIANO PAGANO
Mi ero accostato alla lettura di questo romanzo con un’unica cautela, quella di capire se questo fosse davvero, come annunciato dall’autore del medesimo, il primo romanzo su Hitler. Durante la lettura mi sono accorto di condividere appieno il giudizio. Non esiste un punto della biografia di Hitler dove tutto ha avuto inizio, giustificare un inizio significherebbe forse ammettere che senza quell’inizio la vita di Hitler sarebbe stata simile a quella di molti altri. Non è così. Hitler, come racconta Giuseppe Genna, nella disamina delle fonti e delle riviste di antisemitismo dozzinale, è letteralmente circondato dal sentimento antisemita della Germania del suo tempo. Ogni antisemita è un Hitler in potenza, un pensiero che non offre redenzione. La scrittura di Hitler è distante da quella del romanzo precedente, Dies Irae. In quest’ultima opera Genna ha trovato una soluzione differente che non cede nulla all’esagerazione linguistica, che non esorbita. Tanto la materia gli offriva possibilità di onirismo strabordante, tanto la lingua è trattenuta in un periodare netto. Costruito per quadri, delinea la scena in modo succinto. Mai eccessivo. Gli unici momenti che eccedono il limite imposto sono momenti lirici, nei quali ciò che viene narrato a un certo punto trascende, ci si affida alle parole di T. S. Eliot, Mario Luzi, alle similitudini dantesche. Alcuni degli episodi, quello della lotteria, sono presenti anche nel romanzo di Eric-Emmanuel Schmitt (La parte dell’altro, E/O), in questi episodi è come se in modo sottile si cercasse di lanciare una sfida al pensiero dell’eterno ritorno del male, che cosa sarebbe accaduto se? Sono ipotesi che vengono smentite in modo puntuale, Hitler ha voluto tutto ciò che ha fatto, ogni suo passo era compiuto per assecondare un’idea abominevole di grandezza che non conosceva limite. Fino al racconto degli eventi che narrano l’ascesa del potere tutto il male che emana da questa figura è circondato dalla luce di un bagliore accecante, creato da tutta la corte di cui Hitler si circonda, che annienta tutto ciò che cerca di avvicinarsi al nucleo primordiale e personale di questa non-persona. Se Hitler fosse il personaggio di un romanzo potremmo scrivere che le cose gli vanno bene finché tutti i suoi sogni di dominio si concentrano su qualcosa che è esterno a sé. Quando il suo potere si involve su se stesso declina nella sconfitta. Giuseppe Genna fa incontrare Hitler, di sfuggita, con Sigmund Freud. “L’altro” Hitler di Schmitt si recherà dal medico scopritore della psicoanalisi per farsi curare dagli svenimenti che gli procurano le visioni dei corpi nudi delle modelle, presso l’Accademia dove è riuscito a iscriversi passando l’esame. Questo è un altro punto che assume un significato teorico importante. L’incontro cioè tra l’uomo che ha dispiegato il male, sentimento irrazionale per eccellenza, con chi invece ha cercato di ricondurre le pulsioni ancestrali di ogni individuo in un sistema di interpretazioni, analisi, diagnosi e cura. Quest’incontro può cambiare la storia? No. Ancora una volta la risposta è un secco no. Perfino la psicoanalisi è arrivata in ritardo, così come è arrivato in ritardo, a giochi già in corso, chi governava i paesi europei nel periodo in cui l’astro di Hitler ascendeva indisturbato. Si pensi all’analisi di Erich Fromm contenuta ne L’anatomia dell’aggressività umana. Ogni analisi psicologica, in tal senso, è un riduzionismo. Ogni spiegazione arriva tardi, quando non serve più. L’unico modo di fermare il male era quello di fermarlo sul terreno irrazionale della sua forza, con la guerra. Con un gesto altrettanto potente e maligno, come un assassinio o con un attentato. Ma è troppo presto, in fondo Hitler non è ancora nessuno, e l’autore del romanzo ce lo presenta così come è, un giovane che cova astio esponenziale. Sono diversi i momenti in cui l’autore ci accompagna, fermandosi e discutendo con il lettore, per fare riflettere sulla figura che si sta componendo in un affresco rapido, non frettoloso. Sappiamo quel che dovrà accadere, come i condannati che conoscono la pena che verrà loro inflitta, così da spettatori di una Storia già scritta è come se chiedessimo di non procrastinare l’attuazione della pena. La vicenda storica in cui Hitler si muove è storia universale, il fine, il bunker, il termine, il 1945, lo Sterminio. Durante la lettura succede che si percepisca una sorta di ipervisione di un finale che è già lì, apparecchiato, pronto per essere narrato. Cos’è che sfugge da questo quadro? L’evento peggiore, quello che avrà più ripercussioni nella storia e nel pensiero dei nostri giorni, non c’è, viene accennato, se ne parla per approssimazioni. La tragedia del popolo ebraico, la soluzione finale. Uno degli assunti principali del romanzo è contenuto in epigrafe “è fatto e divieto agli ebrei di concedere a Hitler vittorie postume”. Quando Hitler cadeva già c’era chi pensava a come spartirsi l’Europa, così racconta Giuseppe Genna. Il romanzo narra la vita di una non-persona con la quale non può esserci identificazione, il messaggio è tuttavia chiaro, qualora dovesse sorgere un processo identificativo c’è una parte di quella storia, l’Olocausto, che non potrà mai essere soggetta a revisione. E che occupa una parte a sé, nel finale, dal corpo del romanzo. Anche perché in “Hitler”, per quanto l’autore abbia scritto di un uomo che viene definito come la non-persona, vengono raccontati i fatti che sono accaduti. La non-persona non si produce in non-azioni ma in azioni spropositate, che non tengono conto della realtà in cui accadono, emblematici a riguardo i giudizi che Hitler esprime in materia di cose che gli sono del tutto sconosciute o che conosce sommariamente. È quindi apprezzabile che la parte finale sia così costituita, con un infittirsi di citazioni; come a sottolineare che romanzare la storia è possibile (e qui non si è certo davanti a un primo tentativo) ma riscrivere la storia sottoponendola a revisioni narratologiche, quello no, non si può fare. Il romanzo di Giuseppe Genna secondo me non cede una virgola a retoriche di nessun genere. Himmler, Göring, Speer, Eva Braun, Stalin, Mussolini, sono tutti succubi di Hitler, una non-persona che si è spinta nell’attuazione del crimine peggiore dell’umanità. Leggendo “Hitler” il lettore di Giuseppe Genna si accorge che un libro del genere poteva essere scritto e in questo modo soltanto dal Miserabile Autore, uno dei pochi attualmente in grado di descrivere il delirio trasmettendo la febbre. A ciò si aggiunge il dato storico, frutto di ricerca minuziosa, che bilancia la narrazione senza farsi sopraffare da questo ‘motore immobile’ del male. Non c’è proprio nulla che ‘faccia la differenza” tra ciò che sarebbe potuto non accadere e ciò che è stato, neppure la rapidità di anni in cui viene apparecchiato il disastro, né il fatto che tutti i segnali, tutte le avvisaglie, vengono rintracciate nell’inesorabile abulia di un popolo. Il 12 settembre del 1919, Adolf Hitler prende la parola in una riunione del DAP, il partito dei lavoratori. Da quel giorno in poi acquista la consapevolezza che tutti i suoi deliri micromegalomaniaci, curati e cresciuti in un paese che versa nella crisi, coincidono con il desiderio della massa, la maggior parte delle persone di cui si circonda. È l’inizio, per Adolf Hitler, l’eterno inizio, e per il mondo è l’inizio della Fine.
Da quel momento in poi saranno determinanti le amicizie altolocate e le relazioni con gli antisemiti nel mondo, si faranno avanti da soli, da oltreoceano, come Henry Ford, per ricoprire d’oro la Caria Umana, il nulla che ha la tracotanza inusitata di raccontare loro come vorrebbero che fosse il mondo nuovo, l’orripilante visione, il mondo senza ebrei. Alcuni fermo immagine: Jesse Owens che taglia il traguardo, i cadaveri di ebrei gettati nelle fosse comuni, mentre si muovono ancora, le lettere dei soldati tedeschi dal fronte della disfatta sovietica, la comparsa nella vicenda di Winston Churchill. Questo “Hitler”, se letto come un libro di storia, perfino nei punti più ‘imaginifici’ – per intenderci quelli dove vengono descritte le incursioni del “Lupo” – non si discosta di molto dallo stile di certi storici, che condiscono con narrazioni le descrizioni di fatti documentati e frutto di ricerca; credo che Giuseppe Genna fosse consapevole del fatto che sarebbe stato facile, nella scrittura di questo romanzo, cedere alle lusinghe della retorica; in alcuni punti si verifica il contrario, cioè che l’autore potrebbe approfittare della sua condizione di Dominus per calcare la mano, cosa che non si verifica, non c’è sadismo, ma neppure commiserazione. L’autore non arretra di una virgola dalla sua posizione, ed è un bene, anche per il frutto che ne deriva, cioè un ottimo romanzo. C’è un momento in cui un soldato tedesco durante la ritirata, incappa nei cadaveri lasciati durante l’avanzata, si chiede se siano potuti essere loro gli artefici di ciò. Ecco, il delirio della potenza era così terribile che soltanto una sconfitta poteva riportare lo sguardo sulla propria coscienza. Questo libro secondo me fornisce ottimi spunti per la lettura della realtà storica. La parola d’ordine, dall’inizio alla fine, è Memoria.