“Fine Impero”: la recensione di Angelo Guglielmi su l’Unità

Angelo Guglielmi – L’Unità
La scrittura di Genna è carica di energia ed è a questa, alla sua corrosività unita alla determinazione, che dobbiamo le pagine migliori.

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Su Agota Kristof

Uno speciale dedicato alla grande scrittrice apolide-ungherese: un’intervista di Michele De Mieri, un intervento di Paolo Di Stefano, l’incipit dell’ultima raccolta di racconti Dove sei Mathias?, una nota di Maurizia Balmelli che ha tradotto La vendetta, il primo capitolo in pdf de La vendetta.

INTERVISTA AD AGOTA KRISTOF
di MICHELE DE MIERI

agota_kristofMinuscola e leggera, con un passo claudicante e un paio di grossi occhiali a fare da schermo ai due occhi quasi sempre socchiusi, Agota Kristof si lascia avvicinare per le interviste che man mano diventano una sorpresa: ben presto infatti la taciturna scrittrice di culto, nata in Ungheria nel 1935 e trasferitasi in Svizzera a 21 anni dopo i fatti in Ungheria, parla di tutto, confessa che non scriverà mai più nulla di così interessante come i tre libri della Trilogia della città di K, non fa sconti alla versione filmica del suo Ieri (firmata da Silvio Soldini col titolo Brucio nel vento): “Troppo melensa e poi l’attrice non era in grado di dare corpo al personaggio di Line”, confessa di leggere pochissimo e di guardare molto la televisione: “prima amavo molto il cinema ma ora ho paura di uscire da sola la sera”. Timori, crediamo, non d’ordine pubblico: a Neuchatel riesce difficile immaginarsi una delinquenza comune che rende le strade insicure le serate, come i suoi personaggi la Kristof ha altre antenne per sentire chissà quali, ben diverse paure.

Come ha cominciato a scrivere e cosa ha significato per lei il passaggio dalla sua lingua madre al francese?

Un mio personaggio, in Ieri dice che è diventando assolutamente niente che si può diventare scrittori. Devo dire che quest’affermazione vale anche per me. Fin dall’infanzia ho amato leggere e scrivere. Tutte le altre cose non avevano nessuna importanza, ma non volevo fare degli studi letterari, diventare un professore. No, non amavo quella strada: ho preferito andare a lavorare in una fabbrica. Lì potevo concentrarmi sulla scrittura, sui miei pensieri, vicino alla macchina che io usavo in fabbrica c’era un foglio su cui scrivevo i miei versi, ed era la cadenza delle macchine a darmi il ritmo di quella poesia. Allora scrivevo in ungherese. Poi ho scritto pochissimo per molti anni: avevo abbandonato il mio paese e stavo lasciando anche la mia lingua per il francese che non conoscevo bene e così mi esercitavo con dialoghi teatrali. Oggi quelle mie prime opere in francese mi sembrano quasi tutte orribili. Non tutte, qualcuna buona c’è. Erano gli anni Settanta.

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l’Unità: Di Paolo e Rovelli su Italia De Profundis

Giuseppe Genna - ITALIA DE PROFUNDIS - minimum faxIl sito ufficiale
ITALIA DE PROFUNDIS su minimum fax
Rassegna stampa e materiali
Anticipazione sul blog Il Miserabile
Ipertesto della Scena italiana come inferno
I booktrailer: 1234
Videomeditazioni: La storia non siamo noiStoria di fantasmi
Acquista Italia De Profundis su iBS o su BOL.

Il testamento di Genna. Autopsia sul corpo della nostra Italia
In questo libro Giuseppe Genna rivela sotto i nostri occhi fatti plausibilmente autentici di quanto il personaggio «Giuseppe Genna» ha vissuto: dal drammatico ritrovamento del cadavere del padre.
di MARCO ROVELLI
[da l’Unità – versione cartacea, 31.12.08]
frecciabr.gif La versione jpg dell’articolo su IDP [208k]
Il titolo del libro va preso alla lettera: Italia De Profundis (minimum fax,euro
15) è davvero un testo testamentario. La prima cosa che appare alla lettura è inevitabilmente il torrenziale processo di verbificazione del mondo, che si misura di continuo con il proprio annichilimento. In un fallimento disperato, il verbo cerca continuamente di indicare fuori di sé, volto al trascendimento. Trascendere il
verbo, trascendere l’Io. Quell’ipertrofico Io che non cessa di confrontarsi con la propria fine. «Cade la parola, cadono le immagini. Escludi tutto» – è scritto nel libro. (…) [CONTINUA]

I libri dell’anno
di PAOLO DI PAOLO
[da l’Unità – versione cartacea, 31.12.08]
frecciabr.gif La versione jpg dell’articolo su IDP [80k]
(…) Eppure mai, nelle sue pagine, il mondo intorno riesce a provocare tanto turbamento quanto il malessere esistenziale del narratore. Perché il cuore del libro è qui: nello «sfogo di rabbia». Che nesso vi sia (e quanto saldo) tra tragedia privata e tragedia pubblica, è difficile dirlo (…) [CONTINUA]

L’addio a Sbancor su l’Unita’

unita_testata.jpg[Devo ringraziare Stefania Scateni, responsabile delle pagine culturali de l’Unità, per avermi permesso la pubblicazione di un coccodrillo che mai e poi mai avrei voluto stendere: quello in memoria del fraterno amico Sbancor, redattore di Carmilla e Rekombinant e il manifesto, collaboratore del manifesto: uno degli analisti delle dinamiche globali del potere finanziario e bellico, oltre che recensore acutissimo. Sbancor è scomparso per un incidente tragico all’età di 57 anni. E’ da parte non soltanto mia altissima la vicinanza ai suoi cari in questo momento. Il mio sito viene dedicato, dal momento della sua scomparsa, alla memoria di Sbancor. gg]

Ciao Sbancor, maestro profetico di controinformazione

di GIUSEPPE GENNA
L’intelligenza che interveniva in Rete con lo pseudonimo Sbancor, il 9 aprile scorso, aveva lanciato nel Web questa analisi, che vale una profezia: “Al mondo non si è mai vista una nuova egemonia economica che non fosse anche egemonia politica e militare. Questo vuol dire che, se vi sarà un ‘decoupling’, se cioè le economie dei paesi emergenti traineranno l’economia mondiale, dovrà esserci anche un ‘decoupling’ politico e militare. Gli USA non hanno nessuna voglia di accettare questa ipotesi. Rinforzano la Nato: sono pronti ad allargarla fino a Georgia e Ucraina. Gli europei, che vedono con terrore i gasdotti che passano sotto la terra ucraina a rischio, se Putin chiude innervosito il rubinetto di Gazprom, lo impediscono”. Ed ecco la stoccata finale di una mente dalle forti propensioni narrative: “Particolare significativo: la riunione si teneva nel Castello di Ceausescu a Bucarest. I Vampiri prediligono alcuni luoghi, piuttosto di altri…”. Sbancor si riferiva al vertice Nato tenutosi in Romania. Quest’ampiezza di visione, questa profondità di analisi e questa vastità di competenze, questa ironia da romanziere hanno fatto di Sbancor una mitologia della Rete italiana. Ed è un simile patrimonio umano che è venuto a mancare, improvvisamente e tragicamente, a 57 anni. Romano, un passato movimentista a partire dal ’68 e per tutti i Settanta, Sbancor era un analista che aveva occupato (e occupava attualmente) ruoli importanti nel mondo della finanza italiana. Spirito imbelle, aveva scelto il suo nom de plume vergando corrosivi elzeviri sull’Espresso, scegliendo la sigla che si opponeva a quella con cui Scalfari interveniva sotto lo pseudo Bancor, diffondendo un verbo liberista scatenato, in connessione con giochi più grandi, a cui l’Italia partecipa come margine dei margini di un Impero mobile. Ovviamente, Sbancor venne bandito dalla sede giornalistica. La dissacrazione delle conquiste e dei diritti civili, alla luce di una complessa dinamica geopolitica e delle indicazioni delle tecnocrazie, il primato indiscusso dell’economia deviante che avrebbe aperto un orizzonte devastante sull’intero pianeta, il crollo di Bretton Woods a vantaggio dell’economia dei derivati e le coerenti trasformazioni della lotta finanziaria in logica di guerra (il cosiddetto paradigma del “warfare”): questo era l’orizzonte complesso in cui Sbancor si muoveva, fornendo indicazioni precise, geografiche e politiche e temporali, da lasciare sbalorditi. Così lasciò sbalordito il movimento che da Seattle avrebbe condotto a Genova, preconizzando mesi prima, in un leggendario intervento diffuso via Rete, la prospettiva dell’attacco anomalo agli Usa dell’11 settembre e della successiva reazione bellica. Non bastò prevedere con precisione filologica l’evento – Sbancor si spinse nel corso degli anni più avanti. In un intervento su Carmilla, a pochi giorni dal primo lancio di missili Hezbollah su Israele, annunciò che sarebbe scoppiato un conflitto tra Gerusalemme e Beirut. Si può in pratica dire che l’avvento di Sbancor, su siti come Indymedia e Rekombinant e Carmilla, ha mutato il volto della controinformazione in Italia. Prima della sua opera di intervento sempre preciso e anticipatorio, la controinformazione non aveva un padre nobile di sinistra tanto addentro alle questioni tecniche di intelligence, finanza mondiale e geopolitica. Sbancor insegnò come si faceva sul serio controinformazione. sbancor_american_nightmare.jpgPerfino infilandosi nel panorama narrativo, con un romanzo per certi versi sorprendente, American Nightmare (Nuovi Mondi Media), un saggio profetico su quanto sarebbe accaduto a livello globale negli anni a venire, scritto in stile ellroyano. Coltissimo, spesso recensore di romanzi (sempre su Web), Sbancor comprese tra i primi l’emersione della letteratura di genere quale avanguardia di un rinnovamento profondo della nostra narrativa. Prima della sua inattesa scomparsa, stava lavorando a un romanzo-inchiesta sulla strage di piazza Fontana. Il suo marxismo realista, rinnovato secondo prospettive odierne, riusciva a mantenere una carica utopica inscalfibile: “Il movimento è la sottrazione dell’intelligenza all’organizzazione sociale del consenso. Il che la rende più deficiente. Probabilmente anche più cattiva. L’intelligenza sottratta al sistema di organizzazione sociale è intelligenza libera. L’intelligenza libera è destinata al nichilismo”. Sbancor lascia un’eredità in termini di lucidità e metodo – un’eredità laica e scientifica, che è necessario che la generazione dei movimenti, a cui ha insegnato e dato fiducia, raccolga. La perdita di Sbancor è uno choc collettivo per la Rete italiana. Il fenomeno Sbancor continuerà nei suoi eredi – siamo capaci di annullare la morte in questo modo, ed è la lezione letteraria a cui guardava Franco, il nome di nascita di questo straordinario intellettuale.

HITLER: la recensione del Mucchio Selvaggio

hitlercovermedia.jpgOltre alla splendida intervista di Alessandro Besselva, come scrivevo, il Mucchio Selvaggio ha pubblicato una recensione di Aurelio Pasini che è per me illuminante in più aspetti, concernenti le perplessità del recensore. Insieme a Franco Cordelli sul Corriere della Sera e Wu Ming 1 su l’Unità, Pasini vede la lingua utilizzata in (non tutto) il romanzo Hitler come paradossale esibizione della maschera che copre il Nulla e, al tempo stesso, il fallimento stesso della lingua medesima. Ciò corrisponde a un momento che avevo teorizzato appoggiandomi a Grotowski (la forma costruita come freno alla forma): il libro è fallimentare proprio perché sono le retoriche letterarie umanistiche a rovesciarsi in strumentazione che l’antiumano utilizza per persuadere l’umano e agire sulla realtà. A questo protocollo linguistico intendono opporsi gli esorcismi, che non sono canonizzati in alcun apparato retorico: i momenti in cui non il sottoscritto, bensì “lo scrittore” entra e anticipa, devia, o fa muro al Niente che avanza. Questa l’intenzione, al solito l’esito è altra cosa ed è valutabile solo dai lettori.
Ringrazio Alessandro Besselva che mi ha procurato il file pdf della recensione, e il
Mucchio e Aurelio Pasini per l’attenzione e lo spazio dedicato a Hitler.
La recensione del Mucchio Selvaggio