Albert Camus: da La peste

camus“Abbiamo ben altre gatte da pelare, da quando si parla di questa febbre…”
Domandò al dottore se la cosa era seria, e Rieux disse di non saperne niente.
“È il tempo, ecco tutto”, concluse il commissario.
Sì certo, era il tempo; tutto era attaccaticcio alle mani via via che il giorno avanzava; e Rieux sentiva crescere, a ogni visita, la sua apprensione. La sera di quello stesso giorno, nel sobborgo, un vicino del vecchio malato si comprimeva gli inguini e vomitava tra il delirio. I gangli erano molto più ingrossati di quelli del portiere, ne cominciava a suppurare uno, che presto si aperse come un frutto marcio. Tornato a casa, Rieux telefonò al deposito di prodotti farmaceutici del distretto. I suoi appunti professionali recano soltanto, a questa data: “Risposta negativa”. E ormai lo chiamavano altrove per casi simili. Bisognava aprire gli ascessi, era chiaro; due colpi di bisturi, a croce, e i gangli riversavano una materia sanguinolenta. I malati, irrigiditi, perdevano sangue. Ma altre macchie comparivano sul ventre e sulle gambe; un ganglio cessava di suppurare, poi si gonfiava di nuovo. Nella maggior parte dei casi il malato moriva, in uno spaventevole fetore.
La stampa, sì pettegola nella faccenda dei sorci, non parlava più di nulla. Gli è che i sorci morivano per la strada e gli uomini nella loro camera; e i giornali non si occupano che della strada. Ma la prefettura e il municipio cominciarono a consultarsi. Per tutto il tempo che ogni medico non aveva avuto conoscenza di più di due o tre casi, nessuno aveva pensato di muoversi. Ma infine, bastò che qualcuno pensasse a far la somma. La somma era paurosa. In pochi giorni appena i casi mortali si moltiplicarono, e fu palese a quelli che si preoccupavano dello strano morbo che si trattava d’una vera epidemia. Fu il momento scelto da Castel, un collega di Rieux molto più anziano di lui, per andare a trovarlo.
“Naturalmente”, gli disse, “lei sa che cos’é, RieuX?”
“Aspetto il risultato delle analisi”.
“Io, lo so. E non ho bisogno d’analisi. Ho fatto una parte della mia carriera in Cina, e ho veduto alcuni casi a Parigi, una ventina d’anni or sono. Soltanto, non si é osato darle un nome, al momento. L’opinione pubblica è cosa sacra: niente terrore, soprattutto niente terrore. E poi, come diceva un collega: “è impossibile, tutti sanno che é scomparsa dall’Occidente”. Sì, tutti lo sapevano, all’infuori dei morti. Suvvia, Rieux, lei lo sa bene quanto me di che si tratta”.
Rieux rifletteva. Dalla finestra dell’ufficio guardava il dorso petroso della scogliera chiudersi sulla baia, in lontananza; il cielo, sebbene azzurro, aveva uno splendore opaco che si addolciva via via, col progredire del pomeriggio.
“sì, Castel”, egli disse, “è appena credibile, ma pare proprio che sia la peste”.
Alzatosi, Castel si diresse alla porta.
“Lei sa cosa ci risponderanno”, disse il vecchio dottore. “È scomparsa da anni dai climi temperati’ ” “Cosa significa sparire?” rispose Rieux alzando le spalle.
“Sì. E ricordi: anche a Parigi, quasi vent’anni or sono”.
“Bene. Speriamo che oggi non sia più grave d’allora. Ma è davvero incredibile”.
La parola “peste” era stata pronunciata per la prima volta. A questo punto del racconto, che lascia Bernard Rieux dietro la sua finestra, si concederà al narratore di giustificare l’incertezza e la meraviglia del dottore: la sua reazione, infatti, con qualche sfumatura, fu la stessa nella maggior parte dei nostri concittadini. I flagelli, invero, sono una cosa comune, ma si crede difficilmente ai flagelli quando ti piombano sulla testa. Nel mondo ci sono state, in egual numero, pestilenze e guerre; e tuttavia pestilenze e guerre colgono gli uomini sempre impreparati. Il dottor Rieux era impreparato, come Io erano i nostri concittadini, e in tal modo vanno intese le sue esitazioni. In tal modo va inteso anche com’egli sia stato diviso tra l’inquietudine e la speranza. Quando scoppia una guerra, la gente dice: “Non durerà, è cosa troppo stupida”. E non vi è dubbio che una guerra sia davvero troppo stupida, ma questo non le impedisce di durare. La stupidaggine insiste sempre, ce se n’accorgerebbe se non si pensasse sempre a se stessi. I nostri concittadini, al riguardo, erano come tutti quanti, pensavano a se stessi. In altre parole, erano degli umanisti: non credevano si flagelli. Il flagello non è commisurato all’uomo, ci si dice quindi che il flagello è irreale, è un brutto sogno che passerà. Ma non passa sempre, e di cattivo sogno in cattivo sogno sono gli uomini che passano, e gli umanisti, in primo luogo, in quanto non hanno preso le loro precauzioni. I nostri concittadini non erano più colpevoli d’altri, dimenticavano di essere modesti, ecco tutto, e pensavano che tutto era ancora possibile per loro, il che supponeva impossibili i flagelli. Continuavano a concludere affari e a preparare viaggi, avevano delle opinioni. Come avrebbero pensato alla peste, che sopprime il futuro, i mutamenti di luogo e le discussioni? Essi si credevano liberi, e nessuno sarà mai libero sino a tanto che ci saranno i flagelli.
E persino dopo che il dottor Rieux ebbe riconosciuto davanti all’amico suo che un gruppo di malati, senza preavviso, era morto di peste, il pericolo rimaneva irreale per lui. Semplicemente, quando si è medici, ci si è fatta un’idea del dolore e si ha un po’ più di fantasia. Guardando dalla finestra la sua città che non era mutata, appena appena il dottore sentiva nascere in sé quel lieve scoramento davanti al futuro che si chiama inquietudine. Cercava di radunarsi in mente quello che sapeva della malattia. Delle cifre gli ondeggiavano nella memoria, e si diceva che la trentina di grandi pestilenze conosciute dalla storia aveva fatto quasi cento milioni di morti. Ma che cosa sono cento milioni di morti? Quando si fa la guerra, appena appena si sa che cosa sia un morto. E siccome un uomo morto non ha peso che quando lo si è veduto, cento milioni di cadaveri sparsi traverso la storia non sono che una nebbia nella fantasia. II dottore ricordava la peste di Costantinopoli che, secondo Procopio, aveva fatto diecimila vittime in un giorno. Diecimila morti fanno cinque volte il pubblico di un grande cinematografo. Ecco, bisognerebbe far questo: radunare le persone all’uscita di cinque cinematografi, condurle in una piazza della città e farle morire in mucchio per vederci un po’ chiaro. Almeno, si potrebbero allora mettere dei visi noti su quel cumulo anonimo. Ma, naturalmente, è impossibile far questo; e poi, chi conosce diecimila visi? D’altronde, uomini come Procopio non sapevano contare, la cosa è notoria. A Canton, settanta anni or sono, quarantamila topi erano morti di peste prima che il flagello s’interessasse degli abitanti. Ma nel 1871 non c’era il modo di conta re topi. Si facevano i calcoli approssimativamente, al1’ingrosso, e con evidenti probabilità d’errore. Intanto, se un sorcio è lungo trenta centimetri, quarantamila sorci allineati farebbero…
Ma il dottore si spazientiva; si lasciava andare, ed era male. Pochi casi non fanno un’epidemia, e basta prendere delle precauzioni. Bisogna attenersi a quel che si sapeva, lo stupore e la prostrazione, gli occhi rossi, la bocca cattiva, i mali di testa, i bubboni, la terribile sete, il delirio, le macchie sul corpo, l’irrigidimento interno, e dopo tutto questo… Dopo tutto questo, una frase tornava in mente al dottor Rieux, una frase che appunto terminava, nel suo manuale, l’enumerazione dei sintomi: “Il polso diventa filiforme e la morte sopraggiunge in occasione d’un movimento insignificante”. Sì, dopo tutto questo, si era appesi a un filo e i tre quarti dei malati, era la cifra esatta, erano tanto impazienti da fare quel movimento impercettibile che li rovinava.
Il dottore guardava sempre dalla finestra. Da una parte del vetro il fresco cielo primaverile e dall’altra la parola che ancora risuonava nella stanza: la peste. La parola non conteneva soltanto quello che la scienza ci voleva mettere, ma anche una lunga serie d’immagini straordinarie che mal si accordavano con quella città gialla e grigia, moderatamente animata a quell’ora, ronzante piuttosto che rumorosa, felice insomma, se è possibile essere insieme felici e tetri. E una tranquillità sì pacifica e indifferente negava quasi senza sforzo le vecchie immagini del flagello, Atene contagiata e disertata dagli uccelli, le città cinesi piene di moribondi silenziosi, gli ergastolani di Marsiglia che accatastavano nelle buche i corpi grondanti, la costruzione in Provenza d’un gran muro che doveva fermare il vento furioso della peste, Giaffa e i suoi orribili mendicanti, i letti umidi e putridi stesi sulla terra battuta dell’ospedale di Costantinopoli, i malati trascinati con gli uncini, il carnevale dei medici mascherati durante la peste nera, gli accoppiamenti dei vivi nei cimiteri di Milano, le carrette di morti in Londra atterrita, e le notti e i giorni pieni dappertutto e sempre dell’interminabile grido degli uomini. No, questo non era ancora sì forte da uccidere la pace di quella giornata. Dall’altra parte del vetro, la campana d’un tram invisibile respingeva in un attimo la crudeltà e il dolore. Soltanto il mare, oltre la cupa scacchiera dei caseggiati, testimoniava di quello che vi è d’inquietante e di mai stabile nel mondo. E il dottor Rieux, guardando il golfo, pensava ai roghi di cui parla Lucrezio, innalzati davanti al mare dagli Ateniesi, ai tempi del morbo. Vi si portavano i morti durante la notte, ma il posto mancava e i vivi si battevano a colpi di torce per mettervi coloro che gli erano stati cari, sostenendo lotte sanguinose piuttosto che abbandonare i cadaveri. Si potevano immaginare i roghi rosseggianti davanti all’acqua tranquilla e scura, i combattimenti di torce nella notte crepitante di scintille e gli spessi vapori velenosi che salivano verso il cielo intento. Si poteva temere…
Ma una tale vertigine non reggeva davanti alla ragione. È vero che la parola “peste” era stata pronunciata, è vero che in quello stesso minuto il flagello scuoteva o abbatteva una o due vittime. Ma insomma, lo si poteva fermare. Quello che bisognava fare era riconoscere chiaramente quello che doveva essere riconosciuto, cacciare infine le ombre inutili e prendere le misure necessarie. Poi la peste si sarebbe fermata, in quanto la peste non la si concepiva o la si concepiva falsamente. Se si fermava, ed era la cosa più probabile, tutto sarebbe andato bene. Nel caso contrario, si sarebbe saputo che cosa fosse, e se non vi fosse modo di adattarvisi prima per vincerla poi.
Il dottore aprì la finestra, il brusio della città si accrebbe all’improvviso. Da un’officina poco distante saliva il sibilo breve e ripetuto d’una sega meccanica, Rieux si scosse: là era la certezza, nel lavoro d’ogni giorno. II resto era appeso a fili e a movimenti insignificanti, non ci si poteva fermare. L’essenziale era far bene il proprio mestiere.
[ … ]
Il giorno dopo, grazie a un’insistenza giudicata fuori posto, Rieux ottenne che si convocasse in prefettura un comitato sanitario.
“È vero che la popolazione si preoccupa”, aveva riconosciuto Richard, “e poi le chiacchiere esagerano tutto. Il prefetto mi ha detto: `Facciamo presto, se lei vuole; ma in silenzio’. D’altronde, è persuaso che si tratta d’un falso allarme”.
Bernard Rieux prese Castel nella sua automobile per raggiungere la prefettura.
“Lei Sa”, gli disse quest’ultimo, “che il distretto non ha siero? ”
“Lo so. Ho telefonato al deposito, e il direttore é caduto dalle nuvole. Bisogna farlo venire da Parigi”. “Spero che non vada troppo per le lunghe”.
“Ho bell’e telegrafato”, rispose Rieux.
Il prefetto era gentile, ma nervoso.
“Cominciamo, signori”, diceva. “Debbo riassumere la situazione? ”
Richard pensava ch’era inutile, i medici la conoscevano. La questione era soltanto di sapere quali misure convenisse prendere.
“La questione” disse brutalmente il vecchio Castel “è di sapere se si tratta di peste o no”.
Due o tre medici protestarono, gli altri sembravano incerti. Quanto al prefetto, ebbe un sussulto e si voltò istintivamente verso la porta, come per assicurarsi d’avere impedito a quell’enormità di spandersi nei corridoi. Richard dichiarò che, secondo lui, non bisognava cedere alla paura: si trattava d’una febbre con complicazioni inguinali, era tutto quello che si poteva dire, essendo le ipotesi, nella scienza come nella vita, sempre pericolose.
Il vecchio Castel, che si mordicchiava tranquillamente i mustacchi ingialliti, alzò su Rieux gli occhi chiari, poi rivolse un benevolo sguardo sull’assemblea e fece notare che lui sapeva benissimo ch’era la peste, ma che, beninteso, il riconoscimento ufficiale avrebbe costretto a prendere misure spietate. Egli sapeva che, in fondo, era questo a far indietreggiare i colleghi e, pertanto, voleva ben credere, per la loro tranquillità, che non fosse peste.
Il prefetto, agitato, dichiarò che in ogni caso non era un bel modo di ragionare.
” L’importante” disse Castel “non è che sia un bel modo di ragionare, ma che faccia riflettere”.
Siccome Rieux taceva, gli domandarono la sua idea: “Si tratta d’una febbre a carattere tifoide, ma accompagnata da bubboni e da vomiti. Ho praticato 1’incisione dei bubboni, sì che ho potuto far eseguire delle analisi in cui il laboratorio crede di riconoscere il tozzo microbo della peste. Per dire tutto, aggiungo che certe modificazioni specifiche del microbo non coincidono con la descrizione classica”.
Richard fece rilevare che questo autorizzava le esitazioni, e che almeno bisognava aspettare il risultato statistico della serie d’analisi cominciata da qualche giorno.
“Quando un microbo” disse Rieux dopo un breve silenzio “è capace in tre giorni di tempo di quadruplicare il volume della milza, di dare ai gangli mesenterici il volume di un’arancia e la consistenza della pappa, non autorizza davvero le indecisioni. I focolai infettivi sono in crescente diffusione. Al passo con cui la malattia si spande, se non è bloccata, rischia di uccidere mezza città prima di due mesi. Di conseguenza, poco importa che voi la chiamiate peste o febbre di crescenza. Importa soltanto che voi le impediate di uccidere mezza città”.
Richard riteneva che non bisognava veder troppo nero e che, d’altronde, il contagio non era provato se i parenti dei malati erano ancora immuni.
“Ma altri sono morti”, fece notare Rieux. “E poi, beninteso, il contagio non è mai assoluto, altrimenti si avrebbero un aumento matematico all’infinito e uno spopolamento fulmineo. Non si tratta di veder troppo nero. Si tratta di prendere delle precauzioni”.
Richard, tuttavia, pensava di riassumere la situazione ricordando che per fermare la malattia, se non si fermava da sola, bisognava applicare le gravi misure di profilassi stabilite dalla legge; che, per farlo, bisognava riconoscere uf6cialmente trattarsi di peste; che la certezza non era assoluta al riguardo, e che di conseguenza la cosa richiedeva riflessione.
“La questione” insisteva Rieux “non è di sapere se le misure stabilite dalla legge sono gravi, ma se sono necessarie per impedire a mezza città di essere uccisa. Il resto è faccenda amministrativa, e giust’appunto le nostre istituzioni prevedono un prefetto per sistemare le cose del genere”.
“Certamente”, disse il prefetto, “ma ho bisogno che loro riconoscano ufficialmente che si tratta d’una epidemia di peste”.
“Se noi non lo riconosciamo”, disse Rieux, “rischia lo stesso di uccidere mezza città”.
Richard intervenne con qualche nervosismo.
“La verità è che il nostro collega crede alla peste. La sua descrizione della sindrome lo prova”.
Rieux rispose che non aveva descritto una sindrome, ma quello che aveva veduto. E aveva veduto bubboni, macchie, febbri deliranti, fatali in quarantott’ore. Forse che Richard poteva prendersi la responsabilità di affermare che l’epidemia si sarebbe fermata senza rigorose misure di profilassi?
Richard, incerto, guardò Rieux: “Sinceramente, mi dica il suo pensiero, lei ha la certezza che si tratti di peste? ”
“Lei pone male il problema: non è una questione di vocabolario, è una questione di tempo”.
” Il suo pensiero” disse il prefetto, “sarebbe che, anche se non si trattasse di peste, le misure profilattiche indicate in periodi di peste dovrebbero essere applicate?”
“Se assolutamente bisogna che io abbia un pensiero, sarebbe infatti questo”.
I medici si consultarono, e Richard concluse: “Insomma, bisogna che noi assumiamo la responsabilità di agire come se la malattia fosse la peste”.
La formula fu calorosamente approvata.
“È anche la sua idea, mio caro collega?” domandò , Richard.
“La formula mi è indifferente”, disse Rieux. “Diciamo soltanto che non dobbiamo agire come se mezza città non rischiasse di essere uccisa: in tal caso, lo sarebbe”.
In mezzo al disagio generale, Rieux se ne andò. Alcuni minuti dopo, nel sobborgo che sapeva di fritto e d’orina, una donna che urlava a morte, con gli inguini insanguinati, si voltava verso di lui.
Il giorno dopo la seduta, la febbre fece un altro lieve balzo; la notizia passò anche nei giornali, ma sotto una forma benevola: si accontentarono di qualche allusione. In ogni caso, due giorni dopo la seduta, Rieux poteva leggere certi manifestini bianchi che la prefettura aveva fatto rapidamente incollare negli angoli più discreti della città. Era difficile ricavare da tali avvisi la prova che le autorità guardavano in faccia la situazione. Le misure non erano draconiane e sembrava che si fosse molto sacrificato al desiderio di non preoccupare l’opinione pubblica. L’esordio del decreto annunciava, infatti, che alcuni casi d’una febbre perniciosa, di cui non si poteva ancora dire se fosse infettiva, si erano manifestati neI comune di Orano. Non erano caratterizzati sino a essere davvero preoccupanti e non vi era dubbio che Ia popolazione avrebbe saputo mantenere il suo sangue freddo. Ciononostante, e in uno spirito di prudenza che poteva essere inteso da tutti, il prefetto prendeva alcune misure preventive; capite e applicate come dovevano essere, queste misure erano tali da fermare di colpo ogni minaccia d’epidemia. Di conseguenza, il prefetto non dubitava minimamente che i suoi amministrati avrebbero recato la più devota collaborazione al suo sforzo personale.