Eraclito: frammenti

 

Di questo lógos che è sempre gli uomini non hanno intelligenza, sia prima di averlo ascoltato sia subito dopo averlo ascoltato; benché infatti tutte le cose accadano secondo lo stesso lógos, essi assomigliano a persone inesperte, pur provandosi in parole ed in opere tali quali sono quelle che io spiego, distinguendo secondo natura ciascuna cosa e dicendo com’è. Ma agli altri uomini rimane celato ciò che fanno da svegli, allo stesso modo che non sono coscienti di ciò che fanno dormendo. (frammento 1)[10]

Quindi si deve seguire ciò che è comune. Ma ben che comune sia questa verità che io insegno, i molti vivono come se avessero un proprio pensiero loro. (frammento 2)

Se la felicità fosse nei piaceri del corpo, diremmo felici i buoi, quando trovano veccie da mangiare. (frammento 4)

Si purificano insozzandosi con altro sangue, come se uno, cacciatosi nella melma, si detergesse con la melma. Se qualcuno lo vedesse far questo, lo riterrebbe folle. E rivolgono preghiere a queste statue, come se uno si mettesse a conversare con le mura delle case, non sapendo chi sono gli dei né gli eroi. (frammento 5)

Il sole è nuovo ogni giorno. (frammento 6)

Se tutte le cose diventassero fumo, sarebbero i nasi a distinguerle. (frammento 7)

L’opposto in accordo e dai discordi bellissima armonia e tutto avviene secondo contesa. (frammento 8)

Gli asini preferirebbero la paglia all’oro. (frammento 9)

Congiungimenti sono intero e non intero, concorde discorde, armonico disarmonico, e da tutte le cose l’uno dall’uno tutte le cose. (frammento 10)

Ogni essere che cammina al pascolo è condotto dalla frusta. (frammento 11)

A chi discende nello stesso fiume sopraggiungono acque sempre nuove. (frammento 12)

I porci godono della melma più che dell’acqua pura. (frammento 13)

Infatti le iniziazioni misteriche che sono in uso tra gli uomini sono empie. (frammento 14)

Se la processione che fanno e il canto del fallo che intonano non fosse in onore di Dioniso, ciò che essi compiono sarebbe indecente; la medesima cosa sono Ade e Dioniso, per cui impazzano e si sfrenano. (frammento 15)

Come potrebbe uno nascondersi a ciò che non tramonta mai? (frammento 16)

La maggior parte degli uomini non intende tali cose, quanti, in esse s’imbattono, e neppur apprendendole le conoscono, pur se ad essi sembra. (frammento 17)

Se l’uomo non spera l’insperabile non lo troverà perché esso è introvabile ed inaccessibile. (frammento 18)

[Gli increduli] non sono capaci di ascoltare e di parlare. (frammento 19)

Una volta nati vogliono vivere e avere il destino di morte, e lasciano figli che generino destini di morte. (frammento 20)

Morte è quanto vediamo stando svegli, sonno quanto vediamo dormendo. (frammento 21)

Coloro che cercano l’oro scavano molta terra e ne trovano poco. (frammento 22)

Non conoscerebbero il nome di Dike, se queste cose non esistessero. (frammento 23)

Chi è ucciso da Ares gli dei l’onorano e gli uomini. (frammento 24)

Destini di morte maggiori ottengono sorti maggiori. (frammento 25)

L’uomo nella notte accende a se stesso una luce quando la sua vista è spenta; però da vivo è a contatto con il morto, da sveglio è a contatto con il dormiente. (frammento 26)

Gli uomini che sono morti li aspettano cose che non sperano né immaginano. (frammento 27)

L’uomo che più è in vista infatti conosce e tiene per fermo le apparenze. Dike condannerà gli artefici e i testimoni di menzogne. (frammento 28)

Rispetto a tutte le altre una sola cosa preferiscono i migliori: la gloria eterna rispetto alle cose caduche; i più invece pensano solo a saziarsi come bestie. (frammento 29)

Quest’ordine del mondo, che è lo stesso per tutti, non lo fece né uno degli dei, né uno degli uomini, ma è sempre stato ed è e sarà fuoco vivo in eterno, che al tempo dovuto si accende e al tempo dovuto si spegne. (frammento 30)

Mutazioni del fuoco: in primo luogo mare, la metà di esso terra, la metà vento ardente. (frammento 31)

L’uno, il solo saggio non vuole e vuol essere chiamato col nome di Zeus (frammento 32)

La legge è anche ubbidire alla volontà di uno solo. (frammento 33)

Assomigliano a sordi coloro che, anche dopo aver ascoltato, non comprendono, di loro il proverbio testimonia: “Presenti, essi sono assenti”. (frammento 34)

Occorre che coloro che amano la sapienza siano esperti di molte cose. (frammento 35)

La morte per le anime è divenire acqua, la morte per l’acqua divenire terra, e dalla terra si genera l’acqua, e dall’acqua l’anima. (frammento 36)

I porci si lavano nel fango, i polli nella polvere e nella cenere. (frammento 37)

Talete sembra essere il primo a studiare gli astri. (frammento 38)

A Piene nacque Biante Teutameno, la cui fama fu maggiore più di quella degli altri. (frammento 39)

Sapere molte cose non insegna ad avere intelligenza: l’avrebbe altrimenti insegnato ad Esiodo, a Pitagora e poi a Senofane e ad Ecateo. (frammento 40)

Esiste una sola sapienza: riconoscere l’intelligenza che governa tutte le cose attraverso tutte le cose. (frammento 41)

Omero è degno di essere scacciato dagli agoni e di essere frustato, ed egualmente Archiloco. (frammento 42)

Bisogna spegnere l’eccesso più dell’incendio (frammento 43)

È necessario che il popolo combatta per la legge come per le mura della città. (frammento 44)

Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell’anima: così profondo è il suo lógos. (frammento 45)

L’opinione [è] morbo sacro. (frammento 46)

Non giudichiamo senza proposito delle cose più grandi. (frammento 47)

L’arco ha dunque per nome vita e per opera morte. (frammento 48)

Uno è per me diecimila, se è il migliore. (frammento 49)

Noi scendiamo e non scendiamo nello stesso fiume, noi stessi siamo e non siamo. (frammento 49a)

Ascoltando non me, ma il lógos, è saggio convenire che tutto è uno. (frammento 50)

Per chi ascolta non me, ma il lógos, sapienza è intuire che tutte le cose sono Uno, e l’Uno è tutte le cose. (Fr.69; A. Tonelli)

Non comprendono come, pur discordando in se stesso, è concorde: armonia contrastante, come quella dell’arco e della lira. (frammento 51)

Armonia contrastante come nell’arco e nella lira. (frammento 51b)

L’eternità è un bambino che gioca con le tessere: di un bambino è il regno. (frammento 52)

Pólemos è padre di tutte le cose [12], di tutte re; e gli uni disvela come dèi e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi gli altri liberi. (frammento 53)

L’armonia nascosta vale di più di quella che appare. (frammento 54)

Delle cose di cui v’è udito e visione e apprendimento, io queste preferisco. (frammento 55)

Gli uomini sono tratti in inganno riguardo alla conoscenza delle cose visibili allo stesso modo di Omero, il quale fu il più sapiente tra tutti gli Elleni. Infatti dei bambini che uccidevano pidocchi lo trassero in inganno dicendogli: ciò che abbiamo visto e abbiamo preso lo lasciamo, ciò che non abbiamo visto né preso lo portiamo. (frammento 56)

Maestro dei più è Esiodo: credono infatti che questi conoscesse molte cose, lui che non sapeva neppure che cosa fossero il giorno e la notte; sono infatti un’unica cosa. (frammento 57)

I medici per esempio tagliando e cauterizzando recriminano di non ricevere alcuna degna mercede avendo fatto le stesse cose. (frammento 58)

Una e la stessa è la via dritta e quella curva per la vite nella gualchiera. (frammento 59)

Una e la stessa è la via all’in sù e la via all’in giù. (frammento 60)

Il mare è l’acqua più pura e più impura: per i pesci essa è potabile e conserva loro la vita, per gli uomini essa è imbevibile e esiziale. (frammento 61)

Immortali mortali, mortali immortali, viventi la loro morte e morienti la loro vita. (frammento 62)

Si levano dinanzi a lui che è lì, e desti diventano custodi dei vivi e dei morti. (frammento 63)

Il fulmine governa ogni cosa. (frammento 64)

[il fuoco] Indigenza e sazietà. (frammento 65)

Privazione e sazietà. (Fr.21; A. Tonelli)

Il fuoco sopraggiungendo giudicherà e condannerà tutte le cose. (frammento 66)

Il fuoco verrà e si impadronirà di tutte le cose. (Fr.8; A. Tonelli)

Il dio è giorno notte, inverno estate, guerra pace, sazietà fame, e muta come il fuoco, quando si mescola ai profumi e prende nome dall’aroma di ognuno di essi. (frammento 67)

Come il ragno stando al centro della tela non appena una mosca ne rompa un qualche filo se ne accorge e svelto vi accorre come se sentisse male per la rottura del filo, così l’anima dell’uomo, quando una parte del corpo è ferita, rapida vi si reca come se non sopportasse la lesione del corpo a cui è congiunta stabilmente e secondo un determinato rapporto. Allo stesso modo dunque che i carboni accostandosi al fuoco diventano incandescenti per mutazione e una volta lontani dal fuoco si spengono, così quella parte del mondo circostante raccolta nei nostri corpi, distaccandosi dal resto, diviene quasi incapace di intendere, mentre ricongiungendosi naturalmente attraverso il maggior numero di pori diventa omogenea al tutto. (frammento 67a)

Chiamo rimedi i riti misterici, essendo quelli che liberano dai mali e liberano le anime dalle sventure proprie della nascita. (frammento 68)

Cose che si trovano appena in uno e raramente. (frammento 69)

Trastulli di bimbi le opinioni umane. (frammento 70)

Si dimentica dove conduce la strada. (frammento 71)

Da questo lógos, con il quale soprattutto sono continuamente in rapporto e che governa tutte le cose, essi discordano e le cose in cui ogni giorno si imbattono le considerano estranee. (frammento 72)

Non bisogna agire e parlare come dormenti. (frammento 73)

Non bisogna agire [come] figli dei padri. (frammento 74)

I dormenti operatori e collaboratori degli eventi che accadono nel cosmo. (frammento 75)

Il fuoco vive della morte della terra e l’aria vive della morte del fuoco; l’acqua vive della morte dell’aria, la terra della morte dell’acqua. (frammento 76)

Per le anime è diletto diventare umide. (frammento 77)

La natura umana non ha conoscenze, la natura divina sì. (frammento 78)

L’uomo ha fama d’infante davanti al dio come il fanciullo davanti all’uomo. (frammento 79)

Bisogna però sapere che la guerra è comune, che la giustizia è contesa e che tutto accade secondo contesa e necessità. (frammento 80)

Pitagora è il capo degli ingannatori. (frammento 81)

La scimmia più bella è turpe al confronto della stirpe umana. (frammento 82)

L’uomo più saggio davanti al dio sembrerà una scimmia, per saggezza, per avvenenza e per ogni altra cosa. (frammento 83)

Mutando riposa. (frammento 84a)

È una fatica servire gli stessi padroni e esserne comandato. (frammento 84b)

È difficile combattere contro l’animo: ciò che vuole infatti, lo compra a prezzo dell’anima. (frammento 85)

La maggior parte delle cose divine per incredulità sfugge alla conoscenza. (frammento 86)

Poiché mancano di fede, non si lascia riconoscere. (Fr.120; A. Tonelli)

L’uomo stolto ama stupirsi ad ogni parola. (frammento 87)

La stessa cosa sono il vivente e il morto, lo sveglio e il dormiente, il giovane e il vecchio: questi infatti mutando son quelli e quelli mutando son questi. (frammento 88)

Unico e comune è il mondo per coloro che sono desti. (frammento 89)

Tutte le cose sono uno scambio del fuoco, e il fuoco uno scambio di tutte le cose, come le merci sono uno scambio dell’oro e l’oro uno scambio delle merci. (frammento 90)

Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell’impetuosità e della velocità del mutamento si disperde e si raccoglie, viene e va. (frammento 91a)

Si separa e di nuovo si aggrega, si concentra e si allenta e si avvicina e si allontana. (frammento 91b)

La Sibilla con bocca delirante dice cose di cui non si ride, non abbellite, non profumate e con la sua voce oltrepassa mille anni per il divino che è in lei. (frammento 92)

Il signore, il cui oracolo è a Delfi, non dice né nasconde, ma indica. (frammento 93)

Elios non oltrepasserà le sue misure: se no le Erinni, ministre di Dike, lo troveranno. (frammento 94)

È meglio nascondere la propria ignoranza. (frammento 95)

I cadaveri sono da gettar via più degli escrementi. (frammento 96)

I cani abbaiano a quelli che non conoscono. (frammento 97)

Le anime aspirano odori nell’Ade. (frammento 98)

Se non ci fosse il sole per gli altri astri sarebbe notte. (frammento 99)

Il sole governa e sorveglia i periodi ciclici dell’anno determinandone, indicandone e mostrandone i mutamenti e le stagioni che portano tutto. (frammento 100)

Ho indagato me stesso. (frammento 101)

Gli occhi sono testimoni più precisi delle orecchie. (frammento 101a)

Per il dio tutto è bello, buono e giusto, gli uomini invece ritengono giusta una cosa, ingiusta l’altra. (frammento 102)

Comune infatti è il principio e la fine nella circonferenza del cerchio. (frammento 103)

Qual è infatti la loro mente e la loro intelligenza? Danno retta agli aedi popolari e si valgono della folla come maestra, senza sapere che “i molti non valgono nulla e solo i pochi sono buoni”. (frammento 104)

Omero è un astrologo. (frammento 105)

Esiodo considerava alcuni giorni fasti e altri nefasti, di non sapere che la natura di ogni giorno è una sola. (frammento 106)

Gli occhi e le orecchie sono cattivi testimoni per gli uomini che hanno anime barbare. (frammento 107)

Di quanti ho ascoltato i discorsi, nessuno giunge a riconoscere che la sapienza è distinta da ogni cosa. (frammento 108)

È meglio nascondere la propria ignoranza. (frammento 109)

Per gli uomini non è meglio che tutto quanto accada come essi vogliono. (frammento 110)

La malattia rende la salute piacevole e buona, la fame la sazietà, la fatica il riposo. (frammento 111)

Il retto pensiero è la massima virtù e la sapienza è dire e far cose vere ascoltando e seguendo l’intima natura delle cose. (frammento 112)

Il pensare è a tutti comune. (frammento 113)

È necessario che coloro che parlano adoperndo la mente si basino su ciò che è comune a tutti, come la città sulla legge, ed in modo ancora più saldo. Tutte le leggi umane infatti traggono alimento dall’unica legge divina: giacché essa domina tanto quanto vuole e basta per tutte le cose e ne avanza per di più. (frammento 114)

È proprio dell’anima un lógos che accresce se stesso. (frammento 115)

Ad ogni uomo è concesso conoscere se stesso ed essere saggio. (frammento 116)

L’uomo quando è ebbro, è guidato vacillante da un fanciullo imberbe non sapendo dove va, avendo l’anima umida. (frammento 117)

L’anima secca è la più saggia e la migliore. (frammento 118)

Per l’uomo il carattere è il demone. (frammento 119)

Confini dell’alba e della sera sono l’Orsa, di contro all’Orsa la pietra terminale del raggiante Zeus. (frammento 120)

Bene farebbero gli efesi ad arrampicarsi tutti, quanti sono nell’età adulta, e a consegnare la città ai fanciulli imberbi, essi che hanno esiliato Ermodoro, il più capace di tutti loro, con queste parole: tra noi nessuno sia eccellente per capacità, ma se vi è, vada altrove in mezzo ad altri. (frammento 121)

Gli Efesii dovrebbero impiccarsi tutti, gli adulti, e lasciare la città ai fanciulli, essi che cacciarono via Ermodoro, tra di loro il più utile alla città, e dissero: “Tra di noi non ci sia uno migliore. O se c’è, lo sia altrove e tra altri.” (Fr.54; A. Tonelli)

La natura delle cose ama celarsi. (frammento 123)

L’Origine ama nascondersi. (Fr.116; A. Tonelli)

E anche questo sembrerebbe irrazionale, se il cielo tutto e tutte le sue parti fossero nell’ordine e nel lògos, e nelle forme e nelle potenze e periodi, e nei principi invece non vi fosse nulla di simile, ma come rifiuti gettati a caso, fosse il cosmo. (frammento 124)

Anche il ciceone si scompone se non è agitato. (frammento 125)

Che la ricchezza possa non venirvi mai meno, o Efesii, affinché possiate dimostrare quanto siete iniqui. (frammento 125a)

Ciò che è freddo si scalda, ciò che è caldo si fredda, l’umido si secca, l’asciutto si inumidisce. (frammento 126)

Ristoro nell’esilio. (Fr.32; A. Tonelli)

 

Edizione e traduzione

  • Eraclito, Sulla natura, in Hermann Diels, Walther Kranz, I presocratici. Testimonianze e frammenti, a cura di Angelo Pasquinelli, Einaudi, Torino, 1976.
  • Eraclito, Dell’Origine, traduzione e cura di Angelo Tonelli, Feltrinelli 1993.

Nondualismo: Eraclito e Vedanta

Logos e Brahman: raffronto tra il pensiero di Eraclito e le dottrine indiane
di ADA SOMIGLIANA
[da «Sophia», gennaio-giugno 1959, pp. 87-94]

Gli studiosi sono, per lo più, d’accordo sul valore che ha in Eraclito il termine Logos da un punto di vista generale; ma le opinioni divergono, quando si scenda al particolare e si debba spiegare in quali rapporti esso si trovi con determinati concetti espressi dal filosofo che, si comprende bene, debbono essergli collegati. S. Kirk, in un suo recente saggio nella Revue philosophique, scrive: «Logos si trova nel fr. 1, nel fr. 2 e nel fr. 50. La difficoltà è che non sappiamo ciò che Logos voglia dire in questo senso». E continua: «Si tratta di qualche cosa che si può intendere e di cui si può sentir parlare (fr. 1), o di qualche cosa che si può ascoltare (fr. 50), o seguire e alla quale si obbedisce (fr. 2); tutte le cose avvengono secondo essa (fr. 1), essa è comune (ciò vuol dire, probabilmente, presente in tutte le cose, dunque afferrabile da tutti gli uomini) (fr. 2) etc.»; e conclude affermando che Logos sembra essere qualche cosa come «la verità delle cose».

Il moderno esegeta è riuscito a rilevare tutte le caratteristiche dell’Ente, che domina sovrano nella costruzione eraclitea; ma egli non ci spiega in quale connessione esse siano tra loro. Infatti questo non si rileva facilmente dai frammenti, considerati a sé, tanto più che la bivalenza di talune espressioni della lingua greca dà adito a diverse interpretazioni. Il neutro hén, per esempio, può esser tradotto “una sola cosa”, come nel fr. 41 (Essere una cosa sola il sapere: conoscere l’intelletto, che governa tutto nel tutto), ma può essere tradotto anche “l’Uno”. Così nel fr. 29: «I migliori scelgono l’Uno invece di tutte le cose, gloria eterna invece di soddisfazioni mortali». e nel fr. 50: «Non a me, ma al Logos dando ascolto, conviene riconoscere che l’Uno è tutte le cose», e nel fr. 57: «Dei più è maestro Esiodo; ritengono ch’egli tutto sapesse, lui che non conosceva il giorno e la notte: sono infatti l’Uno».

Con il cambiamento di una sola parola muta profondamente il valore ed il significato dei tre frammenti. Il filosofo non ci parla, in forma misteriosa, di una cosa non facilmente identificabile, ma dice chiaramente: l’Uno. E poiché questo Uno è tutte le cose (fr. 50), poiché questo Uno rappresenta la gloria eterna (fr. 29) ed in esso s’identificano i contrari (fr. 57), non abbiamo difficoltà a riconoscere quell’entità metafisica ch’è al centro della speculazione eraclitea, presente in tutti gli esseri ed in tutte le cose e realtà spirituale di ciascuno di noi.

Essa viene dal filosofo chiamata con differenti nomi, secondo il suo diverso modo di manifestarsi nell’universo e nella psiche. Tra questi nomi vi è quello di lògos, che letteralmente significa Parola; ma non una parola qualunque, perché in essa è contenuta l’idea di qualche cosa di eletto e di spirituale, e veniva usata fin dall’epoca di Omero ad esprimere un’attività dello spirito.

Tale termine trova il suo equivalente in un nome largamente usato nel linguaggio metafisico dell’India, per indicare un’entità che ha le stesse caratteristiche del Logos, e questo nome è Brahman. Esso trae origine dal culto sacrificale e, nei testi vedici più antichi, aveva il valore di “parola sacra” con speciale riferimento al suono “Aum” (om), che i sacerdoti, nel cantare gli inni durante i sacrifici, ripetevano dopo ciascun verso. Poiché si attribuiva grande potenza al sacrificio e si riteneva che la parola sacramentale pronunciata dal sacerdote operasse con magico potere su tutto l’universo, così il Primo Principio si metteva in relazione d’identità con la formula sacrificale ed il termine Brahman veniva usato, nella speculazione teosofica, quale punto d’attacco dell’idea per giungere alla conoscenza dell’Inconoscibile.

Ma la genesi di questo nome ha solo un interesse indiretto ai fini del nostro studio; quello ch’è importante per ora precisare h il parallelismo dei due termini Logos e Brahman, che hanno entrambi il significato di Parola con un certo valore di sacralità e stanno entrambi ad indicare l’Ente preso in senso astratto e quale espressione di supremo Vero. Quando, come ho avuto occasione di osservare altrove, si tenga presente che questa entità divina è cosmica e psichica nel tempo stesso, e che l’essere umano, secondo il nostro filosofo, è compenetrato dallo spirito eterno, il quale rappresenta il suo “Io” trascendentale ed assoluto, non è facile rispondere al quesito che il Kirk si pone riguardo al valore del termine Logos nei su citati frammenti.

Il primo di essi si basa sull’importanza che il filosofo attribuiva alla conoscenza del Logos, particolare che non è sfiggito al Kirk e che trova, come il resto, piena rispondenza nelle dottrine dell’antico Oriente. Infatti, secondo il pensiero indiano, il tempo ha carattere ciclico ed il mondo storico e le forme che si sviluppano nel tempo, viste sul piano dei ritmi cosmici, non hanno valore, perché mancano di durata e si definiscono per l’esistenza dei contrari Ma, se si considera che il tempo e l’eternità (kâlâc-âkalaçca, tempo e senza tempo) sono due aspetti di un unico ente (aspetto manifesto e non manifesto, che riunisce in sé tutte le polarità e le opposizioni, chi accede ad esso, realtà unica che trascende «il giorno e la notte», ossia trascende i contrari, che sono l’espressione della limitatezza e della sofferenza, «passa al di là del dolore».

«Chi vede [questa verità] non vede la morte, né la malattia; né il dolore; chi vede, vede il Tutto, raggiunge il Tutto da ogni parte. Egli diventa unico, diventa triplice, settemplice e nonuplo, ed inoltre vien ricordato ch’egli è undici e centoundici e ventimila»

Ma questa conoscenza, che viene considerata il più alto vertice del sapere e via di salvazione, non è agevole né accessibile a tutti; solo pochi eletti possono pervenire ad essa attraverso l’insegnamento di un maestro che «li liberi dalle bende dell’ignoranza» e l’aiuto della fede perché «quando uno, invero, ha fede, allora pensa. Chi non ha fede, non pensa».

Pure Eraclito quando, nel primo frammento, accenna al Logos come a «qualche cosa di cui si può sentir parlare» (Kirk), allude a questa dottrina metafisica, ch’egli si accingeva a spiegare nel suo libro. Nel fr. che stiamo esaminando infatti si legge:

«E la Parola, che pure è sempre quella, gli uomini non la intendono né prima di averla ascoltata, né ascoltandola per la prima volta.
Infatti pure avvenendo ogni cosa secondo la
Parola, inesperti ne sembrano anche quelli che hanno esperienza di idee e fatti, quali io espongo, spiegando ciascuna cosa secondo natura ed indicando come sia».

«Sempre quella», perché eterna, come giustamente intende lo Zeller, e pure perché costantemente presente in tutte le cose, di cui costituisce l’unica essenza. Ma a questa importante verità metafisica gli uomini non sono capaci di arrivare da soli, e non sanno neppure comprenderla quando venga loro insegnata per la prima volta.

Inoltre, benché tutto avvenga attraverso questo Ente, il quale rappresenta la forza universale operante sullo svolgimento di tutti i fenomeni naturali, non lo conoscono neppure quelli che hanno dimestichezza con tale genere di studi (e qui forse Eraclito vuole alludere ai filosofi della Natura, che indagavano sui problemi della generazione e dissoluzione). Ad essi è rivolto l’insegnamento dell’Efesio, non agli altri uomini, che non sono animati dal desiderio di conoscere la verità, di cui non comprendono il valore ed il significato, indifferenti ed inconsci, quasi dormienti.

«Agli altri uomini sfuggono le cose che fanno quando sono desti, come non sanno quanto compiono dormienti».

Nella seconda parte del frammento ho seguito la traduzione dello Zeller (da cui si discosta il Mazzantini) e a spiegarne le ragioni mi si permetta una breve digressione.

Eraclito considera il sonno da un punto di vista metafisico: l’uomo, durante il sonno, separato dal mondo sensibile, vive d’intensa vita spirituale, alimentandosi alla luce della propria anima, e crea sogni e si immedesima con l’Assoluto. In tale stato egli supera questo mondo d0illusorie differenziazioni, ritrova il Vero e con esso la suprema beatitudine. È una condizione simile a quella riservata allo spirito umano, quando la morte abbia spezzato i legami con la realtà empirica: per questo l’uomo dormendo «si accosta a chi è morto» (fr. 26). Poi, al risveglio, perde coscienza di quanto è avvenuto durante il sonno e dimentica la luce della verità, per lasciarsi nuovamente ingannare dall’apparenza delle cose labili e transitorie («Morte sono le cose che vediamo appena desti», fr. 21). Per questa ragione lo stato di veglia, dal punto di vista metafisico, è simile allo stato di sonno dal punto di vista fisico («svegliato si accosta a chi dorme», fr. 26). Ora l’espressione «Non sanno quanto compiono dormienti», del fr. che stiamo esaminando, si riferisce all’oblio per l’uomo, durante lo stato di veglia, di quanto era avvenuto mentre dormiva.

Nel corso del libro il filosofo parlerà poi ripetutamente di “dormienti” in senso metaforico. Nel fr. 75 li chiama «cooperatori inconsapevoli dell’ordine cosmico», nel fr. 73 ammonisce che «non bisogna parlare ed agire come dormienti», e nel fr. 89 afferma che «per i pienamente desti esiste un solo mondo sociale; i dormienti si ripiegano ciascuno verso un proprio mondo personale».

Questo ultimo si spiega più facilmente congiungendolo con il fr. 2, che tradurrei:

«Bisogna seguire ciò ch’è comune. Ma, pure essendo la Parola comune a tutti, i più vivono come se avessero una ragione personale«.

Il termine xynós non indica qui solamente, in senso generico, «presente in tutte le cose e quindi afferrabile da tutti gli uomini», come pensa il Kirk, ma piuttosto comune a tutti gli uomini in quanto presente nella loro anima, con la quale s’identifica, ed espressione di Verità vivente in loro (fr. 45, fr. 115 e fr. 119).

Per questa ragione gli uomini debbono considerarsi un tutto sociale, non viventi una vita indipendente ed esclusiva. Quindi le idee da seguire sono quelle che, essendo comuni a tutti, debbono essere considerate vera manifestazione del thèion, non espressione personale ed inganno dei sensi.

Si comprende quindi come “per i pienamente desti”, cioè per coloro che hanno capito il vero valore della vita, nella quale l’umanità rappresenta un tutto unico ed inscindibile (qualche cosa di più che un vincolo di fratellanza), esista “un solo mondo sociale” e “i dormienti”, che non sono consapevoli del legame che li unisce ai loro simili, si ripieghino ciascuno verso un loro mondo esclusivo.

Poiché, come abbiamo visto, il nostro filosofo attribuisce somma importanza alla Sapienza, intendendo per sapienza la “Metafisica dell’Essere”, nella quale egli vede la soluzione di tutti i problemi della vita universa, ne consegue ch’egli giudica prevalentemente i suoi simili secondo l’interesse che manifestano per essa.

Dunque vediamo da una parte i pochi saggi che ricercano la Verità e dall’altra «oi pollòi», i quali o si curano esclusivamente delle soddisfazioni materiali che la vita può offrire loro e «si rimpinzano come capi di bestiame»; o danno ascolto alle leggende diffuse dai cantori del popolo e seguono le antiche tradizioni, senza valutarne la consistenza e la veracità.

Non bisogna quindi prendere a maestro il volgo perché «oi pollòi kakòi, olígoi de agathòi» (fr. 104). E anche in questa affermazione la parola del sommo filosofo greco suona concorde con quella dell’antico savio d’Oriente:

«Che il brahmano, nella sua saggezza, avendolo riconosciuto [l’Uno] realizzi la Scienza. Che il suo pensiero non segua le idee della folla: le stesse sono parole vacue«.

Come abbiamo visto, i punti di contatto tra la speculazione eraclitea e quella indiana non sono pochi né trascurabili. Dal concetto dell’Uno-tutto all’identità dell’anima universale con quella individuale, dalla Teoria degli Opposti al loro superamento attraverso la conoscenza dell’Essere, dall’importanza dell’introspezione al disprezzo per coloro che ignorano le supreme verità metafisiche, dalla dottrina delle “due vie” a quella dello stato dello spirito durante il sonno, abbiamo tutta una catena di concordanze che involgono l’intero sistema, le quali, per il loro particolare carattere, non possono essere effetto del caso e non vanno quindi sottovalutate.

E ritengo utile insistere su questo punto perché, oltre a ragioni di metodo, ci sono dei fattori psicologici che, nonostante il nostro sforzo verso l’oggettività, ci spingono a non tenere quelle concordanze nella dovuta considerazione. Anzitutto il nostro orgoglio di Occidentali avvezzi a vedere in Grecia la culla del pensiero: poi il fatto che il mistero di Eraclito è un mito che amiamo. Intorno ad esso si sono misurati i nostri migliori ingegni e le loro opere, alcune delle quali apprezzabilissime per indagine storica e profondità di pensiero, qualora mutasse l’orientamento critico, dovrebbero per buona parte esser rifatte su di un piano completamente diverso. Infine i frammenti del filosofo, se esaminati alla luce del pensiero vedico, si compongono in unità intorno ad un nucleo centrale, l’Uno (il Logos), e tutto diviene chiaro, semplice, facile; troppo semplice e troppo facile in rapporto all’immagine che di Eraclito, come osserva il Kirk, ci eravamo creati, prestandogli i termini di una speculazione posteriore.

La sua figura, ad ogni modo, non ne uscirebbe menomata, perché era più difficile per lui, educato nell’ambiente greco del suo tempo, penetrare nel vero spirito del pensiero orientale, di quanto non sia oggi per noi comprendere i suoi frammenti. Dobbiamo infine tenere presente che per opera sua il primo germe della speculazione aria, che doveva poi nel paese d’origine subire un processo involutivo, prendeva invece in Occidente grande sviluppo e dava frutti preziosi.