L’addio a Guccio, compagno dei No-Tav del collettivo di via Cola di Rienzo

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Ierisera, un evento collettivo commovente a Milano. E’ mancato improvvisamente uno degli splendidi ragazzi che hanno occupato una casa in via Sirte e ridato vita a un locale dismesso, che ufficialmente si chiama Ardita Pizzeria del Popolo, ma che in realtà chiunque in zona conosce come Pizzeria Occupata (http://on.fb.me/1hTl3vn). Il giugno scorso la polizia ha sgomberato l’edificio, non senza che i ragazzi offrissero una stoica resistenza di ordine simbolico: in tre sono saliti sul tetto e ci sono restati dal pomeriggio al mattino successivo. La casa è tornata a essere libero territorio di scambio esistenziale e politico nel giro di un giorno. Uno di quei ragazzi saliti sul tetto, il più alto e magro, si chiamava Guccio, e si è tolto la vita. Aveva 24 anni. Era impegnatissimo attivista No-Tav. Allora c’è stato un funerale autonomo che mi ha ricordato quello tributato a Primo Moroni: trecento persone in marcia, bandiere spiegate, fumogeni violacei, si sono arrestati all’angolo tra piazza Napoli e via Cola di Rienzo. Probabilmente in testa al corteo c’erano i suoi genitori. A me tremavano le gambe. E’ iniziato a esplodere dal tetto della casa occupata un prodigio di fuochi d’artificio, mentre la folla assiepata in strada urlava: “Evviva Guccio!”. E’ durato tantissimo, vibrante, c’era da piangere. Il quartiere assisteva a bocca aperta. I ragazzi della Pizzeria Occupata avevano appeso, fuori dai portoni in tutta la zona, un invito a festeggiare il primo anno di vicinato, evento che veniva a coincidere con l’addio al loro amico.
Li ho visti, durante tutto quest’anno, muoversi disinibiti e felici, scazzati e impegnati, sui ballatoi di quella casa, da cui i proprietari avevano fatto cacciare un inquilinato sudamericano altrettanto virtuoso. Hanno colorato le pareti cieche con inguardabili murales. Partono per manifestazioni, studiano, si incrociano, fanno politica attivamente, parlano parlano parlano. Stanno in questi appartamenti con le luci basse e giallastre. Le ragazze ogni tanto si affacciano alle ringhiere e gridano che è pronta la cena ai ragazzi che ciacolano in cortile. Mi sembrano bellissimi. Quando è arrivata la polizia, con l’elicottero e i cellulari e le tenute antisommossa e gli agenti in borghese schierati sul ballatoio a pressare i tre sul tetto, una bambina, che aveva smesso di giocare per via della confusione, chiedeva a me: “Perché fanno così?” e io rispondevo che era perché certe regole non le accettavano e lei annuiva e certificava: “Hanno ragione. Le regole sono brutte”.
Visto attraverso occhi bambini, quel ragazzo appariva solare, determinato all’esuberanza. E’ questa gioventù che ovunque io vedo trattenuta intorno a me – ma non lì, non nella casa occupata di via Sirte.
Non sono rassegnato alle morti di giovani, mi colpiscono, entro nell’inermità ferita, mi domando sfrenatamente se e come sarebbe stato possibile evitare questa tragedia, rasserenare le atmosfere, colmare gli abissi, soddisfare la sete delle armate interiori, pacificare pianeti facendo sorgere astri più luminosi, mutare le gravitazioni. Soltanto le parole ho da spendere? Nemmeno fermare uno all’angolo, intuendone uno sconforto tumultuoso e segreto?
In questo mistero è difficile stare, ma starci non è cattolico, sebbene sia universale. Non esiste nulla di esclusivo nel penetrare il dolore di sé e dell’altra, dell’altro.
Un abbraccio d’amore a Guccio e ai suoi genitori e a tutti i suoi amici.
Come fu letta una poesia di Fortini in nome di Primo, così leggo versi di Milo De Angelis nella direzione di un mistero:

“Nostra Signora degli insonni,
custodisci queste vene che furono marea,
voce spartita in assemblea e inchiostro,
polvere di una gioia colpita
ad altezza d’uomo…”