2001: il Miserabile intervista Andrea Zanzotto

[Questa intervista ad Andrea Zanzotto fu realizzata nel 2001, in occasione della pubblicazione di Sovrimpressioni, il libro che precede la recente uscita, ancora mondadoriana, di Conglomerati, di cui su Carmilla si può leggere recensione e intervista a cura di Gilda Policastro]

Una certa critica ha pensato che Meteo equivalesse a un libretto di congedo, un po’ come fu il Composita solvantur di Fortini. Con Sovrimpressioni Lei spiazza questa critica: c’è un lavoro in corso, fluido, che agglomera nuclei. Si prepara a una nuova Trilogia, Zanzotto?

Finché si sopravvive – dico fisicamente -, c’è la spinta a dire, a reagire a ciò che accade intorno e a dare rappresentazione a ciò che si vomita da dentro. Poiché la vita si rappresenta più come spravvivenza che come vivenza, ci si abbandona a flussi di ricordi e a reazioni contro il presente: per esempio contro quello che mi accade attorno, al territorio attorno a me, e che io ho definito “cannibalismo del territorio”.
Continua a leggere “2001: il Miserabile intervista Andrea Zanzotto”

Miserabile F1 sul Corriere della Sera

Oggi, in apertura della sezione Eventi del Corriere della Sera, un resumé della stagione impazzita di F1, che ruota intorno all’immagine attonita dell’occhio disumano di Felipe Massa. Cliccando sull’immagine qui sotto, il file pdf.

genna_F1_corriere

Inedito: “L’armonia delle sfere celesti e della rossa terra finale”

di Giuseppe Genna

L’orizzonte rosso sahariano è interrotto da guglie sedimentarie, polvere di criosoto che si innalza a folate al vento, sotto il cielo azzurro, investito il territorio dal sole molto pallido, molto piccolo, la metà del disco a cui sono abituati gli umani e non esiste nessuno. Scisti di argille pressate immobili in ordine sparso, moltissimi. Perclorati sotto uno strato della consistenza di plastilina, sotto sabbia granulare rossa, uno strato sommosso da forti perturbazioni, spesso a carattere turbinoso. Nella regione di Juventae Chasma, addirittura anomalie geologiche per forma e regolarità – una miniera rettangolare, perfettamente rettangolare. Nature cristalline in subsidenza. Ematite ovunque. Sferule minime, grazie alla presenza intensa di anidride carbonica. Regulite, erosione selettiva. Nessuna nuvola. Fa freddo, sono 63° Celsius sotto lo zero. Venti a velocità non eclatante, qui.
La piatta distesa dei nostri film western su una distesa ad albedo 0.6.
Il giorno siderale dura 24,6229 ore umane. Dov’è il remoto pandemonio del sole, qui?
E’ una piatta depressione soltanto parzialmente irregolare, lontana molto da Vastitas Borealis, nella regione chiamata per convenzione Amazonis Planitia, appiattita da un’era di indeterminata periglacialità, interrotta da coni vulcanici e fumaroli spenti.
Andando a sud.
Accade che da una distanza di 78 millioni di chilometri un nome è stato lanciato, dalla specie, un proiettile nemmeno fatto di suono, ma di puro pensiero, ha investito un pianeta intero e lo ha scolpito per una forma di coscienza che si è offuscata nella sua acredine linguistica, e la sfera planetaria naturalmente priva di nome, come ogni cosa per natura è priva di nome, è stata ferita e inglobata dal blocco d’ambra vibratile del nome Marte. Gli umani hanno classificato col fonema, poi hanno investito il territorio tutto del pianeta alieno di una fitta pioggia nominale, ogni regione, monte, vulcano, cratere, polo, nomi su nomi attingendo dal passato della propria specie, in una lingua arcana morta e obliata, che evoca il buio da cui si proviene e il buio in cui ci si avventurerà: Thaumasia Felix, Solis Lacus, Cydonia, Chrise Planitia, Olympus Mons, Albor Tholus, Alba Patera, Meridiani Planum.
Andando a Sud, oltre Amazonis Planitia.
Il tempo è fuoco. Fuoco incolore, esso non ha nome. Il tempo carbonizza. Accelerate l’immagine di un processo di fioritura e vedrete il fuoco corrompere e disfare l’organismo, incarbonirlo e cancellarne ogni traccia. Il tempo incendia ogni specie. Incolore, è destinato a bruciare anche la mente, qualunque idea, nella pirosi universale. Resterà soltanto fuoco, che sente di essere, la mente scordata per sempre, l’esperienza, la specie, lo spettro percettivo e arbitrario, delirante, dei colori dal soprannominato ultravioletto all’ultrarosso codificato, una porzione ridicola dello spettro indefinito dei colori. Esistono colori che gli umani nemmeno immaginano. Si sfonda la porta del trasparente, di cui parlano ma che non possono vedere, si entra in un regno di colori che nulla hanno a che fare con le rifrazioni a cui la specie è abituata.
La loro mente solidifica, non percepisce l’incendio del tempo. Cristallizza e divide. Percepisce una bassa intensità di combustione, un arco accettabile in cui l’incendio consuma quanto di pesante concepiscono come realtà – ne sono soddisfatti, basta loro per fare alcune esperienze e pronunciare molti nomi, farsi attraversare da idee che non sono di loro, miscomprendere tutto. La mente umana ha suddiviso il tempo, utilizzando rotazioni nello spazio.
Si osservi attentamente, nello spazio mentale proprio, la traiettoria del proiettile-nome, fatto di vibrazione: attraversa lo spazio, forando l’atmosfera, percorrendo lo spazio cosmico, colpendo una seconda e aliena atmosfera, contagiando la sfera rossoidale del pianeta che viene detto Marte. Alla velocità dello sguardo, alla velocità della luce? No, più veloce ancora, nell’istantaneità del pensiero. Ecco, è colpito, è compiuto, è “Marte”.

Storia di fantasmi

Giuseppe Genna - ITALIA DE PROFUNDIS - minimum faxIl sito ufficiale
ITALIA DE PROFUNDIS su minimum fax
I booktrailer: 1234
Acquista Italia De Profundis su iBS o su BOL.

Sul blog Il Miserabile, on line su la7.it, un post che è anche una videomeditazione a corollario di Italia De Profundis, sulla narrazione della storia umana (indifferentemente politica e universale) e l’ambiguità dei suoi fantasmi, per evitare il cronachismo e spalancare le porte dell’allegoria:

ITALIA: STORIA DI FANTASMI

storiafantasmiimg.jpgSe si cerca di narrare una storia, accade che si racconti anche la storia che apparentemente è fattuale. Soltanto un presente saccente, quale è il nostro nei suoi aspetti deteriori (per esempio, quello rappresentato dagli intellettuali che continuano a urlare in nome di una tradizione che non hanno minimamente compreso), soltanto un tempo teso a guardarsi dall’esterno e ad autocanonizzarsi può ritenere che la storia politica e sociale che viene narrata sia cronaca. Di fatto, essa è un’allucinazione. Una schiera di fantasmi avanza sempre. Questi fantasmi sono fisicamente figure morte, ma l’arte e la letteratura conferiscono loro una seconda vita da zombie: questa è tutta l’ambiguità e la pericolosità dell’arte. Così Dante rappresenta contemporanei nel suo Inferno, Hugo fa dialogare Robespierre e Marat in Novantatré, Manzoni dà vita al Cardinale Borromeo a una distanza che, per differenza di accelerazioni storiche, corrisponde all’incirca a una narrazione di ciò che è Andreotti in dati romanzi e film. Non si sa nemmeno se Andreotti è Andreotti. Lo vediamo fantasmaticamente. La memoria è un teatro di fantasmi. Questi fantasmi esprimono molto di più di quanto esprimerebbero in un racconto cronachistico. Essi sono figurazioni del Potere. Sia chiaro: l’artista esercita il Potere, ha a che fare col Potere quando crea. Quindi, ogni narrazione apparentemente storica, rimanda a un “io” che è esso stesso fantasma: è una forma di quel Potere. Perciò, esso può assentarsi dalla scena, ma non se ne andrà mai veramente.
Questa è la premessa a una nuova videomeditazione che nasce come corollario a Italia De Profundis. Mentre nel ragionamento per immagini fatto precedentemente l'”io” era esplicitamente parte in causa, qui è tutto apparentemente sociologico, politico, esteriorizzato. Parrebbe cronaca, se non apparissero determinati scarti. Qui non ci si chiede come si racconta la storia, ma si medita su un racconto della storia – quella italiana.

Italia De Profundis in libreria – Un brano inedito

Giuseppe Genna - ITALIA DE PROFUNDIS - minimum faxIl sito ufficiale
ITALIA DE PROFUNDIS su minimum fax
I booktrailer: 1234
Acquista Italia De Profundis su iBS o su BOL.
Il romanzo Italia De Profundis (minimum fax, € 15) è finalmente acquistabile in tutte le librerie e anche on line. Ne riproduco un brano che non è inserito né nel sito ufficiale né nella pagina di minimum fax. Si tratta di una parte del quarto capitolo, che ha per titolo il medesimo del libro, e descrive la scena italiana, prima di una traduzione della stessa in termini narrativi secondo prosa poetica

«Era, dunque, l’estate improduttiva e faticosa del 2007, ma già da due anni io sto male, da due anni io non mi riposo, non ci sono vacanze, ma soggiorni nella calura brevi, inappaganti.
Ci avviciniamo al luogo del racconto.
Stanno fondando un nuovo partito.
I periodi glaciali che non conducono a nulla di nuovo spaventano. Gli italiani appaiono indifferenti al clima psichico. Da vent’anni la loro collettività è entomologica, termitica.
Questo nuovo partito sostituisce i rimasugli rosastri del fu Partito Comunista Italiano, un terzo della nazione lo votava, ci credeva, veniva ripagato con un’educazione chiesastica ma colma di senso di contenzione, se non di contrizione.
Io sprofondo, parallelo ai miei concittadini, in un altro genere di disperazione: sconosciuta. Dapprima è un nucleo lontano, interno, una fusione fredda che osservo con stupore glaciale. I periodi glaciali conducono sempre a novità inattese: fenditure improvvise nel pack, sprofondamenti nel dramma, repentine ritirate delle nevi, discioglimento delle vedrette, spalancamenti di abissi impensati.
La disperazione cresce, si allarga, mangia spazio e ossigeno in me.
Gli italiani stanno raggiungendo il culmine dell’idiozia. Concionano. Berciano contro le tasse. Non si smuovono. Non intuiscono la crepa. L’orizzonte di deflazione psichica a cui stanno correndo incontro, con gioiosa incoscienza. Nemmeno la morbosità, nemmeno la rassegnazione, nemmeno l’indignazione hanno più presa su questo popolo diviso in due caste sommarie, la ricca e la povera che vive nella finzione di una ricchezza elusiva, l’agio ostentato a spese di una povertà occulta ritmata dal pagamento delle cambiali: debiti contratti per andare in vacanza in luoghi di culto estivo per vip e segnalati come costanti del desiderio dai magazine del gossip, questa stampa non patinata, in carta a bassissima grammatura e inchiostrata male, che viene sfogliata avidamente da due terzi del Paese.
Sono raddoppiate le procedure di pignoramento.
Sta incombendo, sulla nazione che utilizza il bene rifugio del mattone, la bolla speculativa edilizia, un tumore che partirà entro un decennio dall’area angloamericana e investirà come un tornado gli italiani, i proprietari di case, gli scopritori delle bellezze rumene della multiproprietà sul Mar Nero e sul Mar Caspio, i detentori di mutui trentennali, difficoltosi da ottenere dalle banche, codici proibitivi che richiedono un esame spettrografico condotto attraverso una miriade incontenibile di appretti cartacei, autocertificazioni complesse, impegni che rasentano il giogo dell’usura.
La spesa per la telefonia cellulare è la più alta del continente.
I SUV hanno invaso le metropoli, inutili abbozzi di Transformers»…

Lynch: INLAND EMPIRE

Lynch: INLAND EMPIRE

AVVERTENZA: PRIMA CHE SI INIZI QUESTO RESOCONTO NARRATIVO, VA SPECIFICATO CHE TRA LE SUE RIGHE SONO NASCOSTE FORMULE DESUNTE DA GRIMORI E TESTI ALCHEMICI CHE, AL DI LÀ DI OGNI SCETTICISMO, COMPIONO IL LORO LAVORO SUBLIMINALMENTE, ANCHE ATTRAVERSO LA LETTURA MENTALE. CHI NON DESIDERASSE ESSERE ESPOSTO A QUESTA IRRADIAZIONE, CHE SI AVVICINA ALLA MAGIA ESORCISTICA, È CONSIGLIATO DI SALTARE LA LETTURA DEL TESTO.

E’ nero. E’ tutto nero.
Scrisse Jean-Jacques Rousseau: "Non adottiamo quegli spettacoli che rinchiudono tristemente poche persone in un centro oscuro, tenendole timorose e immobili nel silenzio e nell’inerzia". E io sono qui: chiuso in un centro oscuro. E vedo.
Vedo INLAND EMPIRE, è la prima volta che il mondo lo vede: è la proiezione alla Mostra di Venezia, hanno appena consegnato il Leone d’Oro alla Carriera a David Lynch, vestito di nero, la chioma ormai quasi del tutto bianca, pallido, gigantesco e piccolissimo nella distanza dal palco della Giuria, la camicia abbagliante, il colletto alla cinese, e sorrideva e non desiderava sorridere – fingeva di sorridere a nostro favore.
Fingere a favore di qualcuno. Dove sei mentre fingi? Sei ancora umano?
L’umana finzione. La madre di tutte le finzioni "io".
Io so dove sono ma non so cosa sono mentre la sigla di apertura di INLAND EMPIRE parte: un 33 giri, il fruscìo grattato del vinile antico, parole sussurrate in polacco, una stanza povera di Lodz, una donna vessata e distrutta e violata e umiliata da un uomo misterioso che parla polacco, e il disco ruota, nerissimo, mentre ruota abbaglianti riverberi colpiscono la vista.
Non è questione di capire, di comprendere. La mente è in continuo mutamento. Chiedetevi: quale mutamento? Tra un pensiero e il successivo io osservo uno spazio: è nero. Io sono lì? Cos’è quello spazio nero? Lo allargo, tento di allargarlo…

Allucinazione Smaila: la tre giorni a Poltu Quatu

Inizio in medias res, con un video: tanto non supera l’allucinazione continuativa che ho sperimentato in una tre giorni a Poltu Quatu, accanto a Porto Cervo, in piena Costa Smeralda, sorta di luogo-residence dove l’imperatore Umberto Smaila invita amici vip o comunque sagome paraumane gossippate. L’effetto è che i turisti si affollano sull’unica via esistente, cioè la banchina che dà sull’attracco dei molti yacht, onde riprendere e fotografare e spedire mms con le supposte icone incontrate a tu per tu, alla distanza cautelativa di una decina di metri. Nel video, riconosco con precisione le colonne e l’angolo che ho visto dal vivo, se si può definire "vivo" lo stato catatonico in cui versavo per sovraesposizione agli astri di un a galassia improbabile, ma divenuta probabilissima. Qui, in questo angolino pittoresco di Poltu Quatu, che somiglia al patio di una villetta della Brianza, Smaila si esibisce al semiaperto e si organizzano concorsi di varia fatta, che nemmeno la fantasia di Filini avrebbe partorito. In questo preciso caso, Smail passa da una parodia lirica a una versione finto-techno di Celentano. Il suo istrionismo è debordante, quasi quanto lui stesso. La ripresa è di un privato, il che è l’esito preciso che si propone l’intero sistema Poltu Quatu.
Il video, dunque (se non lo visualizzate, cliccate qui).