Il romanzo Hitler per la terza volta sul “Corriere”: su Primo Levi nel romanzo

hitlercovermedia.jpgTra tutte le critiche formulate intorno all’esito, alle intenzioni autoriali e alle meditazioni che fanno il romanzo Hitler, l’osservazione di Paolo Fallai, sul Corriere della Sera di sabato 16, è la più profonda e decisiva. E’ una critica penetrante, che scuote davvero le fondamenta e l’architettura del romanzo. A questa osservazione vorrei rispondere, perché la questione messa in gioco da Fallai è talmente decisiva da un punto di vista etico che, davvero, mi pare irrinunciabile l’assunzione di responsabilità da parte mia e l’espressione delle ragioni per cui non sono d’accordo con quanto Fallai vede e rileva. Tuttavia mi sia consentito questo giudizio: quando la critica è così radicale e penetrante l’oggetto, la “cosa” del romanzo, allora a qualche esito si è giunti e, nel caso l’autore abbia errato, è felice di ammetterlo, perché il critico gli è stato di aiuto ed è stato d’aiuto alla “cosa” stessa del libro.
Mi sia dunque permesso di ringrazia Paolo Fallai e Antonio Troiano, quest’ultimo responsabile delle pagine culturali del
Corriere, per l’attenzione rinnovata al “discorso” del romanzo Hitler.
La critica di Paolo Fallai sul Corriere della Sera

Genna e l’uso di Primo Levi per raccontare Hitler

di PAOLO FALLAI
C’è un assunto agghiacciante posto a premessa, apparentemente incontestabile, del romanzo dedicato da Giuseppe Genna a Hitler. «Considerate se questo è un uomo»: l’autore pone le parole di Primo Levi in epigrafe, insieme alle citazioni di Emil Fackenheim, Claude Lanzmann e Ron Rosenmbaum. Poi la frase torna nell’incipit stesso del romanzo, appena introdotta da un perentorio «Confrontatevi con lui. Considerate se questo è un uomo». È difficile contestare la domanda essenziale che continuiamo a porci di fronte al male assoluto.
Che uomo è Hitler? A quale umanità appartiene? È il tema della ricerca che Genna svolge, con il suo stile, scegliendo la forma di romanzo biografico al punto da superare l’uomo Hitler per concentrarsi sull’idea Hitler, «una non-persona, un punto di vuoto» come ha scritto Franco Cordelli. Ma quelle parole di Primo Levi non indicavano un’idea: hanno rappresentato carne, sangue e sgomento delle vittime. Sono forse, insieme a quelle di Robert Antelme, lo sforzo più compiuto per dare a noi la misura concreta dell’indicibile.
È possibile accostare quelle parole al carnefice? E siccome non di Hitler ci preoccupiamo ma della fertilità del male, se e quanto rischia di essere fuorviante usare in questo modo la dolente affermazione di Primo Levi? Forse, non dovrebbe essere proprio usata, ma lasciata allo stato puro di testimonianza: «Sono di nuovo in Lager, e nulla è vero all’infuori del Lager. Il resto era breve vacanza, o inganno dei sensi, sogno: la famiglia, la natura in fiore, la casa». È l’ultimo paragrafo de La tregua scritto da Primo Levi sedici anni dopo il ritorno da Auschwitz.

La responsabilità di Hitler nel romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgIeri, discutendo con due eccelsi intellettuali, di cui uno ha letto in anteprima Hitler, spiegavo la necessità della disgregazione di ogni mitologizzazione di Hitler, foss’anche quella dell’Invasato dal Male, a favore della piena responsabilizzazione di ciò che Hitler ha compiuto e dell’orrore a cui ha condotto la storia umana. Il fatto che, seguendo la nozione di “non-persona” elaborata da Fest, io sia giunto alla necessità narrativa di fare muovere il personaggio Hitler nella sua bolla vuota e congelata, destava alcune perplessità, che posso comprendere, nel secondo interlocutore, che il libro non l’aveva letto. L’argomento oppostomi è: se Hitler è il non-essere che appare, la deresponsabilizzazione non è ai suoi massimi di intensità? La risposta, a mio avviso, è no: soltanto ravvedendo in Hitler il non-essere, che corrode l’essere e frattura l’empatia che corre tra umano e umano, si giunge alla piena responsabilizzazione di questo carnefice. La sua specificità, se è la specificità del non-essere che appare nell’essere, non è quella del canale attraverso cui una supposta sostanza, che definisco non-essere, scorre e devasta il mondo. Tutt’altro: il non-essere che appare è topico ed è il culmine dell’individuazione. Mi è molto chiaro che queste categorie sono in disarmonia con quelle a cui apparentemente sarebbe abituato l’umanismo occidentale, ma il fatto è che proprio tali categorie sono la premessa a ciò che sto enunciando. Hitler è sempre se stesso e solamente se stesso. Nessuno entra nella sua bolla vuota – ogni empatia è interdetta, nessun affetto penetra il non visibile (ma assai sensibile) diaframma che separa Hitler dagli altri. Ciò è evidente a chi studi qualunque buona biografia hitleriana: da subito, Hitler è un individuo assoluto, che non ammette se non se stesso. Questo “se stesso” non è mai ambiguo: è incerto, è abulico, non sa a volte cosa fare, ma non irradia l’ambiguità umana, la possibilità effettiva di assumere su di sé il peso dei propri errori (nonostante Hitler ripetutamente dica di volerlo fare – ma è pura finzione). In questo senso egli diviene il più responsabile degli individui: poiché è il più individuato, non è umano. Dentro la bolla vuota, atmosfere di paura, panico, delirio si alternano – ma stanno in quella bolla. La condivisione è per Hitler un problema emotivo? No: non prova emozioni. Le emozioni provate (soprattutto per la morte della nipote Geli) sono finte: svaniscono nel giro di quarant’otto ore. La condivisione è per Hitler un problema perfino organizzativo: egli raddoppia le cariche e le competenze nel suo Stato maggiore e nella sua alta burocrazia, appositamente, perché si creino conflitti che soltanto lui può risolvere. Che non esista un ordine scritto firmato da Hitler che dà inizio al sistematico sterminio del popolo ebreo, è sintomatico: la scrittura non esce da quella bolla in cui abita l’apparenza della non-persona, e ciò corrisponde a una sua ossessione che data dagli inizi della sua vita: mai nulla di scritto deve essere lasciato, mai nessuna traccia scritta deve dare conto del non-essere che appare. La sua memorabilità gli pare garantita anche da questo essere individuato al di là di ogni possibilità osmotica e soprattutto da ogni traccia scritta di volontà personale.
Qui si incrociano i due piani del romanzo Hitler: quello storico e quello metafisico. Sul piano della storia, Hitler appare e compie quanto gli storici testimoniano e ricostruiscono; sul piano metafisico, Hitler è il punto terminale del non-essere che deflagra nell’essere. La sua responsabilità è dunque massima sul piano che mi interessa, cioè il metafisico; questione per storici è il consenso e la condivisione degli atti che vengono compiuti in armonia con la responsabilità assoluta e individuale di Hitler. La letteratura non è però sociologia. Io non affronto il problema del consenso, che da Kershaw a Goldhagen ha interpreti vari e discordi. A me interessa la quintessenza della non-persona Hitler: che non è un’essenza. Se scavo, ravvedo il vuoto (di qui l’impossibilità di una letteratura e la scelta di una letteratura: il personaggio che è la non-persona apparsa storicamente non può essere affrontata in termini di romanzo, esorbita e distrugge il romanzo, si autopotenzia nell’invenzione finzionale – Hitler non può essere il personaggio di un romanzo).
Ciò non significa che la responsabilità evapori: al contrario, la responsabilità è al culmine. Lo sterminio è ascrivibile a un massimo di responsabilità: che sta nella bolla vuota di questa non-persona. Lo è metafisicamente e lo è storicamente. Al polo opposto, che è l’umano aggredito, non esiste responsabilità: gli sterminati sono anzitutto privati di ogni responsabilità, si cerca cioè di separarli dall’umano. Il tentativo di Hitler, visto nella prospettiva del non-essere, è annullare, rendere non-essere, coloro che vengono sterminati. Nel sacrificio di queste vittime, che non hanno responsabilità del proprio eccidio, sta tutta la resistenza umana all’avanzamento del non-essere. Ciò determina che queste persone sono, al massimo grado dell’essere. E che, se io sono umano, è grazie a loro. Essi si autoperpetuano nell’essere: non è possibile che accada con la non-persona, a cui va vietata l’autoperpetuazione. La trasmissione del loro essere, in quanto umani alla massima intensità, permette la letteratura che rigetta le premesse dell’umanismo occidentale (e questa letteratura permessa dall’essere delle vittime è ciò che chiamo letteratura) che, rovesciandosi secondo propria coerenza interna, è diventato un antiumanismo – cioè l’impossibilità di porsi la domanda metafisica, di assumersi la responsabilità, di vivere l’ambiguità, di avvertire l’empatia, di stare in comunione con l’altro prima che intervenga l’idea occidentale dell’essere.