orfismo

Consulenza esistenziale: terapia e dharma

Questo brano è uno dei centrali del saggio Io sono (il Saggiatore, 2015). Vi si affrontano sostanza e modi della terapia come momento esistenziale, non psicodinamico o clinico, poiché non ha a che vedere con tali àmbiti il counseling esistenziale, che nel saggio è proposto come momento di reintegrazione personale.

Che cos’è la terapia

L’etimologia è una forma del sentire piacere, che pone il soggetto in stato di gioco: il soggetto gioca nella storia. Non essendo storica la coscienza, è possibile approfittare di questa condizione che è sentita come intimità e identità: la situazione ludica approntata dalla ricerca dell’etimo non permette soltanto di dire il significato, la cui enunciazione è un rapporto con l’esternalità, bensì di avvertire esperienzialmente il punto di perno in cui la possibilità di dire manca e non resta che sentire.

Terapia proviene dunque dal greco antico: therapeía, sostantivizzazione del verbo therapeuō.

Essa è sicuramente cura, nel senso più complesso e intenso (il prendersi cura di), ma segnala anche uno spostamento semantico che rimane implicito nel termine traslato. Significa anche servizio, rispetto, culto e assistenza alla deità. Questo slittamento è determinato dall’oggetto del servizio, ovvero la deità.

Il discorso platonico è estremamente esplicito su questo punto:

Socrate: Ma allora che specie di cura degli dèi sarebbe la santità?
Eutifrone: Quella cura, Socrate, che i servi hanno per i loro padroni.
Socrate: Capisco. Sarebbe all’incirca, da quel che comprendo, l’arte di servire agli dèi?[1]

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“Alias” su “Fine Impero”: la complessa recensione di Fabio Zinelli

genna_fineimpero_3d_tn_150_173E’ per me sorprendente il ragionamento (complesso, strutturato, pertinentissimo, mai declinato al giudizio di gusto) che il critico Fabio Zinelli ha pubblicato domenica 24.11 su Alias, supplemento culturale de il manifesto, a proposito del tentativo testuale che va sotto il titolo Fine Impero. Si tratta, semplicemente, del rilievo fenomenologico e teorico più interrogante e intellettualmente profondo, che mi sia stato mosso da quando pubblico.
La temperie è tale che, muovendomi in quotidianità otturata da impegni lavorativi e personali, io non possa immediatamente rispondere, controdedurre, come di fatto vorrei. Al più presto, cioè appena possibile, lo farò, sebbene io non conosca Fabio Zinelli né abbia contatti con lui. Nel frattempo lo ringrazio, così come ringrazio i responsabili di Alias.
Ecco il testo in pdf:

icona_pdf_bigFabio Zinelli – Alias – Il manifesto | LA BABILONIA DEL NORD IN SALSA POSTMODERNA: UNA BALLATA ORFICA SUGLI ANNI ’80-’90

Plotino, dalle Enneadi

Suvvia, entri dentro chi ha cuore e segua le sue orme nei penetrali; non senza però, aver lasciato fuori le visioni dei suoi occhi mortali e guardarsi bene dal volgersi indietro a quei corpi un tempo splendenti.
Plotino, Enneadi I,6,VIII, Mondadori
COME NON INTERPRETARE PLOTINO: L’ERRORE DI GADAMER
Riporto un passo ermeneutico del filosofo Hans Georg Gadamer. Risiedono qui tutti gli errori di cui la filosofia moderna occidentale è preda nell’affrontare la metafisica pratica del Non-Dualismo:
«Di fatto, le trattazioni di Plotino non erano lezioni in senso stretto, ma “esposizioni”. Vorrei aggiungere che anche le nostre lezioni dovrebbero essere “esposizioni”, nel senso letterale del termine: dovrebbero “esporre” qualcosa davanti all’ascoltatore, ed “esporre” lui stesso allo sforzo di vedere. È tutt’altra cosa rispetto alla lectio.
In quello scritto, Plotino ha anche parlato dei tre “stadi”: la natura, l’anima e lo spirito. Non si tratta però di un sistema filosofico. Lo è diventato soltanto in seguito, in parte già con Proclo, e poi, seguendo il destino della filosofia, nell’età moderna. Si tratta, in realtà, di un cammino ascensionale di apertura, che si risolve nell’Uno. Quando la natura si apre, vediamo effettivamente realizzarsi qualcosa che è stato lungamente atteso. Chi conosce il Meridione e ha presente i primi temporali autunnali, quando all’improvviso tutto rinverdisce; chi ha fatto analoghe esperienze di ciò che la natura può offrire, ben comprende che cosa sia quella natura creatrice, che, aprendosi, si specchia in se stessa. In questi casi parliamo di “contemplazione”, ma bisogna intendere bene l’uso di questo termine: non è un semplice contemplare, nel senso di “stare a guardare”, o “dirigere lo sguardo verso qualcosa”. No! Non è così che si specchia la natura; è piuttosto come se i fiori o i frutti fossero interamente assorbiti proprio nella cornice di ciò che sono.… Ovviamente la natura possiede, in questo senso, una incredibile presenza; e ciò mi induce a ricorrere, ancora una volta, a un termine tedesco. Plotino fa uso infatti di immagini, spesso anche molto eloquenti, e una delle sue similitudini più belle è quella della sorgente. Che cos’è, in realtà, una sorgente, una fonte? È acqua che sgorga in continuazione e che alla fine riempie tutti i fiumi e i mari, senza mai venir meno. Questo è il grande mistero: è “dappertutto”. Ho prestato particolare attenzione, meditando su Plotino, al significato della parola tedesca “überall”, “dappertutto”. “Über” (sopra), “all” (tutto); che vuol dire? Più di tutto? Meno di tutto? Al di sopra di tutto? Ciò che è sommo? Oppure ciò che, essendo “sopra tutto”, è anche dappertutto? Ecco il senso della metafora della sorgente: l’acqua – che è dovunque – è l’acqua della fonte. L’espressione tecnica, creata nella traduzione latina per rendere questa idea, è “emanazione”; Plotino viene chiamato “il filosofo dell’emanazione”, poiché l’intero teatro del mondo, che egli “espone” – appunto – davanti agli occhi dello spettatore, questo scaturire di tutte le cose da un’unica sorgente, si spiega proprio così; e infine, dalla molteplicità di tutto ciò che accade, esso ci riunifica, ci assorbe interamente in ciò che “è”. Così si realizza il secondo stadio, dalla natura all’anima.
L’anima non dev’essere intesa come la nostra chiusa interiorità, a suggerire già un concetto cristiano di anima: è pur sempre la nozione greca di anima, cioè la fonte della vita, presente in ogni essere vivente. Anche questa è una sorgente.
[…] Rivolgendo lo sguardo al pensiero di Plotino, vi si scorge comunque qualcosa di quella nascente concezione dell’aldilà di cui il cristianesimo ha fatto dono, con la sua promessa e il suo messaggio, al mondo antico ormai avviato verso il tramonto. Qualcosa di questa atmosfera escatologica appare qui in veste davvero peculiare, non già nella forma del culto, bensì come concentrazione dell’anima e forza spirituale del pensiero. È assente, però, la pretesa che queste realtà umane riescano, da sole, a risolvere il mistero della nostra esistenza, della morte e dell’aldilà. Una tale tendenza era invece diffusa in molti esponenti della filosofia di quel tempo: a proposito di questi fenomeni del mondo tardo-antico si parla della cosiddetta “gnosi”. C’era uno gnosticismo ebraico, come oggi sappiamo, c’era una gnosi greca e una gnosi cristiana. Si tratta di correnti e dottrine che pretendevano di rendere accessibili i misteri religiosi grazie alla forza del pensiero e del concetto. Questo è il grande pericolo in cui si muove sempre la filosofia. Nemmeno Hegel si è salvato da questo genere di critica: è stato detto, infatti, che il suo superamento del mondo della rappresentazione (quello cioè della sfera religiosa) per raggiungere il concetto e il sapere assoluto, altro non è che una gnosi. Ritengo che, nel caso di Hegel, questo giudizio non sia del tutto corretto: egli non ha affermato che la forma del concetto sia separabile dall’altra forma, quella della rappresentazione, affidata al cristianesimo dalla Rivelazione divina. Lo stesso rimprovero potrebbe essere rivolto a Plotino, ravvisando in lui una via della ricerca, che ci condurrebbe infine alla contemplazione dell’Uno. Ma non è affatto così: noi non potremo mai disporre di quest’Uno a nostro piacimento; lo stesso Plotino è riuscito solo due volte, nella sua vita, come racconta, a raggiungere in quest’attimo di pienezza la dimenticanza di sé. Poi, però, comincia una nuova separazione da se stessi: la conoscenza. Io sono qui, distinto dagli altri; la natura è altro da me, e l’intero cammino riprende così da capo. Pertanto, l’ascesa dell’anima non è l’iniziazione a un mistero, bensì un’esperienza che ciascuno può fare, con la forza del proprio pensiero, ma anche aprendosi a quel mistero che domina la nostra vita».