Marco Belpoliti su tuttoLibri: su “Io sono”

Una lavagna nera perla critica della ragion impura di Genna

di MARCO BELPOLITI
[La Stampa, ttL, 30 maggio 2015]

Senza-titolo-1-e1424533197642La copertina è fustellata in modo che si apra una «finestra» quadrata. Dentro c’è un’immagine: un riquadro nero racchiuso da una cornice, su cui è scritto «Et sic in infinitum». Si tratta di un dettaglio della pagina nera di Robert Fludd, tratta da un’opera intitolata: Utriusque cosmi maioris scilicet et minoris metaphysica,physica atque technica historia, e pubblicata da Oppenheim nel 1617. Nessuna immagine definisce meglio l’opera di Giuseppe Genna, sia questa su cui compare (Io sono), sia la sua opera narrativa in generale. Genna è un discendente di Fludd, medico teosofo e alchimista, vissuto nel corso del Rinascimento e l’inizio dell’età barocca. E alchimista è anche Giuseppe Genna, che prova qui a fondare una teoria e una pratica della coscienza.
Cosa sia Io sono non è facile da dire. Un libro di filosofia, un’autobiografia in forma di pensiero, un manuale di terapia della coscienza, uno studio sulle origini della medesima, un saggio letterario, un’esperienza estatica in forma di riflessione, una pratica di ricomposizione del trauma?
Tutto questo, ma anche un saggio di epistemologia condotto da un autore coltissimo e insieme meravigliosamente dilettante, quel dilettantismo che è proprio solo dei poeti e degli scrittori che prescindono da tutto e tutto affrontano. Io sono è un modo per scagliare il proprio Io al di là del muro del narcisismo corrente, elevarlo nel Regno che si apre oltre le identificazioni personali. Si tratta senza dubbio di uno scritto terapeutico, un gigantesco sforzo d’ingaggiare un confronto-scontro con le proprie pulsioni più profonde. Incanalate nelle elucubrazioni di quest’opera singolare, le parole di Genna costituiscono un viaggio dentro la mente estatica, uno dei pochi viaggi oggi possibili ai lettori in lingua italiana. L’estenuazione filosofica degli «istanti coscienziali», opera dell’autore di Fine impero (minimum fax), è perfettamente rappresentata dalla copertina: la «lavagna nera» di Fludd.
Scrivendo la sua «critica della ragion impura», Genna ha cancellato sulla superficie della sua mente tutto quello che c’era prima, e vi ha inscritto un nuovo segno calligrafico, in verticale e in orizzontale: cardo e decumano del suo pensiero zizzagante. Sul fondo bianco elegantissimo della collana «La Cultura» dell’editore il Saggiatore, la «lavagna» di Fludd appare come uno spazio altro, remoto e insieme vicino, dove «io sono». Per sempre, e al nero.

Giuseppe Genna
«Io sono»
il Saggiatore, pp. 326, € 18

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Essere visti

(Certi congedi necessari da se stessi e dagli altri)

Sono giorni difficoltosi, sono mesi difficoltosi, anni addirittura. Non intendo soltanto socialmente, politicamente, globalmente, laddove gigantesche tragedie si stanno consumando ben più numerose che gioie – intendo che è tutto difficile anche sul piano personale. Per questo, progredendo verso quel banale risucchio che è il termine della vita del corpo più grossolano tra tutti quelli di cui disponiamo, ogni tanto, mi pongo domande private e le faccio in pubblico, senza pretendere né, a tutti gli effetti, desiderare un’opinione o una risposta. Che senso ha mostrarsi, apparire, chiedere e non pretendere una risposta? Ha questo senso: significare e alludere a una possibilità silenziosa che è lo sguardo.
Tale sguardo è devastato dalla chiacchiera, dalla manifestazione, dall’espressione, dai codici, dal linguaggio, dall’emotivo, dal cognitivo – si potrebbe addirittura definire l’Occidente come una storia precisa, che coincide con l’abolizione della modalità umana dello sguardo.
Mi limito a questi ultimi giorni e mi chiedo: tra tutte le voci e i contatti, gli incontri e le persone intorno a cui sono vorticato e che sono vorticate intorno a me; tra tutte le voci storiche della mia vita, che pure appunto in questi giorni ho ascoltato e che si sono interrotte per forse ascoltare la mia voce; tra tutti questi corpi visibili e non, chi mi ha davvero visto?
So, io, chi ho visto. Li e le ho visti e viste quasi tutti e tutte.
Ho visto una donna che si mette a spiarmi credendo di non essere veduta, ladri inconsapevoli, donne infelici e mentitrici per troppa inermità, silfidi intristite dall’assenza di pace e di silenzio, uomini talentuosi che ingannano il tempo e se stessi, un vecchio furbo e blasfemo, inconsapevoli psicotici o semitali i quali non escono dal cerchio che ha per circonferenza un’epidermide secca ed elettrica, un bambino stanco di essere arrivato all’età adulta, i creduloni, un uomo che sente intensamente e ricordò tisane preparate da compagne di appartamento , una donna che fatica a sentire, un disperato che è nella trappola di un matrimonio e di una nascita, una mesta intelligenza svuotarsi, una mesta stupidità ergersi, una vuotaggine abitare più involucri, una inutilità, alcuni incanti meno che cinquenni, un’anziana con due ginocchi distrutti e che parla solo a se stessa e di se stessa, un anziano con la ptosi all’occhio, miliardari e senza tetto, manager e umani mentalizzati, una malata di amore però non sapendo amore di chi, un’anziana che stende un manto protettivo su un germoglio fuori stagione.
Penso soltanto agli ultimi quattro giorni e mi rendo conto che potrei proseguire, e molto, l’elenco.
Vedere gli altri, cioè sentirli acconsentendo, sentendo insieme a loro, a conti fatti ma anche non fatti, è un’opera difficile. E’ difficile vedere e guardare, è difficile stare attenti, è difficile sentire. E’ difficile sentirsi mentre si sente l’altro.
Non ce la faccio a compiere quest’opera, il più delle volte. Mi metto in disposizione, sto attento all’attenzione, ma sfugge, mi dimentico, l’ossessione di me stesso (pensieri, preoccupazioni, certe mie intime tragedie) conquistano il campo visivo a cui sto alludendo: lo occupano tutto. Io devo scavare fenditure in un buio, perché passi luce, il medium adatto alla visione, tanto per restare in metafora.
Fatico, però tento. Tento continuamente. E’ questione a cui l’invenzione della cultura ha permesso una soluzione di comodo, e però fondamentale, perché capace di reggere un’intera civiltà: un minimo di galateo o cortesia o educazione – e il richiamo all’attenzione è istantaneo, per quanto inizialmente appaia ipocrita. L’ipocrisia della falsa cortesia è soltanto apparente: in realtà ne è vittima non chi ne è oggetto, ma chi la pratica, poiché di colpo è costretto a farsi presente, a calcolare che esiste l’altro.
Spesso, io so, amici e conoscenti ritengono che io non veda, sia distratto, troppo occupato: poiché non rispondo. Ecco una buona meditazione: “Non mi risponde!”.
Appare che io sia coperto, fasciato, da un ologramma che è stato costruito da me medesimo e dal sovrapporsi di sguardi altrui, mai smentiti, per comodità.
Cosa accade? Cosa abbiamo, qui, ora?
Ci sono persone che conosco da decenni. Queste persone stanno uscendo dalla mia vita nonostante tentino automaticamente di rimanerci, ed escono perché, oramai, pare perduta la possibilità di vedere me, vedere altri.
Ci sono persone che, in un’altissima percentuale, pur avendomi visto, non mi hanno guardato, in questi giorni, magari erano distanti fisicamente, ma non c’è distanza che regga allo sguardo a cui inerisco.
Ormai da anni vado contando, per via dell’esercizio di attenzione, quante aperture mi toccano: sono pochissime. Ispiro io poco amore? Poca considerazione? Non è l’impressione che sto traendo da una simile pluriennale esperienza.
Negli ultimi giorni, mentre come un puzzo ammoniacale andava facendosi più intensa certa mia difficoltà, conto sulle dita di una mano le persone che mi hanno visto: sono cinque.
Un’anziana che stende un manto protettivo su un germoglio fuori stagione.
Una donna malata di amore però non sapendo amore di chi.
Una donna che testardamente sta imparando a sapere di non sapere e a sentire che sente.
Un uomo che continua a parlarmi di suo padre anche se non ne parla, e mi parla del mio, anche non accorgendosene.
Una piccina.
Nelle ultime ventiquattr’ore la realtà mi ha mostrato un ordine di azione schizoide: essa è malata, indubitabilmente malata. Ciò significa che esiste una componente mia altrettanto malata: alla medesima maniera e intensità. E’ impossibile, tuttavia, che persone vicine o meno, con le quali si sono allestiti progetti comuni di natura pratica o affettiva, nemmeno siano sfiorate dalla domanda su cosa stia accadendo a questa persona che le guarda e ascolta “io”.
E’ una lezione antica e tutta rivolta al me stesso che è il piloto di questa navicella.
Gli “umani dallo sguardo più acuto” della quinta delle Enneadi di Plotino sono, in definitiva, il termine ultimo a cui questo sguardo conduce.
Il mio tempo, cioè il tempo di Giuseppe Genna, segna un’ora buia e contagiata, mi pare: l’ora oceanica, nell’arco della quale si rovescia molto. Pochissimi sguardi (il cristico amante di chi “io” non ha, certe donne, l’unico amico) giungono a interessarsi della zona superficiale di me e perforano nel silenzio, penetrandomi fino ad alveoli e ventricoli che nemmeno io posso osservare, poiché “l’occhio non vede se stesso”.
Accuso il colpo? Accuso qualcuno, qualcuna?
Esiste frustrazione o rancore in me?
Vergogna? Disgusto?
Impazienza?
Ira?
E’ molto difficile stare in quello che Plotino denomina “un luogo vero e familiare”. Il pensiero: un luogo della verità e della coappartenenza.
Nell’Iperione, Hölderlin:

“Io, l’antipatia di tutti i ciechi e di tutti gli storpi e tuttavia per me stesso troppo cieco e troppo storpio a mia volta a me stesso, anzi, così profondamente molesto in tutto ciò che, anche solo da lontano, mi rende affine ai troppo saggi e ai sofisti, ai barbari e ai belli spiriti e così pieno di speranza, così pieno dell’esclusiva aspirazione a una vita più bella…”

O Celan in La rosa di nessuno:

Dentro gli occhi smarriti – leggi:

le orbite astrali, e del cuore, il bel
vorticoso Invano.
Le morti e tutto ciò
che ne venne. Delle generazioni
la catena, che
qui giace sepolta
e qui ancora pende, nell’etere,
sfiorando abissi. Di tutti
i volti la scrittura, in cui
si conficcò, sabbia sibilante, la parola – infime
eternità, sillabe.

Tutto
ebbe ali, anche
ciò che più pesa, nulla
che trattenesse.

Scrisse Seneca a Lucilio:

Le belve evitano i pericoli che vedono e, una volta schivatili, si sentono al sicuro: noi ci tormentiamo e per il futuro e per il passato. Molte nostre prerogative ci nuocciono; la memoria rinnova l’angoscia della paura, il prevedere il futuro ce l’anticipa; nessuno è infelice solo per il presente. Stammi bene.

“Io” mi tormento molto, mi tormenta molto. Tutti.
Nulla che trattiene è lo sguardo puro, finalmente: è tutto qui, ora, alla mano, molto concreto.
È nobile cosa la povertà accettata con gioia.
Sono questo dopo tutto.

Il tempo inadeguato alla narrativa

[questo intervento è apparso sulle pagine di Carmilla]

In un intervento che considero abbastanza centrale e che ho qui ripubblicato, Valerio Evangelisti pone una questione importante sui rapporti tra letteratura, immaginario e realtà, partendo da considerazioni politiche e rimettendo in discussione lo statuto della cosiddetta letteratura “bianca”, geneticamente minimalista per trasformazione sua propria in questo tempo. Sulla natura della contrapposizione tra minimalismo e massimalismo effettuata da Evangelisti, va precisato che si tratta di affrontamento di temi cruciali della realtà e della psiche, cioè dell’àmbito biopolitico, non escluso l’immaginario stesso. Da una parte il minimalismo è una reductio ad stilem supportata da una psicologizzazione o una reductio ad realitatem non supportata da una forma adeguata ai tempi. D’altro canto c’è il percorso massimalista, accidentato, ma bene emblematizzato da un genere letterario, la fantascienza o meglio il fantastico, la cui estensione tenterò di determinare.
Continua a leggere “Il tempo inadeguato alla narrativa”

Precisazioni su ITALIA DE PROFUNDIS

C’è un punto in Italia De Profundis, un punto che sta nell’incipit, in cui accade una consecuzione di tre frasi, che pongono termine al primo paragrafo del libro:

“Vedo l’Italia. Vedo me. Non sono io.”

coveridpprecDal punto di vista metrico si tratta di un alessandrino – cioè un’unità. Da un punto di vista sintattico si tratta di un tipico movimento triadico – cioè un’unità. Da un punto di vista logico si tratta di un entimema, sia che lo si voglia considerare all’interno del sistema aristotelico sia in quello di Port Royal – cioè un’unità. In ogni caso si tratta di un’unità non moncabile, ma divisibile in astrazione mantenendo sempre il continuum.
A volte al testo viene fatta violenza. Una giornalista, recentemente, per parlare della supposta autofiction in Italia De Profundis, ha affermato che nel testo si legge:

“vedo l’Italia, vedo me”

Questa è un esempio di violenza al testo. Ciò che, immediatamente, per quanto mi concerne, squalifica in maniera definitiva le ambizioni critiche di chi compie un’operazione simile. E non perché in questo caso si tratti di qualcosa che ho scritto io. E’ che proprio percepisco, e poi vedo espressa nel corso del tempo, un’attitudine antimorale in questo cancellare perché non si capisce. Poiché, in casi come quello che sto prendendo qui in senso emblematico, non è in gioco l’esito letterario di un testo, bensì la capacità basale di sentire e comprendere di un lettore che non è tale, in quanto ha una sede pubblica in cui spettacolarizzare la sua lettura. Non è in gioco nemmeno l’ignoranza di tale lettore spettacolarizzato (che, assicuro, comunque non coglie l’inversione da Leopardi, ma nemmeno la citazione da Plotino): poiché non è che il testo si faccia per nozioni e per algebre, attività che il lettore spettacolarizzato invece propugna nel mentre la contesta. No: qui è in gioco la risonanza di un’indole linguistica che non riguarda lo scrittore, ma la comprensione elementare del lettore spettacolarizzato stesso. Viene applicata una sintomatica censura del testo, per ragioni ideologiche, ragionando e agendo immediatamente nel modo che segue: non comprendo (il che non significa: “non apprezzo”, poiché il gusto è gusto – qui siamo proprio alla basilarità letterale e cognitiva), cioè capisco parzialmente quello che già sono disposto a capire, dopodiché divulgo quello che ho capito come se fosse una prospettiva integrale. E così si perpetra il ghigliottinamento del testo. L’attacco al testo in forma di censura è indice di una violenza che risiede in ciò: un’incapacità, una falla, un disordine, un disguido, una neurosi nel flusso empatico. Dal cognitivo all’emotivo il passo è addirittura invisibile. Tale è la malattia occidentale, patologia che evidenzia un ammanco di autoconsapevolezza integrale e dunque di consapevolezza integrale.
Spezzare un’unità testuale comporta conseguenze, se si è lettori spettacolarizzati. Per esempio, in questo caso, abradere la sintassi e ignorare il corsivo sul complemento oggetto pronominale significa già derapare nella comprensione di tutto ciò che segue. Addirittura sopprimere l’opposizione interna tra “me” e “io” fa deragliare in partenza la normale attività della lettura. Leggere male significa pensare male. Poi uno è liberissimo di pensare quel che vuole – a meno che non si tratti di un lettore spettacolarizzato, quale sono io in questo istante per esempio. C’è una certa responsabilità che coinvolge il lettore spettacolarizzato, così come lo scrittore, con le conseguenze che un testo ha nei confronti e di chi lo ha scritto (nella scrittura si dà infatti un profondo rapporto con se stessi, a patto che si sia conquistato l’io) e di chi lo legge. Il che, naturalmente, non evita la possibilità di fare la critica alla critica, se la critica è avvertita come un gioco inutilmente misconoscitivo del testo e dell’autore che viene erroneamente identificato col testo. Questa identificazione è una malattia critica che corrisponde a una stupidità metastorica, talmente frequente da essere divenuta banalità di base, pur ammettendo che di base non si può correttamente parlare in questo caso, poiché la base manca del tutto.

Vengo alla spiegazione dell’abc cognitivo di quel movimento triadico, ma metricamente sintatticamente logicamente e filosoficamente unitario. Se io vedo me stesso, introduco una dissociazione: io vede me, cioè io non è me. Me non sono io: agisce un me che non sono io. Agisce, cioè, un ologramma. Io non è un personaggio. Personaggio è il me. Quale personaggio è il me? E’ il personaggio io, solo che non è io. E’ la mimesi più piena che si possa rappresentare, perché conduce alla domanda essenziale: “Che cosa è io?”.
Ora, qui c’è da intendersi: in questo caso, “io” non va interpretato come un io psicologico, per cui io sono un maschio trentanovenne di nome Giuseppe Genna che ha determinate caratteristiche fisiche, emotive, psichiche. Il motivo della citazione da Plotino risiede proprio in ciò: si mira all’attività nuda dell’io, cioè al sentimento della coscienza, che nulla ha di psicologico e tantomeno di biografico. L’io inteso riduttivamente (non concedo nemmeno la patente di riduzionismo a tale acerbissima posizione) come qualificato da rapporto con il somatico, fibrillato dalla scossa emotiva, colmo di qualificazioni psicologiche è in realtà il me: quell’io qualificato in quel modo non è l’io, che è vita continua, poiché è continuamente cadavere, in quanto risulta oggettificabile e oggettificato di fatto. E’ una valva fossile.
Non esiste un momento in cui chiunque legga queste righe non abbia sentito nella propria vita il suo io privo di psiche (la semplice attività di presenza c’è sempre); esistono molti momenti, invece, in cui chiunque ha sentito il proprio io privo di psiche (per esempio: svenendo, dormendo senza sognare…).
Quale autofiction è, dunque, quella in cui il me è distaccato dall’io? Quella in cui l’io dice solamente “Non sono io”? Non è una autofiction. E’ fiction e basta. Non capire questa elementarietà non è attribuibile all’opera dello scrittore, poiché non si tratta di un fatto letterario – è piuttosto imputabile a uno scotoma che definisce lo status (quello sì e psichico ed emotivo e finanche somatico) del lettore in questione.

Una scrittrice che stimo, a proposito di quanto accade all’io in Italia De Profundis, ha affermato, in un momento in cui si è trovata a essere una lettrice spettacolarizzata:

“Poi esistono casi come – per me – quello di Genna, dove la stessa modalità [di utilizzo dell’io nel testo, ndr] è convincente in alcuni libri come Assalto a un tempo devastato e vile (scritto negli anni novanta) o nelle potentissime parti autobiografiche di Dies Irae, mentre ho trovato l’io di Italia de profundis troppo caricato di significati che non riesce a reggere e soprattutto piuttosto di maniera, alla maniera degli scrittori che a un certo punto fanno il verso a se stessi, il che è una cosa assai comune.

Un’analisi perfetta, in quanto l’io in questione non è l’io: è il me, che è per l’appunto di maniera e fa il verso a se stesso (quando il me è solo, è puro verso di se stesso: significa che un distacco è avvenuto). Italia De Profundis non c’entra nulla, ma davvero nulla con Dies Irae: laddove l’io coincideva con il me, e perfino con l’egli nei momenti in terza persona (in Dies Irae, le componenti autenticamente autobiografiche ristanno nel personaggio “Paola C.” e non in quello “Giuseppe G.”). Peraltro, ma è questione di critica di gusto, le potentissime parti autobiografiche di Dies Irae non sono a mio parere per niente potenti: anzitutto perché non sono autobiografiche e in secondo luogo perché fanno scattare nel lettore identificazione per mimesi, che è il contrario di ciò che l’autore sperava di fare e non è riuscito a fare. Per questo motivo, stando a quanto concerne me, il Dies Irae è un libro fallimentare e fallito, mentre Italia De Profundis (che vuole creare identificazione del lettore nel me in cui l’io non si identifica affatto) è un testo riuscito (il me provoca disgusto).
Poi i gusti sono gusti – ma questa è un’altra storia. Anzi: non è nessuna storia, nonostante disperatamente il lettore spettacolarizzato (non è il caso della scrittrice citata, ovviamente) desideri disperatamente creare una storia e non ci riesca, non ci riuscirà mai.

Oltre il tempo che narra

delillo_neqlsIeri sera leggevo un testo di critica americana su Don DeLillo. Emergeva una domanda:

“Il mondo, che è temporale, concede la possibilità di una struttura narrativa – nemmeno solamente lineare, ma comunque narrativa. Il problema è: cosa accade se salta una temporalità del genere? Cioè: cosa accade se noi percepiamo il tempo e il mondo diversamente? Un tempo, intendo, che non concede narrazione per come siamo stati ad accettare la narrazione e tutte le sue infinte possibilità”.

Ecco: tali possibilità non sono infinite, ma indefinite. Se muta la percezione, se l’accento si sposta su chi o cosa percepisce la percezione, la narrazione entra in una fase di retorica ultima. Esiste soltanto un caso in cui ciò avvenga: un percorso di indentramento nel mondo, che è se stessi. Quella che Plotino allusivamente nomina “fuga da solo a Solo” è questo percorso. “La sostanza delle cose”, il “ritorno alle cose stesse” – ecco altre allusioni a quello spostamento di percezione che implica un mutamento stravolgente dell’idea stessa di narrazione.
La narrazione che sembra metafisica si appoggia a una retorica allusiva che la fa immediatamente mitica. E’ il fondo della materia e della percezione della materia che si interroga – e si rimbalza nel buio dell’impossibilità di una risposta immaginale e linguistica, cioè formale.
Resta la slogatura, la cesura, l’assoluta indifferenza temporale. Il personaggio non c’è, l’eroe non c’è. La ricerca (la cerca del Graal, per fare un esempio figurale) è vuota. La trama va a zero.
Ciò non significa che non esista una scrittura all’altezza di una simile percezione della temporalità che non consente l’indefinita narrazione a cui siamo abituati. Anzi: in una prospettiva strettissimamente personale, che non coincide con la mia poetica, posso affermare che l’unica letteratura che mi interessa è esattamente quella che propone una narrazione verticale rispetto all’orizzonte di percezione: e dico da Omero a DeLillo. Reperisco il gesto seminale di questa narrazione in tutta la tradizione letteraria, poetica e prosastica. Trovo che pochissimo, e sempre meno nel nostro tempo, questo gesto seminale sia visto e avvertito ed eventualmente discusso. Oppure viene discusso, ma finzionalmente – coprendo il gesto stesso, equivocandolo, facendolo diventare un’altra cosa.
Ho in mente uno scrittore contemporaneo italiano che ama moltissimo Leopardi e rovinosamente non capisce nulla, ma davvero nulla, di Leopardi: ma eietta una finzione di comprensione. ualunque cosa scriva su Leopardi è un equivoco del gesto seminale verticale – espressione, quest’ultima, che suddetto scrittore farebbe sua immediatamente, concordando con essa e però non comprendendo nulla di essa. Ciò che segue, tratto dallo Zibaldone [602] di Leopardi è equivocabilissimo. E’, tuttavia, il gesto seminale, antinichilistico, radicalmente materialista e cioè veracemente metafisico, che reitera per noi la possibilità di una narrazione che non ha a che fare con il tempo narrativamente indefinito a cui si è abituati:

La mente nostra non può non solamente conoscere, ma neppur concepire alcuna cosa oltre i limiti della materia. Al di là, non possiamo con qualunque possibile sforzo, immaginarci una maniera di essere, una cosa diversa dal nulla. Diciamo che l’anima nostra è spirito. La lingua pronunzia il nome di questa sostanza, ma la mente non ne concepisce altra idea, se non questa, ch’ella ignora che cosa e quale e come sia. Immagineremo un vento, un etere, un soffio (e questa fu la prima idea che gli antichi si formarono dello spirito, quando lo chiamarono in greco pneèma da pn¡v, e in latino spiritus da spiro: ed anche anima presso i latini si prende per vento, come presso i greci cux¯ derivante da cæxv, flo spiro, ovvero refrigero); immagineremo una fiamma; assottiglieremo l’idea della materia quanto potremo, per formarci un’immagine e una similitudine di una sostanza immateriale; ma una similitudine sola: alla sostanza medesima non arriva nè l’immaginazione, nè la concezione dei viventi, di quella medesima sostanza, che noi diciamo immateriale, giacchè finalmente è l’anima appunto e lo spirito che non può concepir se stesso. In così perfetta oscurità pertanto ed ignoranza su tutto quello che è, o si suppone fuor della materia, con che fronte, o con qual menomo fondamento ci assicuriamo noi di dire che l’anima nostra è perfettamente semplice, e indivisibile, e perciò non può perire? Chi ce l’ha detto? Noi vogliamo l’anima immateriale, perchè la materia non ci par capace di quegli effetti che notiamo e vediamo operati dall’anima. Sia. Ma qui finisce ogni nostro raziocinio; qui si spengono tutti i lumi. Che vogliamo noi andar oltre, e analizzar la sostanza immateriale, che non possiamo concepir quale nè come sia, e quasi che l’avessimo sottoposta ad esperimenti chimici, pronunziare ch’ella è del tutto semplice e indivisibile e senza parti? Le parti non possono essere immateriali? Le sostanze immateriali non possono essere di diversissimi generi? E quindi esservi gli elementi immateriali de’ quali sieno composte le dette sostanze, come la materia è composta di elementi materiali. Fuor della materia non possiamo concepir nulla, la negazione e l’affermazione sono egualmente assurde: ma domando io: come dunque sappiamo che l’immateriale è indivisibile? Forse l’immateriale, e l’indivisibile nella nostra mente sono tutt’uno? sono gli attributi di una stessa idea? Primieramente ho già dimostrato come l’idea delle parti non ripugni in nessun modo all’idea dell’immateriale. Secondariamente, se l’immateriale è indivisibile e uno per essenza, non è egli diviso, non ha egli parti, quando le sostanze immateriali, ancorchè tutte uguali, sono pur molte e distinte? Dunque non vi sarà pluralità di spiriti, e tutte le anime saranno una sola.

Dopo tutto ciò, come possiamo noi dire che l’anima, posto che sia immateriale, non può perire per essenza sua propria? Se lo spirito non può perire per ciò che non si può sciogliere, così anche perchè non si può comporre, non potrà cominciare. Meglio quei filosofi antichi i quali negando che le anime fossero composte, e potessero mai perire, negavano parimente che avessero potuto nascere, e volevano che sempre fossero state. Il fatto sta che l’anima incomincia, e nasce evidentemente, e nasce appoco appoco, come tutte le cose composte di parti.

L’ultima frase di questo passo: tremolìo umanissimo di Leopardi, tronco che sente e pena: sente cosa?, ha pena di cosa?

Il silenzio, ovvero la tremenda potenza dell’universale seduzione

[La riflessione che segue ha questa struttura: in prima battuta affermazioni ed enunciazioni che paiono astratte e prive di supporto testuale; infine, il testo a cui miro, che precede queste riflessioni e viene esposto solo all’ultimo]

Esiste un livello ulteriore: l’ultimo non è mai l’ultimo. Però: non all’infinito.
Che cosa intendono certi metafisici orientali, quando letteralmente parlano di “liberazione”? Si affrettano a dichiarare che la parola è inadeguata e falsa: la lettera è inadeguata. Stanno alludendo? Da un lato sì, dall’altro no. Esiste un punto in cui ogni possibilità di allusione è abolita.
kafkasireneL'”assalto alla frontiera” di Kafka non è dunque un movimento di aggressione a una linea di sbarramento, bensì a due. C’è da una parte l’inaudito in quanto inaudibile, da assaltare – e le legioni sono l’allusione. Alludere è il balzo della mente che trascende i nomi ed entra nel silenzio. L’allusione è la retorica più dinamica: talmente istantantea da sbattere il proprio corpo linguistico contro la frontiera, facendo sbalzare la mente, depurata della psiche, oltre gli spazi linguificabili – ovvero, nel silenzio. Questo silenzio che è, che è concretamente l’essere che è qui e adesso, non è un al di là: è un al di là dell’allusione, apparentemente, ma è in definitiva ciò da cui l’allusione stessa emerge per condensazione. Il silenzio è qui e ora, sempre.
Eppure c’è un livello che sta oltre il silenzio. Il silenzio stesso emerge da una sostanza che non è nemmeno alludibile. Il silenzio, l’essere sono alludibili in quanto essi stessi sono potenza qualificata: la potenza delle potenze che possiamo sperimentare percettivamente o meno, laddove tale “meno” significa percepire attraverso ideazione e senza supporto materiale. Le potenze attraversano l’umano, essendo le potenze stesse e l’umano anche “fatti” di essere.
Il silenzio/essere è manifestabile. Qualunque manifestazione si conosca è: è, dunque, “fatta” di essere.
Il silenzio/essere, in quanto manifestabile, è qualificato. Esiste qualcosa (che non è affatto qualcosa) di non-manifestabile, che precede il manifestabile.
A fronte di questa sostanza che nemmeno l’allusione può permettere di avvicinare in quanto proprio non è sostanza, il silenzio/essere si manifesta – in tutta la sua originarietà ubiqua e puntuale, dinamica e statica – quale vuoto che non è tale: in questo caso, è il pieno. Cioè: è una maschera. E, in quanto maschera, può essere strappata.
Ecco dunque che, se l’allusione è la forma ultima di retorica prima dell’extralinguistico che è il silenzio e cioè quanto io chiamo “vuoto”, da un’altra prospettiva l’allusione stessa non è la forma di retorica ultima, poiché, e letteralmente, l’essere stesso è una finzione che può essere strappata. Non esistono gli organi per strapparla. C’è una forma dinamica di retorica, talmente vasta da coincidere con la maschera stessa, che si costituisce come ultimativa in quanto è prima, in questa seconda prospettiva: è la finzione – la finzione tutta.
Muta, più-che-silente, questa potenza non è una potenza: è lo stesso essere. L’essere che coincide con la parola che coincide con il silenzio. E’ l’allusione espressa dall’essere: paradosso per cercare di farmi intendere, poiché l’essere non è il linguaggio e non esprime allusioni, essendo semplicemente e mutamente “sentire che si è”.
Questa potenza totale del manifestabile io la chiamo: il “materno”, cioè il “femminile” o la “Donna”.
La Donna archetipica è una forma di incarnazione lieve e luminosa di tale potenza totale che è l’essere. La donna psichica (che è in ogni umano) è un grado ulteriore di condensazione di tale potenza. Il corpo fisico femminile è un veicolo che deriva ulteriormente per condensazione.
Il silenzio della Donna gesta. La Donna è tuttavia stata gestata. La Donna apre e chiude, in un rimando verticalmente non infinito, il cerchio del manifestabile. Essa partorisce non solo il divenire/parola, bensì il silenzio e la parola, in un parto eonico, istantantaneo, che accade.
L’umano ha la possibilità di alludere alla Donna. Se dalla Donna l’umano è richiamato magneticamente, cioè destinalmente, lo è per una forma di seduzione da parte del manifestabile, che è l’essere – forma di seduzione ha come risposta retorica l’allusione e cioè l’approdo al silenzio.
A questo stadio si colloca il canto di Giuseppina nel racconto di Kafka, di cui ho discusso nella serie di riflessioni sul Personaggio Vuoto:

“Non c’è nessuno che non sia trascinato dal suo canto”.

E non potrebbe esserci: il canto è l’allusione per l’essere e noi siamo. Chi c’è è trascinato dal canto, nel canto: è il canto che non si autoconosce come canto.
Tuttavia esiste la possibilità che l’umano vinca a priori la seduzione, stia al gioco del canto che è silenzio e, per dirla con gli orientali “si liberi”, mentre, per dirla con Kafka, si salvi: smascheri cioè la finzione divina che è la maschera del manifestabile (che è: essere), avendo così accesso al non-manifestabile. Questa cosa non può essere detta per allusione e non può fare riferimento a ritmi (il ritmo è una variazione allusiva continua), ma può essere detta soltanto in maniera letterale (ritmica o non ritmica non importa: la letteralità prescinde dal ritmo, perché si pone fuori dal cerchio dell’allusione). E’, però, questa letterarietà, una maniera scorretta, perché nel non-manifestabile non esiste (non è perché il non-manifestabile nulla ha a che fare con l’essere) alcuna letteralità e neanche la possibilità della letteralità, che è invece potenzialmente attuabile nel silenzio dell’essere.
Si salda infatti a Giuseppina la cantante ovvero il popolo dei topi un altro racconto di Kafka, che dà il corpo di appoggio a quanto ho sopra enunciato solo apparentemente in astratto, poiché la riflessione doveva condurre proprio a questo racconto kafkiano: nuovamente un racconto sul canto e sul silenzio e sul femminile, e, infine, letteralmente, sullo strappo della maschera del manifestabile, sullo strappo della finzione. Il racconto è Il silenzio delle Sirene. Appare Odisseo: qui Kafka centra, a mio parere, il nucleo vuoto dell’epica, attraverso una variazione che non è affatto una variazione: è tutta l’epica. Poi fa sporgere un “pezzo” dal kùklos epico: ed è il passo di letteralità. Mi permetto di mettere in grassetto ed annotare in corsivo tra quadre ciò che leggo nel racconto di Kafka dalla prospettiva in cui (io e senza alcuna pretesa) osservo e dico quanto sopra ho detto:

Dimostrazione del fatto che anche mezzi inadeguati, persino puerili [cfr. dopo: Cristo, i bimbi e il Regno dei Cieli], possono servire alla salvezza [Chi si salva? E’ la salvezza della vita? Questa “salvezza” kafkiana è più della salvaguardia della vita: è lo strappo della finzione totale del manifestabile che è l’essere].
Per difendersi dalle Sirene [questo ostacolo è la siepe leopardiana in quanto ostacolo ed esperienza dell’ostacolo medesimo: è il passo primo di seduzione, l’annuncio della seduzione stessa del materno/femminile che è l’essere, cioè il manifestabile], Odisseo si tappò le orecchie con la cera e si lasciò incatenare all’albero maestro. Naturalmente tutti i viaggiatori [cfr. la figura sapienziale del “viator”: pellegrino sulla strada della realizzazione dell’essere: espressione che è allusione] avrebbero potuto fare da sempre qualcosa di simile, eccetto quelli che le Sirene avevano già sedotto da lontano, ma era risaputo in tutto il mondo che era impossibile che questo potesse servire. Il canto delle Sirene penetrava dappertutto e la passione dei sedotti [cfr. il ruolo di ostacolo e quindi di seduzione delle passioni in qualunque allusione metafisica, da Plotino a Meister Eckhart a Shankara] avrebbe spezzato ben più che catene e albero. Odisseo non ci pensò, benché forse lo sapesse [questa è la potenza dell’allusione: condurre a una zona in cui la mente esiste ma non c’è pensiero, e il sapere è totalmente irrilevante]. Confidava pienamente in quel poco di cera e in quel fascio di catene [questa non è una metafora, ma un’allusione al corpo umano, e fisico ed emotivo e psichico, che è la forma ultima di retorica, cioè l’assalto alla frontiera annunciato dallo stesso Kafka], e, con innocente gioia [cfr. Vangelo di Marco, 10: “Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. In verità vi dico: Chi non accoglie il Regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso”, ma: “Il Regno di Dio è dentro di voi”: si entra entrando, non c’è esterno] per i suoi mezzucci, andò direttamente incontro alle Sirene.
Ora, le Sirene hanno un’arma ancora più terribile del canto, cioè il silenzio [Preannunciata, è la potenza di Giuseppina – cantante una, cantanti femminili in Kafka anche le seconde: il silenzio è la tremenda potenza dell’universale seduzione]. Non è certamente accaduto, ma potrebbe essere [questo è il mèllei, lo stare per, lo stato potenziale che è la qualificazione dell’essere che può manifestarsi: che è il manifestabile] che qualcuno si sia salvato dal loro canto, ma non certo dal loro silenzio [non si dà salvezza dal silenzio: siamo nel silenzio, respiriamo nel silenzio, viviamo nel silenzio, veniamo dal silenzio e nel silenzio saremo riassorbiti: la consapevolezza di ciò, realizzata integralmente, è ciò che l’Orfismo chiamava per allusione Piccoli Misteri e Giovanni chiama Lui]. Al sentimento di averle sconfitte con la propria forza [siamo ancora nell’àmbito dell potenze], al conseguente orgoglio che travolge ogni cosa [questo orgoglio, questa ybris dell’eroe che conquista il silenzio, che sprofonda nel silenzio – questo vuoto è il nucleo tragico a cui ho accennato qui – è l’universale veicolato dal tragico, tanto che, come continua Kafka:], nessun mortale può resistere.

E, in effetti, quando Odisseo arrivò, le potenti cantatrici non cantarono, sia che credessero [se credono, sono nella finzione: vedi dopo] che solo il silenzio potesse vincere quell’avversario, sia che, alla vista della beatitudine [l’essere come beanza: per la metafisica orientale, l’essere è concretamente Sat-Cit-Ananda: essere, coscienza, beatitudine] nel volto di Odisseo, che non pensava ad altro che a cere e a catene, si dimenticassero proprio di cantare.
Ma Odisseo tuttavia, per così dire, non udì il loro silenzio, e credette [siamo al centro della finzione, la quale ha per esito il crederle: l’identificarsi di se stessi con quella] che cantassero e di essere lui solo protetto dall’udirle. Di sfuggita vide sulle prime il movimento dei loro colli, il respiro profondo, gli occhi pieni di lacrime, le bocche socchiuse, ma credette che questo facesse parte delle arie che non udite risuonavano intorno a lui [questa è la finzione: tutto è inganno motivato, tutto è allusivo: è retorica finale, non metafora, non allegoria]. Ma tutto ciò sfiorò appena il suo sguardo fisso nella lontananza, le Sirene sparirono davanti alla sua risolutezza e, proprio quando era più vicino a loro, non seppe più niente di loro [cfr. Plotino sullo sguardo che guarda lo sguardo, lo sguardo che è ciò che guarda, non c’è distinzione tra sguardo e guardato, in Enneadi, I, VII: “Abbastanza fosco, a dire il vero vero, è il pensiero dell’Anima; poiché esso è, per così dire, solo un simulacro dello Spirito e deve perciò volgere lo guardo sullo Spirito; ma lo Spirito deve parimenti volgere lo sguardo su Quello che sta oltre, per natura stessa dello Spirito. Vede Quello, però, senza esserne staccato, giacché Esso è immediatamente dopo di Lui e tra loro, come pure tra Anima e Spirito, non c’è nulla di mezzo.”].
Quelle – più belle che mai – si stirarono e si girarono, fecero agitare al vento i loro tremendi capelli sciolti e tesero le unghie sulle rocce. Non volevano più sedurre, volevano solo carpire il più a lungo possibile lo sguardo dei grandi occhi di Odisseo.
Se le Sirene avessero coscienza, quella volta sarebbero state annientate. Ma sopravvissero, e solo Odisseo sfuggì a loro [si dà, in questo passo, il superamento dei Piccoli Misteri: viene qui annunciato, alluso, prima del passo di letteralità, che in qualche modo Odisseo supera il manifestabile; ciò che in Kafka è “coscienza” corrisponde al “sentire di essere”: che viene trasceso da questa allusione/Odisseo ed è quindi distrutto a fronte della realizzazione della sua stessa fonte trascendente: il non-manifestabile].
A questo punto, si tramanda ancora un’appendice. Odisseo, si dice, era così astuto, era una tale volpe, che neppure la Parca del destino [da qui: superamento del tragico, oltre che dell’epico: ciò è tipico della letteralità] poteva penetrare nel suo intimo. Egli, benché questo non si possa capire con l’intelletto umano, forse si è realmente accorto che le Sirene tacevano e ha, per così dire, solo opposto come scudo a loro e agli dèi la suddetta finzione [non per allusione, ma letteralmente: si descrive il trascendimento dello stato dell’essere – questa letteralità è l’unico modo per dire un simile trascendimento, quindi è totalmente falsa, come i “realizzati” si sono sempre affrettati a dire a proposito di qualunque Scrittura Sacra. La retorica finale in questo caso, non è ciò che fionda, ma uno scudo: non metafora, non allegoria, ma letteralmente “scudo”. La retorica finale è la stessa finzione tutta].

Plotino, dalle Enneadi

Suvvia, entri dentro chi ha cuore e segua le sue orme nei penetrali; non senza però, aver lasciato fuori le visioni dei suoi occhi mortali e guardarsi bene dal volgersi indietro a quei corpi un tempo splendenti.
Plotino, Enneadi I,6,VIII, Mondadori
COME NON INTERPRETARE PLOTINO: L’ERRORE DI GADAMER
Riporto un passo ermeneutico del filosofo Hans Georg Gadamer. Risiedono qui tutti gli errori di cui la filosofia moderna occidentale è preda nell’affrontare la metafisica pratica del Non-Dualismo:
«Di fatto, le trattazioni di Plotino non erano lezioni in senso stretto, ma “esposizioni”. Vorrei aggiungere che anche le nostre lezioni dovrebbero essere “esposizioni”, nel senso letterale del termine: dovrebbero “esporre” qualcosa davanti all’ascoltatore, ed “esporre” lui stesso allo sforzo di vedere. È tutt’altra cosa rispetto alla lectio.
In quello scritto, Plotino ha anche parlato dei tre “stadi”: la natura, l’anima e lo spirito. Non si tratta però di un sistema filosofico. Lo è diventato soltanto in seguito, in parte già con Proclo, e poi, seguendo il destino della filosofia, nell’età moderna. Si tratta, in realtà, di un cammino ascensionale di apertura, che si risolve nell’Uno. Quando la natura si apre, vediamo effettivamente realizzarsi qualcosa che è stato lungamente atteso. Chi conosce il Meridione e ha presente i primi temporali autunnali, quando all’improvviso tutto rinverdisce; chi ha fatto analoghe esperienze di ciò che la natura può offrire, ben comprende che cosa sia quella natura creatrice, che, aprendosi, si specchia in se stessa. In questi casi parliamo di “contemplazione”, ma bisogna intendere bene l’uso di questo termine: non è un semplice contemplare, nel senso di “stare a guardare”, o “dirigere lo sguardo verso qualcosa”. No! Non è così che si specchia la natura; è piuttosto come se i fiori o i frutti fossero interamente assorbiti proprio nella cornice di ciò che sono.… Ovviamente la natura possiede, in questo senso, una incredibile presenza; e ciò mi induce a ricorrere, ancora una volta, a un termine tedesco. Plotino fa uso infatti di immagini, spesso anche molto eloquenti, e una delle sue similitudini più belle è quella della sorgente. Che cos’è, in realtà, una sorgente, una fonte? È acqua che sgorga in continuazione e che alla fine riempie tutti i fiumi e i mari, senza mai venir meno. Questo è il grande mistero: è “dappertutto”. Ho prestato particolare attenzione, meditando su Plotino, al significato della parola tedesca “überall”, “dappertutto”. “Über” (sopra), “all” (tutto); che vuol dire? Più di tutto? Meno di tutto? Al di sopra di tutto? Ciò che è sommo? Oppure ciò che, essendo “sopra tutto”, è anche dappertutto? Ecco il senso della metafora della sorgente: l’acqua – che è dovunque – è l’acqua della fonte. L’espressione tecnica, creata nella traduzione latina per rendere questa idea, è “emanazione”; Plotino viene chiamato “il filosofo dell’emanazione”, poiché l’intero teatro del mondo, che egli “espone” – appunto – davanti agli occhi dello spettatore, questo scaturire di tutte le cose da un’unica sorgente, si spiega proprio così; e infine, dalla molteplicità di tutto ciò che accade, esso ci riunifica, ci assorbe interamente in ciò che “è”. Così si realizza il secondo stadio, dalla natura all’anima.
L’anima non dev’essere intesa come la nostra chiusa interiorità, a suggerire già un concetto cristiano di anima: è pur sempre la nozione greca di anima, cioè la fonte della vita, presente in ogni essere vivente. Anche questa è una sorgente.
[…] Rivolgendo lo sguardo al pensiero di Plotino, vi si scorge comunque qualcosa di quella nascente concezione dell’aldilà di cui il cristianesimo ha fatto dono, con la sua promessa e il suo messaggio, al mondo antico ormai avviato verso il tramonto. Qualcosa di questa atmosfera escatologica appare qui in veste davvero peculiare, non già nella forma del culto, bensì come concentrazione dell’anima e forza spirituale del pensiero. È assente, però, la pretesa che queste realtà umane riescano, da sole, a risolvere il mistero della nostra esistenza, della morte e dell’aldilà. Una tale tendenza era invece diffusa in molti esponenti della filosofia di quel tempo: a proposito di questi fenomeni del mondo tardo-antico si parla della cosiddetta “gnosi”. C’era uno gnosticismo ebraico, come oggi sappiamo, c’era una gnosi greca e una gnosi cristiana. Si tratta di correnti e dottrine che pretendevano di rendere accessibili i misteri religiosi grazie alla forza del pensiero e del concetto. Questo è il grande pericolo in cui si muove sempre la filosofia. Nemmeno Hegel si è salvato da questo genere di critica: è stato detto, infatti, che il suo superamento del mondo della rappresentazione (quello cioè della sfera religiosa) per raggiungere il concetto e il sapere assoluto, altro non è che una gnosi. Ritengo che, nel caso di Hegel, questo giudizio non sia del tutto corretto: egli non ha affermato che la forma del concetto sia separabile dall’altra forma, quella della rappresentazione, affidata al cristianesimo dalla Rivelazione divina. Lo stesso rimprovero potrebbe essere rivolto a Plotino, ravvisando in lui una via della ricerca, che ci condurrebbe infine alla contemplazione dell’Uno. Ma non è affatto così: noi non potremo mai disporre di quest’Uno a nostro piacimento; lo stesso Plotino è riuscito solo due volte, nella sua vita, come racconta, a raggiungere in quest’attimo di pienezza la dimenticanza di sé. Poi, però, comincia una nuova separazione da se stessi: la conoscenza. Io sono qui, distinto dagli altri; la natura è altro da me, e l’intero cammino riprende così da capo. Pertanto, l’ascesa dell’anima non è l’iniziazione a un mistero, bensì un’esperienza che ciascuno può fare, con la forza del proprio pensiero, ma anche aprendosi a quel mistero che domina la nostra vita».