Chlebnikov e il mio stipendio nell’89

di GIUSEPPE GENNA | Pubblicato in origine martedì 26 Luglio 2005

Nel 1989, io sottoscritto, Giuseppe Genna, nel pieno delle mie facoltà psichiche e volitive, essendo depauperato e non in grado di pagare le bollette della casa popolare in cui alloggio abusivo nel quartiere Calvairate, trovo lavoro grazie a Velimir Chlebnikov.
Mia cugina conosce uno piccolo, magro, enorme manager di una casa pubblicitaria in pieno centro a Milano, questo manager ha alcuni problemi di tetraplegismo ma è geniale. E’ quotato. Io non so nulla della pubblicità, ma vado lo stesso, in quei giorni io e il mio amico Brunetto mangiamo solo pasta senza sale per penuria di denaro, ci vado a piedi, non ho nemmeno i soldi del biglietto tramviario. Mi reco nella prestigiosa sede della multinazionale pubblicitaria che inizierà a scricchiolare tra due anni. La pubblicità, in Milano, è l’orda d’oro degli Ottanta. Chiunque è pubblicitario. Tutti i milanesi lavorano nella pubblicità e fanno aperitivi e week end con le modelle, portate in giro grazie a speciali personalità dette “driver” (un mestiere che io e Brunetto, non pagati e nemmeno fidanzati con loro, facciamo per due modelle anni dopo). Morale: faccio un colloquio, cito Chlebnikov, trovo lavoro, io e Brunetto torniamo a mangiare.

Il fatto è che il manager tetraplegico e geniale mi ha indirizzato a uno dei massimi Direttori Creativi del tempo, perché le mie capacità siano debitamente sondate, non disponendo io di esperienza alcuna in campo promozionale. Nemmeno so cos’è la coppia copy-art, che scopro nel colloquio essere il perno organizzativo di un intero universo, la sua intima legge superfisica, e io sono definito un copy potenziale. Entro nello studio del direttore creativo (assillatissimo, mi dice, dai buyer, che non so chi siano, e timoroso soprattutto dei controller, oscure figure germaniche censorie, attaccate ai conti della spesa e strafottenti rispetto a chi ha ambizioni artistiche) e dietro di lui c’è una libreria che diventerà notissima grazie agli interventi televisivi in prima persona di Silvio Berlusconi anni dopo.

Su un ripiano della libreria, una foto seppiata delle dimensioni di un A4: è la faccia di Velimir Chlebnikov.
Conosco Chlebnikov perché mia madre è andata in Russia, con un viaggio organizzato dal Partito, nel 1963 e conosce l’idioma russo. Quando è tornata in Italia dopo quel viaggio ha detto a mio nonno, enorme ammiratore di Stalin, che “lì le cose non vanno bene, non è come sembra qui” e da allora mia mamma è diventata per suo padre “una qualunquista” (per sua madre, invece, no, perché mia nonna si era suicidata quando mia mamma aveva diciotto anni, lanciandosi dopo vari elettrochoc dal nono piano, mentre mia mamma ritornava dall’impiego alla multinazionale Mac&Erickson, dove alle cinque del pomeriggio servivano il té inglese agli impiegati). Mia mamma conosce il russo e io la sfrutto per imparare le sonorità di una lingua sconosciuta (questo non è vero). Dostoevskij fa schifo dal punto di vista acustico, ma Chlebnikov e Mandel’stam, pur senza conoscere i significati dei loro testi, sono musica supermentale allo stato puro. Su POESIA, rivista di Nicola Crocetti, su indicazione di Antonio Porta, leggo le traduzioni da Chlebnikov di Angelo Maria Ripellino. Chlebnikov mi sembra il sosia di Rilke, occhi grigi acquosi in tonalità seppiate ovunque lo veda, sempre in tenuta militare. Le sue poesie sono incomprensibili e perciò mi esaltano. Pattinano certi piccoli esseri su radure di ghiaccio insieme alla primavera. Il sole oscura se stesso lanciandosi nel vaso del tempo sospeso in mezzo a uno spazio non euclideo. Libellule d’oro si involano fittamente delicate su radure magnetiche, la mente è pack, tra le elitre si consuma il ritorno prevedibile del cronosisma. Lo spazio s’arcua. In quell’anno, studio Lobacevskij, Dedekind, Bolyai, impazzisco per le geometrie non euclidee. Imparo tutto nell’esame di logica matematica a partire dalle dispense dello Shoenfield. Giulio Giorello non se lo fila nessuno, ha capelli lunghi e sporchi. Sostengo l’esame della logica matematica al cospetto di un professore a cui manca il mignolo, troncato di netto (dicono: in fabbrica) e io fatico a dimostrare il Teorema di Completezza perché mi incanto su quel moncherino del mignolo. Il canto di Chlebnikov mi pare evidente essere la prima epica non euclidea, con venature di materialismo talmente radicale da coincidere con lo spiritualismo nondualista: la morte è illusoria, si rinasce dopo una fase di buio nel non essere, è matematico che sia così. Il tempo è un raggio di luce calcolabile secondo angoli di incidenza e meccaniche di rifrazione a distanza di millenni. Tutto è ricorsivo non essendolo. Niente è che non è. Il buddhismo dimostrato dal futurismo russo: sono in esaltazione.
Nessuno a cui parli di queste cose mi prende sul serio, sembro un matto, in effetti lo sono. Incomincio le assunzioni di Lexil, una benzodiazepina che secca le fauci per effetto collaterale, quando parlo ho settantasei anni e sembra che abbia appena finito di aspirare una pipa fumata per tre ore continuative. La lingua è salmistrata. La sonnolenza stira le corde dei miei tendini, le palpebre sono accampamenti di kulaki sonnolenti dopo miglia di cavalcata. Mi aggiro a piedi per l’immensa città. Brunetto, sempre in giro su una Uno bianca aziendale (per cui la polizia lo fermerà spesso per controlli, poi verrà fuori che erano i Savi) conta quanti pezzi di prodotti esattamente si vendono in un supermercato, un incarico datogli dalla multinazionale Nielsen. Debord si è suicidato come mia nonna, come Deleuze. Igino Domanin parla di Junger a una festa universitaria a casa di Antonio Scurati ubriaco da cui scappo dicendo che ho un tumore. Pierfrancesco Majorino e io giriamo un video che anticipa Il caso Scafroglia di Guzzanti. Scrivo un saggio sull’utilizzo della parole “come” nella poesia di Maurizio Cucchi, in particolare inDonna del gioco, libro che leggo appena compratolo, al pronto soccorso dove hanno portato mio padre caduto per strada che ha perso un incisivo sul marciapiede e delira: un saggio di venticinque pagine a macchina da scrivere automatica, che pensiona predigitalmente lo sbianchetto, comodità proveniente da un’era anteriore che mi induce a incidere appositamente refusi per cancellarli con il tasto automatico, inettante un liquido che decolora, resta unicamente una traccia per la pressione del carattere impresso grazie a un vorticoso roteare di una sfera metallica sui cui sono impressi contemporaneamente tutti i caratteri del linguaggio e i codici. I miei due migliori amici diventano presto monorchidi, anche se non si conoscono tra loro. Nessuna donna. Lo storico della filosofia Dal Pra è un’ossessione, la sua storia della filosofia brevissima e concentrata mi angoscia, il capitolo lungo ma troppo breve su Hegel (nulla è chiaro) devo apprenderlo a memoria laddove non capisco, non riesco a leggerla e ho travasi di bile (due) ogni mattino al risveglio. Mia sorella mi odia e per un certo periodo mi costringe a dormire, se vado da mia madre, su una poltrona letto larga ventidue centimetri.
Quando dico al Direttore Creativo della multinazionale pubblicitaria che “Quello è Velimir Chlebnikov, poeta transmentale” (da cui si può comprendere una delle origini filologiche del termine “letteratura ultrapsichica”), il Direttore Creativo è allibito e mi dice testuale: “Siamo in due a conoscerlo in Italia”, nonostante sia pieno di slavisti ovunque, soprattutto a Napoli (dove gli slavisti corrispondono, per densità in rapporto alla popolazione, ai pubblicitari in Milano), che fanno tutti parte della estesissima e occulta setta degli ammiratori segreti di Chlebnikov. Sorpasso la prova, mi danno dei soldi (non è vero).
Quindi, l’altroieri sera, quando Paolo Nori per un’ora e mezza legge pezzi di Pancetta per lo spettacolo performance Con stivali di occhi neri sui fiori del mio cuore sul palco nell’ex manicomio milanese Paolo Pini, e racconta tutta la vita e i testi e l’orrenda surreale morte di Chlebnikov, sto bene, nonostante il luogo di igiene mentale dove lo spettacolo viene tenuto, ora dismesso, saturo di vibrazioni palesemente percebili, negative, storie di disagio mentale che io conosco per empatia e sto male, case cantoniere dei reparti in un immenso bosco nero alla periferia nord di Milano, mura su cui sono impresse e cancellate automaticamente dal tempo predigitale le storie di una sofferenza oscura, Hellraiser, il vomito a schizzi sopra le pareti, forse ricalcinate all’interno. Ma poi Nori legge Chlebnikov, io sono su Orione e arriva il ragazzo che ha il Serenase ancora e parla a ruota libera del plusvalore, e Nori ha una nuova stazza da ginnasta, non c’è nessuno, mi perdo tra i casamenti del manicomio al buio, le citronelle incendiate mostrano la strada, escono molti coboldi.

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Chlebnikov, l’onda luce transmentale

Quando stanno morendo

Quando stanno morendo, i cavalli respirano,
quando stanno morendo, le erbe intristiscono,
quando stanno morendo, i soli si spengono,
quando stanno morendo, gli uomini cantano.

chlebnikovI contemporanei lo chiamavano “il genio”. Lo paragonavano all’autore del “Canto della schiera di Igor”. Lo chiamavano “Velimir”, “il padrone del mondo”, nome d’arte, e tanti erano convinti che fosse il suo vero nome. Gli stava bene questo nome pagano.
Alto, un po’ curvo, il profilo aquilino, lunghi occhi azzurri, la fronte alta, una piccola bocca ogni tanto toccata dall’accenno di un sorriso (Chlebnikov non rideva mai). Un’immagine piena di misteri, sorprese e miracoli.
Nato a Tundutovo [Astrahan] nel 1885 (morto a Santalov [Novgo rod] nel 1922), Viktor Chlebnikov (che assunse il nome Velimir per fastidio nei confronti della marzialità del nome reale) studiò matematica all’università di Kazan, si trasferì a Pietroburgo dove entrò nell’ambiente letterario dominato allora dai simbolisti, pronto ad aprirsi a quell’enorme svolta poetica che sarà il futurismo rivoluzionario, di cui Chlebnikov, nonostante l’odio più volte manifestato per l’etichetta con cui il movimento passò alla storia, va considerato a tutti gli effetti tra i fondatori.

Dal sacco si sparsero

Dal sacco
si sparsero al suolo le cose.
Ed io penso
che il mondo
è soltanto un sogghigno,
che luccica fioco
sulle labbra di un impiccato.

Nel 1909 pubblicò con altri il primo almanacco futurista, Il vivaio dei giudici; fu sempre vicino al gruppo futurista e in particolare a Majakovskij. Catturato dall’esercito bianco durante la guerra civile, dopo l’arrivo dei rossi vagabondò per il paese facendo i più disparati mestieri. Morì in estrema miseria e solitudine, in un villaggio di provincia, dopo una vita dominata dal bisogno di libertà, dal rifiuto delle convenzioni borghesi, da un perpetuo nomadismo.

Vento-canto

Vento-canto.
Di chi e su che cosa?
Impazienza
ha la spada d’esser palla.
Gli uomini vezzeggiano il giorno della morte,
come un fiore prediletto.
Sulle corde dei grandi, credete,
suona adesso l’Oriente.
Forse un nuovo orgoglio ci darà
il mago delle splendide montagne,
e, battistrada di molta gente,
indosserò la ragione come un bianco ghiacciaio.

khleb_tnIl nomadismo è una delle caratteristiche della sua poesia, attraversata da una iterazione erratica di figure e immagini che si dispongono con la frammentarietà e il disordine dei disegni infantili e della prospettiva cubista. Tra questi nuclei semantici ricorrenti, unici elementi di coesione in una lirica disarticolata, uno dei più suggestivi propone immagini di civiltà arcaiche, spaccati di epoche remotamente maestose, che Chlebnikov contrappone al trambusto meccanico della civiltà moderna. Nel cercare l’eterna “asiacità”, magica e immota della terra russa, Chlebnikov ricalca a tratti modi dell’epos orale, soprattutto negli interminabili elenchi di nomi antichi, esotici, insoliti, in cui la poesia sembra trovare una primordiale funzione magica. Infaticabile creatore di stravaganti utopie, Chlebnikov ebbe anche quella di una “lingua universale”, una specie di esperanto basato sul significato simbolico delle lettere dell’alfabeto. Questa utopia procedeva da una straordinaria facoltà di ‘sentire’ fisicamente il linguaggio e le sue stratificazioni di senso, facoltà che caratterizza tutta l’opera di Chlebnikov e ebbe il suo sviluppo più appariscente nella sua produzione “transmentale”, le liriche tramate di soli fonemi, ma sempre attente alle risonanze etimologiche. L’opera di Chlebnikov restò in gran parte dispersa in riviste, o inedita, fino a quando Jurji Tynjanov la raccolse in 5 volumi (1928-1933). Per il suo splendido miscuglio di candore e tensione sperimentale, il suo riattraversare in profondità infiniti spessori stilistici, l’opera di Chlebnikov è uno dei vertici della poesia russa del secolo, esercitando un forte influsso su Majakovskij, Pasternak, Zaboloskij.

[thanx to Antenati e Alexandra Voitenko]

khlebnikov-thumb1La poesia messianica di Chlebnikov
di MASSIMO CACCIARI e LUIGI NONO

“E sopraggiunge il tema apocalittico” dice Florovskij commentando l’opera di V. Solov’ëv dopo il 1890. Nell’angoscia apocalittica vivono i poeti che qui citiamo. Il loro tempo è tempo d’avvento. Il loro linguaggio: lamentazione, salmo, profezia. Il momento della catastrofe è indisgiungibile, nel simbolo apocalittico, da quello della redenzione. Tanto violenta appare quella catastrofe da farci augurare, a volte, di non raggiungere mai la salvezza, pur di poterla evitare.
La visione messianica non ha così nulla delle appaesanti fedi progressive che han cercato, di volta in volta, di alimentarsene o di disfarsene – essa sconta in ogni sua fibra la possibilità del fallimento, ma, come il profeta, è inesausta nell’interrogare, nell’attendere. Non è speranza cieca, così come rifiuta ogni fede cieca: comprende il tempo d’avvento. Chi sei? risuona in essa continuamente. Russia, chi sei? Mosca, chi sei? Nome di Donna, chi sei? Chi sei Tu? E Linguaggio, chi sei, per poter dire questo tempo, per poterlo cantare nel suo dramma? È ora di liberare questa poesia dallo stereotipo quietistico e ipocrita del crollo, della disillusione, dell’angoscia dopo il naufragio delle “speranze rivoluzionarie”. Questa poesia vede da sempre il tempo d’avvento come simbolo di speranza e naufragio. Angoscia apocalittica è sperare disperati – credere increduli. Disperare e basta è pessimismo intellettuale – credere e basta trombettismo burocratico.
Questa poesia ha il suo luogo: dove l’Europa fa barriera e ponte verso l’Asia; dove essa incessantemente resiste in sé, nel suo proprio, nel suo ethos, e incessantemente si discute e si interroga. Dove l’Europa inizia-finisce: il territorio de Gli Sciti e I Dodici. Qui soltanto sono possibili nuovi, veri inizi come è possibile una vera fine.
Da questo luogo ora – nel primo ‘movimento’ dei testi che citiamo – vengono immagini di morte. I Messia non hanno redento; la terra promessa si è ricoperta di nevi. Il cardo l’ha ricoperta. Ma come lavora dentro il linguaggio con la pazienza di una talpa che scavi gallerie per il futuro (Mandel’stàm), così Chlebnikov, l’immenso Chlebnikov spacca col suo “rasoio di pietra” i muri che la tengono prigioniera, accusa i “lupi ortodossi” che la incatenano. Li minaccia con le sue “scritture-vendetta”: invenzione, magia, metamorfosi inafferrabile per il potere, forza visionaria, capacità di vedere le cose, ogni cosa, come inaudite.
E se ogni cosa può essere cosi vista – come inaudita, singola, indivisibile – ogni cosa potrà ancora sottrarsi a quel destino di morte cui vuole consegnarla l’inverno dei “lupi ortodossi”. Se sapremo custodire quest’attesa, potremo ancor far “luce al giorno” rifiutare la morte che ora ci viene. Ora ci viene morte, ma non sarà mai la Morte, finché queste voci parleranno – finché Miłosz darà ancora luogo nel suo linguaggio alla patria polacca e in Ungheria si parla la lingua di Ady e in Russia quella di Pasternak. “Io non ho alzato la bandiera bianca”: anche “quando stanno morendo, gli uomini cantano”…

La signora Lenin

un poema di
VELIMIR CHLEBNIKOV

Personaggi:
Voce della Vista
Voce dell’Udito
Voce della Ragione
Voce della Memoria
Voce della Paura
Voce del Tatto
Voce della volontà.

TEMPO DELL’AZIONE: due giorni nella vita della signora Lenin, separati da una settimana.
Penombra. L’azione si svolge davanti a una parete nuda.

I Atto

Voce della Vista. E’ appena finita la pioggia e sulle estremità curvate del giardino buio pendono gocce di acquazzoni.
V. dell’Udito. Silenzio. Si sente qualcuno aprire il cancello. Qualcuno cammina sul sentiero del giardino.
V. della Ragione. Dove va?
V. della Fantasia. Qui si può andare in una sola direzione.
V. della Vista. Gli uccelli si sono alzati, spaventati da qualcuno.
V. della Fantasia. Dallo stesso che ha aperto la porta.
V. dell’Udito. L’aria è colma di un fischio terrorizzato, rimbimbano passi sonori.
V. della Vista. Sì, si avvicina col suo passo non affrettato.
V. della Memoria. E’ il dottor Loos. E’ venuto non molto tempo fa.
V. della Vista. E’ tutto in nero. Il cappello abbassato sui ridenti occhi azzurri. Oggi, come sempre, i suoi baffi rossicci sono sollevati verso gli occhi e il viso è colorito e sicuro di sé. Sorride, è come se le sue labbra dicessero qualcosa.
V. dell’Udito. Dice: “Buongiorno, signora Lenin”. E anche: “Non trovate che oggi sia una splendida giornata?”.
V. della Vista. Le sue labbra ridono con disinvoltura. Sul suo volto c’è l’attesa di una risposta. Il suo volto assume un aspetto severo. Il suo volto e la sua bocca assumono un’espressione ridente.
V. della Ragione. Fa finta di perdonare il silenzio. Ma io non risponderò.
V. della Vista. Le sue labbra assumono un’espressione insinuante.
V. dell’Udito. Chiede di nuovo: “Come va la salute?”.
V. della Ragione. Rispondigli: “Benissimo”.
V. della Vista. Le sue sopracciglia si sono mosse giocosamente. La fronte è corrugata.
V. dell’Udito. Dice: “Spero che…”.
V. della Ragione. Non ascoltare quello che dice. Presto ti saluterà. Presto se ne andrà.
V. dell’Udito. Continua a dire qualcosa.
V. della Vista. Le sue labbra non smettono di muoversi. Ha uno sguardo molle, implorante e gentile.
V. della Congettura. Sta parlando di qualcosa di necessario.
V. della Ragione. Lascia che parli. Non avrà risposta.
V. della Volontà. Non avrà risposta.
V. della Vista. E’ meraviglioso. Fa un movimento con la mano. Un movimento timido.
V. della Ragione. E’ necessario dargli la mano, un rito insopportabile.
V. della Vista. Il suo tubino nero fluttua nell’aria, si solleva e ricade sui riccioli rossicci. Si è voltato con le nere spalle diritte sulle quali c’è un pelo caduto da una spazzola. Si allontana.
V. della Gioia. Finalmente!
V. della Vista. Diventando sempre più scuro, balena tra gli alberi.
V. dell’Udito. Sento dei passi in fondo al giardino.
V. della Ragione. Non tornerà qui.
V. dell’Udito. Il cancello sbatte.
V. della Ragione. La panchina è umida, fredda, tutto è silenzioso dopo la pioggia. L’uomo se n’è andato, torna la vita.
V. della Vista. Il giardino umido. Il disegno di un cerchio tracciato da qualcuno. Impronte di passi. Terra bagnata, foglie bagnate.
V. del Giudizio. Qui soffrono. C’è il male, ma non lo combattono.
V. della Coscienza. Il pensiero vincerà. Tu, solitudine, sei la compagna del pensiero. Bisogna evitare gli uomini.
V. della Vista. Colombi che si posano. Colombi che volano via.
V. dell’Udito. Si è aperta di nuovo la porta.
V. della Volontà. Taccio, evito gli altri.

Fine del I Atto

II Atto

V. della Coscienza. Le mani si sono mosse e le dita incontrano il freddo nodo della camicia. Le mie mani sono incatenate, i piedi scalzi, e sento il freddo del pavimento di pietra.
V. dell’Udito. Quiete e silenzio. Io sono qui.
V. della Vista. Cerchi azzurri e rossi. Roteando, continuano a spostarsi. Buio. Lucerne.
V. dell’Udito. Di nuovo passi. Uno, due. Fanno rumore perché tutt’intorno c’è silenzio.
V. della Paura. Chi è?
V. dell’Attenzione. Andavano verso là. Hanno cambiato direzione. Ora vengono qui.
V. della Ragione. Qui, solo da me. Vengono da me.
V. dell’Udito. Si fermano. Tutto è silenzioso.
V. del Terrore. Presto la porta si aprirà.
V. dell’Udito. Schiocca la chiave.
V. del Terrore. La chiave gira.
V. della Ragione. Sono loro.
V. della coscienza. Ho paura.
V. della Volontà. Ma la parola non verrà pronunciata, no.
V. della Vista. La porta si è aperta.
V. dell’Udito. Ecco le loro parole: “Signora malata, siate così gentile di venire. L’ha ordinato il medico”.
V. della Volontà. No.
V. della Coscienza. Tacerò.
V. della Vista. Sono tutti intorno.
V del Tatto. Una mano sfiora la spalla.
V. del Ricordo. …un tempo bianca.
V. del Tatto. Hanno sfiorato il pavimento i capelli.
V. del Ricordo. …neri e lunghi.
V. dell’Udito. Dicono: “Tienila per la testa, prendila per le spalle. portiamola. Andiamo”.
V. della Coscienza. La portano via. Tutto è finito. male universale.
V. dell’Udito. Giunge la voce: “La malata è stata trasportata?”. “Macché!”.
V. della Coscienza. Tutto è morto. Tutto muore.

Fine