“Reality. Cosa è successo” sul Corriere della Sera



Inimmaginabile, eppure reale Viaggio nell’apocalisse Covid
Incubi Giuseppe Genna racconta i giorni più tragici e sconvolgenti della pandemia in Italia (Rizzoli)

Di Stefano Montefiori
[Corriere della Sera, 30 luglio 2020]

Un libro sul coronavirus, sul lockdown, su come lo ha vissuto l’Italia. Ovvero sull’argomento forse più coperto dai media della nostra epoca. Ore e ore di trasmissioni televisive, tonnellate di pagine di giornali, milioni di caratteri sui siti di informazione. In questi casi, si può scegliere un angolo di attacco, o magari lasciare sedimentare i fatti, riprenderli una volta che siano più distanti e chiari per non correre il rischio di raccontare per l’ennesima volta qualcosa che si è appena letto, visto, vissuto. Con Reality (Rizzoli) invece Giuseppe Genna si butta a capofitto, subito, nella tragedia italiana, raccontandola mentre si svolge, e riesce comunque a dare al lettore una visione unica, incomparabile con quanto è già stato descritto da altri, perché lo sguardo — e la lingua — di Genna sono peculiari, inconfondibili.

«Siamo attoniti», scrive l’autore alla quarta riga, e questa è forse la chiave di tutto il libro (e dell’opera di Genna): l’impossibilità di accettare la realtà per quel che è, lo stupore di fronte a fatti della vita ai quali gli uomini tendono ad abituarsi in fretta. In passato sono stati Vermicino, o la morte di un neonato, o più banalmente i villaggi turistici o l’estetica berlusconiana o gli aperitivi milanesi. Capiterà, se non sta già capitando, con le mascherine. Leggendo Genna si ha spesso l’impressione di averlo lì vicino, che ti prende per il braccio e ti dice «ma ti rendi conto? È pazzesco», e ha ragione, è tutto pazzesco, e questo approccio serve a scuotere il lettore quando gli parla delle biciclette Graziella dell’infanzia così come quando Genna affronta l’inaudito, cioè l’epidemia a Milano, per qualche tragica

settimana capitale mondiale del coronavirus.

Scrittore milanese, 50 anni, Genna trova nella crisi sanitaria e nel lockdown l’occasione per offrire un nuovo capitolo del racconto di Milano che egli ha intrapreso da tempo. «Una metropoli che si è glitterata nell’ultimo decennio, una pandemia del consumo veloce, il piombo reso oro atomicamente. La capitale immorale della nazione Italia, ma priva delle dolcezze italiane, disattenta e attrattiva, die

ci milioni di turisti l’anno. Produce. Produce e produce. (..) Milano a ondate elettriche si accende e la guardano le metropoli del pianeta. E adesso è buia».

Genna percorre Milano con la Vespa «male in arnese», un viaggio da Linate verso il centro che poi lo porterà negli ospedali, e tra i tossici di Rogoredo e al mercato ortofrutticolo, e nella Bergamo del sindaco Giorgio Gori, quell’uomo con «la faccia tra la faina e il perfezionismo» che gli ricorda le marionette di Gerry e Sylvia Anderson nella tv per ragazzi: «Le labbra un poco a ciliegia ma strette si muovono al modo di certe marionette in alcuni telefilm fantascientifici degli anni Sessanta, pupazzi con bocche umane filmate sovra impresse, si muovevano in asincrono, con le labbra troppo rosse e i denti in evidenza, Thunderbirds era il titolo, forse».

Probabilmente solo da Genna ci si può aspettare un passaggio sui Thunderbirds mentre racconta di Bergamo, o sulla «magrezza tiroidea» di Pietro Mennea quando affronta la questione dei runner. Ma non si tratta del solito espediente di mescolare alto e basso, di usare la cultura pop come strumento per strappare interesse. Genna sembra scrivere in stato di trance, il destino fantascientifico di Milano si compie inaspettatamente qui e ora, con decenni di anticipo, e lo scrittore reagisce raccontando quel che vede ma anche quel che ricorda, con associazioni improvvise e impreviste, costretto a guardare l’orrore con gli occhi spalancati come Alex nella cura Ludovico di Arancia Meccanica.

Reality è il racconto di un mondo che era stupefacente anche prima, e che adesso ha solamente cambiato modo di essere straordinario. C’è la Macarena cantata e ballata in modo rallentato, mostruoso, sui balconi, c’è il malato che urla insulti ai medici e «appartiene a una ben nota classe bastarda (..), la quale sta fra la cosiddetta classe media e la cosiddetta inferiore e riunisce taluni difetti della seconda con quasi tutti i vizi della prima, senza avere lo slancio generoso dell’operaio né l’ordine onesto del borghese», e c’è anche il fatto che «bisogna raccontare gli scaffali svuotati. Nessuno di noi aveva mai visto prima il fondo della scaffalatura al supermercato, era un segreto che detenevano soltanto gli addetti a riempirli». Genna sembra avere depurato la sua lingua, sempre unica ma più efficace, al servizio di un viaggio psichedelico nella realtà che tutti vedono, ma non così.

«Siamo attoniti», scrive l’autore alla quarta riga, e questa è forse la chiave di tutto il libro

La Reality imposta dal virus: l’eclissi dell’intellettuale

Era ben chiaro che l’orizzonte dell’italiano fu ed è e sarà sempre il litorale. Era anche prevedibile che, dopo una contenzione e un’incertezza biologica durata mesi, le masse scegliessero il recupero, la spensieratezza, ammesso che la pensieratezza fosse il pensiero. Era inoltre plausibile che il distanziamento sociale fosse un’etichetta sballata, in luogo della distanza fisica. Ci ritroviamo, quasi soli al mondo, ad amministrare una ragioneria della morte che prevede una decina di cadaveri al giorno, anziché le cifre sconvolgenti che colpiscono molte nazioni del pianeta, nel momento in cui la pandemia infuria. Non si sarà mai abbastanza grati al governo e agli esperti incaricati per avere contenuto i danni e ottenuto, più o meno misteriosamente, questa bolla di sanità pubblica tra picchi di contagio e assenze della memoria a breve termine. Di fatto, si vive normalmente, ma nulla è normale. Gli economisti ritengono di riunificare i cocci del vaso per ricostruirlo, quando c’è invece da darsi all’edilizia e non alla ceramica. Nessuna legge economica torna più, appare tutto mestamente incomprensibile, non ci si pone il problema che il soggetto economico in questo momento è il virus stesso e la circolazione di beni e i circuiti di scambio coincidono con la pandemia stessa: è la sua dinamica, il suo trasporto e la sua distribuzione a trionfare. La politica è sotto scacco, perché vengono al pettine nodi che stavano aggrovigliandosi e che l’epidemia ha accelerato nell’espressione e non nello scioglimento: servono leadership collettive, ripensamento dei contratti a partire da quello basale che è il contratto sociale, le reti metropolitane scavallano i confini e si propongono come soggetti multipli e coordinati per governare il passaggio a un’epoca successiva. L’arte è distratta e infartuata nella sua illusione di produzione industriale, legata agli eventi e alle manifestazioni, tanto quanto alle immaturità dei narcisi sfioriti, che fanno memorialistica o produzioni di ideine, intollerabili già prima del virus e gravemente grottesche adesso, tra romanzi storici e thriller del tutto non necessari, serie televisive young adult e modern family à go go, azzeramenti della settima arte e blocco delle creazioncine comunicative a 5mila euro l’anno per masterclass inutili ancorché dannosi. Un sistema simula se stesso, in questa simulazione si vede bene che il simulacro era un sarcofago, per etimologia un “mangiatore di carne”. Mi pare che si stia vivendo una sostanza storica eccezionale, sembra di essere in un grand canyon in attesa della rocciosa sponda opposta rispetto a quella di provenienza, in un agone tragico perché massimamente ambiguo, con il pianeta unificato dal sentimento della morte, dal fantasma dell’estinzione di specie, da un colpo inferto al corpo emotivo di tutto il globo, un’umanità rotta per trascinamento, che tiene in mano come una bambina i meccanismi frantumati di un gioco che prima funzionava male e ora è irricomponibile. A maggior ragione mi sconcerta, ai limiti dell’indignazione, questa assenza della mediazione che il pensiero commina a se stesso attraverso il vaniloquio degli osservatori preposti a vedere più che a guardare. Dove sia la parola profetica, che mantiene la promessa di ciò che succederà, è l’autentico noir e l’enigma sempre semifinale, che dice il destino magro di una funzione fondamentale, che pare oggi completamente esaurita. Cosa facciano dicano pensino esprimano i colleghi scrittori artisti filosofi sociologi intellettuali in genere, a oggi, è un mistero, che si risolve in una grande, grande immoralità. La spiritualità parla per via biologica e nessuno intona la danse macabre o il canto di primavera. In questa faglia mitologica, che è tale perché l’orrore è un elemento quintessenziale del mito, l’umanità a me contemporanea sembra tacere la parola, l’intonazione, lo scongiuro, la maledizione o, più urbanamente, la critica. Proprio in questa faglia, per quanto concerne il piccolissimo che sono e che rappresento, ho scritto “Reality” per parlare il linguaggio che va a zero all’orizzonte della mia specie e della sua passata senescenza, che ora si fa rinnovata in modo radicale e potente, in uno spazio che va da Marte al foro interiore nel cuore di ognuno. Mi sia permesso il prolasso e l’accusa ai coetanei, alla fraternità spezzata e ritrovata su altri piani, su orizzonti altri.

Esce “Reality. Cosa è successo”

Oggi, 14 luglio 2020, esce “REALITY”, il mio nuovo libro, edito da Rizzoli. E’ un testo composto vertiginosamente durante la fase iniziale e più acuta della pandemia da Covid. Inizia dunque oggi l’avventura? No: continua, è diverso. I giorni del lockdown hanno costituito una tragedia per un coro muto, mentre si alzavano le grida impressionanti di chi suo malgrado, con immensa pena, di quella tragedia è stato eroe – poiché chiunque è sempre eroe, anche il coro. I morti – i morti: queste vite, queste storie, questi universi sono stati cancellati, con immenso dolore loro e malcerta sofferenza nostra, attutita perché molte persone non hanno accusato lutti. Il tempo si è materialmente piegato sui morti. Ho scritto nella morte, nello spazio della vita che sente i morti, in modo distratto o furioso, nell’infarto dell’aria. Questa scrittura continua, non inizia mai e nemmeno finisce (si spera che neanche sfinisca). Da oggi, dunque, il nuovo libro “Reality – Cosa è successo” comincia il suo controcontagio, libro patologico come ogni libro deve essere a mio parere. Ringrazio già da ora chi avrà la bontà di leggerlo. E’ per i morti, è per i vivi – quello che potevo fare, nel mio piccolissimo.
Qui di seguito, il testo dell’aletta del libro: “L’inimmaginabile accade. Da Oriente a Occidente l’epidemia di Covid-19 dilaga come una peste destinata a cambiare la vita umana sul pianeta Terra. Le metropoli si spengono. I supermercati si svuotano. Le strutture del sistema collassano. Metà della popolazione mondiale è reclusa in regime di quarantena.Giuseppe Genna scivola tra le maglie del lockdown per riempire di parole l’orrore impronunciabile, restituito a malapena dalla numerologia dei morti, opaco agli sguardi che spiano il mondo desolato. Sfida la notte blindata nelle strade di Milano, Wuhan d’Europa, per indagare i giorni della pestilenza. Accede a luoghi interdetti, penetra nei reparti infetti, nei cimiteri sull’orlo delle fosse comuni, nelle case dove giacciono – insepolte – le salme. Si incunea nelle stanze del potere e nelle carceri in rivolta, nei poli logistici e nelle residenze per anziani decimate dal virus. Interroga le immagini spettacolari, e indimenticabili, dell’apocalisse: il sonno di un’infermiera che dorme per la stanchezza e il dolore, il procedere lento del convoglio militare che trasporta le bare via da Bergamo, lo sconvolgente rito celebrato dal Papa in una piazza San Pietro deserta. Attraversa l’età del disastro globale, i gironi di un inferno fisico e spirituale fino a riveder la luce di una speranza incerta.Reality narra ciò che è successo e, come nella Chernobyl di Svjatlana Aleksievic, coglie l’essenza malata di questo tempo. È resoconto di universi che crollano, tragedia classica in epoca contemporanea, diario della contaminazione, coro del disastro. E della salvezza.”

La pandemia che assaltò un tempo devastato e vile

Nella più recente versione di “Assalto a un tempo devastato e vile”, edita da minimum fax, risulta che nell’estate 2009 io scrivessi questo: “Sono fatto accomodare direttamente davanti all’astanteria del pronto soccorso e qui almeno venticinque anziani sotto ossigeno parlano nonostante le maschere dell’ossigeno, sono morenti, si vede vizza la loro pelle gialla, piagata, i vestiti privi di una qualunque coerenza stilistica, quella sorta di slacciamento finale che anticipa in estetica quanto accadrà in fisiologia. Il golfino marrone chiaro, i pantaloni verde marcio in un tessuto poco spesso, le scarpe traforate, il vicino indossa un pullover a scacchi multicolori e tiene un basco sulla nuca pelata e parlano da sotto la maschera per l’ossigeno, fittamente, dell’influenza A, la Suina, la Nuova, la pandemia che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha indicato come la versione rinnovata della Spagnola, tutti sono terrorizzati, il primo morto a causa di influenza A non è morto a causa di influenza A, a Napoli, nessuno è andato al suo funerale per la paura, le scorte di Amuchina si sono esaurite in poche ore, anche a Milano, per via degli annunci tremendi sulla pandemia che va interrotta interrompendo le strette di mano per via dei germi, tutto deve essere disinfettato. Sono più di venticinque vecchi, tossiscono, gravi in insufficienza respiratoria, una sorta di coro tragico disposto su una skenè fintamente tecnologizzata, borbottano, hanno paura, sono terrorizzati, dicono che moriranno per l’influenza A mentre stanno morendo per un virus parainfluenzale, non si accorgono che stanno morendo adesso, parlano di quando moriranno dopo, la parola “pandemia” viene pronunciata un numero impressionante di occorrenze.
La pandemia è l’annuncio della pandemia.”

“Io Hitler” e la questione dell’oscenità

Ierisera mi sono trovato a discutere, con un funzionario editoriale, della postura poetica che assunsi nel corso della difficoltosa progettazione e della piuttosto angosciante stesura di “Io Hitler”. Ne ho tratto due sensazioni, antagoniste e complementari. La prima è questa: la bellezza di riuscire ancora a scontrarsi per ragioni di poetica e di filosofia. La seconda è la seguente: la difficoltà di reggere l’argomentazione su un testo che desidera essere letterario abolendo la letteratura. Quanto alla prima impressione, sono rimasto davvero colpito dal constatare che, per quanto mi riguarda, la discussione collettiva dei testi è una delle ragioni prime e fondanti con cui mi accostai alla poesia, così come alla prosa in un momento successivo. Questo spasmo della dialettica, il “no” duro che non esaurisce il confronto, mi appare una fonte di ossigeno nel tempo nuovo, che continua a essere nuovo pure essendo previdibilissimo, ciononostante risultandomi in qualche modo ipossico. Quanto alla seconda sensazione, mi confermo dopo anni nel ribadire una posizione di assoluta fermezza e intransigenza poetica circa l’oggetto della presunta narrazione, che per me proprio non poteva risultare tale, ovvero non poteva essere narrazione. Ogni manipolazione fantastica intorno a Hitler o a leggende immaginarie che, utilizzando il nazismo, coprono l’assolutezza e l’intangibilità di un’evenienza non semplicemente storica, quale è Hitler, che per me non è un fatto tra fatti. La corrispondenza letteraria alla nozione di “non-persona”, elaborata dal biografo Fest, mi è sempre sembrata traducibile in termini di “non-letteratura”, sia in senso stilistico sia in senso inventivo. Per me la cosa si giocava tutta in questo: so per certo che Hitler in una determinata occasione ha mangiato coste e patate lesse, mi avvicino con l’occhio e descrivo la manducazione di quei cibi – da lì può scaturire qualcosa che non è osceno, nel senso che non inventa un’azione, finendo così per elaborare una sia pur minima giustificazione mitografica di Hitler stesso. Io volevo evitare quella possibile oscenità. Non voglio assolutamente impedirla a nessuno, ma io voglio assolutamente evitarla. Di fatto, ai tempi, le critiche al libro, estremamente feroci, da parte di D’Orrico e Cortellessa, installavano come principio espressivo proprio il frame di ciò che io avvertivo come osceno e che ero ben contento di avere evitato, magari annoiando a morte il lettore. Sono, a mio modo di vedere, problemi del lettore, quelli della noia rispetto a Hitler. Non arretro di una sillaba, su questo.

Esce “Romanzo nero” (Mondadori): tutti i thriller in un unico libro

Scopro che da ieri è in tutte le librerie l’edizione completa e compatta di “Romanzo nero”, il titolo che ho dato all’insieme dei noir e thriller che ho firmato in un decennio, dal 1999 al 2009. Sono cinque titoli, presentati in un continuum: “Catrame”, “Nel nome di Ishmael”, “Gotha” (ho ripristinato il titolo originale, era stato pubblicato come “Non toccare la pelle del drago”), “Grande Madre Rossa” e “Le teste”. Il protagonista è sempre l’ispettore Guido Lopez, nome mutuato dall’erudito autore di una celebre guida storica su Milano. Lopez nasceva inizialmente come omaggio a mio padre e a mio zio, lettori appassionati del ciclo di Maigret, e per venerazione nei confronti di Simenon. Tuttavia non c’era alcun intendimento di imitare l’inimitabile, avendo tra l’altro preoccupazioni e ossessioni molto distanti da quelle che impulsavano il maestro belga. Mi interessava, così come mi interessa ancora, utilizzare la forma nera come traccia e percorso di una metafisica che si rendeva esplicita, sia pure in una forma teologica. Tale prospettiva andava in convergenza parallela rispetto alla storia politica e civile del nostro Paese, da Mattei a Moro a Tangentopoli, così pure come andava in convergenza parallela con il piano internazionale che l’intelligence sostanzia e presidia – non si comprende perché le convergenze parallele debbano essere tra *due* e non *tre* linee. L’idea era dunque di occupare e stravolgere un genere, quello nero, che al momento in cui iniziai l’intrapresa era considerato in Italia una serie cadetta rispetto alla letteratura, a parte le eccezionali eccedenze costituite dalle eccellenze, ovvero essenzialmente Sciascia, a cui proprio guardavo (insieme a Simenon e al grande siciliano, era tra l’altro lo Handke de “L’ambulante” a catturarmi lo sguardo). Era altrettanto evidente che questo genere, popolarissimo e bistrattatissimo dalla critica (ma non dalla teoria), sarebbe divenuto il dominus del *mercato* e il divoratore di ciò che un tempo fu detto “secondo binario” (detta rudimentalmente, il mainstream come primo binario e la qualità come secondo). Inoltre si giocava, in quel tempo, una partita che non in molti erano in grado di prevedere e cioè la questione della serialità come perno della percezione nel contemporaneo, il che sarebbe risultato effettivo nell’arco di un decennio, fino a oggi. In questo campo di forze, provenendo dalla scrittura poetica, in cui mi sono formato e non ho smesso di formarmi, tentavo di introdurre anche una questione formale, che verteva sullo stile, e che potrei tradurre in questo modo: come fosse possibile che la problematica formale venisse ridotta all’antagonismo tra paratassi (per esempio: Ellroy) contro ipotassi, anziché in termini di ritmica assoluta, cioè non soltanto accentuativa, ma anche immaginativa. Entro pochi anni qualunque opzione sullo stile sarebbe evaporata o si sarebbe ridotta non tanto a discussione di nicchia, ma addirittura ad azione di nicchia (chi oggi lavora stilisticamente?). Ponevo domande, insomma. Proponevo risposte? Questa è ancora una domanda. Ora quelle domande, che sono storie raccontate da me (da me?), sono compattate in un volume di 1452 pagine, che costa 17 euro, edito per Mondadori nel marchio dei tascabili, Oscar. Spero che interessino.

“Io Hitler”: la nuova edizione

Mi pare di capire che sia oggi definitivamente in libreria. Ha ripreso il suo titolo originale, “Io Hitler”. C’è una postfazione inedita, che inizia così: «A distanza di dieci anni dalla pubblicazione questo libro rimane un alieno. Non è un romanzo e non è un saggio, non è cronaca e non è dramma. Questo libro è un alieno perché l’alieno è il suo oggetto, che è doppio. Ripristinando il titolo originale, “Io Hitler”, si mette in luce la natura bifida dell’oggetto: da un lato c’è l’io e dall’altro c’è Hitler. Distinti, essi sono una cosa sola. Nel luglio 1930 Hitler pubblica sul giornale di partito, il Völkischer Beobachter, un articolo in cui traccia il bilancio della crisi dei nazisti tedeschi, che lui ha risolto: si contano in questo intervento centotré occorrenze della parola “io”. Il pronome è legione, nel caso della prima persona, “il più lurido dei pronomi”. Il nome Hitler è il più lurido dei nomi? È legione? Se Hitler è la persona Hitler, si tratta dell’individuo, ma la tesi di molta storiografia e sicuramente della teologia della Shoah (che costituisce l’ago della bussola per quanto concerne il presente libro) è che Hitler sia allo stesso tempo Hitler e più che Hitler o, per dirla con lo storico Joachim Fest, egli è la “non-persona”: privo della basale empatia e della prova di realtà, questo io gonfiato invade la vicenda del Secolo Breve e la staglia nell’inferno che accoglie da sempre le tragiche prodezze della specie umana sul pianeta Terra…»

Orgoglio Mondadori: negli Oscar la nuova edizione di “Io Hitler” e l’intera pentalogia dell’ispettore Lopez in un unico volume

Notizie praticamente eccezionali sui libri del Genna a favore di lettrici e lettori: a marzo viene ripubblicato in nuova edizione da Mondadori negli Oscar il romanzo “Hitler”, che riacquisisce il titolo originale “Io Hitler”; a luglio, e questo per me è appunto l’eccezionale, i cinque thriller noir con protagonista l’ispettore Guido Lopez saranno pubblicati in un unico volume, una sorta di Meridiano thrilling, un opus magnum della mia produzione di genere, una pentalogia che include “Catrame”, “Nel nome di Ishmael”, “Non toccare la pelle del drago” (che riacquisirà il titolo originale: “Gotha”), “Grande Madre Rossa” e “Le teste”. Ne sono entusiasta, è un onore e un orgoglio che mi fa il mio storico editore. Tutto ciò spinge potentemente alla stesura del nuovo romanzo, che è in corso e che da adesso accelera. Il ringraziamento non va soltanto agli Oscar Mondadori, ma coinvolge tutte le lettrici e tutti i lettori che, in qualche modo fedeli negli anni, hanno permesso questo risultato: davvero grazie, amiche amici.

Da “History” (Mondadori): Padre Steiner

C’è un personaggio che non smette di tormentarmi, di urlarmi addosso, di interessarmi. E’ improvvisamente comparso in “History” (Mondadori, 2017), il mio ultimo romanzo, e non se ne va più. Questo libro pure non smette di tormentarmi con alcuni universali, di cui nella narrazione si tenta di non sciogliere l’ambiguità. Così l’Intelligenza Artificiale propone il problema della coscienza e della mente, dei segmenti paterno materno e filiale, della patologia, del futuro collassato nel presente, dello horror, della suspence, dello stato finale della lingua nell’età delle macchine, della violenza, del consumo, dello spettacolo che ha trasceso se stesso e, ovviamente, di dio. Di dio o del prete? Entrambi. Il personaggio che continua a molestarmi è proprio un sacerdote: si chiama Padre Steiner. Fa irruzione nel romanzo in modo incongruo e virulento. Continua ad agitarsi, non cessa di violentare l’ostensorio. Qui di seguito pubblico il capitolo in cui fa la sua veemente e distonica irruzione. Eccolo:

PADRE STEINER

«Per la metropoli infinitamente mi aggiro in un moto irrequieto e continuo, a velocità sostenuta e impraticabile, concentricamente penetrando l’aria blu cupa nella città circolare, tutto è un nord e io lo punto e mi dirigo a nord nel gelo, un grigiore metropolitano lievitato sotto le luci fitte di insegne ed esercizi commerciali in dismissione, attraverso le zone di massa o le periferie sequestrate dai rifiuti, dagli armadi dismessi, dalle bombole del gas esauste, dai carrelli di supermercato con le ruote spaccate e le griglie metalliche divelte, e gli automatici dei tabacchi e le poche persone serie, pochissime, prendo la radiale e miro al centro cupo della metropoli aggiornata con i grattacieli, il cielo basso aumenta la pressione, grigiolatteo, o, di notte, tra le luci segnaletiche degli aerei che decollano, avvertendo sfolgorare tube e archi nel vento glaciale o nel favonio, tube e archi celesti pizzicati dalle dita d’oro di un dio immaginario, finzionale e nondimeno acuto, dita auree che pizzicano l’aria blu cupa sopra la città d’inverno. Continua a leggere “Da “History” (Mondadori): Padre Steiner”

Il personaggio vuoto del Proprietario, tra “Fine Impero” e “Loro” di Sorrentino

Più prima che poi mi darò a osservazioni su “Loro” (1 e 2), il film di Paolo Sorrentino, ora che è passata la buriana di pareri a ridosso dell’uscita. Per ora, mi limito a considerare che per la seconda volta mi trovo implicato in un nodo poetico, che io, coi miei miserabili mezzi, e Sorrentino, con ben altri mezzi, abbiamo tentato di sciogliere, in direzioni e prospettive assai diverse. Il primo nodo poetico era costituito dal fenomeno Hitler, a cui io ho dedicato un libro e Sorrentino alcune scene fondamentali di “Youth”. Il secondo nodo poetico è Berlusconi: ho provato ad affrontare e universalizzare questa sagoma universale del potere in “Fine Impero” (minimum fax, 2012), Sorrentino ha addirittura consacrato addirittura una dilogia, che è poi un unico film, appunto “Loro”. Ecco cosa scrissi, partendo dalla sagoma vuota del tycoon milanese, qui detta “il Proprietario”, nel libro “Fine Impero”:

«Il Proprietario sembrava astenersi dalla corsa generale alla gozzoviglia. Ero molto spaventato. Le donne soprattutto mi sconcertavano. I denti assai bianchi, tanto da risultare grigi quasi, strappavano le fibre grosse di un brasato, ingollando i bocconi con troppa rapidità. E ai grandi sorsi di un dato Amarone le loro gote si accendevano, se ne vedevano quasi i capillari, la loro pelle di pesca si arrossava.

Avevo visto una volta una persona mangiare con la febbre addosso. Esistono febbri che danno questo effetto, scatenano una fame. E’ facile capirne la ragione, perché gli acidi scatenati dalla materia febbrile, intaccando i nervi del diaframma, vi producono uno stimolo che non si distingue sulle prime da un appetito naturale. Ma l’alimento non è digerito, non è assimilato nel chilo. Una volta si sottoponeva a salasso chi si trovava in uno stato simile.

“Quell’uomo è in grave pericolo” mi dice chinandosi verso di me la giovane donna, i rabbi ora puntano il Proprietario. “E’ un passo oltre la vecchiaia” conclude.

Molti sono morti dormendo. E’ paradossale che si avverta un eccesso di pericolo mentre la perdita si sta consumando, è tutto finito già eppure si ha paura. Sarebbe un errore, se non fosse inevitabile, inscritto in un qualche genoma spirituale di questa specie con molta probabilità.
Prese il pane, lo sbriciolò, ne mangiò, capotavola.

Intanto fui distratto da un nuovo fenomeno, che catturò tutta la mia attenzione e dunque che la televisione è sempre accesa anche quando sembra spenta.
Dallo schermo si poteva apprezzare una colata di immagini e di storia, vedendo in continuazione la sagoma presidenziale e raffrontandola a quella diversa che ho a poca distanza da me.

Egli sembra metallo sonoro.

Il vivente e il non vivente sono ormai un’unica indistinguibile cosa.

Il suo vestito non è altro che lui.

E’ venuto nella propagazione della carne.

Le giovani donne, le giovani bellezze: la giovane, per lui, carne.

Lo osservo. Continuo a osservare immagini.

Osservo la sagoma iridescente che si agita e urla e ritma nella televisione le parole fluttuando nello schermo azzurrino, rigato, in un’attenta comparazione con la sagoma di carne che vedo a poca distanza da me.

La sagoma iridescente nello schermo ha una pelle che pare metallo sonoro, è un magma di sequenze storiche e parole, mentre tutti qui attorno ridono nella crapula, le distanze si annullano, i genitali si preparano, la carne sta per dilagare, si è propagata. Alza il calice e beve.

Lo schermo del televisore sempre acceso illumina di luce azzurra tutti i volti distesi nella risata generale, le ragazze discinte, i vecchi amici e collaboratori, come forti rami di nocciolo, alzano il calice, assistono a un magma di storia delle immagini.

Giungono parole e subito abbandonano il luogo, quasi malate di insufficienza. Le parole trapassano lo schermo: in quale direzione? Sono ancora foniche? Sono istantanee, oramai, queste parole: svaniscono, appaiono per un unico istante isolato e quindi scompaiono. Queste parole sono inesistenti.
Dice agli schermi: “Qualcuno mi ha domandato prima come stanno i miei denti, a seguito dell’incidente che ha visto circolare libero chi me lo ha provocato. Ancora non sono riuscito a mettere l’altro dente, perché il nervo sotto ancora non guarisce e credo che sia un sacrificio abbastanza grosso, un rischio al quale sono andato incontro per il Paese”.

E’ davanti a me e poi scompare come qualunque sagoma luminosa dentro lo schermo che viene visto.

Noi fuori da qualunque schermo non lo saremo mai, rimaniamo per un attimo senza sapere che fare, come coloro che richiamati a una festa si trovano a fine della stessa nell’obbligo di ripulire e rassettare. Dura un attimo, qualche attimo. Senza quell’uomo siamo sospesi in un nonnulla.

Quindi il consesso si scioglie, decine e decine di persone, invadono ogni locale della villa che è centrale, si spargono, fanno ciò che devono fare. Dove sia l’uomo non si sa. Lo si cerca invano.

Era tutta carne apparente, una carne compatta ma priva di ossa, solida ma senza muscoli, sanguinante ma senza sangue, vestita ma senza abito, affamata ma senza fame, che mangiava ma senza denti, che parlava ma senza lingua e con una fantasmatica parvenza di voce.

Era questo.

[…]

Il Proprietario si volta verso di me, lentamente, l’unico umano presente, cerca il mio sguardo? Ruota, legato nei muscoli dorsali, il collo immobile, ruota impedito. Sarebbe bello nuotare nell’aria e non riuscirci è una pena infinita, essere come una pietra. Si sente come il Pirata? E’ abbandonato?
Si volta verso di me, tirata la pelle come una sacca carnale, gli occhi due fessure, la bocca una fessura, le labbra due innesti, la capigliatura artificiale, la mano verso di me come a fermarmi o ad aggrapparsi, lentissimo.

E’ vecchio. Tende la mano lenta. La pietra ti guarda.

Questo è l’impero. Dov’è la sudditanza?

Gorgoglia qualcosa di indistinto. Il linguaggio non gli basta più, lui esorbita.

Pare sia maschera di una persona sottostante, anonima, passibile di qualunque qualificazione. Non è carne e non è sangue sotto questa maschera da uccidere: è solo un’idea. E nemmeno un’idea: è una smania, una potenza. E’ come una crepa elettrica, un fulmine oppure un serpente, che varca tutti i cieli universali, attraversa i legami molecolari, una smania, una potenza che fa le forme, vuole vivere, vuole propagarsi, vuole mangiare. E si inventa la carne, questa pasta, perché si possa propagare il suo sentimento di fame da tenia, che lega le cose e le limita in una forma. Lui non sa nulla di tutto questo.

Il Proprietario è posseduto.

E’ vecchia, la sua carne. E’ fragile, si scolla.

Non è più data la padronanza, nemmeno del gorgoglìo di suoni metallici.

Chi si sente come lui? Sembra colpito? Lo sa che tutto lo abbandona? Si rende conto di non avere mai regnato? Che mai è stato l’imperatore?

Essere alla fine, certa, conclusiva, priva di qualunque appello, priva di qualunque redenzione.

Nessuno è protagonista, nella qualità dell’imputato, della storia dell’universo.

Alza la mano, la tende aperta verso di me, nel buio gorgoglia qualcosa di indistinto.

Torna lentamente a vedere lo schermo, il collo in avanti. E’ fermo, un istante infinito, immobile, una pietra, come della polvere, nel buio. E’ seduto e curvo e pallido, davanti allo schermo.

Esco, apro la porta ed esco, mentre è nella televisione quell’immagine imperiale, primaria, sta sussurrando qualcosa, mi fermo, tento di capire quanto forse sta dicendo, la televisione si sovrappone con la sua miscela di storie e immagini, confonde le parole.
“La mia è una passione che è nata fin dai primi anni della mia giovane età, quando sono stato appassionato, e quindi l’ho sempre avuta”.»

Philip Roth, il tragico

[Philip Roth è morto il 22 maggio scorso. Pubblico qui parte di un saggio che ho dedicato alla letteratura di Roth nei suoi rapporti con la potenza del tragico. Questo brano è tratto dal mio libro “Io sono. Studi, pratiche e terapia della coscienza”, edito da il Saggiatore]

Nella prefazione all’edizione 2007 di Blaze, Stephen King avanza un argomento di critica del gusto sconcertante: accenna a Everyman di Philip Roth [1]. Lo fa con toni esasperati e comici, accomunando il romanzo di Roth, negli effetti che produce sul medesimo King, a Jude l’oscuro di Thomas Hardy. Leggendo questi romanzi, King dice di avere alzato le braccia, esasperato, di avere chiesto al cielo che l’autore infilasse di più: un cancro ulteriore, una fulmine che scende dal cielo e incarbonisce il protagonista che soffre solamente sfortune e, cosa fondamentale per King, piagnucola sul proprio dolore. Non va sottovalutata la capacità critica di cui King dispone: il suo On writing [2] rimane per molti scrittori contemporanei di tutto il mondo un punto di riferimento, che la critica stenta a tutt’oggi a includere nel suo comparto di elezione, soprattutto per un passaggio fondamentale in cui l’autore avvicina alla telepatia la mobilitazione di fantàsmata che è implicita nella scrittura di storie, siano esse epica tradizionalmente intesa o romanzo moderno e contemporaneo nei suoi più vari generi.

L’osservazione comica e stremata di King su Everyman mette in luce almeno due elementi che mi interessano per il discorso che qui voglio fare. Intendo infatti entrare (non delimitare né configurare né esaurire) una nebulosa che è trattata praticamente da sempre da discipline le più varie, come la filosofia l’estetica la teoria letteraria e la letteratura stessa: cioè il tragico e la tragedia. In tale nebulosa vorrei rilevare la presenza atmosferica di un genere moderno, cioè il romanzo, al fine di osservarne eventuali relazioni con elementi della nebulosa stessa o, più precisamente, l’eventuale possibilità che il romanzo possa farsi incarnazione letteraria del tragico, così come la tragedia fu incarnazione, non soltanto letteraria, del tragico classico. I due elementi interessanti, nell’analisi en passant di Stephen King, sono:

 

  • Stephen King non compie un parallelo tra Everyman firmato Roth e il bennoto dramma chiesastico medievale Everyman. Non c’è continuità, per King, tra i due testi. Ciò che avviene nei due testi è di natura differente e il prefatore di Blaze esplicita tale differenza – che è il secondo elemento interessante;
  • Everyman è, per un romanziere come King, un libro in cui il pianto piange se stesso, in cui l’autore piagnucola e fa piagnucolare il suo protagonista. Il protagonista è sottoposto a manrovesci della sorte e la sua meditazione su questi manrovesci medita piagnucolando.

 
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Da “History”: i bambini futuri secondo i bambini del 1980

Da “History” (Mondadori):

I BAMBINI FUTURI SECONDO I BAMBINI DEL 1980

«E’ tutta una vita dei nervi che stiamo imparando noi bambini. Infido è il bambino del tempo che vivo e lo sarà sempre, a meno che non si rovesci il tempo, con grande fragore di anime e profondo dissesto degli apparati preposti alla sopravvivenza. Il benessere, per esempio, potrebbe riscattare i bambini a venire dalla vita dei nervi e tradurli a un altro tipo di reazione vitale, contro le pressioni e le insidie del mondo. L’incremento della vita economica, che ci è al momento inimmaginabile, sarebbe capace di produrre un esemplare moccioso, inabile allo scontro, malsicuro, incline all’isolamento, di quella specie che oggi si dice stare “sotto le sottane della mamma”, riottoso al sole e all’aria aperta e azotata della metropoli, che produce più smog tra i distretti sudeuropei: un bambino molle e assente, un rincretinito, rappresentante di un’umanità diversa, che sta per affacciarsi alla storia nel futuro imminente, un rappresentante bambino di un’umanità rinnovata e pallida nel sembiante, così come negli atti, un’umanità larvale e poco volitiva, autocostrettasi in un utilizzo limitato del gergo, incapace di invenzione che non sia tecnica, inetta, inidonea all’elaborazione istantanea di strategie e tattiche opportunamente conseguenti, incapace di concepire un sentimento del territorio e di violare le moralità molteplici che le norme del vivere civile impongono a noi i bambini uniti di questo tempo di adesso, un’umanità esangue e priva della necessaria ferocia e spogliata di qualunque disinibizione, poiché i rappresentati di questa umanità debosciata vivranno in un tempo privo di inibizioni e quindi di sfrenatezze, questi bambini di un futuro imminente, che a noi sembra impossibile, saranno allevati all’interno di un corollario di piaceri e attività ludiche, limitati da una cautela tipica degli idioti preoccupati, che strappa loro un previo consenso sociale, sotto il quale non si accorgono di avere apposto la loro firma spirituale, in un’epoca prossima in cui sarà tutto da vedere se la firma spirituale avrà una qualche incidenza sul comparto sociale. Ne dubitiamo. Pensiamo a questi possibili bambini futuri con una commistione di pietà indifferente e odio radicale. Non ci passa neanche per la testa che possano esistere. Avrebbero un aspetto più prossimo alla bambola attuale che a noi. La nostra umanità, fino alle scuole superiori, che molti di noi non solo non sperano ma nemmeno desiderano di finire per frequentare, è un’umanità belluina, alla ricerca continua di uno stato selvatico, nonostante ci muoviamo in una situazione altamente urbanizzata, in cui evidentemente va a incremento esponenziale il traffico su strada e i consumi di oggettistica privata. Sarebbero, questi bambini del futuro imminente, sarebbero plasticati in qualche modo, inespressivi nel volto e impacciati nel corpo. Si proverebbero su di loro tare cognitive ed emotive che, oggidì, risultano impensabili e, se anche si manifestano, non gliene frega nulla a nessuno, a chi fega in questo tempo della dislessia e del mutismo selettivo?, non frega a nessuno, dai genitori agli insegnanti, nonostante l’introduzione della figura scolastica dell’insegnante di sostegno indichi che qualcosa sta declinando verso una debolezza e un incivilimento maggiore dei tempi a venire, comunque restando per noi inimmaginabile un’epoca in cui a un bambino sia indicato da parte degli adulti come salire e dondolare su un’altalena o, peggio, gli si occupi il tempo cosiddetto libero con attività ginniche, oppure capaci di sviluppare abilità artistiche e preprofessionali del tutto inutili, se non dannose. Avrebbero i volti fermi, privi di caratteristica, la mimica ridotta all’espressione di poche e facilmente individuabili emozioni, la cui intensità sarebbe in ogni caso ridotta e tendente più allo sfogo isterico che alla veracità della passione provata. Le loro carnagioni dolci ci fanno venire in mente la fibrosità bianca del pesce di fiume quando è lessato. Non è un caso se in questo tempo ci propinino il pesce di fiume lessato con l’olio e il limone e noi lo schifiamo e le prendiamo sonoramente perché ci rifiutiamo anche solo di addentarne la polpa sfilacciata: il pesce di acqua dolce ha infatti un costo economico ridotto rispetto al suo omologo marino e questo non è il tempo delle prelibatezze o dei controlli sanitari ossessivi sugli alimenti, sulla surgelazione. Quella consistenza filamentosa della carne inesperta dei bambini futuri è fonte di indignazione e ci fa infuribondire. Se li incontrassimo nel nostro tempo, li attaccheremmo impietosamente, godendo della violenza che siamo capaci di esercitare su di loro, infliggendo umiliazioni e dilatando il tempo dell’aggressione, fino oltre l’orario in cui i nostri genitori ci pretendono a casa per la cena, quando il crepuscolo chimico vira verso l’imbrunimento meno poetico e si annuncia la notte, questo repertorio di meraviglie e ardimenti che ci viene proibito a bella posta, cacciandoci a letto mentre vogliamo leggere o giocare all’astronave, nascondendoci all’interno dell’armadio, dove succhiamo gelatine alla frutta costellate di granelli di zucchero, di un rosso acceso che quasi illumina dietro le ante che teniamo semichiuse nell’armadio, inalando i vapori di naftalina tarmicida e pilotando l’astronave immaginaria con una torcia accesa, in platica verniciata di metallico, la torcia per adulti che abbiamo sottratto dalla cassetta degli attrezzi dei nostri padri impiegatizi, non aprono mai quella cassetta degli attrezzi, non lavorano in casa, non fanno niente in casa, sfruttano la manodopera delle nostre madri, le quali strofinano tutto e spostano i quadri e sono in grado di scegliere i chiodi più adatti per le pareti in cartongesso delle nostre abitazioni di periferia. Noi renderemmo lacerocontusi quei bambini di domani, picchiando forte e cattivo, dove le cartilagini sono meno morbide ma non ancora stagne come l’osso, sentendo crocchiare sotto le nostre nocche, attendendo il flusso di muco e sangue dal naso, dallo strappo all’angolo della bocca, o dall’orecchio, quando decidiamo di perforare i loro timpani. Gli strappiamo i capelli, noi che li abbiamo unti e improtetti ai pidocchi, tagliati male, noi non andiamo a fare i piccoli principi sul sediolino a forma di cavalluccio dai barbieri, ce li taglia la mamma con una scodella, a caschetto, a ciotola, e li teniamo unti e incrostati di polvere del ghiaino ai giardinetti. Siamo capaci di mangiarci le croste di sangue rappreso strappandole dalle ginocchia ferite, senza passarci sopra il disinfettante o fare i drammi con le madri eccitate nel sistema nervoso: il sangue secco mantiene qualcosa di ferroso e di salato, la carne viva dove strappiamo la crosta è biancastra e sembra essudare sangue come ci immaginiamo i martiri cristiani dovevano trasudarlo in nominechristi, addentiamo con gli incisivi e mastichiamo con i molari, là in fondo dove sappiamo che ci cresceranno i denti del giudizio e abbiamo fatto girare la voce che, allo spuntare dei denti del giudizio, saremo capaci di copulare le bambine, diventate ragazze. Questi esseri mosci, che sono i bambini del futuro imminente, a cui avremo ridotto i genitali a un livido unico a furia di calci di punta, strilleranno senza reagire o reagiranno scompostamente, ignari delle grammatiche più elementari della lotta e inconsapevoli che, anche se si attaccano alle ciocche delle nostre zazzere e le strappano via e si vede il sangue sul cuoio capelluto, noi siamo entusiasti di intingere nella ferita il polpastrello dell’indice e di succhiarlo. Il nostro di adesso è un tempo in cui, appena ci sono i soldi per la spesa alimentare, si corre alla macelleria equina per acquistare bistecche ferrose e si mangia tutto, la carne e i nervi e, col pane, la sugaglia, intingendo nell’olio di frittura e nel sangue suppurato dalla polpa il pezzo di michetta, poiché il pane all’olio costa e bisogna pensarci, a comprarlo, devono pensarci tutti, non soltanto le madri, i padri non fanno acquisti alimentari, ma dobbiamo pensarci anche noi, che siamo avvertiti del prezzo di ogni cosa, utilizzando come unità di misura le cinque figurine calcistiche della bustina all’edicola. Questi bambini inerti futuri li massacriamo e tentiamo uno stupro ai danni delle bambine con le bottiglie di vetro verde lasciate vuote a decine nei giardinetti dai tossici e dagli ubriachi nottetempo, che nessuna nettezza urbana viene a ripulire. L’atto va compiuto ciecamente e noi siamo ciechi, appunto: annusiamo l’aria, aguzziamo l’udito, come la nidiata dei pipistrelli che si orienta in una vasta grotta sotterranea ed è dove viviamo, qui, ora, in questa città, in questo tempo. Però noi riteniamo che il tempo non si chinerà mai a produrre una simile specie rincretinita e imbelle, sciolta in un ammollo perenne di cure troppe e sommersa da beni di consumo fino all’annullamento della percezione di un bene, di una cosa. Sdegniamo l’omologazione, ma stiamo apprendendo i riti e i piaceri della ripetizione sempre uguale, stiamo affacciandoci agli schermi: potremmo essere noi la premessa a quella popolazione di bambini idioti, viventi, deambulanti, chini e attoniti in un futuro per ora inimmaginabile.»