Da “History”: i bambini futuri secondo i bambini del 1980

Da “History” (Mondadori):

I BAMBINI FUTURI SECONDO I BAMBINI DEL 1980

«E’ tutta una vita dei nervi che stiamo imparando noi bambini. Infido è il bambino del tempo che vivo e lo sarà sempre, a meno che non si rovesci il tempo, con grande fragore di anime e profondo dissesto degli apparati preposti alla sopravvivenza. Il benessere, per esempio, potrebbe riscattare i bambini a venire dalla vita dei nervi e tradurli a un altro tipo di reazione vitale, contro le pressioni e le insidie del mondo. L’incremento della vita economica, che ci è al momento inimmaginabile, sarebbe capace di produrre un esemplare moccioso, inabile allo scontro, malsicuro, incline all’isolamento, di quella specie che oggi si dice stare “sotto le sottane della mamma”, riottoso al sole e all’aria aperta e azotata della metropoli, che produce più smog tra i distretti sudeuropei: un bambino molle e assente, un rincretinito, rappresentante di un’umanità diversa, che sta per affacciarsi alla storia nel futuro imminente, un rappresentante bambino di un’umanità rinnovata e pallida nel sembiante, così come negli atti, un’umanità larvale e poco volitiva, autocostrettasi in un utilizzo limitato del gergo, incapace di invenzione che non sia tecnica, inetta, inidonea all’elaborazione istantanea di strategie e tattiche opportunamente conseguenti, incapace di concepire un sentimento del territorio e di violare le moralità molteplici che le norme del vivere civile impongono a noi i bambini uniti di questo tempo di adesso, un’umanità esangue e priva della necessaria ferocia e spogliata di qualunque disinibizione, poiché i rappresentati di questa umanità debosciata vivranno in un tempo privo di inibizioni e quindi di sfrenatezze, questi bambini di un futuro imminente, che a noi sembra impossibile, saranno allevati all’interno di un corollario di piaceri e attività ludiche, limitati da una cautela tipica degli idioti preoccupati, che strappa loro un previo consenso sociale, sotto il quale non si accorgono di avere apposto la loro firma spirituale, in un’epoca prossima in cui sarà tutto da vedere se la firma spirituale avrà una qualche incidenza sul comparto sociale. Ne dubitiamo. Pensiamo a questi possibili bambini futuri con una commistione di pietà indifferente e odio radicale. Non ci passa neanche per la testa che possano esistere. Avrebbero un aspetto più prossimo alla bambola attuale che a noi. La nostra umanità, fino alle scuole superiori, che molti di noi non solo non sperano ma nemmeno desiderano di finire per frequentare, è un’umanità belluina, alla ricerca continua di uno stato selvatico, nonostante ci muoviamo in una situazione altamente urbanizzata, in cui evidentemente va a incremento esponenziale il traffico su strada e i consumi di oggettistica privata. Sarebbero, questi bambini del futuro imminente, sarebbero plasticati in qualche modo, inespressivi nel volto e impacciati nel corpo. Si proverebbero su di loro tare cognitive ed emotive che, oggidì, risultano impensabili e, se anche si manifestano, non gliene frega nulla a nessuno, a chi fega in questo tempo della dislessia e del mutismo selettivo?, non frega a nessuno, dai genitori agli insegnanti, nonostante l’introduzione della figura scolastica dell’insegnante di sostegno indichi che qualcosa sta declinando verso una debolezza e un incivilimento maggiore dei tempi a venire, comunque restando per noi inimmaginabile un’epoca in cui a un bambino sia indicato da parte degli adulti come salire e dondolare su un’altalena o, peggio, gli si occupi il tempo cosiddetto libero con attività ginniche, oppure capaci di sviluppare abilità artistiche e preprofessionali del tutto inutili, se non dannose. Avrebbero i volti fermi, privi di caratteristica, la mimica ridotta all’espressione di poche e facilmente individuabili emozioni, la cui intensità sarebbe in ogni caso ridotta e tendente più allo sfogo isterico che alla veracità della passione provata. Le loro carnagioni dolci ci fanno venire in mente la fibrosità bianca del pesce di fiume quando è lessato. Non è un caso se in questo tempo ci propinino il pesce di fiume lessato con l’olio e il limone e noi lo schifiamo e le prendiamo sonoramente perché ci rifiutiamo anche solo di addentarne la polpa sfilacciata: il pesce di acqua dolce ha infatti un costo economico ridotto rispetto al suo omologo marino e questo non è il tempo delle prelibatezze o dei controlli sanitari ossessivi sugli alimenti, sulla surgelazione. Quella consistenza filamentosa della carne inesperta dei bambini futuri è fonte di indignazione e ci fa infuribondire. Se li incontrassimo nel nostro tempo, li attaccheremmo impietosamente, godendo della violenza che siamo capaci di esercitare su di loro, infliggendo umiliazioni e dilatando il tempo dell’aggressione, fino oltre l’orario in cui i nostri genitori ci pretendono a casa per la cena, quando il crepuscolo chimico vira verso l’imbrunimento meno poetico e si annuncia la notte, questo repertorio di meraviglie e ardimenti che ci viene proibito a bella posta, cacciandoci a letto mentre vogliamo leggere o giocare all’astronave, nascondendoci all’interno dell’armadio, dove succhiamo gelatine alla frutta costellate di granelli di zucchero, di un rosso acceso che quasi illumina dietro le ante che teniamo semichiuse nell’armadio, inalando i vapori di naftalina tarmicida e pilotando l’astronave immaginaria con una torcia accesa, in platica verniciata di metallico, la torcia per adulti che abbiamo sottratto dalla cassetta degli attrezzi dei nostri padri impiegatizi, non aprono mai quella cassetta degli attrezzi, non lavorano in casa, non fanno niente in casa, sfruttano la manodopera delle nostre madri, le quali strofinano tutto e spostano i quadri e sono in grado di scegliere i chiodi più adatti per le pareti in cartongesso delle nostre abitazioni di periferia. Noi renderemmo lacerocontusi quei bambini di domani, picchiando forte e cattivo, dove le cartilagini sono meno morbide ma non ancora stagne come l’osso, sentendo crocchiare sotto le nostre nocche, attendendo il flusso di muco e sangue dal naso, dallo strappo all’angolo della bocca, o dall’orecchio, quando decidiamo di perforare i loro timpani. Gli strappiamo i capelli, noi che li abbiamo unti e improtetti ai pidocchi, tagliati male, noi non andiamo a fare i piccoli principi sul sediolino a forma di cavalluccio dai barbieri, ce li taglia la mamma con una scodella, a caschetto, a ciotola, e li teniamo unti e incrostati di polvere del ghiaino ai giardinetti. Siamo capaci di mangiarci le croste di sangue rappreso strappandole dalle ginocchia ferite, senza passarci sopra il disinfettante o fare i drammi con le madri eccitate nel sistema nervoso: il sangue secco mantiene qualcosa di ferroso e di salato, la carne viva dove strappiamo la crosta è biancastra e sembra essudare sangue come ci immaginiamo i martiri cristiani dovevano trasudarlo in nominechristi, addentiamo con gli incisivi e mastichiamo con i molari, là in fondo dove sappiamo che ci cresceranno i denti del giudizio e abbiamo fatto girare la voce che, allo spuntare dei denti del giudizio, saremo capaci di copulare le bambine, diventate ragazze. Questi esseri mosci, che sono i bambini del futuro imminente, a cui avremo ridotto i genitali a un livido unico a furia di calci di punta, strilleranno senza reagire o reagiranno scompostamente, ignari delle grammatiche più elementari della lotta e inconsapevoli che, anche se si attaccano alle ciocche delle nostre zazzere e le strappano via e si vede il sangue sul cuoio capelluto, noi siamo entusiasti di intingere nella ferita il polpastrello dell’indice e di succhiarlo. Il nostro di adesso è un tempo in cui, appena ci sono i soldi per la spesa alimentare, si corre alla macelleria equina per acquistare bistecche ferrose e si mangia tutto, la carne e i nervi e, col pane, la sugaglia, intingendo nell’olio di frittura e nel sangue suppurato dalla polpa il pezzo di michetta, poiché il pane all’olio costa e bisogna pensarci, a comprarlo, devono pensarci tutti, non soltanto le madri, i padri non fanno acquisti alimentari, ma dobbiamo pensarci anche noi, che siamo avvertiti del prezzo di ogni cosa, utilizzando come unità di misura le cinque figurine calcistiche della bustina all’edicola. Questi bambini inerti futuri li massacriamo e tentiamo uno stupro ai danni delle bambine con le bottiglie di vetro verde lasciate vuote a decine nei giardinetti dai tossici e dagli ubriachi nottetempo, che nessuna nettezza urbana viene a ripulire. L’atto va compiuto ciecamente e noi siamo ciechi, appunto: annusiamo l’aria, aguzziamo l’udito, come la nidiata dei pipistrelli che si orienta in una vasta grotta sotterranea ed è dove viviamo, qui, ora, in questa città, in questo tempo. Però noi riteniamo che il tempo non si chinerà mai a produrre una simile specie rincretinita e imbelle, sciolta in un ammollo perenne di cure troppe e sommersa da beni di consumo fino all’annullamento della percezione di un bene, di una cosa. Sdegniamo l’omologazione, ma stiamo apprendendo i riti e i piaceri della ripetizione sempre uguale, stiamo affacciandoci agli schermi: potremmo essere noi la premessa a quella popolazione di bambini idioti, viventi, deambulanti, chini e attoniti in un futuro per ora inimmaginabile.»

“True detective” e me

Me e “True detective”. Una delle ragioni per cui sono stato tanto affascinato da quella che considero La Serie è di ordine proiettivo e riguarda certe cose che ho scritto quando ero giovane. Pubblicai dei libri “neri”, delle specie di crime e di thriller. Mi interessava lavorare allo sfondamento della nozione di genere e alla struttura stessa di romanzo come unica possibilità di narrazione. Tuttavia, essendo inesperto della scrittura in prosa, mi attaccai a mie personalissime ossessioni. Ecco un parallelo tra i nuceli generativi di “True detective” e un romanzo che si intitolava “Nel nome di Ishmael”:
– l’ambiguità del titolo, che, nel caso della Serie, rimanda alla tradizione della “Quest”, cioè la “Ricerca del Graal”, e non solamente all’indagine in corso, avanzando una domanda implicita che ha a che fare con tutto lo svolgimento della serie (ovvero: chi è il *vero* detective? Quale *verità* cerca?); nel caso di “Ishmael”, il riferimento è a Melville e all’incipit di “Moby Dick” (“Chiamatemi Ishmael”), e quindi è un riferimento scritturale, e avanza domande su chi è la funzione che sopravvive agli eventi testimoniando tutto, sopravvivendo oltre la fine per raccontare;
– nella Serie i detective sono due, così in “Ishmael”;
– nella Serie i due detective si muovono su piani temporali diversi, sfalsati (stessi luoghi in tempi diversi), mentre in “Ishmael” i due detective si muovono separatamente in piani temporali diversi e sfalsati (stessi luoghi in tempi diversi);
– nella Serie si indaga su riti parasatanici, così in “Ishmael”;
– nella Serie ci sono vittime bambine, così in “Ishmael”;
– nella Serie i bambini sono utilizzati come simboli, così in “Ishmael”;
– nella Serie un detective vive l’esperienza di una figlia piccola morta, così in “Ishmael”;
– nella Serie il male è il Male, così in “Ishmael”;
– nella Serie, a coprire e forse motivare il giro di sacrifici umani, è un livello politico alto, così in “Ishmael”;
– nella Serie si fa un percorso in un tempio del Male (Carcosa) fatto di distorsioni percettive e articolazioni umane slogate, così in “Ishmael” (il Cottolengo, una brefiotrofio milanese dove sono in contenzione bambini affetti da aberranti sindromi genetiche);
– nella Serie si arriva al discioglimento attraverso un triangolo, laddove un detective irrompe e risolve il duello tra il Cattivo e l’altro detective, e così accade in “Ishmael”;
– nella Serie c’è la “Scopata squallida orrenda”, così in “Ishmael”;
– nella Serie ci sono i colleghi dei detective che depistano e coprono, così in “Ishmael”;
_ nella Serie viene enunciata, in termini enfatici, una filosofia del vuoto e del nichilismo metafisico, così in “Ishmael”, con la medesima retorica;
– nella Serie c’è un detective impermeabile all’amore e alla femminilità, ostinatamente solitario e ritentivo, così in “Ishmael”;
– nella Serie c’è non l’evocazione, ma la pratica del sadomaso, così in “Ishmael”;
– nella Serie c’è continuamente erba secca, così in “Ishmael”, dalle crete senesi all’erba veccia delle zone di nessuno accanto alle carreggiate delle tangenziali milanesi;
– e così via.
Non intendo asserire di avere raggiunto, con “Nel nome di Ishmael”, l’altezza degli esiti artistici che vanno riconosciuti a “True detective”. Intendo sottolineare come esistano molti snodi canonici della storia “nera”, da un lato; d’altro canto, come siano comuni certe ossessioni personali. Al di là delle intensità artistiche e dei risultati sortiti (davvero, lungi da me qualunque reclamo di un’artisticità del “thriller” che pubblicai nel 2001), la differenza tra il libro e La Serie risiede secondo me in questo: nella Serie non c’è la storia, se non come tradizione magica (gli orripilanti carnevali della Louisiana), mentre nel libro i piani temporali servono a fare percepire il salto tra l’Italia dei Sessanta e l’Italia del 2000.
Chiedo scusa per l’equivocabile slalom parallelo.

La vera morte del digitale

Questa, un tempo, la si sarebbe detta storia, poiché, come sempre è accaduto, la storia è storia della morte e delle modalità in cui la morte si declina, seppure sembri che la storia sia il racconto della vita universale, che evita la morte. Oggi c’è un minus di storia, poiché la storia si manifesta attraverso percezioni offuscate rispetto al passato (che è appunto storico) e nuove modalità, le quali si direbbero distrattive, almeno rispetto al paradigma sociale precedente. Ciò che è capitato nella sede californiana di YouTube è proprio lo smarcamento dell’epoca digitale a fronte della morte. Tutto ciò che esprime la youtuber frustrata, che impazzita ha tentato la strage nell’azienda detenuta da Google, è purissima epoca digitale: è la prima volta dell’epoca digitale. La frustrazione emarket della stragista è un unicum, è un primum, proprio nel tempo in cui tutto è primum fino a risultare premium. La morte, comminata nell’epoca presingolarità tecnologica, è una lieve nebula, un cirro in un cielo cromato, un velo di maya sopra l’interezza dell’illusione universale. Accadrà di più e di peggio, come chiaro, ma resta il fatto che la pietra miliare è stata posata, anche se non esiste più la percezione diffusa che esista una francigena su cui contare le pietre miliari. E’ “La vita umana sul pianeta Terra”, per come la preconizzavo in un testo uscito per Mondadori, a partire dalla svolta che impose al mondo qualche anno fa lo stragista norvegese Anders Behring Breivik, con modalità nuove e astratte, con fattualità capaci di annullare la memoria e dunque la storia – un elemento alieno, ultracorporeo, silente e zittente, un’onda anomala di antimateria che pare materia, un disastro privo di desiderio, un’alienazione che cancella i quadri precedenti. Benvenuti nell’accelerazione che mira al download della psiche, benvenuti nell’inorganico umano: il tempo prescrive una severa meditazione, ovvero un silenzio trascendente, che abbandona le parole, per evitare di ritrovarsi al di sotto della soglia delle parole, delle immagini, della storia e, infine, dell’esistenza.

La Festa del Padre in “History”

Oggi è la festa del Padre e in “History” (Mondadori) il Padre e il Figlio fanno questo, in un brano talmente lungo, da essere incongruo:

«Il figlio attraversa la sala. Non accende le luci, non vuole rischiare di svegliare il fratello o il padre.
Nel semibuio avanza e davanti a lui di colpo si staglia nel semibuio una figura.
E’ il padre.
Il padre è in piedi nel semibuio.
E’ il culmine tra notte e primo mattino, un momento alto tra le ore canoniche, a quest’ora si recita nei monasteri l’ufficio divino, si pronunciano le liturgie. E’ l’ora dei possibili assassini, dei possibili ammazzamenti. In quest’ora tra notte e alba più acute e inesplicabili sono le manifestazioni della rabbia compressa, stolida ed efficace, la rabbia è efficace quando vuole colpire il figlio: il padre vuole colpire il figlio.
La testimonianza del padre è irrilevante, ma non il suo colpo, che deve ancora avere qualcosa del tuono, dell’accecamento, del dolore più acuto.
Il padre affronta il figlio. Gli è frontale. E’ pronto a scattare. L’ira è fosforescenza.
E’ frontale al figlio Nicola o Leone. L’altro figlio sta dormendo nella sua stanza da quindicenne, anche se ha superato i venti, Leone o Nicola. Il padre è fermo, al centro della sala, frontale, nella cupaggine dell’iracondia, è un’ombra oscura definita, stagliata nel semibuio con una precisione da pittore realista, da sonnambulo, da allucinazione vivida.
Il tono generale di luce è tra blu e nero, si intuiscono i caratteri somatici di quell’uomo sessantenne, verticale e compresso nell’ira, che ha davanti il giovane figlio: apprezziamo il disegno del suo volto frontale, il profilo del naso, l’arco ciliare, si può desumere persino la tinta bruciata del viso, è arcigno e fermo, schierato frontale come un pellerossa teso alla morte dell’avversario in grandi pianure che non sono più a disposizione.
E’ un’aria drammatica, neroblu, un istante protratto, che si allarga, due corpi maschili che si fronteggiano, nel tempo.
Come a un trivio, tra primavera e sorgere della stella Arturo. Continua a leggere “La Festa del Padre in “History””

Dove va la vita umana sul pianeta Terra

Questo è il volto di Nikolas Cruz, pluriomicida nell’ennesima riedizione del dramma di Columbine negli States. Ha fatto diciassette vittime in una scuola a Parkland, in Florida. Si può dire che l’immagine frontale è anche un profilo: un profilo psichico. L’esorbitante vuoto che irradia dal suo sguardo è reperibile in ogni sua immagine, rintracciabile in Rete. E’ certamente un lombrosismo, quello che applico, ma in questi tempi di purissima semplificazione dell’umano a un orrido duepuntozero della specie stessa, soprattutto nelle sue evenienze occidentali più spettacolarizzate, una categoria semplificante come il lombrosismo rivela una verità più complessa di quella banalmente riconducibile all’assenza di empatia o alla presenza di psicosi. C’è, in questo sguardo trasognato nel nulla, una verità urgente, di cui le fisionomie sono il portato più letterale e preoccupante. L’accelerazione verso un’esistenza non più embricata con l’emotivo, o con il mistero abissale del desiderio, funziona per memi, per applicazioni unidimensionali di una teoria dell’informazione banalizzante e antiumana. Prima di preoccuparsi circa quanto impatterà sulla nostra vita l’emersione delle macchine, sembra di potere apprezzare un’emergenza del macchinico nell’umano. E’ una costumanza estremamente sconcertante, per chi si è formato in altri tempi e ravvede gli esemplari più recenti alla luce polarizzante di uno svuotamento di espressioni, di posture standardizzate, di salti logici che necessitano una correzione algoritmica. E’ una tendenza che si sviluppa nei decenni, ma che oggi raggiunge un’estensione clamorosa. Il volto non precisamente inebetito che continuamente è illuminato dai device, oggidì, esonda nel tempo che non si consuma davanti allo schermo retroilluminato e disegna un mutamento in direzione dell’alieno, dell’ultracorpo, della mistificazione di se stessi in assenza di se stessi. E’ una norma occidentale, appunto. La risultanza di un’educazione distante dall’elaborazione della storia, dal contatto con la noia e la fatica, dall’unificazione in una personalità della legione che l’io è sempre stato. E’ il Breivik che in Europa ha messo in ginocchio, da solo, un’intera nazione per un giorno e che ha urgenza di espandersi e fiorire in un nichilismo realizzato, di nuovo tipo: ogni strumento vicaria la personalità, che rimane efficace nel mondo, ma essendo strutturata a strappi, a discontinuità, a visioni parziali e assolutistiche. E’ l’umano prima di qualunque ibridazione, che intrattiene con la morte un rapporto casuale, privo di ogni eterogenesi dei fini, una randomizzazione dell’atto vissuto, uno pneuma cattivo. Di ciò non si smetta di scrivere, si continui a percepire l’elemento esogeno, avvertendo il turbamento che ci rende umani e connessi a verità profonde che l’umano lo trascendono, mentre qui non c’è trascendenza, bensì rimozione, negazione, tensione elettrica, priva di direzione. Sono i fiori del male di questo tempo, erano una seminagione nel passato occidentale. Tali fiori ci inclinano alla preghiera e alla più severa delle meditazioni.

Intervista al Tg5 su “History”

Una breve intervista che Claudio Gallucci, responsabile dello spazio libri del Tg5, mi ha fatto in occasione dell’uscita di “History” (Mondadori). Per visionarla, cliccare sull’immagine qui sotto.

Su tomtomrock.it: da “L’anno luce” a “History”

“Intuizioni poetiche si inseriscono nella prosa che diventa quasi un non-racconto data l’inadeguatezza della letteratura di fronte alla mutazione genetica dell’uomo”: su tomtomrock.it, Marco Zoppas compie un’incursione totale nella mia produzione narrativa da “L’anno luce” a “History”.

Giuseppe Genna, History e la letteratura profetica.

History, l’ultimo romanzo di Giuseppe Genna, richiede una premessa. Vale infatti la pena di ribadire l’assunto finora fondamentale della nostra rubrica: la grande letteratura moderna è essenzialmente profetica. Lo abbiamo già intravisto in Zero K di DeLillo dove una tecnologia permette ai miliardari di ibernarsi e rinascere in un futuro dalle possibilità illimitate. In 1Q84 di Murakami e 11/22/63 di Stephen King dove si viaggia attraverso le dimensioni temporali. In Love And Theft e Things Have Changed di Bob Dylan dove egli rispettivamente “annuncia” gli attentati dell’11 settembre e prevede come si svolgerà la cerimonia di assegnazione dell’Oscar per la miglior colonna sonora del 2001.

Nel precedente romanzo di Giuseppe Genna di scena la Berlino dei Kraftwerk

Dies Irae (2006) di Giuseppe Genna, un innovatore nel panorama degli scrittori italiani, è un’autobiografia visionaria e annovera tra i protagonisti una tossicodipendente sulla via della redenzione dopo un periodo nero vissuto a Berlino Ovest all’approssimarsi della caduta del Muro. Forse molti ricordano il concerto di Bruce Springsteen del 19 luglio 1988 dall’altra parte della staccionata, a Berlino Est, fra gli episodi clou destinati a rimanere nell’immaginario per aver contribuito all’abbattimento delle barriere. Ma Dies Irae nemmeno si sofferma su quell’avvenimento.

Secondo Genna la musica simbolo di quel momento storico appartiene invece ai Kraftwerk, fatta di vibrazioni elettroniche e messianiche in cui fondersi. Nuove droghe hanno invaso il mercato. L’ecstasy e l’MDMA, brevettata dall’industria farmaceutica tedesca Merck nel 1914, soppiantano eroina e cocaina. Le sinfonie minimaliste dei Kraftwerk nascono nel leggendario Kling Klang Studio e si ispirano agli anni Venti per veicolare una messa laica priva di templi o chiese. Il brano Radioactivity conquista l’Europa. Nel video di Trans Europe Express i Kraftwerk la attraversano in treno e incontrano David Bowie, in piena fase berlinese, alla fermata di Düsseldorf. Suoni e atmosfere che faranno da precursori alla musica trance di Amsterdam e altre sonorità (techno, house ecc.).

La svolta dell’umanità prevista da Giuseppe Genna in History

The Robots dei Kraftwerk, con l’incedere meccanico da manichini, rimane comunque un ottimo spunto per prepararci all’ormai imminente svolta dell’umanità, prevista da Giuseppe Genna in History, la sua opera probabilmente più ambiziosa e di più recente pubblicazione (settembre 2017). Non si può parlare di fantascienza perché il futuro è già qui tra noi. Infatti, il tipo di scrittura adottato dall’autore esula da qualsiasi genere o connotazione. Intuizioni poetiche si inseriscono nella prosa che diventa quasi un non-racconto data l’inadeguatezza della letteratura di fronte alla mutazione genetica dell’uomo.

Genna infatti ritiene che la nostra specie sia alle soglie di una trasformazione in qualcosa di biologico e di tecnologico destinato a una “cattiva eternità”. Una fusione tra uomo e macchina, un’ibridazione, un salto quantico nell’intelligenza artificiale. La sua sarà l’ultima generazione a morire precocemente e verrà superata. Non possiamo più illuderci che la narrazione abbia un senso in un mondo di replicanti, nella vuota indifferenza del cosmo. Noi siamo i robot e le storie raccontate in maniera classica non hanno più nessun valore.

Nelle trame di Giuseppe Genna c’è ormai poco spazio per la linearità

Genna abbandona persino il tentativo di abbracciare la fantascienza abbozzato precedentemente in Dies Irae in cui aveva inserito un racconto à la Valerio Evangelisti, lo scrittore di horror e fantasy prediletto da Lucio Dalla. Vi ricordate L’Ultima Luna, canzone tratta dall’album omonimo Lucio Dalla? E’ una traversata di cerchi danteschi fino al raggiungimento della settima luna e all’incontro con un bimbo appena nato con “occhi tondi e neri e fondi”: l’uomo di domani. Nella canzone egli vola via.

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Nella versione di Genna invece i bambini spaventano o sono spaventati, piccoli mostri “prossimi ad avere la possibilità di concepire a nove anni e vorranno farlo” oppure dipendenti dai videogiochi e incapaci persino di allacciarsi le scarpe. Abbiamo a che fare con uno scrittore preso da sconforto, al punto da abbandonare il filone dei thriller imperniati sull’affascinante figura del commissario Lopez che gli avevano decretato il successo commerciale.

History, ma anche molta fantasy

E non va nascosta una certa nostalgia che prende il lettore per la prosa lineare del Genna esordiente. Adesso risulta arduo seguirlo in tutte le sue elucubrazioni. Emergono alcuni difetti: un’eccessiva dose di narcisismo per la presenza costante di parole su se stesso in riferimenti autobiografici o immaginati tali, vedi addirittura il perverso abbraccio nel finale di La Vita Umana Sul Pianeta Terra (2014) tra l’autore stesso e lo stragista norvegese Anders Behring Breivik.

History, l’ultimo romanzo di Giuseppe Genna

La tendenza a sbrodolarsi in atteggiamenti melodrammatici: “Vado. Abbandono l’Italia e i suoi sogni cattivi” (mentre va a fare una semplice vacanza studio). L’insistenza ossessiva su temi ricorrenti. Primo fra tutti la morte di Alfredino Rampi nel pozzo artesiano di Vermicino. Visto come punto di svolta nella modernizzazione di un’Italia arresasi al controllo dei media. Non inganni Genna quando chiede al lettore pazienza per una personale digressione: i suoi libri sono quella digressione.

History, l’ultimo romanzo di Giuseppe Genna

Giuseppe Genna

Ma le pagine meno riuscite restano comunque un bel fallimento. Non vanno infatti sottovalutati il coraggio e la grandezza di uno scrittore, unico nel panorama italiano, che non esita a esporsi in prima persona, a tuffarsi nel mondo torbido del potere e a scandagliarne capricci e meccanismi. Dagli ultimi giorni di Gheddafi alle trame contorte dei servizi segreti fino a un’Italia legata a filo doppio a Berlino. Perché se cade il baluardo della Guerra Fredda che importanza potrà mai avere il Belpaese nello scacchiere internazionale?

Dov’è oggi la nuova Berlino?

E la sua ricerca di un significato mitologico che spacchi ogni genere letterario non si ferma nemmeno di fronte ai fenomeni paranormali, al presunto arruolamento di spie psichiche da parte dell’intelligence e a esperimenti su sciamanesimo, telepatia e spiritismo. Il suo avvenirismo viaggia tra spazio e tempo. E trova corrispondenza nelle visioni ossessive di Godfrey Reggio nel film Koyaanisqatsi – citato in History – e nella relativa imprescindibile colonna sonora composta da Philip Glass.

Il romanzo L’Anno Luce del 2005 si concludeva addirittura con un omaggio del comunista e mai battezzato Giuseppe Genna alla figura del cardinale Ratzinger alle soglie della sua elezione a pontefice. Ne esce una figura che non ti aspetteresti. Custode di un chiostro seminascosto tra i dedali del Vaticano che ospita niente di meno che un’astronave a forma di cattedrale. Un futuro papa che parla di fecondazione extraumana, superamento della morte e colonizzazione di altri pianeti con la stessa dimestichezza con cui i pionieri della Silicon Valley programmano le prossime svolte tecnologiche. Domanda (senza risposta): dove si trova al giorno d’oggi l’epicentro della musica più innovativa e visionaria, il corrispettivo della Berlino Ovest di allora?