Alberto Arbasino: Vladimir Nabokov

di ALBERTO ARBASINO | da Sessanta posizioni, Feltrinelli, Milano 1971

L’autore di Lolita è un anziano signore d’aspetto delizioso, grigio e ben vestito di grigio, somigliante in viso a un Palazzeschi riposato e altero. Ha una moglie che non lo lascia mai e pare efficientissima, tut-ta perfetta – carnagione freschissima, capelli bianchi ben pettinati, bella figura, belle perle, bell’abito nero, bella stola di visone – e sediamo in una bella saletta del Grand Hotel di Roma.
E la prima volta che vengono insieme in Italia; ma praticamente si tratta per tutt’e due del primo vero viaggio qui. Sono stati, sì, a Milano, per pochi giorni, tutt’e due: però tanti anni fa, da bambini; e allora naturalmente non si conoscevano ancora. In seguito non hanno più avuto motivi per passarci, se non una breve gita in macchina di lui a Ventimiglia, dalla Costa Azzurra, poco prima della guerra.
Queste scoperte italiane vogliono assaporarle con calma, quindi: il soggiorno durerà a lungo. Lasciano Roma presto, perché fa brutto tempo, e hanno freddo. Ma hanno già deciso di stabilirsi nei dintorni di Napoli, e risalire verso la Toscana quando il tempo sarà più bello.
«Voi trovate tutti che il vostro paese si sta involgarendo… sento dire», osserva Nabokov. «Ma uno straniero, arrivando per la prima volta, vede soprattutto le cose eterne, le più semplici: e queste basta-no a convincermi che l’Italia pare il posto più elegante di tutti… Piove, fa brutto tempo: non importa. Noi siamo già incantati».
Si fa presto a trascinarlo a parlare del libro. Se ne stanno dando i giudizi più incredibili, e in tutto il mondo lettori e critici lo vedono in maniere assolutamente diverse: comico, da morir dal ridere, oppure sinistro, dannato, diabolico; poema altissimo sulla nozione stessa d’Amore, oppure torbida guida agli Stati Uniti d’oggi; allegoria della vecchia Europa che corrompe la giovane America, o metafora della giovane America che spinge la vecchia Europa alla perdizione; orrida pornografia, bassa carnalità, oppure sofisticatissimo entertainment su modi e temi d’innumerevoli autori illustri, da Balzac a Freud, da Aristofane a Proust, a Dickens, a Turgenev…
Nessuna meraviglia se i primi contenutisti leggendo senza sapere perdessero un po’ la testa, trovandoci dentro tutto: i rapidi tormenti del signore maturo e della ragazzina innocente-perversa; la scorribanda attraverso paesaggi straordinari e sconcertanti; gli episodi più tragici, sempre mescolati al grottesco più sconveniente; e soprattutto, due protagonisti indimenticabili: un grosso cervello ossessionato da una sola mania fissa, e una figurina vivissima che gioca a tennis e mangia gelati e salta sui letti, ma che cosa pensa, nessuno lo sa; e un elegantissimo giuoco sulle parole e sulle frasi, elaborate e un po’ turgide… Anche i recensori inglesi vengono fuori con i giudizi più disparati, all’uscita del romanzo a Londra, proprio in questi giorni.
Nabokov sta confrontando questi articoli appena ritagliati. Uno dice che Lolita è morale, un altro che è molto osceno. Altri, che è un capolavoro di stile immaginifico, null’altro che una satira degli orrori della vita moderna, un sermone edificante sul pericolo di trattare gli esseri umani come oggetti, un resoconto clinico, una visione lirica. Rebecca West non lo ama affatto, lo trova tristissimo e deprimente, eppure lo paragona al brano soppresso dei Demoni su Stavrogin e la bambina… Domandiamo a lui cosa ne pensa.
«Saprete bene qual è la mia opinione», fa: «per me, il vero senso del libro è che si tratti di un affare amoroso tra l’autore e la lingua inglese. Mi premeva soprattutto di piegare il linguaggio alle esigenze più incredibili, raggiungere effetti di una sofisticazione inaudita, da illusionista, nonostante che sia stata una vera tragedia l’aver dovuto abbandonare la mia lingua nativa, il russo, così più ricco, docile, magico, in tutto. Naturalmente le interpretazioni possibili di Lolita sono moltissime; ma io sono d’accordo con tutte. In fondo, la diversità delle reazioni è il miglior complimento che si possa fare a un autore. Più sono, meglio è.
Ho avuto anche delle manifestazioni di antipatia, naturalmente; ma sono stato abbastanza fortunato, perché di solito venivano da scrittori che non mi interessano affatto. Quindi la disistima è reciproca, e tutto va bene. Ci sono poi stati anche casi di persone, come il più grande scrittore inglese vivente, E.M. Forster, che non amano il libro, ma lo difendono con decisione da tutte le accuse che sono state fatte. E si è visto anche il contrario: gente che ha adorato il libro, anche troppo, lo so, lo so; ma parlandone o scrivendone lo condannano, fanno gli scandalizzati…
Riesce più interessante, da un certo punto di vista, dare un’occhiata a quello che diventa il “lolitismo” nelle manipolazioni dei giornali popolari, nei fumetti, nelle rivistine che di solito si occupano tutt’al più delle attrici. Vengono fuori delle cose pazzesche, che col libro non hanno più nessun rapporto. Però il fatto più sorprendente di tutti mi pare l’interesse di tanta gente incolta, semplice, priva di educazione letteraria, che non ha l’abitudine di leggere molti libri: eppure passano attraverso l’ostacolo di uno stile così complicato, arrivano al cuore della faccenda, e capiscono subito tutto…».
«Riceviamo moltissime lettere di questo tipo di lettori», dice la signora Nabokov, «e non finiscono di stupirci. Pensate, ne arrivano parecchie che cominciano così: “sono una massaia di paese, sono fuori tutti, la bambina è a scuola, e così approfitto di questo momento di tempo libero per scriverle, e dirle che il suo libro mi è piaciuto tanto…”. Di queste, qualcuna tiene per l’uomo, e parecchie per la ragazzina. Le cameriere del nostro albergo, a Parigi, l’avevano letto tutte, e l’avevano trovato una storia commoventissima. Non volevano ammettere che fosse anche un po’ da ridere».
Nabokov manda giù un sorsino di whisky, e aggiunge: «Naturalmente, molti lettori più smaliziati sostengono che il libro non vale tanto per la rappresentazione di un caso umano, ma piuttosto come un reportage un po’ visionario dell’America d’oggi vista con gli occhi di un vecchio europeo abbastanza fradicio di cultura. Secondo me, invece, Lolita non va preso come un documentario sugli Stati Uniti, come sarebbe assurdo del resto fidarsi di Gogol come reporter della Russia del suo tempo, o di Dante come reporter della società medioevale. Lo sguardo di un artista è sempre un fenomeno più complesso, violentemente soggettivo: e la realtà, in fondo, l’ho sempre guardata in questo modo. Da bambino, sembra che avessi delle notevoli doti artistiche, e anzi, avevo cominciato a dipingere. Il mio insegnante di pittura, come prima cosa, mi ha detto: “adesso siediti, e disegnami una cassetta delle lettere”. Naturalmente, avevo sempre visto cassette delle lettere, ogni giorno. Ma al momento di disegnarne una, di rappresentarla, mi sono accorto che non ci riuscivo: non la vedevo più. Sono uscito, e la prima che ho visto mi sembrava tutta diversa da come la ricordavo. La vedevo, cioè, con occhi diversi. E con Lolita capitava lo stesso: gli occhi girano intorno alla realtà, e praticamente sono loro che le danno forma.
A Roma, per esempio, le cose che mi si sono presentate immediatamente più vivide sono le vecchine che danno da mangiare ai gatti per la strada. I miei amici italiani si stupiscono quando lo dico: loro sono tanto abituati a quello spettacolo, che non le vedono neanche più. Ma certi aspetti insoliti, meno familiari, non cessano d’impressionarmi profondamente, ogni volta: mi ha colpito molto, per esempio, vedere i sacrestani dell’Ara Coeli sbattere i tappeti della chiesa sulla scalinata, davanti a un mondo di macchine che passavano e di vigili che facevano contravvenzioni: una combinazione di storia, di mito, e di realtà moderna, che quasi mi commuove ogni volta… Anche l’America, tutto sommato, con i miei occhi europei, devo averla vista così…».
Riparliamo subito di Lolita. «Io lo giudico un libro molto più tragico che comico», dice: «che cosa è, infatti, se non la storia di una bambina triste in un mondo tristissimo?». «Ma se invece di essere narrato dall’uomo, fosse scritto da Lolita stessa», interrompe la signora Nabokov, «sarebbe altrettanto triste?». Nabokov riprende: «A tanta gente il mio protagonista fa pietà. A me, niente. Dopo tutto, ha avuto quello che voleva, e lo sconta amaramente. Se si ragiona così, basandosi sulla pietà, si fa come quelle stupide che compiangono i poveri vincitori dei quiz truccati alla televisione americana: ma come si fa a commiserarli, con tutti i soldi che hanno vinto? Paghino…».
Fa piacere, o no, scrivere un libro simile? Non si soffre un po’, per caso? «No», dice lui, «soffrire, proprio no. Fatica sì, tanta, per raccogliere tanto materiale, tante informazioni, su argomenti che dopo tutto non si conoscono troppo: leggersi libri di medicina, carte topografiche, sentenze di tribunali di minorenni… Ho fatto un lavoro di schedatura tremendo, né più né meno che come quando si fanno dei lavori accademici (dopo tutto, il mio genere di lavoro è sempre molto professorale…). Però e stato un libro molto difficile da scrivere, per quanto divertente: moltissime pagine le ho dovute eliminare o rifare. Io volevo soprattutto che la parte ossessiva, un po’ ipnotica, si mescolasse strettamente alla parte che è puro scherzo: così ci si diverte al giuoco, ma nello stesso tempo si rimane turbati, trovandosi coinvolti in una situazione angosciosa…».
Non prevede che adesso gli correranno dietro tutti a domandargli che cosa pensa delle ragazze italiane? «Che generalizzazioni volgari!» dice: «sarei pronto a rispondere che detesto parlare così a vanvera: non è la prima volta, capirete, che mi vengono a fare domande simili…». «E vero, è vero», conferma la signora, «da un paio d’anni non ci vengono a chiedere altro, vero caro?». «Certo, cara», fa lui, «e poi, dimmi, ne conosci tu di ragazze italiane?». «Non mi pare», fa lei; «di ragazzi italiani, o figli di italiani, sì, in America ne conoscevamo qualcuno; ma di ragazze italiane no: forse in America non ci vengono…».
E quelle che vede in strada? Asciutte come la Bardot, tale quale come nel resto del mondo; ma è una moda che fra tre mesi sarà finita. Ai miei tempi, invece, tutte come Greta Garbo (il mio ideale è ancora quello…). Devo dire, però, aggiunge, «che le donne italiane sembrano molto più originali delle altre, nella vita di ogni giorno: molto più libere da atteggiamenti fatti in serie… hanno gesti meravigliosi… questo è il vero amore “artistico” per la vita… anche la cameriera che porta le salviette ha dei gesti meravigliosi…». «Si vede che sarà una cameriera artista», ribatte la signora Nabokov.
E adesso? «Scriverò l’avventura del romanzo Lolita nei diversi paesi; e me ne viene fuori una storia abbastanza divertente per il “NewYorker”. Poi sto pensando a un nuovo libro, che sarà completamente diverso. Lolita si fa una volta sola… Tutti si metteranno a fare i paragoni… Pazienza: me lo aspetto già».
Ma insomma, cos’è Lolita, in realtà? «Che domande… che domande… inutili… Sarebbe meglio rilassarsi, di fronte a quel libro che è soltanto una storia, e non cercarvi un “messaggio” che non c’è… La morale del libro è il libro stesso. Volete spiegarvi la sua morale? Leggetelo!».

1966: Arbasino incontra Kerouac

Beatnik in pensione
di ALBERTO ARBASINO
[da L’Espresso, 9 ottobre 1966]

Roma – Apriamo la porta della stanza d’albergo, e quest’uomo basso con gli occhi verdi sta ronfando e ringhiando strappandosi la camicia, mostra il ventre obeso alle due ragazze salite poco fa per fotografarlo e intervistarlo. La camicia a scacchi verdi vien via, la prima cosa che mi dice è di togliermi la giacca. M’afferra la cravatta: «Io non ne porto mai, si può anche essere strangolati, con una di queste». E fa il gesto. Vorrebbe che mi togliessi la camicia. Ma per far cosa, per lottare, che non ce la fa neanche a stare in piedi? Sui tavoli, i sandwich non toccati, le birre che succhia fra un cognac e l’altro. Le ragazze fotografano. Lui fa delle corse intorno alla stanza. Non gliene importa niente se si apre la porta, non si accorge neanche se vengono dentro dei curiosi invadenti.
«…Comprare automobili, sfasciare automobili, rubare automobili, fracassare automobili, prender su ragazze, far l’amore, bevute per tutta la notte, posti di jazz, orge sfrenate, posti scottanti…». Questo dice la quarta di copertina di Sulla strada, paperback di otto anni fa, epoca ancora di jazz, non ancora di yè-yè. E subito sotto: «Questa è l’Odissea della Generazione Beat, i giovanotti frenetici e le loro donne che corrono furiosamente da New York a San Francisco, dal Mexico a New Orleans in una ricerca forsennata: di Godimenti e di Verità».
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Alberto Arbasino: compendio su Carlo Emilio Gadda

carlo_emilio_gaddadi ALBERTO ARBASINO

Carlo Emilio Gadda aveva già più di sessant’anni, scriveva da più di trenta, e non aveva ancora pubblicato in volume il Pasticciaccio, ormai praticamente dimenticato o ignorato, forse, quando i ventenni degli Anni Cinquanta scoprirono la sua posizione centrale nella nostra letteratura contemporanea. E sull’entusiasmo per la stupenda Adalgisa, per le mirabili Novelle dal Ducato in fiamme, lo dichiararono massimo autore italiano del mezzo secolo, con immenso dispetto di tutti gli altri.
Già. I letterati del Trenta e del Quaranta persistevano a considerarlo un outsider, un «eccentrico… arrivato tardi alla letteratura», un «umorista» molto «faticoso» e «cincischiato»: come se il caso Svevo non insegnasse mai nulla. Taluni raffinati gourmets (Contini, Devoto) assaporavano con delizia la sua prosa furente e squisita: ma privatamente, nelle più ritrose trappe o oubliettes dell’iniziazione stilistica. Tuttavia, per decenni, il grande Ingegnere apparve costantemente confuso alla pari fra decine di nomi irrilevanti o lamentevoli, nei tristi famosi repertori d’articoli critici della generazione anziana che ravvisava i più veri e raccomandati sviluppi della patria letteratura non già negli scarti geniali rispetto a un’Arcadia comune, bensì nella graduale continuità della minestrina collettiva. «Ironia oziosa», «Scherzo a vuoto», «Aggrovigliata tessitura», «Prose ricche, troppo ricche», sentenziavano pigolando e caccolando i più celebrati Arcadi e Accademici; e poi: «Non ha leggerezza di movimenti», «Non sa fondere bene le parti», «Non vede le varie arti fondersi in un’una, le vede disgregarsi», «È un Barilli a cui manca tutto quello che è di Barilli!» Il Tesoretto, «Almanacco dello Specchio 1942-XX», non lo rammenta neanche, nel suo indice dei nomi, tra Fumagalli Giuseppina, Funi Achille, Galli Luigi, Gargiulo Alfredo.
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