Video: anticipazione da “Fine Impero”, il mio ‘liber niger’.

Giovedì 24 maggio, alle 18.30, presso il Centro artistico Alik Cavaliere(qui il sito) a Milano in via De Amicis 17 (qui la mappa), in collaborazione con NABA (Nuova Accademia Belle Arti – qui il sito), nell’àmbito della manifestazione“Parole immaginate” – reading d’autore e performance, organizzata da Alessandro Bertante e Margherita Palli, il sottoscritto ha affrontato, con il Bertante in persona, anticipazioni dal suo prossimo romanzoFINE IMPERO (annunciato per maggio da Einaudi Stile Libero) e le sue derive testuali collaterali.

Qui sotto, il video che è stato realizzato da un Anonimo Culturale con un device Nokia (voce e ritmo sono lievemente distorti): ringrazio profondamente il rersponsabile del documento filmato. Di seguito, quindi, uno stralcio di testo in anticipazione del misterioso “liber niger” del sottoscritto (qui invece altre occorrenze circa e da Fine Impero su questo sito).

“L’invidia allunga il laccio di malizia che tende alla gente e festeggia scandalizzando gli altri.”

L’invidia allunga il laccio di malizia che tende alla gente e festeggia scandalizzando gli altri.
La mente funziona in questo modo, il corpo inciampa su quel laccio.
Per colei e colui che hanno esaminato a questo modo la mente e il corpo, esiste la possibilità che avere perduto tutto o perdere tutto sia, se non un sollievo, l’approdo a una certa indifferenza verso il mondo.
Così pensavo mentre in taxi ondeggiavo con le donne che non smettevano di parlare, trasbordando al luogo delle sfilate. Vorticavano le loro chiacchiere cattive.
“Una perfezionista sa che può sempre migliorare”, “Quando arriva, a Parigi, urlano Voiçi l’italienne!”, “Quando compare nei backstage!”, “La stessa esclamazione che Coco Chanel utilizzava per Elsa Schiaparelli!”, “Ha rischiato di perdere il dono della voce”.
I doni sono trappole: rischiano infatti di essere goduti e quindi di esaurirsi, oppure di essere perduti e quindi nemmeno goduti. Sono attaccamenti che si esigono dalla vita.
“La televisione lo esige”.
C’era una vespa imprigionata al di qua del vetro del lunotto termico posteriore dentro il taxi. Il ronzio di quella vespa assunse le proporzioni di un strepito, ne avevo l’impressione. Un altro ronzio mi giungeva sempre più distante, le donne come vespe sembravano insistere battendo contro i vetri dei finestrini da di fuori.
Ero preoccupato, la nuca, il collo, la vespa, dietro, dove era?
Il taxista sedeva indifferente, guidava senza subire la distrazione.
Erede di glorie, inconsistente bambino di polvere, immortale inerme, insetto infinito.
Quale prerogativa ha l’ora umana?
[…]

Dall’incantamento mi riscosse la frenata dolce del taxi, in corrispondenza dell’entrata in un edificio cubico nero. Era il luogo della moda. Qui ha luogo la sfilata.
Festeggia scandalizzando gli altri.
Mi sollevo con il capo puntato verso lo zenit, i piedi al nadir, le anitre selvagge volano radenti le paludi etrusche, feci aruspicinii ascoltando lo schiocco delle viscere di un animale, forse una grande scolopendra, ne avevo l’impressione.

© Giuseppe Genna – Ogni pubblicazione priva di consenso dell’autore è da ritenersi illegale e passibile di denuncia.

“Il Mattino”: su “Assalto” e la presentazione milanese

L’ASSALTO DI GENNA, UNO ZIBALDONE ANNI NOVANTA
di Barbara Caputo
da Il Mattino

… Contiene e rappresenta più cose, questo Assalto, libro che, come dichiarato dallo stesso autore, “si offre all’interpretazione: si tratta di un assalto a un tempo devastato e vile o un assalto caratterizzato dall’essere devastato e vile”?

LA VERSIONE INTEGRALE DELL’ARTICOLO

Da ASSALTO A UN TEMPO DEVASTATO E VILE (versione 3.0)

E’ appena sbarcata in libreria per i tipi minimum fax, la versione 3.0 di Assalto a un tempo devastato e vile, dieci anni dopo la sua stesura (qui la scheda sul sito minimum fax). Ho già anticipato un piccolo brano dalla nuova parte, che raddoppia il volume di pagine del libro. Qui sotto, dal capitolo “Esaurimenti dei pregressi protocolli”, un brano che giunge dopo una lunga narrazione.
Domenica prossima, 28 marzo (qui i particolari), sarò a Roma a presentare il libro, in una conversazione insieme a Tommaso Pincio e Christian Raimo (quest’ultimo, preziosissimo editor della nuova versione di Assalto). Il 12 aprile, al Teatro Franco Parenti di Milano, il libro verrà presentato insieme ad Alessandro Bertante.

“Ma se fate così a Giuseppe, lo sai, come mangia? Lo sai che non trova lavoro…”
“Sono problemi del ragazzo”.
[…]

Camminando nel gelo, la broncopolmonite, le lastre classiche abbandonate là al pronto soccorso allagato, dove un uomo è entrato con un coltello spianato e incrostato di sangue di una ferita altrui, all’improvviso, urlando, nell’acqua, ecco dunque che l’attenzione ingigantisce il fenomeno gigantesco.
Ogni fenomeno è gigantesco.
Descrivilo.
La foggia dei sogni interrotti.
La guancia pòrta al prossimo che sei tu stesso.
E dunque descrivi cosa sia che si scioglie, affinché io abbandoni il gesto plurale che congiunge il filtro alle labbra, mentre i condensati di catrame ribollono ed esplodono e, scrutando ogni molecola, come supernove in espansione sono pronti a collassare ma emanano il residuo che anticipa, gassoso, né letale né non letale poiché la sua pericolosità eventuale dipende dalla presenza umana accanto al fenomeno medesimo.
Ecco quanto si scioglie e emerge, affinché io non ricorra più semplicemente a una sigaretta, semplicemente, semplicemente, una sigaretta semplicemente!, era tutto semplice!, deve restare semplice!, non può addivenire un fenomeno mentale, complesso e labirintico e sovrastrutturato, e invece lo era a priori; il segreto del gigantismo di ogni fenomeno è questo: è mentale, ogni fenomeno è mentale.
L’amore abissalmente richiesto e percepito non ricevuto.
Il calore che non si è avvertito, l’abbraccio della madre, la stretta del padre.
Il riconoscimento che si esiste, fornito dallo sguardo altrui e dunque negato, negando tutto, soprattutto lo sguardo altrui.
La crescita orrenda dell’attaccamento che sostituisce gli attaccamenti.
La fonte maledicente di ogni attaccamento, che è il mantra infinito e dura dal momento in cui si è esistenti al momento in cui si è ma non esistenti, e dunque: “Io… Io… Io… Io… Io… Io… Io…”.
L’inermità bambina di chi è assetato della requie dalla noia e dal profondo e dal superficiale dolore.
Le folate di rabbia, i sismi della discordia, la furibonda terra interiore che si solleva a singulti geologici, destabilizzando la crosta del pianeta umano.
L’ipotesi della cancellazione di ogni affetto, nel momento inadatto a cercare qualunque affetto pur di sapere con certezza non che si è, ma che si esiste.
L’incapacità, che spaventa, di fronte alla Bambina e al Bambino, ma non di essere padre, non è essere padre: è la fatica di volere, la fatica di amare con fatica, quando amare annulla la fatica qualunque, fa della volontà l’essere al suo stato primigenio.
La distrazione edenica.
Il limite fisico, il colpo, la botta, il sommovimento cellulare, il male organico che fa da bordo e asserisce l’esistenza del corpo e dello spirito con il corpo.
La cultura che si confonde con la natura.
L’insubordinazione emotiva quale ultima verità umana, una falsità a cui l’uomo fonico continua a credere.
La fine della fonazione e quindi l’anticipazione del futuro.
L’autoascolto, la cura di sé, il dondolìo meccanico e incantatorio.
L’atto sciamanico in istato residuale.
La favola che bimbi credemmo non ascoltammo.
La dismissione di ogni guaina, di ogni corpo.
La sospensione delle età e delle ere.
Il recupero della naturale sensazione di essere in qualunque era.
Lo sviluppo di un’altra abilità uditiva.
Il risveglio nell’addormentamento.
L’orgoglio enorme, fisico finanche nei legami strutturali di base.
L’arconte che siamo prima di comprimerci a un tale licello di densità, lentezza e ignoranza.

Tutto era questo l’uomo che fuma.

Concedete il futuro privo dei pregressi protocolli, privo di paradigmi.
Esaurimenti: convergete.

Io emergo da una nebbia, scomposto, alla tempia preme un silenzio dall’interno e un vapore dall’esterno.
Non cancellato, entro nella nebbia, non cancellato nella nebbia mi muovo, sorpasso dunque una nuova barriera di bruma compatta, riesco non cancellato, premo.
Io premo.
Esco da me.
Non sono questo, essendolo diventato.

Wu Ming 1: NEW ITALIAN EPIC 2.0

di WU MING 1
Edizione aggiornata, annotata, arricchita del memorandum di Wu Ming 1
[download in pdf – per altri formati, clicca su CONTINUA. Tutto sul New Italian Epic nell’omonima area di “Carmilla”]
Metopa del Partenone raffigurante la lotta tra un Centauro e un Lapita
PREMESSA
Il vero pensiero si riconosce in questo: che divide.
– Mario Tronti, La politica al tramonto

Dobbiamo essere pazienti gli uni nei confronti degli altri e rallegrarci quando riusciamo – sia noi che gli altri – ad avanzare. Restare non dobbiamo.
– Károly Kerényi, lettera a Furio Jesi, 5/10/1964

In un modo o nell’altro, in un tempo o nell’altro, la guerra sarebbe tornata.
– Alan D. Altieri, Magdeburg, l’eretico

Memorandum.
Sintesi provvisoria.
Primo tentativo.
Instabile oscillante reazione ancora in corso.
Sono passati sei mesi da quando ho adoperato queste espressioni in New Italian Epic – testo di cui si continua a discutere, proposta aperta, abbozzo di lettura comparata, albo di appunti da tenere sotto gli occhi, ricordare, utilizzare.
Non a caso l’avevo chiamato “memorandum”. Il dizionario De Mauro dà come primo significato del termine: “documento, foglio, fascicolo in cui sono esposti per sommi capi i termini di una questione.” Per sommi capi, infatti, descrivevo un insieme di opere letterarie scritte in Italia negli ultimi quindici anni, cercando parentele inattese o, all’inverso, sciogliendo legami troppo spesso dati per scontati.
Ne è nato un dibattito che non accenna a spegnersi, anzi, si ravviva e si innalza a ogni bava di vento.

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