36 anni fa: Alfredino

[testo su installazione audiovideo di Marco Magurno]

“Bambino, attento a non cadere nel buco come Alfredino o io ti mangio”. Bambini, la sera, italiana, quando scorrazzate nelle belle campagne italiane di un centritalia tutto pini marittimi nell’entroterra, mai stanchi e con la peluria bionda sulle scapole abbronzate, con quel rachitismo tutto vostro, dei bambini, saltando un cespuglio a piè pari o facendo i discoli vicino a un pozzo artesiano coperto da quattro assi messe in croce con lo sputo e sotto l’impiantito più di sessanta iarde in profondità, come la trachea di uno shoggoth che se la dorme sotterra ronfando a bocca aperta, entrate nel buio: attenti. Si disturberebbero i presidenti così a cuor leggero secondo voi? Svegliarli nel cuore della notte, ronfavano a bocche aperte, degli scalmanati invadono il podere ed è tutto un miracolo. Bambini, voi siete lì, con la paura e privi di un balocco di conforto: volete lo yogurt? Possiamo inviarvelo giù giù, la tazzina di plastica bianca che amavate trafugare nel frigor, tra una scossa o un rigurgito di freon e l’altro, ve lo inviamo giù, fai glu-glu, legandolo con una corda che sa di iuta in quanto è iuta, nella terra che sa di terra in quanto è terra, e voi la mangiate anche se non volete, smotta, scalpita, ravvolge, quanti sassolini e fango: chi è più cattivo, i sassolini o il fango? E giù nani e funambolici, questo è un circo che ti viene a trovare in gola, nello stomaco dove va a stare un po’ di terra coi sassolini, entrandoti dalla gola come la talpa verace e gli storni in cielo te li ricordi? Ciao, sei morto. Quanta grazia nei cadaverini sempre. Sembrano candeggiati, dopo un po’: è la saponificazione. I denti da latte marciscono, poi? Li abbiamo cavati, bambini, con una corda di iuta attaccata alla maniglia della porta del tinello o a un camion, stai lì ferma e poi è tutta una moneta della fatina. Un presidente sopra di un buco! Questa poi! Dovevamo nascere per vedere questo privilegio delle nature? Tante colline dattorno, tanti artesiani, un po’ qui e un po’ là: bambini, attenti. Nella notte ti hanno fatto in forma di raggi che escono da tutti gli occhi a forma di schermi, vai nelle facce dei bambini e spunti, nei loro sogni crocifisso come un Nazareno, di dimensioni contenute, con quei bracci mingherlini tipici del Cristo e dei sei anni, quelle canotte strette e colorate a bande e fasce orizzontali su quel torace che si rompe facilmente e le delicate falangi delle manine che grattano grattano le pareti di fango e terra e sassolini: ma cosa gratti, non vorresti ritornare indietro, con un balzetto, nell’, oh!, tempo? Non è possibile, sai? Non siamo mica in un tuo sogno e persino il presidente si è scomodato questa sera per venire da te al tg2. Quelle cespose campagne che sfiniscono di meriti i paesaggi dell’Italia in fiore sempre. Come ti sei permesso di non chiedere permesso? Perché poi piangono le genti dell’Italia tutte che non hanno pianto mai? Ti mettiamo un imbuto lungo lungo in bocca? Così ti passiamo un poco di acqua e di alimentazione forzata. Giuriamo di non farti la puntura. Non ti piacerebbe balzare alle cronache? Tossisci un po’, che viene fuori della gola quella terra di sassolini e fango, vedi come è bello vomitare tutto sempre. Noi lo sappiamo di già. Lo somministriamo noi, vomitare della terra nel costato tutto costine al mare con una moneta bicolore rossa e blu al collo in una catenina di metallo e questo numero scritto in bianco di magia che ti ritrova da altoparlanti ai bagni adriatici se ti sei perso. Ti sei perso tante cose morendo: su sorridi, noi fotografiamo i morti. Avremo fotografato il cadaverino, il tuo, quando sarà stato ritrovato mesi dopo l’incidentale caduta nell’efferatezza dei pampini di uva quel meriggio tardo, ti ricordi? Testa di rapa che non sei altro, testa e coda della talpa furba che fa allegro qualunque ladrocinio. Attenti bambini. Guardate la lavagna: è nera e fonda come un pozzo artesiano orizzontale, adesso ci cadete dentro coi numeri e le lettere, erano una trappola per farvi venire qui e poi gettarvi nella fauce al plurale di un orco che non c’è. Fate la preghiera all’angelo custode per favore? Cosa fate, intrappolati nell’artesiano, friabile come i biscotti, sotto substrati che cingono d’assedio la ulna e il radio minuscoli e ghermiti. Presto chiamiamo lo speleologo per farti paura anche col nome di speleologo. Ti urliamo negli orecchi che la terra feconda ti preme, abbarbicando le radichette nei padiglioni auricolari. Bambini, non fidatevi mai. Danno drogate le caramelle, chi spaccia chi consuma, all’angolo della scuola elementare e sei carino, questo è il mondo degli adulti di una volta che non è più adesso che non sei più un bel niente. Ciao, che muori. E morire indefinitamente è questa cosa dei bambini a un infinito dire ciao appena nati, sai, bambino?
Bambino non era nato e non sa niente, né ciao né muore.

“Alfredino Rampi”, 35 anni dopo

Il 10 giugno, nel canone privato, che sta vaporizzando come tutti i canoni e le memorie, è l’inizio del mio centro di gravità impermanente, che è stato Alfredino Rampi. A lui è dedicata la convoluzione testuale che ho intitolato “Dies Irae”. Lui è stato rinnovato nell’ultima delle immagini sostenibili per me, quella del volto disfatto dalle torture di Stefano Cucchi, nell’evoluzione testuale che ho titolato “Fine Impero”. Alfredino è arrivato a essere il Babau, il Bambino che è la fine di tutti i bambini (al video qui sopra, la mia lettura del breve brano). E oggi, mentre vanamente penso al movimento testuale a cui non riesco a lavorare, è ancora Alfredino il centro: che sparisce. Ovvero: mi trovo per la prima volta nella mia vita orfano di lui, della maglietta a righe che è l’immagine postuma scattata prima. Continua a leggere ““Alfredino Rampi”, 35 anni dopo”

Con Hitler, insorge postumo e attuale il Dies Irae

diesirae_hitler_genna.jpgCosa sta succedendo? Sia sul piano privato sia sul piano pubblico sta accadendo che, al pari delle acque smosse dal romanzo Hitler (Mondadori), sta salendo a galla il Dies Irae (Rizzoli), il mio libro che precedeva quest’ultimo: soggetto, stile, argomento, piani strutturali clamorosamente differenti dal romanzo Hitler. Mi arrivano e-mail a iosa sul Dies Irae, lettori si lanciano in paralleli illuminanti sui due libri (alcuni contributi li ho pubblicati qui e qui, ma ne metterò on line altri, particolarmente sconcertanti). Antonio Scurati, in un elzeviro illuminante su La Stampa circa la vicenda dei due fratellini di Gravina, cita l’incipit del Dies Irae, che concerne il dramma di Alfredino Rampi. Ho i miei motivi per ritenere che il Dies Irae sia un libro che crei “affetto” e “identificazione”, mentre Hitler è proprio l’opposto: è il libro che non deve creare piacere, affettivizzazione, immedesimazione. Però questa coincidenza è abbastanza allibente per il Miserabile sottoscritto. Ho già ringraziato i Subsonica per Canenero, l’eccezionale pezzo ispirato al Dies Irae e inserito nell’ultimo loro album, L’eclissi (ne ho anche tratto una “installazione”). Ora devo ringraziare i Baustelle, che hanno realizzato Alfredo, splendido pezzo che sta tra De André e Pasolini, e, mentre, scalano le classifiche con l’album Amen, continuano a citare il Dies Irae proprio a proposito di Alfredino e del momento storico italiano in cui la tragedia del piccolo Rampi avvenne (è proprio il fil rouge del D.I.).
Assieme ad Alfredo, che traggo da YouTube, sulle medesime frequenze si presenta il reading/performance, un mix di rime a filastrocca (di cui non sono autore e che sono splendide) e di estratti letti dal Dies Irae, a cura di Cevor1981: un lavoro artistico di cui non è possibile ringraziare l’autore (o gli autori) e che risulta davvero particolarmente impressionante.
Qui sotto, i due video. In queste parole il mio ringraziamento che, spero si avverta, corre sotto le parole stesse.

Baustelle – Alfredo – da Amen

Cevor1981 – Dies Irae