“Hitler” e “Breivik”: la non-persona

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Qualcosa lega “Hitler” a “La vita umana sul pianeta Terra”: il non-soggetto del nuovo romanzo è la vittoria postuma del non-soggetto del romanzo precedente. C’è un momento, interno e tuttavia estraneo ai libri, che li connette: è un kaddish personale, composto per testo immagini e suoni e si intitola “Apocalisse con figure”, che è un lamento funebre integralmente leggibile qui (http://bit.ly/1oDitAp) e una videoinstallazione on line su musiche di Iannis Xenakis e Arvo Pärt, visionabile qui (http://bit.ly/1gGjrJZ).

Mauro Trotta su “il manifesto”: il romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgVorrei ringraziare di tutto cuore la redazione de il manifesto e Mauro Trotta, per la pubblicazione dell’ampia recensione che riporto qui sotto. In queste ore di sconfitta civile del Paese, il pezzo di Trotta sul romanzo Hitler mette in evidenza qualcosa che, evidentemente, io intendevo significare con la pubblicazione del libro. Non riuscendo a ritrovare l’indirizzo mail di Mauro Trotta, gli faccio un appello: scrivermi, se può e ha voglia a questo indirizzo, affinché possa personalmente ringraziarlo, per la generosità e la totale intercettazione dell’autore che emerge dal suo bellissimo articolo. gg

L’orrore di una non persona

il_manifesto.jpg«Hitler», il romanzo dello scrittore Giuseppe Genna per Mondadori. Una biografia asciutta che non cerca spiegazioni, ma che invita a mobilitarsi affinché quella storia non si possa mai più ripetere
di MAURO TROTTA
Scrivere un romanzo su Hitler? Un’impresa da far tremare le vene dei polsi a chiunque. Tanti, troppi, i rischi. Scadere nel sociologismo, ad esempio, o in uno storicismo d’accatto annullando la responsabilità del protagonista, riducendolo a pura espressione di forze presenti nella società e nella storia. Oppure, dall’altro versante, mitizzare la figura del dittatore nazista, rivestendola di un’aura fascinosa per quanto perversa. E, soprattutto, il rischio più grande, arrivare a una forma narrativa epica che, pur all’interno di un’epos del male, ammanti comunque la vicenda e il protagonista di una grandezza a-storica, per quanto negativa.
Nonostante questi e molti altri pericoli, trappole e trabocchetti, un autore, Giuseppe Genna, ha voluto misurarsi con tale impresa ed ha scritto un romanzo biografico su Adolf Hitler. Nasce così Hitler, di recente uscito per Mondadori (pp. 632, euro 20).
Narrazione algida
Genna confessa di averci messo dieci anni per arrivare a scrivere questo libro e, dall’officina sul romanzo che ha pubblicato sul suo sito (www.giugenna.com) risulta che è sempre stato ben consapevole dei tanti rischi cui andava incontro.
Innanzi tutto c’è da sottolineare che non si tratta di un romanzo storico. C’è, semmai, la semplice esposizioni dei fatti e delle vicende relative alla vita del protagonista. Con poche eccezioni. Innanzi tutto la sezione intitolata «Apocalisse con figure» in cui irrompe la Shoah in tutta la sua forza e drammaticità, accentuata dalla netta separazione che la distingue radicalmente dal resto del testo. E, poi, l’inizio e la fine. Quest’ultima soprattutto, dove c’è l’incontro tra il dittatore e le sue vittime. Queste due sezioni escono fuori, esorbitano dal resto del romanzo, e sembrano rappresentare il nucleo metafisico dell’intero testo, dato che tutto il resto – la storia di Hitler – si svolge rigorosamente solo in superficie. Il romanzo, infatti, consiste nella semplice esposizione dei fatti senza che da parte dell’autore ci sia alcun tentativo di ricercarne motivazioni di qualsivoglia genere. Certo, emerge la temperie di quegli anni, l’atmosfera che regnava in Germania, ma la narrazione rimane sempre, per così dire, in superficie.
L’apparenza che stermina
I personaggi stessi non sembrano avere alcuno spessore, nessuna psicologia. E, più di tutti, il protagonista che è una non-persona, come viene definito continuamente dall’autore. E la non-persona è pura apparenza, senza movimento, semza cambiamento, senza spessore. Affrontando la non-persona non ha senso porsi domande sulle cause, bisogna, infatti, evitare il rischio di concedergli una qualche vittoria postuma: «Tu non sei creato dal trauma. Tuo padre e tua madre non furono diversi dai padri e dalle madri. Tu non sei determinato da pratiche sessuali: anche altri le compiono. Di te non va pronunciata la domanda: perché? Nessuna vittoria postuma va concessa a te, l’apparenza che simula di essere. L’apparenza, sganciata dall’essere, stermina».
Ma come si fa a narrare di una non-persona? Quale linguaggio utilizzare? Lo stesso Genna confessa di essersi ispirato alle metope del frontone dell’Altare di Pergamo, quelle figure che si stagliano appunto sul lungo frontone raccontando una storia – la battaglia tra gli dei e i titani – dando al contempo una sensazione di linearità orizzontale, tramite le scene isolate contrapposte, e di staticità, di blocco. In una splendida recensione del romanzo, rintracciabile sempre nel sito dell’autore, Demetrio Paolin sostiene che la lingua e la scelta retorica operata da Genna sia riconducibile al linguaggio utilizzato nelle iscrizioni, soprattutto in quelle funerarie o dedicate alla commemorazione di una battaglia o di una vittoria sportiva. La linearità orizzontale, la scrittura di superficie di tutto il romanzo – abbandonata solo rare volte – consiste dunque in quello stile marmoreo e lapidario caratterizzato da anafore, asindeti reiterati, frasi brevi, aggettivazione magniloquente e periodi ellittici. Eppure, i frontoni dei templi greci non possono essere considerati un po’ gli antenati dei fumetti? E quel linguaggio lapidario non si ritrova proprio nelle didascalie che caratterizzano le strip? Da questo punto di vista, nella scelta del linguaggio, l’Hitler di Genna può richiamare alla mente proprio un fumetto, che è alllo stesso tempo uno dei libri più belli sull’Olocausto, ovvero Maus di Art Spiegelman.
L’ottica, naturalmente, è completamente differente ma anche qui, tra l’altro, ci sono interventi dell’autore, che è anche personaggio della storia, sul protagonista, ossia suo padre. Certo gli interventi di Genna nei confronti del protagonista del suo libro o di altri personaggi non sviluppano alcun dialogo, come nel caso di Maus, ma si configurano come vere e prorpie maledizioni. Come quando, ad esempio, nel momento in cui Hitler sta per suicidarsi lo scrittore interviene incitandolo a premere il grilletto.
Sull’orlo della catastrofe
L’unico personaggio che non sia esistito storicamente, nel libro di Genna, è quello che, oltretutto, appare per primo nel romanzo. Si tratta di Fenrir, il lupo della mitologia norrena il quale, liberatosi dalla magica catena che lo imprigiona, darà il via al Ragnarok, la caduta di Asgard e degli dei, la fine del mondo. Eppure questa incarnazione di Fenrir ha ben poco da spartire con il terribile lupo che alla fine del tempo divorerà Odino, il padre degli dei. Sembra più una sua grottesca parodia, un bastardo pulcioso. Basti pensare a quello che fa. Finalmente libero, non va alla ricerca degli dei, suoi nemici, ma si precipita sulla terra per unirsi alla non-persona. Non solo, non riesce neanche a mordere, a contaminare Hitler, ma ne viene morso, contaminato. Così anche la mitologia viene svuotata divenendo vuota apparenza, ciarpame retorico senza grandezza né vitalità.
Libro che si legge tutto d’un fiato, l’Hitler di Genna rimane nella mente a lungo perché stimola tante domande, riflessioni. Spinge, insomma, a pensare, a interrogarsi a fondo. Anche sulla politica. Se, infatti, la non-persona, in quanto pura apparenza, «dice al lavoratore quanto il lavoratore vuole sentirsi dire, al capitalista quanto il capitalista sogna, al commerciante quanto spera», se, insomma, è in grado di dire a tutti quello che tutti vogliono sentirsi dire e se questo è proprio quanto avviene nella politica attuale, non stiamo correndo il rischio che giunga di nuovo una non-persona che ancora una volta porti il mondo sull’orlo della catastrofe?

Dal romanzo Hitler: il brano letto a Roma

hitlercovermedia.jpgDevo ringraziare per l’ospitalità e l’eccezionale lavoro svolto da minimum fax per l’unica presentazione che è stata fatta (e non ce ne saranno altre) del romanzo Hitler. Non si è trattato di una presentazione. Alla libreria minimum fax (in via della Lungaretta 90/e), accompagnato da profondissime letture di Nicola Lagioia e Christian Raimo, che hanno fatto “esplodere” la sezione che fa da perno al libro, cioè Apocalisse con figure, attraverso stacchi musicali mutuati ad hoc da Arvo Part, Lisa Gerrard, Iannis Xenakis, si è inaugurata un’unica lettura dal vivo appartenente al corpo testuale di Hitler: la scena che riporto qui sotto. A introdurre il tutto, la voce del poeta di Paul Celan: una rara registrazione audio del grande autore tedesco che legge uno dei suoi capolavori, Todesfuge (basta cliccare qui per ascoltare il file, mentre in calce alla scena da Hitler riporto la mia traduzione della poesia, che si discosta decisamente dalla versione datane da Giuseppe Bevilacqua).

* * *

Località ignota (Germania), maggio 1943

È qui.
Nessuno sa che è qui.
Adolf Hitler scruta dai finestrini la campagna attorno: terra brulla, cespugli verde marcio, rari. La campagna piatta è deserta. La giornata di maggio è insolitamente fredda, grigia. La nebbia inumidisce i vetri, penetra nell’abitacolo, sa di ozono.
L’autista conosce il percorso e non sa cosa sia la meta. La scorta segue. Nessun contadino in vista.
La recinzione: al blocco di controllo sei membri SS scattano nel saluto marziale, nessuno si attendeva una visita del Führer, all’improvviso, in questo luogo dimesso, segreto.
Ecco i casolari. Li abitano derelitti, consacrati alla causa.
Ciò a cui lui ha a lungo pensato. Ciò che lui ha a lungo desiderato.
Ecco l’enorme hangar centrale, in alluminio. Sembra un magazzino: lo era, è stato confiscato. Alluminio ondulato.
Dai casamenti, dall’hangar, persone in affanno escono, si sistemano i vestiti, finché l’automobile presidenziale non compie un largo giro sulla terra nuda e si va ad affiancare alla schiera che attende, che allarga la bocca davanti al volto pallido, crepato e gonfio del Führer.
La portiera è spalancata, Adolf Hitler esce nel freddo, calza i guanti, dà le spalle al responsabile che si profonde in saluti servili, dice ciò che tutti pensano di dovere dire di fronte all’uomo che la Provvidenza ha inviato, l’uomo che ha dato l’abbrivio alla creazione e alla distruzione.
Hitler è voltato, il suo sguardo assente si perde nella vastità immensa del campo arato, che viene arato per confondere eventuali ricognitori: la terra scura, intrisa di umidità, espira bruma bassa, pesante, grassa.
Hitler si volta. Il responsabile alza il braccio destro, non fa tempo a pronunciare il saluto, Hitler ordina: “Tutti fuori. Desidero vederla da solo. Impiegherò poco tempo”.

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Il romanzo Hitler per la terza volta sul “Corriere”: su Primo Levi nel romanzo

hitlercovermedia.jpgTra tutte le critiche formulate intorno all’esito, alle intenzioni autoriali e alle meditazioni che fanno il romanzo Hitler, l’osservazione di Paolo Fallai, sul Corriere della Sera di sabato 16, è la più profonda e decisiva. E’ una critica penetrante, che scuote davvero le fondamenta e l’architettura del romanzo. A questa osservazione vorrei rispondere, perché la questione messa in gioco da Fallai è talmente decisiva da un punto di vista etico che, davvero, mi pare irrinunciabile l’assunzione di responsabilità da parte mia e l’espressione delle ragioni per cui non sono d’accordo con quanto Fallai vede e rileva. Tuttavia mi sia consentito questo giudizio: quando la critica è così radicale e penetrante l’oggetto, la “cosa” del romanzo, allora a qualche esito si è giunti e, nel caso l’autore abbia errato, è felice di ammetterlo, perché il critico gli è stato di aiuto ed è stato d’aiuto alla “cosa” stessa del libro.
Mi sia dunque permesso di ringrazia Paolo Fallai e Antonio Troiano, quest’ultimo responsabile delle pagine culturali del
Corriere, per l’attenzione rinnovata al “discorso” del romanzo Hitler.
La critica di Paolo Fallai sul Corriere della Sera

Genna e l’uso di Primo Levi per raccontare Hitler

di PAOLO FALLAI
C’è un assunto agghiacciante posto a premessa, apparentemente incontestabile, del romanzo dedicato da Giuseppe Genna a Hitler. «Considerate se questo è un uomo»: l’autore pone le parole di Primo Levi in epigrafe, insieme alle citazioni di Emil Fackenheim, Claude Lanzmann e Ron Rosenmbaum. Poi la frase torna nell’incipit stesso del romanzo, appena introdotta da un perentorio «Confrontatevi con lui. Considerate se questo è un uomo». È difficile contestare la domanda essenziale che continuiamo a porci di fronte al male assoluto.
Che uomo è Hitler? A quale umanità appartiene? È il tema della ricerca che Genna svolge, con il suo stile, scegliendo la forma di romanzo biografico al punto da superare l’uomo Hitler per concentrarsi sull’idea Hitler, «una non-persona, un punto di vuoto» come ha scritto Franco Cordelli. Ma quelle parole di Primo Levi non indicavano un’idea: hanno rappresentato carne, sangue e sgomento delle vittime. Sono forse, insieme a quelle di Robert Antelme, lo sforzo più compiuto per dare a noi la misura concreta dell’indicibile.
È possibile accostare quelle parole al carnefice? E siccome non di Hitler ci preoccupiamo ma della fertilità del male, se e quanto rischia di essere fuorviante usare in questo modo la dolente affermazione di Primo Levi? Forse, non dovrebbe essere proprio usata, ma lasciata allo stato puro di testimonianza: «Sono di nuovo in Lager, e nulla è vero all’infuori del Lager. Il resto era breve vacanza, o inganno dei sensi, sogno: la famiglia, la natura in fiore, la casa». È l’ultimo paragrafo de La tregua scritto da Primo Levi sedici anni dopo il ritorno da Auschwitz.

Videointervista sul romanzo Hitler

Il Web del libri Mondadori, recentemente rinnovatosi, propone, a partire da YouTube oltre che nella gallery del suo sito, due brani di una videointervista al Miserabile sottoscritto: che, avendo contratto un herpes che scorre nel sangue come gli pare e piace, al momento non corrisponde in nulla all’immagine che si può visionare (il volto è obitoriale e le capacità mentali pure, sic stantibus rebus). Per chi avesse interesse a ricordare il Miserabile com’era un tempo o ad ascoltare considerazioni dell’autore sul romanzo Hitler, ecco i due stralci da YouTube:

Tre pagine sul romanzo Hitler su Mucchio Selvaggio

hitlercovermedia.jpgDevo ringraziare la direzione e lo staff tutto del mitologico mensile Il Mucchio, che mi annovera da tempo tra i suoi affezionati lettori. In questo numero appaiono infatti una splendida recensione al romanzo Hitler (con motivate perplessità incluse) e uno speciale/intervista di tre pagine. L’intervista è frutto di una lunga telefonata con il critico Alessandro Besselva, che si è sobbarcato in tempi record la lettura del romanzo e mi ha posto domande che considero decisive per l’autore del libro e, spero, siano utili ai lettori interessati. L’intervista di Alessandro Besselva è tra le più belle e complesse che mi siano state fatte in Italia da quando pubblico: a lui rivolgo complimenti e ringraziamenti, perché non so come sia riuscito a estrarre un pezzo tanto preciso e stilisticamente bello da un flusso logorroico telefonico come quello che ho emanato.
Purtroppo non dispongo della versione digitale della recensione del
Mucchio. Qui sotto, la versione pdf delle tre paginate di intervista.

Autori – Giuseppe Genna

ilmucchio.jpgOpera dalla monumentalità quasi metafisica e di grando impeto morale, di difficile classificazione e a lungo meditata, Hitler (Mondadori) di Giuseppe Genna cerca di disgregare il mito del dittatore nazista attraverso una grande fede nel potere della letteratura. Operazione ambiziosa e riuscita che indaghiamo attraverso le parole dell’autore
di ALESSANDRO BESSELVA AVERAME
Le tre pagine del Mucchio

Altieri su “Border Fiction”: sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgAlan D. Altieri, autore della memorabile Trilogia di Magdeburg, di cui su questo sito si è accennato, mi fa l’onore di occuparsi del romanzo Hitler. Lo fa con una recensione che mi imbarazza, per l’entusiasmo e la prosa che Altieri (di cui va assolutamente visitato il forum a lui dedicato) impiega in questo esercizio interpretativo, con cui ribalta la mia personale prospettiva sulla “non-persona” Hitler. La recensione sta su Border Fiction, sito letterario frequentatissimo, che si occupa di genere, fiction e realtà, o, meglio, come dice la sottotestata, di “storie di frontiera”. Riproduco, col permesso dell’autore, l’articolo, che si trova qui su BF, con la possibilità eventuale di commentare.
Mi sento in dovere di esprimere tutta la mia gratitudine ad Altieri, il cui parere è per me fondamentale trattandosi di uno scrittore che ammiro indicibilmente, e a Border Fiction che ha dato ospitalità alla recensione.

Giuseppe Genna’s “Hitler”

di ALAN D. ALTIERI
ALTIERI_HITLER.jpgLA MAPPA DEFINITIVA DEL MALE UMANO
Uno spettro si aggira per (i cieli dell’) Europa. No, non e’ una inedita ideologia collettivistica (o qualsivoglia grottesca distorsione globalizzata della medesima). Non e’ nemmeno una stella cometa portatrice di pace/fede/speranza (o qualsiavoglia ridicola illusione psicotica delle medesime). Questo spettro e’ una entita’ mostruosa. Un osceno lupo deforme, il Fenrir, scaturito da un abisso di incubi. Ha una missione: trovare un araldo in grado di spalancargli le porte del Ragnarok, la Fine dei Giorni. Non deve cercare a lungo. L’araldo del Fenrir ha gia’ un volto, ha gia’ un nome. E dopo il suo passaggio sulla terra, nulla, nulla in assoluto, sara’ piu’ lo stesso.
Quanto sopra e’ l’inizio, pura rivisitazione del gotico scandinavo, di Hitler, il nuovo, grandioso romanzo di Giuseppe Genna, Mondadori Editore, collana Scrittori Italiani e Stranieri. Poco meno di dieci giorni dall’uscita e gia’ alla seconda edizione.
Non tentiamo neppure di nasconderci dietro orpelli piu’ o meno ipocriti: la storia dell’uomo E’ la storia degli sterminatori dell’uomo. Alessandro Magno e Giulio Cesare, Gengis Khan e Timur Lenk, Albrecht von Wallenstein e Napoleone Bonaparte. Eppure, nessuno di questi super-killers riesce ad avvicinarsi neppure lontanamente ai trionfi, genocidari e non solo, di Adolf Hitler.
Molto si e’ scritto su Adolf Hitler, molto altro si scrivera’. Sempre pero’ in forma di saggistica. In un suo libro non troppo conosciuto, Norman Mailer esploro’ la strada di tramutare Hitler in personaggio. Con dubbi risultati.
A tutti gli effetti, questa e’ la prima volta, la prima volta in assoluto, che un autore in generale — un autore italiano in particolare — affronta la sfida impossibile di Adolf Hitler protagonista di un’opera di narrativa.
Giuseppe Genna non vince questa sfida: Giuseppe Genna la annienta… L’uomo in questione non e’ alieno da imprese temerarie. E straordinarie. In Nel Nome di Ishmael ha ridefinito il thriller di cospirazione. In Grande Madre Rossa ha tramutato Milano in una distorsione di Dresda. In Medium — singolare proposta narrativa a diffusione (per ora) solamente Internet — fonde tragedia personale e intrigo esoterico. Per questo autore pressoche’ unico sulla nostra scena letteraria, Hitler rappresenta una nuova frontiera. In tutti i senti. Se la lingua italiana avesse un equivalente del genitivo sassone, il titolo esatto di questolibro dovrebbe essere “Giuseppe Genna’s Hitler”. Il motivo? Tanto semplice quanto agghiacciante:
“Giuseppe Genna’s Hitler” E’ la mappa definitiva del Male umano.
Basate su ricerche storiche di precisione cartesiana, queste 623 pagine — ben pochi autori, italiani e non, hanno un simile respiro narrativo — ipnotizzano e spiazzano, affascinano e coinvolgono, demoliscono e vorticano, denudano e giudicano. Esatto: giudicano. L’autore non si colloca fuori dalla storia, esistita e narrata. L’autore vi si getta dentro, alla massima profondita’. E trascina dentro anche il lettore.
“Giuseppe Genna’s Hitler” e’ la radiografia ad alta definizione di come un patetico idiota maligno, una non-persona (nel senso di antitesi umana) possa assurgere al ruolo — sanguinoso, sanguinario e molto, troppo temporaneo — di “Re del Mondo”. Nessuna mitizzazione, nell’analisi di Giuseppe Genna, nessuna assoluzione. Certamente nessuna redenzione. Per spiegare il sorgere della Bestia, non e’ sufficiente un’infanzia fottuta (chi non l’ha avuta, un’infanzia fottuta?). Non e’ sufficiente nemmeno un’adolescenza ingombra di demenze erotiche pregresse (sai che novita’). Di certo non basta un breve, quanto duro, transito nelle trincee della Grande Guerra (c’e’ andato solamente lui, in trincea?).Nulla di tutto questo spiega semplicemente perche’ non-puo’ spiegare.
Lo Hitler di Giuseppe Genna “e’ un cretino”. Testuale inizio di capitolo. E restera’ un cretino fino all’abisso conclusivo nel Bunker. E’ un miserabile che si aggira per la Berlino post-bellica (sempre la Prima Guerra) delirando di architetture infernali e di grandiosita’ blasfeme. Mentitore e illuso, giocoliere e vile, istrione e schizoide. Ha un unico punto di forza dalla sua: una logorrea tanto dilagante quanto trascinante. E di che cosa potra’ mai parlare, la non-persona? Del vuoto, del nulla, del niente. Hitler visto da Giuseppe Genna e’ un untore del nihil. Lo sparge come un virus. Lo diffonde come una metastasi. E in un corpo gia’ malato per la depressione economica, gia’ prostrato dalla fame cronica come quello della Germania della repubblichetta di Weimar, la metastasi non puo’ che tramutarsi mega-metastasi. Cosi’ il blocco canceroso originario diviene un putrido bubbone rigonfio di altre non-persone, ani dementi meno carismatici ma ugualmente grotteschi, parimenti atroci. Il tossico Goering, il turpe Röhm, il pervertito Goebbels, il viscido Hess, il subdolo Himmler.
Una irrestibile ascesa, quella della non-persona e dei suoi nani dementi. Dal tragicomico “putsch della birreria”, all’infamante incendio del Reichstag, dalla feroce “Notte dei Lunghi Coltelli”, ai grondanti pogrom anti-ebrei, fino alla millenarista apoteosi pre-apocalittica della “Notte di Norimberga”.
Di questa agghiacciante epopea, Giuseppe Genna non ci risparmia — ne’ si risparmia — nulla.
Mentre i potenti d’Europa e d’America stanno a guardare — in folgorato equilibrio instabile tra ammirazione e soggezione, acquiescienza e diffidenza, ardore e terrore — la piu’ grande delle tragedie europee avanza verso l’inevitabile compimento della Seconda Guerra Mondiale. Ed e’ proprio in questa sezione del libro, il terzo atto, che Giuseppe Genna si riscopre prodigioso cantore dell’epica della distruzione. Un garrote la sua descrizione dello sterminio perpetrato dai famigerati Einsatzkommando. Un turbine la sua mis-en-scene dei bombardamenti sull’Inghilterra. Un tifone di metallo la sua rappresentazione dell’attacco all’Unione Sovietica. Uno tsumani bianco il contracco russo d’inverno alle porte di Mosca. Un’orgia del caos il suo affresco della Battaglia di Stalingrado. Una valanga di disperazione la sua cronaca del progressivo collasso del Terzo Reich. Un delirio al limite dell’onirico la sua autopsia gli ultimi giorni della non-persona in una Berlino da girone dantesco.
Uno stile, quello di Giuseppe Genna, esplosivo quanto il fiume del suo raccontare. Niente concessioni alla “bella prosa dei fasulli”, in Hitler. Niente intorcinamenti da “salotto buono dei fighetti”. Ogni singola frase e’ un colpo di maglio, perfino quando quella frase e’ composta da un’unica parola. Tutto questo integrato in una struttura della storia narrata ben piu’ solida del “Patto d’Acciaio”.
“Giuseppe Genna’s Hitler” non e’ affatto un ennesimo libro su Hitler. “Giuseppe Genna’s Hitler” arriva addirittura a scavalcare la mappa del male umano che esso stesso traccia. “Giuseppe Genna’s Hitler” e’ la parola terminale in materia della farneticazione distruttiva e auto distruttiva insita nella mente.
Ma “Giuseppe Genna’s Hitler” e’ anche, e soprattutto, un appello privo di compromessi sulla necessita’ della memoria — inevitabile e struggente l’Apocalisse con Figure nell’ultima parte del testo.
Capolavoro e’ una parola da usarsi con cautela, d’accordo. Ma se Hitler non e’ un capolavoro, certamente da queste pagine si riesce a vaderlo. Un autore da NON ignorare e un libro da NON perdere. A nessun costo.