Houellebecq: Jacques Prévert è un coglione

di MICHEL HOUELLEBECQ
houellebecq_prevert.jpgJacques Prévert è qualcuno di cui si imparano le poesie a scuola. Ne risulta che amava i fiori, gli uccelli, i quartieri della vecchia Parigi ecc. Gli pareva che l’amore sbocciasse in un’atmosfera di libertà; più generalmente, era piuttosto per la libertà. Portava un berretto e fumava delle Gauloises; lo si confonde talvolta con Jean Gabin; del resto è stato lui a scrivere la sceneggiatura di Porto delle nebbie, di Mentre Parigi dorme ecc. Ha scritto anche la sceneggiatura di Amanti perduti, considerato il suo capolavoro. Molte buone ragioni per detestare Jacques Prévert, soprattutto se si leggono le sceneggiature mai girate che Antonin Artaud scriveva alla stessa epoca. È desolante constatare che il ripugnante realismo poetico, di cui Prévert fu l’artefice principale, continua a fare danni e che si pensa di fare un complimento a Léos Carax accostandolo a lui (nello stesso modo, Rohmer sarebbe probabilmente un nuovo Guitry ecc.). Il cinema francese, in realtà, non si è mai ripreso dall’avvento del sonoro; finirà col creparne e non è un gran male.
Nel dopoguerra, circa alla stessa epoca di Jean-Paul Sartre, Jacques Prévert ha riscosso un successo enorme; si è colpiti dall’ottimismo di quella generazione. Oggi il pensatore più influente sarebbe piuttosto Cioran. All’epoca si ascoltavano Vian, Brassens… Innamorati che si sbaciucchiano sulle panchine, baby boom, costruzione massiccia di case popolari per alloggiare tutta quella gente. Molto ottimismo, molta fiducia nel futuro e un po’ di stupidità. Certamente siamo diventati molto più intelligenti.
Con gli intellettuali, Prévert ha avuto meno fortuna. È sfuggito dunque essenzialmente alle tesi di dottorato. Oggi, tuttavia, entra nella Pléiade, il che costituisce una seconda morte. La sua opera è lì, completa e fissa. È un’eccellente occasione di interrogarsi: perché la poesia di Jacques Prévert è così mediocre che si prova talvolta una sorta di vergogna a leggerla? La spiegazione classica (perché la sua scrittura «manca di rigore») è completamente sbagliata; attraverso i suoi giochi di parole, il suo ritmo leggero e limpido, Prévert esprime in realtà perfettamente la sua concezione del mondo. La forma è coerente con la sostanza, il che è proprio il massimo che si possa esigere da una forma. Del resto, quando un poeta si immerge a tal punto nella vita, nella vita reale della sua epoca, sarebbe fargli torto giudicarlo secondo criteri meramente stilistici. Se Prévert scrive, significa che ha qualcosa da dire; torna tutto a suo onore. Purtroppo, ciò che ha da dire è di una stupidità senza limiti, talvolta nauseante. Ci sono belle ragazze nude, borghesi che sanguinano come porci quando li sgozzano. Storia vecchia; si può preferire Baudelaire.
[da La ricerca della felicità, Bompiani 2008, traduzione di Fabrizio Ascari, pagine 384,18 euro]

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Kurt Vonnegut: “Alla larga dalla vita!”

vonneguttirA tutti i non-nati, a tutti i nascituri, a tutti gli innocenti grumetti di indifferenziata nientità: Alla larga dalla vita!
Io me la sono beccata, la vita. io mi sono ammalato di vita. ero anch’io un batuffolo di indifferenziata nientità, e poi , pifff, s’è aperto all’improvviso uno spiraglio, uno spioncino. Luce e rumore si sono riversati dentro il nulla. Delle voci hanno cominciato a descrivere me e il mio ambiente. Non potevo reclamare, contro quello che dicevano, né ricorrere in appello. Dicevano che ero un maschio a nome Rudolph waltz, e questo era quanto. Dicevano che si era nell’anno 1932, e questo era quanto. Dicevano che mi trovavo a Midland City, nell’Ohio, USA e anche questo era inoppugnabile.
Non s’azzittivano mai. Anno dopo anno, ammucchiavano dettaglio su dettaglio. Ancora seguitano. Lo sapete cosa dicono adesso? Dicono che siamo nel 1982, e che io ho cinquant’anni.
Bla bla bla.

[…] Una volta mio padre mi disse, da vecchio- dopo aver trascorso due anni in prigione, dopo avere perso tutti i suoi quattrini e tesori d’arte-, che la più gran delusione della sua vita era stata quella di non avere mai fatto il soldato. Era l’ultima sua illusione( e forse aveva un certo fondamento) quella di essere nato per coprirsi di gloria in un campo di battaglia.
Certo, invidiò John Fortune fino all’ultimo. L’uomo che gli aveva fracassato il piede andò in guerra e divenne un eroe, e a papà sarebbe tanto piaciuto combattere al suo fianco, in trincea, e andare con lui all’assalto, e poi tornare, come Fortune, con il petto carico di medaglie. L’unico onore, vagamente militare, che mio padre ricevette in vita sua fu un citazione, da parte del governatore dello Stato dll’Ohio, per la parte da lui svolta nella colletta di ferrivecchi per la patria in armi, durante la seconda guerra mondiale, a Midland City. Non vi fu alcuna cerimonia. L’attestato arrivò per posta, un bel giorno.
Papà era in prigione, a Shepherdstown, il bel giorno in cui arrivò. La mamma e io glielo portammo, quando andammo a trovarlo. Io avevo tredici anni allora. Sarebbe stato più gentile, da parte nostra, se l’avessimo bruciato, quel pezzo di carta, e ne avessimo sparse le ceneri nel fiume. Quell’attestato era infatti una suprema ironia, per mio padre.
“ Finalmente mi trovo in compagnia degli immortali,” disse. “ Non mi restano ormai che due onori, cui aspirare.” Il primo, ottenere la tessera di fancazzista. Il secondo, diventare pubblico notaro.
Papà si fece consegnare quel certificato poiché, disse, intendeva pulircisi il sedere, alla prima occasione. Il che sicuramente fece.
Invece di salutarci, quel giorno, ci disse, alzando due dita a V come uno scolaretto: “ Bisogno impellente.”

[…] Quindi , era tipo da dire a un bambino di otto anni, figlio di operaio “ Mi guardi come se io fossi Mefistofele. E’ questo che pensi ch’io sia, eh? Eh?”
Il mio amichetto era tenuto a rispondere.
O sennò, era capace di dire alla figlia d’un bidello, nell’offrirle una sedia: “ Siedi,cara, all’Assedio Periglioso. O non osi?”
I miei compagni di giochi erano perlopiù figli di povera gente, di genitori non istruiti, poiché il quartiere si era rapidamente degradato, dopo che i ricchi- tranne papà e mamma- avevano traslocato altrove.
A un altro mio piccolo amico, papà aveva la faccia di dire: “ Sono Dedalo, io. Vuoi che ti costruisca un paio di ali, per volare con me? Così potrai aggregarti alle oche selvatiche e migrare al sud con loro! Però dovremo star attenti, è vero, a non avvicinarci troppo al sole. E lo sai perché non dovremmo avvicinarci troppo al sole, eh? eh? ”
Il bambino era tenuto a rispondere.
Sul letto di morte , all’ Ospedale Conteale, papà, tirando le somme dei suoi pregi e difetti, disse che, se non altro , era stato magnifico con i bambini, i quali con lui si erano sempre divertiti un mondo. “ Io li capisco,” disse.

[…] “ Tu, io , tua madre e tuo fratello discendiamo da un solido e stolido ceppo tedesco di gente senza fantasia, senza estro, senza grazia, gente la cui virtù è che non può mai smettere di faticare sodo. tu vedi in me un uomo che fin da piccolo fu oggetto di lusinghe e menzogne e che fu traviato dal proprio destino, che era una vita di lavoro e affari, una vita monotona e faticosa ma utile alla comunità. Non gettare via il tuo destino come ho fatto io. Sii ciò che sei nato per essere . sii farmacista!”
e così divenni farmacista. Ma non rinunciai mai a fare lo scrittore, anche, sebbene smettessi di parlarne.
Identificai allora un errore di fondo che i miei genitori avevano commesso, riguardo alla vita: pensavano che sarebbe stata una brutta cosa , se qualcuno avesse mai riso di loro.

[…] Dunque non era una vera Waltz, ma una Waltz acquisita. E non sarebbe mai stata una Waltz, per niente, se Felix non l’avesse fatta passare, per disgrazi, attraverso un parabrezza, il giorno dopo il suo congedo dall’esercito. La conosceva appena, poiché la sua famiglia si era trasferita a Midland City mentre lui era in guerra. Venivano da Kokomo nell’Indiana. Felix non la distingueva neppure dall’altra gemella, Dina.
Erano andati a fare una scarrozzata con l’auto del padre di lei. Grazie a dio, non era la nostra automobile, comunque. Non ce l’avevamo più. Non i avevamo più un corno di niente, e papà era ancora in carcere. Però guidava Felix. Era lui al volante. E i freni s’incepparono. L’auto era una Hudson di prima della guerra. Non c’erano auto di dopo la guerra.
Dunque Donna passò attraverso il parabrezza, e smise di somigliare come una goccia d’acqua a sua sorella Dina. E Felix la sposò dopo che la dimisero dall’ospedale.
Aveva solo diciotto anni, ma portava la dentiera. Tutti i denti falsi, di sopra e di sotto.
Felix oggi allude al suo primo matrimonio come a uno shotgun wedding, ovvero nozze col fucile alle reni, sposalizio a mano armata, o simili. I parenti e gli amici di lei ritenevano fosse suo dovere sposarla, l’amasse o non l’amasse, e Felix dice che, anche lui, la pensava così. di solito, quando si parla di “ matrimonio riparatore” ( o “ col fucile puntato”, come si dice da noi) si pensa a una gravidanza.
Un uomo ha messo incinta una donna, quindi deve sposarla per forza.
Felix non mise incinta la sua prima moglie prima del matrimonio, ma la fece passare attraverso un parabrezza. “ Tanto valeva che l’avessi messa incinta, “ mi diceva l’altra sera. “ Farla passare attraverso un parabrezza è stato qualcosa di, più o meno, equivalente.”

[…] Sulla balconata siede RUDY WALTZ, un farmacista neutro dell’Ohio, fratello minore di Felix. E’ grande e grosso e di bell’aspetto, ma talmente timido e asessuato che potrebbe essere fatto di tonno in scatola. E’ incredibile, ma costui ha scritto una commedia che andrà in scena tra poche ore. Lui lo sa, che non vale niente. Anzi considera tutto se stesso un grosso errore. Non dovrebbe neppure seguitare, probabilmente. Tutto quel che può fare, lui, è concedere alla vita il beneficio del dubbio.

[…] FELIX: Che cos’è un idiota prodigio?
GENEVIEVE: Uno ch’è stupido in tutto, tranne in un campo… come suonare il piano.
FELIX: Lui non sa suonare il piano.
GENEVIEVE: Però ha scritto una commedia…che va in scena. Magari non si lava. Magari non ha amici. Magari è tanto timido che ha paura di parlare con la gente. Però ha scritto una commedia, e ha un ricco vocabolario. Ha un vocabolario più ricco di noi due messi insieme. E certe volte dice qualcosa che è veramente spiritoso o saggio.
FELIX: E’ laureato in farmacia.
GENEVIEVE: Pensavo che fosse un idiota prodigio anche a questo riguardo…Teatro e farmacia. Però è, il figlio di un assassino. Sfido ch’è così com’è. Sfido che desideri rendersi invisibile. L’ ho visto camminare per Cristopher Street domenica scorsa, e era grande e grosso e bello come Gary Cooper, ma nessuno lo vedeva. E’ entrato in un caffè, si è seduto davanti al bancone, ma nessuno lo serviva… perché non c’era, lui, non c’era. Sfido io.

[…] Ricordai che papà mi aveva detto una volta: “ Will Fairchild sarebbe ancora vivo , oggi, se solo avesse avuto un paracadute sulle spalle.”
Ecco là, dunque il dono di Hippolyte Paul De Mille a chi abiterà Midland City nei giorni a venire: l’irrequieto fantasma di Will Fairchild.
E io, Rudy Waltz, lo Shakespeare di Midaland City, l’unico serio drammaturgo che sia vissuto e abbia operato in questa città, farò ora a mia volta un regalo al futuro. Si tratta di una leggenda. Ho inventato testè una spiegazione del fenomeno per cui, probabilmente, il fantasma di Will Fairchild sarà visto vagare qua e là, pressappoco dovunque, nella nostra città – nel Centro per le Arti vuoto, nell’atrio della banca, fra le casette di Avondale, fra le ville di lusso dei Colli Fairchild, nel piazzale dove un tempo sorgeva la biblioteca pubblica…
Will Fairchild va alla ricerca del suo paracadute.

Volete saper una cosa? Viviamo ancora nel Medioevo. I Secoli Bui, nel piazzale dove un tempo sorgeva la biblioteca pubblica…
Will Fairchild va alla ricerca del suo paracadute.

Volete saper una cosa? Viviamo ancora nel Medioevo. I Secoli Bui non sono ancora finiti.

[da Il grande tiratore, Bompiani, 1982]

Avvicinamenti al romanzo: Giglioli su Littell

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno
4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell’errore di Littell
5. Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi
6. Avvicinamenti al romanzo: le bozze
7. Avvicinamenti al romanzo: audio – Levi Della Torre e Mengaldo
8. Avvicinamenti al romanzo: da Autet su Littell
9. Avvicinamenti al romanzo: la rappresentazione del Male
10. Avvicinamenti al romanzo: rappresentare le vittime del Male, rappresentare chi fa il Male
gigliolicover.jpg[Riprendo dalle pagine culturali de il Manifesto del 30 novembre un articolatissimo e per me assai condivisibile intervento su Le Benevole di Jonathan Littell, a firma di uno dei migliori critici di cui disponiamo, Daniele Giglioli, autore del bellissimo saggio All’ordine del giorno è il terrore (edito da Bompiani nella collana Agone; ne consiglio davvero a tutti la lettura), che non è soltanto uno dei migliori esempi di critica tematica apparsi in Italia: è anzitutto la critica per come uno scrittore contemporaneo desiderebbe venisse esercitata – un esercizio di pensiero che aiuta lo scrittore a pensare. Ovvero lo sforzo di ridefinizione delle coordinate critiche soltanto a patto che lo scrittore ridefinisca e pratichi la forma romanzo, in una modalità che spacchi o eluda la finzione che la realtà tenta di emettere, nascondendo il tragico del reale, che resta immutato, resta il reale… gg]
DIETRO IL MURO DELLA FINZIONE
di Daniele Giglioli
littellface.jpgCaso letterario dell’anno, Le Benevole di Jonathan Littell [a sinistra] sembra essere un libro capace di generare, tra l’altro, una sorta di dissonanza cognitiva: avendone letto sulla stessa pagina del «manifesto» la doppia recensione di Emanuele Trevi – che ne parlava bene, e di Massimo Raffaeli – che ne scriveva male, mi sono detto: hanno ragione tutti e due. Anzi, peggio: sono d’accordo con entrambi. Labilità di carattere? Può darsi, ma forse è implicato anche qualcos’altro, e più interessante: una crisi – non solo personale – di paradigmi critici.
Come spiegare altrimenti l’enorme investimento promozionale che ha accompagnato il lancio delle Benevole, e il vespaio di reazioni che ha suscitato? È un libro furbetto – si è scritto; no, è un capolavoro; è indecente, immorale, oltraggioso; macché, gli dobbiamo eterna gratitudine. Perché questa necessità di schierarsi così drasticamente, come se fosse una questione di vita o di morte?

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