“Cammelli Polari”: booktrailer sonoro

Murcof e Oort: il nuovo booktrailer sonoro dei “Cammelli Polari” (con un nuovo estratto)

Dopo il videoreading tratto dal Discorso fatto agli uomini dalla specie impermanente dei Cammelli Polari (il racconto lungo pubblicato da :duepunti edizioni), sul medesimo montaggio delle immagini in cui compaiono gli ineffati Cammelli Polari (in realtà: dromedarii solarizzati), la colonna sonora di Oort [qui si può ascoltarne un sample], capolavoro di Murcof. Il tutto dura 9 minuti, la musica è suprema. A inizio e fine video, estratti scritti dal libro, che è reperibile qui.
Sotto la finestra del video, un nuovo estratto dai Cammelli Polari (ne è già stato pubblicato su queste pagine l’incipit).
Si annuncia qui che presto verrà rilasciata una versione ipertestualizzata di alcuni passi dal racconto lungo edito da :duepunti.

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Estratto dal Discorso fatto agli uomini dalla specie impermanente dei Cammelli Polari

Noi incediamo né sicuri né insicuri, al di là – vorremmo dire – di ogni plausibile idea di sicurezza dell’incedere, il nostro passo calca polveri sottili e spesse, siamo indifferenti al tempo che passa, il quale in realtà sotto la nostra prospettiva non passa al modo medesimo in cui non passiamo noi. Ciò non significa che siamo eterni, poiché qualche inizio dovremo pure averlo avuto, e quindi anche una fine secondo la legge universale avremo, però ce lo siamo scordato, l’inizio, e alla fine non pensiamo mai. Noi non pensiamo.
Pensiamo soltanto qualora desideriamo formulare discorsi, però è necessario che l’udito sia sottile moltissimo, per percepire il nostro sussurro e qualche insegnamento o utilità, bene o male, trarne.
Non siamo inclini a parlare di noi stessi, però bisognarà per intenderci che lo si faccia, altrimenti chissà cosa diviene possibile immaginare, e non solamente nel Messico tra i contadini.
Noi siamo i Cammelli Polari in quanto cammelli e in quanto solitamente risediamo al Polo. In quanto cammelli, evitiamo di bere spesso, per necessità naturali. Sebbene il Polo infatti sia composto in gran parte d’acqua, come è noto essa si trova in uno stato ghiacciato, e quindi risulta imbevibile. Che si sia nel deserto, laddove non v’è traccia alcuna del prezioso liquido, oppure al Polo, la situazione è la medesima ed è cosa imprescindibile fare tesoro in una specifica tasca o gobba o ansa, di cui la natura eventualmente abbia dotato, dell’acqua, elemento basilare al mantenimento della vita in questo mondo.
Il nostro manto è candido, sia pure detto albino.
I nostri grandi occhi neri lievemente inclinati a mandorla fissano sempre avanti a sé il nulla, quasi incantati, a volte all’improvviso uscendo da un tale stato per fissare intensamente (quasi mirandolo) un essere umano morente o gli innocenti uccelli che popolano il cielo di questo pianeta.
Nessuna tempesta ci infastidisce.
Il nostro sistema nervoso centrale è fatto di etere e della sostanza edenica che sta tra un’idea e l’altra idea.
Proseguiamo in avanti, un passo avanti dopo l’altro, quasi in carovana, non sappiamo quanti siamo o chi sia davanti, sappiamo soltanto di andare: andare avanti.
Ci accorgiamo di apparire, spesso contemporaneamente in due località, magari assai distanti, del globo. A volte siamo compresenti in più universi.
Vi abbiamo visto dai vostri primordi.
Eravate simili a ratti grossi come un bambino, grigi, la pelle viscida, l’occhio di koala, usciti con una dorsale molto morbida e cartilaginea dalle acque solforose dove eravate stati miriadi di girini, esserini spermatozoici inoculati per esperimento con certi becchi di Bunsen naturali.
Erano, quelli, tempi molto antichi, in cui il pianeta risultava incerto.
Infatti voi stessi vi chiedete: come nacque la luna? Quel satellite muto che da millenni gira intorno alla gran testa del pianeta, la quale a sua volta gira e rigira, come si formò? Come si fermò proprio lì attorno a noi?
Questa è una storia che i vostri padri non tramandarono, ma che non è detto non avere testimoni. Noi Cammelli Polari, se anche non interessati a quanto esternamente nel mondo andava conformandosi e indifferenti a tutto come nella nostra natura (e nella vostra anche, in realtà: epperò stentate a comprenderlo: perché?), avremmo davvero potuto vedere, desiderandolo. Non lo desiderammo. Ciò non significa che non conosciamo la risposta all’annosa questione della nascita del poetico astro satellitare, che debitamente definiste triforme. Conoscere e desiderare, infatti, sono due attività molto differenti e ben distinte, anche se nel caso vostro molta confusione viene fatta, e dai vostri filosofi innanzi tutto.
Come è che esiste la luna?

“Cammelli Polari”: il videoreading

Dal Discorso fatto agli uomini dalla specie impermanente dei Cammelli Polari (:duepunti edizioni), un booktrailer avanzato in cui compaiono gli ineffati Cammelli Polari, entità metafisiche che arringano ultrasonicamente all’umanità, non essendone né viste né ascoltate. Il libro è reperibile qui.

“Grande Madre Rossa” booktrailer

Prima che un’assurda forma virale non australiana, ma italianissima e fascistissima, mi prostrasse e continuasse a prostrarmi, rendendomi letteralmente Miserabile senza infingimenti, avevo preparato un booktrailer per l’edizione Segretissimo Mondadori di Grande Madre Rossa (euro 3.90; in edicola fino a fine mese). La miserabilità indotta al sottoscritto, che permane inalterata nel momento in cui debolmente sto digitando, ha fatto sì che ritardassi la messa on line. Ecco, dunque il trailer del libro. Sotto la finestra video, gli elementi da cui è composto:

– nelle immagini, un montaggio di stralci di filmati d’epoca sulla Baader-Meinhof, immagini dalla serie dedicata a Ulrike Meinhof e i suoi compagni di lotta armata da Gerhard Richter, foto di detenzione e morte degli appartenenti RAF, simulazione video e 3D di attentato a Milano, ricostruzione di un’esplosione nucleare in 3D, video di normale esistenza milanese, video dell’esplosione atomica nell’atollo di Bikini, distorsione video dell’impatto del primo Boeing contro la Torre Sud del WTC a New York l’11/9/2001, effetto video su foto del Palazzo di Giustizia a Milano, effetto video sul Miserabile Scrittore;
– la colonna sonora è costituita da un campionamento del loop iniziale di Al centro della fiamma dei Subsonica (dall’album L’eclisse), lettura del sottoscritto dall’incipit di Grande Madre Rossa, reprise del loop dai Subsonica;
– i testi a video sono gli exergo di Grande Madre Rossa e apoftegmi estranei al libro.

MilanoNera: Intervista al Miserabile Scrittore

Giuseppe Genna - ITALIA DE PROFUNDIS - minimum faxIl sito ufficiale
ITALIA DE PROFUNDIS su minimum fax
Anticipazione sul blog Il Miserabile
Ipertesto della Scena italiana come inferno
I booktrailer: 1234
Videomeditazioni: La storia non siamo noiStoria di fantasmi
Acquista Italia De Profundis su iBS o su BOL.

Intervista a Giuseppe Genna
Su “Italia De Profundis” e oltre
di SERGIO PAOLI
[da MilanoNera Web Press]
Giuseppe Genna, milanese, classe ’69, scrittore e non solo. Come scrittore i libri che ha pubblicato sono riassunti (spero tutti) qua. Come “non solo”, è stato consulente della Presidenza della Camera dei Deputati, curatore del sito web di Mondadori, tra i fondatori dell’indimenticato portale Clarence, sceneggiatore per RaiTre, autore di teatro (Fabula Orphica, Museo Trascendentale), giurato alla Biennale di Venezia.
Oggi, in Rete, dà vita all’e-zine letterario Centraal Station, cura il sito (sotto la direzione di Valerio Evangelisti) Carmilla, entra nel pool esploso di contributori di Macchianera, il blog più letto del Web italiano, fondato – manco a dirlo – da Gianluca Neri.
Oggi, ci regala anche un nuovo testo, Italia De Profundis (Minimum Fax), di cui parleremo tra pochissimo.
Ciao Giuseppe, grazie per questa intervista-conversazione. Comincio così: “la storia non siamo noi, noi siamo i sogni, che si avverino o meno”. Nessuno si senta offeso, mi verrebbe da dire, tantomeno De Gregori, o Maurizio Seymandi. Ci parli della videomeditazione che hai proposto, disponibile qua?
GG: Si tratta di un corollario a “Italia De Profundis”, una sorta di azione parallela riguardo a uno dei livelli testuali, e cioè quello che concerne la rappresentazione del “noi” e i suoi rapporti con l’”io”. Il tema è ambiguo e, dunque, la modalità di montaggio spinge verso l’ambiguità. Dal rapporto tra finzione (che per me non è inesperienziale) e realtà, al rapporto tra persona e personaggio, il video propone domande. Per questo il suo acme, almeno nelle intenzioni, è la scena fondamentale di “Benny’s Video” di Haneke – una violenza vera, rappresentata e quindi non vera, e però continuamente reale. Questa modalità rimbalza in meditazione su quanto e come rappresentare con la letteratura.
Quella scena di Haneke mi ha ricordato Kubrick. Ma la violenza vera, nel nostro tempo, quale è e come la si può rapresentare in letteratura?
GG: Qui si tratta di un’accezione molto particolare che io conferisco a quella potenza che si dice “violenza”. Perché mi interessa la scena di Haneke? Perché il video, la testimonianza della violenza, è inerte e privo di giudizio. E’ uguale a ciò che Spirit e Opportunity fanno su Marte: noi vediamo Marte come Haneke ci fa vedere quella stanza in cui si consuma un atto psichico indicibile, che è un omicidio chiesto da una suicida, per nichilismo e gioco e disperazione e, quindi, anche fede. Questo sguardo non è umano, anche se noi umani lo percepiamo. La violenza è tutto. Non esistesse la specie umana, lo scontro tra due galassie sarebbe violento senza che nessuno valutasse quella violenza. Sbalza, da ciò, il verso eschileo: “Agire è soffrire”, che si attaglia a qualunque cosa si muova in questo universo, animata o meno, compreso ma anche escluso l’umano. La violenza è uno stato delle cose che il giudizio morale riporta, da un’ambiguità essenziale e naturale, all’interno del cerchio morale. Il giudizio morale stesso, quindi, è un atto di violenza: necessario, spesso – ma deve esserci consapevolezza che è così.
Cosa è la Storia per te, e come entra nel tuo modo di narrare?
GG: E’ uno dei livelli testuali, che sono tutti embricati tra loro, divisibili l’uno dall’altro solo per indebita astrazione – almeno nelle intenzioni, poi altro è l’esito testuale, che può risultare fallimentare. La Storia è la vicenda del fantastico, il rimbalzo sulla domanda inerente la natura di se stessi e del rapporto col mondo. I fantasmi popolano la Storia, la vicenda umana è ambigua in quanto è assoluta finché c’è l’umano, ma non lo è affatto a fronte della certezza che la specie, prima o poi, finirà di esistere storicamente, mentre i suoi sogni no, la sua immaginazione no.
“Ah! come siamo vivi come tutto accade per tutt’altri motivi.” A me viene da pensare che raccontare la storia è una scelta. Ci sono tanti percorsi, tanti bivi e vicoli ciechi. C’è anche chi ce la racconta con sfondo di cieli azzurri e sorrisi finti, e adesso la pubblicità. Con Italia De Profundis tu come ce la racconti?
GG: Trai questo verso da una canzone di Lucio Battisti, con testo di Pasquale Panella, che ho usato in uno dei booktrailer. La domanda che poni è difficile, perché io affronto un conflitto interno, che è quello tra narrazione e racconto della Storia. La narrazione è aperta, disposta a sperimentare, nell’accezione che dò al termine; mentre il racconto è apparentemente concluso, in qualche modo leggibile anche linearmente, teso a piacere, a utilizzare qualunque dialettica che non pratichi il dissolvimento della dialettica stessa. Mi interessa la narrazione, che è fatta per salti, balzi, scarti, improvvise apparizioni di buchi neri, inesplicabilità, noia, stridìo, dolore, gioia esplosiva, sempre accadimenti che accadono per quali motivi? La realtà è viva, si vive – la pubblicità racconta, non narra. La vita vivente e nervosa della cosa che percepiamo e che denominiamo “realtà” è un flusso di storie di storie, indefinite, ramificantisi. Se io blocco un frame di questa realtà e lo rappresento, passo a ciò che io chiamo racconto – sono comunque destinato a fallire, perché la potenza di ciò che diviene mi farà incappare in uno scarto decisivo, prima o poi.
Viene da pensare che è impossibile raccontare il reale, perché qualcosa ti sfugge sempre, e se cerchi di incastonarlo, comunque fallisci.
GG: Prima proviamo a raccontare l’”io” e vediamo se è possibile, se sfugge qualcosa, se si fallisce. Senza “io”, per l’umano, dov’è il reale?
Perché DE PROFUNDIS? Non c’è più niente dopo? Neanche una speranza, una piccola fiammella? La verità, da qualche parte esiste?
GG: E’ un problema di questi giorni. Devo lavorare all’”In Excelsis” e non so come fare. Verranno altri libri, prima. Non è che non c’è speranza, è che proprio mi sembra assurda e culturale la polarità speranza/disperazione – è emotività. Il sogno trascende questa dialettica, spinge la storia verso l’orizzonte sempre in divenire dell’utopia.
I quattro booktrailer del libro IDP mi hanno lasciato un profondo senso di angoscia, e di disperazione. E una tra le tante, infinite possibili domande. Quante volte si può morire?
GG: Continuamente. Dal punto di vista identitario: continuamente. Appena si muore, si nasce, però. Posizione del tutto personale, sia chiaro.
“Povera patria, schiacciata dagli abusi di potere”, dice Battiato. “Quale patria e quali abusi del potere? La patria non esiste e gli abusi del potere sono semplicemente il potere. E la classe dirigente fa la vita reale, la plasma, ce la presenta e dice: -Ecco, voi siete così e noi siamo così. Dunque, accontentatevi”, dice Loriano Macchiavelli, in una conversazione di qualche giorno fa.
GG: Concordo completamente con l’ammiratissimo Loriano. La patria è un’astrazione indebita, un’acculturazione della violenza implicita che l’umano desidera profondamente esplicitare. Sarebbe come dire che un sogno ha dei confini. Verrebbe da ridere. Il problema del potere è più complesso, però. Ogni atto che compio, e quindi anche la scrittura, sottintende che sto esercitando potere. La realizzazione del desiderio sembra abolitre il potere e lo invera. O si fa un lavoro su di sé e quindi non ci si sente estranei al potere, o tutto diventa separabile con atto di violenza.
Cosa è, cosa rappresenta per te l’opera di Pier Paolo Pasolini?
GG: Caino.
Il fratello cattivo? Perché?
GG: Perché mi è fraterno nel darmi alcune chiavi di volta narrative e pensative, ma anche non induce al fenomeno della coscienza da cui emerge il fenomeno “io” – per come leggo il Pasolini della “Divina Mimesis”, ma anche di “Petrolio”, c’è un movimento di contraddizione, di lacerazione, di distruzione dell’”io”, di definizione della morte che non mi appartiene. Del resto, io non sono Pasolini, non sto mica a quel livello letterario. Ma posso sottrarmi, nel momento in cui Pasolini – e non può farne a meno – è l’autorità che invade il futuro attraverso l’atto culturale, anche se la volontà è quella di distruggere l’atto culturale. Qui io rinvengo una sorta di “reazionariato” pasoliniano (che non è l’accusa di nostalgismo che gli si commina spesso) – è che sa cosa fare con l’ambiguità, ha un’idea piuttosto precisa di non risolverla, ma non è così che per me si lavora sull’ambiguità. La domanda deve essere posta dall’ambiguità, mentre in Pasolini io percepisco che Pasolini offre una domanda ambigua: è diverso, è implicitamente omicida sul piano culturale, come ogni padre oppure ogni fratello che non si centri nella posizione coscienziale.
De Cataldo una volta mi ha detto, a proposito del rapporto tra Storia e narrazione, e di Romanzo Criminale, di “un tentativo, non nuovo e non originale (penso a Balzac, Flaubert, Tolstoi, Dickens, sino a Ellroy), di de-costruire la propaganda e ri-costruirla in chiave metaforica. La Storia è una grande miniera di conoscenze: soprattutto, a studiarla bene, ti svela tanti “trucchi” utilissimi ai fini drammaturgici.” Che ne pensi?
GG: Sono assolutamente d’accordo con De Cataldo. La sua operazione è linguisticamente interessante perché lo è politicamente: agisce con la storia raccontata per ridurla a narrazione di storie, spostando ogni metafora, ricostituendola. La sua narrazione allora diventa allegorica, diventa la storia del Potere, cioè una storia universale che non vale più solo per la Roma dai Settanta all’inizio dei Novanta, e il “Vecchio” esonda, non è più nemmeno il “Grande Vecchio” della paranoia narrativa, bensì un concentrato di mitologie intorno a cui il fantastico secreto dall’umano continua ad aggregarsi. De Cataldo, in questa dichiarazione, sta accennando a una tensione shakesperiana che sarebbe cieco non ravvisare.
Vorrei parlare di NIE, e di un tema che mi sta a cuore: i rischi di elitarismo. Su Anobii ne abbiamo discusso con Kai Zen, Sarasso, Dimitri e altri che spiace non citare. Questo rischio, secondo te c’è, se prendiamo la parola “elitaria” non in senso ristretto, ma la riferiamo al milione di persone che segue Saviano, che è lo stesso che legge molti libri, che è lo stesso che guarda Report, che è lo stesso che si preoccupa dell’Ambiente ecc ecc ecc? Insomma i soliti, pallosi comunisti, in fondo (tra i quali, me medesimo). Tristi, uh come sono tristi, e in fondo pochi, no? E gli altri 49 e passa milioni? Esiste ancora una vera cultura pop o ormai è stata soppiantata dalla cultura dell’Isola dei famosi?
GG: “L’isola dei famosi” è letteratura – non comprenderlo significa, credo, non comprendere una componente molto importante del memorandum di Wu Ming 1. Tu hai una situazione shakesperiana, che la tv mutua dalla letteratura. Hai lo Stronzo, la Puttana, la Pettegola, l’Ambiziosa, il Volgare. L’”isola” è allegorica. L’allegoria si declina in una direzione sottoculturale, ma ciò che va fatto è ravvisare il nucleo allegorico e riportarlo al centro della rappresentazione. Rifiutare la sottocultura è assurdo: il pop non è mai né altoculturale né sottoculturale. Il pop esprime nuclei allegorici. Se poi essi non vengono intercettati, non è colpa se non di chi sarebbe preposto a intercettarli ed elaborarli: cioè gli artisti e gli intellettuali, in primis.
Questo porta a pensare ad una responsabilità degli artisti e degli intellettuali, nel sentirsi elitè e nello snobbare molte cose. Sarebbe utile riprendere in mano la lezione di Andy Warhol (ad es. “Credo che sia un artista chiunque sappia fare bene una cosa; cucinare, per esempio.”) o dei movimenti punk?
GG: Il problema dell’arte è per me legato a una retorica specifica e a una possibilità di allusione al trascendimento. Cucinare, no. Cucinare nel tempo mitico è culturale e simbolico, stabilisce rapporti col dio. Ma questo è già uno sguardo da antropologo. Un cuoco è un cuoco, uno scrittore è uno scrittore. Dipende da cosa ci fai col tuo artigianato. Sono cose distantissime, per me. L’affermazione di Warhol nasce da una possibilità che è l’estetica diffusa spettacolarmente: invera l’oggetto della sua critica.
“In Italia si legge poco perchè per generazioni e generazioni, intellettuali e presunti tali, gonfi palloni pieni d’aria marcia, hanno martellato il fatto che la letteratura è educazione, è cultura, è intelletto. E finchè continuiamo a pensare che noi scrittori/lettori/critici siamo elite (elite buona e gentile, per carità, che deve amorevolmente arrivare alle masse, ma sempre elite), non avremo colto il punto.”, dice Francesco Dimitri. Che ne pensi?
GG: E’ ciò che rispondevo sopra. Sono d’accordo fino a un certo punto, tuttavia. Nel senso che manca una domanda previa: perché gli intellettuali si sono comportati in questa maniera in un determinato periodo e in una determinata area geografica? A quale generazione anagrafica ci riferiamo? Che rapporto con l’auctoritas è stato interrotto? Che rapporto d’amore è stato interrotto? Quale magistero affettivo è stato negato?
Come lavori quando scrivi un romanzo?
GG: Dipende dai romanzi. Generalmente studio moltissimo. Non scaletto quasi mai, tranne che in casi eccezionali (in “Hitler” era impossibile fare a meno di una scaletta), però ho in mente dove andare. Finora, una scena o un’immagine trascinano: voglio arrivare là e non so come farlo. Lo faccio, con paura di non riuscire. Scrivo molte ore al giorno, concentro la scrittura in periodi compatti, mentre scrivo continua a studiare, spesso faccio entrare casualità dovute alla cronaca in ciò che sto scrivendo.
Sei uno scrittore molto attento alla multimedialità. Il web 2.0 può essere un’opportunità per l’oggetto”libro”? O sarò solo l’ennesimo canale promozionale che useranno tutti?
GG: Il Web 2.0 per me non esiste: è il Web che dispone di un accesso di banda maggiore rispetto a prima. Il problema del Web è individuare il suo specifico e fare arte con quello. Per quanto riguarda la comunicazione, è già avvenuta la rivoluzione. Se la specie non avrà problemi ben più seri nei prossimi anni (il che io credo), allora vedremo ulteriori rivoluzioni, prima delle quali, per quanto concerne l’editoria, la distribuzione dei libri, il ritorno potente del catalogo, uno stravolgimento verso il basso della prezzatura.
Una curiosità: ti occupi tu direttamente della realizzazione dei tuoi booktrailer?
GG: Sì, certo, in maniera estremamente dilettantesca. Li chiamo “booktrailer” per comodità, ma non lo sono affatto: sono corollari tematici.
Non conoscendoti per niente, mi dai l’impressione di essere, nei confronti di qualunque forma d’arte che apprezzi, una persona bulimica, che divora e si appropria, rielaborandola in modo personalissimo, di ogni cosa interessante che ti capiti a tiro. Sbaglio?
GG: Questo è l’ologramma “Giuseppe Genna”. O, anche, certo temperamento di “Giuseppe Genna”. In realtà c’è un soggetto che scrive in cerca di amore, tentando di dare amore. A volte sperimenta per sperimentarsi e incontrare l’altro. L’ologramma risulta contraddittorio, iperbolico, bulimico appunto – ma è ologramma, cioè fantasma. Io sono una narrazione, vale a dire che “io” è una narrazione.
Forse non sbaglio anche se dico sei un autore che vuole donarsi completamente, quasi appartenere al lettore. Vuoi essere questo?
GG: No. La mia posizione è: non sono l’autore e chi legge non è chi legge. Dunque: chi siamo? Una madre lascia, in tempi nemmeno tanto antichi, il suo neonato alla Ruota degli Abbandonati e poi sparisce per sempre. Ha partorito quel figlio, verrà allevato da altri, camminerà nel mondo. Che c’entra quella madre con la sua vita? Io desidero l’abbraccio con chi legge attraverso il testo, ma in questo senso: coincidiamo in qualche parte in cui non sappiamo più dire né “noi” né “io”? Lì si dà un amore privo di oggetto, che ha una forte ricaduta sui comportamenti concreti, mondani – cioè politici.
Loriano (Macchiavelli) dice: “All’aspirante giovane (e anche vecchio, perché no?) scrittore consiglio di svegliarsi dal sogno. Il mestiere dello scrivere, per come lo vedo io, prevede un contatto con la realtà. Altro che sogno!”. Che ne dici?
GG: Per me la realtà è un sogno apparentemente coerente. Non muta il rapporto fondamentale: soggetto che conosce | conoscenza | oggetto conosciuto. Quindi, non vedo differenze. Comprendo però cosa dice Macchiavelli, e concordo: il sogno della realtà, soprattutto in questo frangente, è molto importante.
Un autore che ami, e un suo libro. E perché. Uno solo, sopra tutti, però.
GG: Don DeLillo e il suo “Body Art”. Entra in ciò che non si sa, e dico che non si sa per ora. Lo fa indistintamente con stile di superficie, lingua profonda, sguardo, struttura. Enuncia letteralmente, è impossibile interpretare. Perturba. Toglie dall’attaccamento psicologico, senza strappare con violenza. Scrive divinamente in maniera del tutto naturale. Cultura, natura, soprannaturale sono messi in cortocircuito senza che si avverta il peso di un’intenzione. E’ la perfetta allegoria vuota. Specifico che ho scelto appositamente un testo contemporaneo. Altrimenti avrei detto “Amerika” di Kafka.
La musica che ascolti?
GG: Elettronica. E Glass e Part. Ora, soprattutto Murcof. Sentieri Selvaggi e il compositore Filippo Del Corno. Ma sono un profano.
Come ti sei avvicinato al mondo della scrittura? Quale è la prima cosa che hai scritto e hai fatto leggere a qualcuno con l’idea di “pubblicare” e cosa ti hanno detto? Quando hai capito che potevi fare lo scrittore in senso professionale?
GG: Non è accaduto così. Fin da piccolo bazzicavo l’ambiente della poesia contemporanea. La pubblicazione è stato un processo senza difficoltà. Scrivere professionalmente è un incubo cui vorrei sottrarmi. La prima cosa scritta e mostrata, ma senza l’idea di pubblicare, è stato un poemetto dato al poeta Antonio Porta, che mi prese e mi istruì. E’ tuttora la figura di riferimento, non edipica, che Valerio Evangelisti ha sostituito a distanza di anni. L’altro riferimento parallelo è per me inesplicabile ma effettivo, molto fraterno – cioè Tommaso Pincio. Il collettivo Wu Ming mi ha insegnato il rapporto, l’abolizione del lavoro in solitaria, l’artigianato di certe componenti fondamentali del narrare.
Hai dei sogni, e quali?
GG: Non ho nessun sogno in particolare: ho tutti i sogni. Soprattutto che regni l’amore, ovunque, continuamente. Non è possibile, l’uomo non si accorge che l’odio è una forma di amore. Io stesso non realizzo questo sogno, perché sono umano, troppo umano, a volte al di sotto dell’umano.
Grazie!

Italia De Profundis: quarto e ultimo booktrailer

Giuseppe Genna - ITALIA DE PROFUNDIS - minimum faxE’ da lunedì in vendita in tutte le librerie il romanzo Italia De Profundis, edito per i tipi della collana nichel di minimum fax. Il sito ufficiale (www.italiadeprofundis.com) è stato visitato da moltissimi lettori, tanto che ho dovuto allargare la capacità di banda: ringrazio davvero tutti (ricordo anche che ora il sito è affiancato dalla pagina onnicomprensiva sul portale minimum fax, dove il libro si può ordinare).
Intanto, dopo il primo, il secondo e il terzo booktrailer, ho caricato il quarto e definitivo. E’ un collage di immagini che fa riferimento al contesto esistenziale, a un capitolo specifico del libro (quello in cui “Giuseppe Genna”, per disperazione, diventa eroinomane) e all’indagine psichica che ho tentato di condurre col testo. La musica è tratta dall’album di Franco Battiato, Dieci Stratagemmi: si tratta del pezzo 23 cromosomi. Segue una lettura di un brano di Italia De Profundis, su immagini di un discorso di Nisargadatta Maharaj. In calce alla finestra video, c’è il testo che viene letto. Ecco dunque il terzo booktrailer:

Da Italia De Profundis
Ero un ragazzino magro dall’intelligenza mobile, che non percepiva l’usufrutto di quella difesa letale anzitutto per chi la utilizza e che ignorava che l’usufrutto non è eterno. Portavo pantaloni jeans elastici, ridicoli. Indossavo camicie col colletto alla cinese. Mi vestivo con skipper e cappellino da marinaio di Kronstadt, avvolgevo il collo da anoressico o ipertiroideo con un saffy che marchiava la mia appartenenza a chissà quale sinistra.
Ero polvere alla polvere, il muretto del cortile contro cui bambino facevo rimbalzare la palla veniva creduto Grande Muraglia.
Foravo il tempo con lo sguardo, incapace di capovolgersi in quel preciso momento. Riuscivo a intuirmi dopo vent’anni di una vita che non sapevo come si sarebbe effettivamente configurata, ma non tentavo minimamente di osservarmi in quel qui e in quell’ora. La renitenza dell’idiota, che avevo incluso nella fenomenologia che mi inchiodava adesso, era la medesima di quello sparuto e magrissimo anticipatore del disgusto presente.
Non riesco a vedermi, ma potrei scrivere una lettera lunghissima a quel ragazzino, saccente per anaffettività, disperato senza conoscere i motivi della disperazione e la calma che il desiderio di abbandono concede a chi si lascia vincere nel campo di battaglia in cui ci si deve lasciare vincere.
Chi ero? Ora e allora.
Chi eravate? Chi siete?
Alimento nella foresta della carne. Farmaco per sradicare la malattia che è la trasmigrazione tra vita e vita nella medesima esistenza. Lento lavorio, invisibile, acutissimo, ultrasottile.
La morte riduce il ciclo dell’azione – non lo estingue.
Quante volte ero morto, io? Quante morirò?
“I pensieri del suo diario ritornavano indietro ad altre identità”: l’intero mondo aveva valenza ed è una falsa identità.
Ulteriori discorsi oggi sulle “barriere” e gli “scopi”.
La condizione del bisogno assoluto espresse il procedimento conosciuto come “sopraffazione”. Non rispondere. Cosa avrebbe potuto “sopraffare” quella persona che eri tu e sei tu, essendo persone diverse e la medesima persona allo stesso tempo? L’aria? Non rispondere. Il grande vento che faceva roteare quello che avresti potuto avere… Cosa vorresti? Cosa avresti voluto?
Attraversare la porta dello spavento supremo. E’ tutto quanto rimane da compiere.
Non è compiuto.

Italia De Profundis: il terzo booktrailer

Giuseppe Genna - ITALIA DE PROFUNDIS - minimum faxMentre nelle librerie stanno per approntare le copie del romanzo Italia De Profundis, edito per i tipi della collana nichel di minimum fax, il sito ufficiale (www.italiadeprofundis.com) è ora affiancato dalla pagina onnicomprensiva sul portale minimum fax.
Intanto, dopo il primo e il secondo booktrailer, ho caricato il terzo. Si tratta di uno spiazzamento – un estratto dalla parte finale del capolavoro di Kubrick, 2001 – Odissea nello spazio, in cui l’audio è sostituito, secondo pause che intendono avere un significato, con una canzone dell’ultimo Battisti, e cioè Per altri motivi. Il testo di Panella, modulato genialmente da Lucio Battisti, è assai fraterno all’Italia De Profundis. Poiché Battisti utilizza una tecnica vocale che appositamente sdrucciola le parole e le rende incomprensibili, sotto la finestra di YouTube inserisco il testo completo della canzone. La dichiarazione finale, nel video, è di Pasolini a proposito della composizione e di uno degli infiniti sottotesti di Petrolio. Ecco il terzo booktrailer, dunque:

Per altri motivi
[Lucio Battisti, testo di Giuseppe Panella, dall’album “L’apparenza”]
Ah! questa poi
sento di star per vivere
e nello stesso momento
tremila riluttanti col lunghissimo mento
e i denti scricchiolanti avidamente
tremila debuttanti sfondano
contemporaneamente
le quattro pareti nemmeno tanto ingenuamente
perché non c’erano segnali di divieti. Ah! questa poi
sento di star per vivere
e i villini camminano
dopo i pranzi con l’inquilino in bocca stuzzicante
anzi tutte le belle pancione
dovrebbero fregiarsi di un balcone.
Ah! come sono triste mi mangerei oltre il pasto
le liste dei vini
se fossero di sfoglie coi croccantini
al posto delle scritte.
Avrei una voglia, un taglietto d’affetto.
Cosa sento ma niente.
Un affetto non si prova
s’indossa direttamente.
Ah! come siamo vivi come tutto accade
per tutt’altri motivi.
Mettiti nei tuoi panni
dove sei più aleatoria.
Siamo nella preistoria
ecco una frase che durerà.
Sapessi tu come me ne ricordi un’altra
della quale non ho alcun ricordo
perché non avemmo motivi
nemmeno di disaccordo
anzi come i lati
di un triangolo isoscele
non avemmo motivo di conoscerci.
Ma sento un tepore carnale che cresce
sarà un saldatore che al naso mi unisce.
Ah! come sono vivace come uno che tace
e ci si domanda
chi ha fiatato ed ognuno si voltò dall’altro lato
credendo di aver pronunciato
lui stesso quella frase chi ha parlato è l’autista
che pronuncia il discorso
più lungo che esista.
Al ritorno la strada restò sola
e le corsie incontrandosi
non dissero nemmeno una parola.
Ah! questa poi
sto per vivere di fresco
e me ne esco
uno da una parte
uno dall’altra la Commedia dell’Arte.
Ah! come sono vivace come uno che tace.

Arriva Italia De Profundis: ecco il sito ufficiale

Giuseppe Genna - ITALIA DE PROFUNDIS - minimum faxA giorni sarà in libreria, per i tipi della collana nichel di minimum fax, il romanzo Italia De Profundis.
Intanto è on line il sito ufficiale: www.italiadeprofundis.com.
Il sito si scrolla solo in orizzontale, ogni immagine è linkata a pop-up, dove sono riprodotti brani, articoli, video, file audio. In tutto, sono più di sessanta pagine, alcune “occulte”, secondo la logica del “labirinto” che Babsi Jones realizzò per il suo Sappiano le mie parole di sangue.
Ho realizzato anche un booktrailer (il primo: altri ne seguiranno):

Dall’intervista a minimum fax:
E che cos’è (o chi è) invece il “personaggio Italia”, questo infinito ventre molle, questo deserto di euforia e disperazione in cui si aggira l’io narrante?
“E’ il Paese che non c’è più. E’ il Paese più all’avanguardia del mondo occidentale, la sua punta di zircone, poiché si sta sporgendo per primo in una selva di istanze antiumane che preludono a un rovesciamento totale e impensabile dello stato del regno umano sul pianeta. E’ la propaggine del Drive In, la nazione che non risolve i propri nodi che riguardano il passato o il presente. E’ lo Stivale che ha pestato la cacca e ne ha subìto il contagio. E’ la congerie qualunquista, giacobina, teleschermizzata, priva di empatia. E’ una non-comunità che andrebbe sottoposta a una terapia: di umanismo, non dello hitlerismo sotto false spoglie che continua ad autopropinarsi senza rendersene conto. E’ lo Stato privo di politica perché si è fottuta l’idea stessa della pietà, dell’amore, dell’alterità. E’ il carcere geriatrico dove si sono cristallizzate le generazioni, dove i padri non hanno passato la staffetta ai figli e dove i figli non hanno potuto contare su figure generosamente magistrali. Paradossalmente, questo stato di cose induce una generazione (la mia) a uno sviluppo apparentemente tardivo ma violentissimo, che, quanto alla letteratura, opera nella “lingua morta” – la più letteraria e antica di quelle moderne. Il Boomerang lanciato dal Boom dei Sessanta sta tornando indietro. Credo che l’Italia esprima la letteratura più all’avanguardia dei Paesi industrializzati. Il suo contesto incivile implica una resistenza attiva, inventiva, una guerriglia umanistica che sta facendo vedere sintomi esaltanti per me, deprimenti e pericolosi per molti altri”.