“Cammelli Polari”: booktrailer sonoro

Murcof e Oort: il nuovo booktrailer sonoro dei “Cammelli Polari” (con un nuovo estratto)

Dopo il videoreading tratto dal Discorso fatto agli uomini dalla specie impermanente dei Cammelli Polari (il racconto lungo pubblicato da :duepunti edizioni), sul medesimo montaggio delle immagini in cui compaiono gli ineffati Cammelli Polari (in realtà: dromedarii solarizzati), la colonna sonora di Oort [qui si può ascoltarne un sample], capolavoro di Murcof. Il tutto dura 9 minuti, la musica è suprema. A inizio e fine video, estratti scritti dal libro, che è reperibile qui.
Sotto la finestra del video, un nuovo estratto dai Cammelli Polari (ne è già stato pubblicato su queste pagine l’incipit).
Si annuncia qui che presto verrà rilasciata una versione ipertestualizzata di alcuni passi dal racconto lungo edito da :duepunti.

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Estratto dal Discorso fatto agli uomini dalla specie impermanente dei Cammelli Polari

Noi incediamo né sicuri né insicuri, al di là – vorremmo dire – di ogni plausibile idea di sicurezza dell’incedere, il nostro passo calca polveri sottili e spesse, siamo indifferenti al tempo che passa, il quale in realtà sotto la nostra prospettiva non passa al modo medesimo in cui non passiamo noi. Ciò non significa che siamo eterni, poiché qualche inizio dovremo pure averlo avuto, e quindi anche una fine secondo la legge universale avremo, però ce lo siamo scordato, l’inizio, e alla fine non pensiamo mai. Noi non pensiamo.
Pensiamo soltanto qualora desideriamo formulare discorsi, però è necessario che l’udito sia sottile moltissimo, per percepire il nostro sussurro e qualche insegnamento o utilità, bene o male, trarne.
Non siamo inclini a parlare di noi stessi, però bisognarà per intenderci che lo si faccia, altrimenti chissà cosa diviene possibile immaginare, e non solamente nel Messico tra i contadini.
Noi siamo i Cammelli Polari in quanto cammelli e in quanto solitamente risediamo al Polo. In quanto cammelli, evitiamo di bere spesso, per necessità naturali. Sebbene il Polo infatti sia composto in gran parte d’acqua, come è noto essa si trova in uno stato ghiacciato, e quindi risulta imbevibile. Che si sia nel deserto, laddove non v’è traccia alcuna del prezioso liquido, oppure al Polo, la situazione è la medesima ed è cosa imprescindibile fare tesoro in una specifica tasca o gobba o ansa, di cui la natura eventualmente abbia dotato, dell’acqua, elemento basilare al mantenimento della vita in questo mondo.
Il nostro manto è candido, sia pure detto albino.
I nostri grandi occhi neri lievemente inclinati a mandorla fissano sempre avanti a sé il nulla, quasi incantati, a volte all’improvviso uscendo da un tale stato per fissare intensamente (quasi mirandolo) un essere umano morente o gli innocenti uccelli che popolano il cielo di questo pianeta.
Nessuna tempesta ci infastidisce.
Il nostro sistema nervoso centrale è fatto di etere e della sostanza edenica che sta tra un’idea e l’altra idea.
Proseguiamo in avanti, un passo avanti dopo l’altro, quasi in carovana, non sappiamo quanti siamo o chi sia davanti, sappiamo soltanto di andare: andare avanti.
Ci accorgiamo di apparire, spesso contemporaneamente in due località, magari assai distanti, del globo. A volte siamo compresenti in più universi.
Vi abbiamo visto dai vostri primordi.
Eravate simili a ratti grossi come un bambino, grigi, la pelle viscida, l’occhio di koala, usciti con una dorsale molto morbida e cartilaginea dalle acque solforose dove eravate stati miriadi di girini, esserini spermatozoici inoculati per esperimento con certi becchi di Bunsen naturali.
Erano, quelli, tempi molto antichi, in cui il pianeta risultava incerto.
Infatti voi stessi vi chiedete: come nacque la luna? Quel satellite muto che da millenni gira intorno alla gran testa del pianeta, la quale a sua volta gira e rigira, come si formò? Come si fermò proprio lì attorno a noi?
Questa è una storia che i vostri padri non tramandarono, ma che non è detto non avere testimoni. Noi Cammelli Polari, se anche non interessati a quanto esternamente nel mondo andava conformandosi e indifferenti a tutto come nella nostra natura (e nella vostra anche, in realtà: epperò stentate a comprenderlo: perché?), avremmo davvero potuto vedere, desiderandolo. Non lo desiderammo. Ciò non significa che non conosciamo la risposta all’annosa questione della nascita del poetico astro satellitare, che debitamente definiste triforme. Conoscere e desiderare, infatti, sono due attività molto differenti e ben distinte, anche se nel caso vostro molta confusione viene fatta, e dai vostri filosofi innanzi tutto.
Come è che esiste la luna?

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