36 anni fa: Alfredino

[testo di Giuseppe Genna e Andrea Gentile, da “Etere Divino”, edito per il Saggiatore. Installazione audiovideo di Marco Magurno]

“Bambino, attento a non cadere nel buco come Alfredino o io ti mangio”. Bambini, la sera, italiana, quando scorrazzate nelle belle campagne italiane di un centritalia tutto pini marittimi nell’entroterra, mai stanchi e con la peluria bionda sulle scapole abbronzate, con quel rachitismo tutto vostro, dei bambini, saltando un cespuglio a piè pari o facendo i discoli vicino a un pozzo artesiano coperto da quattro assi messe in croce con lo sputo e sotto l’impiantito più di sessanta iarde in profondità, come la trachea di uno shoggoth che se la dorme sotterra ronfando a bocca aperta, entrate nel buio: attenti. Si disturberebbero i presidenti così a cuor leggero secondo voi? Svegliarli nel cuore della notte, ronfavano a bocche aperte, degli scalmanati invadono il podere ed è tutto un miracolo. Bambini, voi siete lì, con la paura e privi di un balocco di conforto: volete lo yogurt? Possiamo inviarvelo giù giù, la tazzina di plastica bianca che amavate trafugare nel frigor, tra una scossa o un rigurgito di freon e l’altro, ve lo inviamo giù, fai glu-glu, legandolo con una corda che sa di iuta in quanto è iuta, nella terra che sa di terra in quanto è terra, e voi la mangiate anche se non volete, smotta, scalpita, ravvolge, quanti sassolini e fango: chi è più cattivo, i sassolini o il fango? E giù nani e funambolici, questo è un circo che ti viene a trovare in gola, nello stomaco dove va a stare un po’ di terra coi sassolini, entrandoti dalla gola come la talpa verace e gli storni in cielo te li ricordi? Ciao, sei morto. Quanta grazia nei cadaverini sempre. Sembrano candeggiati, dopo un po’: è la saponificazione. I denti da latte marciscono, poi? Li abbiamo cavati, bambini, con una corda di iuta attaccata alla maniglia della porta del tinello o a un camion, stai lì ferma e poi è tutta una moneta della fatina. Un presidente sopra di un buco! Questa poi! Dovevamo nascere per vedere questo privilegio delle nature? Tante colline dattorno, tanti artesiani, un po’ qui e un po’ là: bambini, attenti. Nella notte ti hanno fatto in forma di raggi che escono da tutti gli occhi a forma di schermi, vai nelle facce dei bambini e spunti, nei loro sogni crocifisso come un Nazareno, di dimensioni contenute, con quei bracci mingherlini tipici del Cristo e dei sei anni, quelle canotte strette e colorate a bande e fasce orizzontali su quel torace che si rompe facilmente e le delicate falangi delle manine che grattano grattano le pareti di fango e terra e sassolini: ma cosa gratti, non vorresti ritornare indietro, con un balzetto, nell’, oh!, tempo? Non è possibile, sai? Non siamo mica in un tuo sogno e persino il presidente si è scomodato questa sera per venire da te al tg2. Quelle cespose campagne che sfiniscono di meriti i paesaggi dell’Italia in fiore sempre. Come ti sei permesso di non chiedere permesso? Perché poi piangono le genti dell’Italia tutte che non hanno pianto mai? Ti mettiamo un imbuto lungo lungo in bocca? Così ti passiamo un poco di acqua e di alimentazione forzata. Giuriamo di non farti la puntura. Non ti piacerebbe balzare alle cronache? Tossisci un po’, che viene fuori della gola quella terra di sassolini e fango, vedi come è bello vomitare tutto sempre. Noi lo sappiamo di già. Lo somministriamo noi, vomitare della terra nel costato tutto costine al mare con una moneta bicolore rossa e blu al collo in una catenina di metallo e questo numero scritto in bianco di magia che ti ritrova da altoparlanti ai bagni adriatici se ti sei perso. Ti sei perso tante cose morendo: su sorridi, noi fotografiamo i morti. Avremo fotografato il cadaverino, il tuo, quando sarà stato ritrovato mesi dopo l’incidentale caduta nell’efferatezza dei pampini di uva quel meriggio tardo, ti ricordi? Testa di rapa che non sei altro, testa e coda della talpa furba che fa allegro qualunque ladrocinio. Attenti bambini. Guardate la lavagna: è nera e fonda come un pozzo artesiano orizzontale, adesso ci cadete dentro coi numeri e le lettere, erano una trappola per farvi venire qui e poi gettarvi nella fauce al plurale di un orco che non c’è. Fate la preghiera all’angelo custode per favore? Cosa fate, intrappolati nell’artesiano, friabile come i biscotti, sotto substrati che cingono d’assedio la ulna e il radio minuscoli e ghermiti. Presto chiamiamo lo speleologo per farti paura anche col nome di speleologo. Ti urliamo negli orecchi che la terra feconda ti preme, abbarbicando le radichette nei padiglioni auricolari. Bambini, non fidatevi mai. Danno drogate le caramelle, chi spaccia chi consuma, all’angolo della scuola elementare e sei carino, questo è il mondo degli adulti di una volta che non è più adesso che non sei più un bel niente. Ciao, che muori. E morire indefinitamente è questa cosa dei bambini a un infinito dire ciao appena nati, sai, bambino?
Bambino non era nato e non sa niente, né ciao né muore.

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“Alfredino Rampi”, 35 anni dopo

Il 10 giugno, nel canone privato, che sta vaporizzando come tutti i canoni e le memorie, è l’inizio del mio centro di gravità impermanente, che è stato Alfredino Rampi. A lui è dedicata la convoluzione testuale che ho intitolato “Dies Irae”. Lui è stato rinnovato nell’ultima delle immagini sostenibili per me, quella del volto disfatto dalle torture di Stefano Cucchi, nell’evoluzione testuale che ho titolato “Fine Impero”. In quel poemetto impazzito che è “Etere Divino”, Alfredino è arrivato a essere il Babau, il Bambino che è la fine di tutti i bambini (al video qui sopra, la mia lettura del breve brano). E oggi, mentre vanamente penso al movimento testuale a cui non riesco a lavorare, è ancora Alfredino il centro: che sparisce. Ovvero: mi trovo per la prima volta nella mia vita orfano di lui, della maglietta a righe che è l’immagine postuma scattata prima. Continua a leggere ““Alfredino Rampi”, 35 anni dopo”

Da “Etere Divino”: Etere Divino Incatenato

Etere-divino

ETERE DIVINO INCATENATO

di ANDREA GENTILE e GIUSEPPE GENNA
[da Etere Divino, il Saggiatore, 2015 – http://amzn.to/1mLEIoQ]

Con tutti quelli che deve sopportare, inchiavardato alla roccia finale delle Scizie infernali dopo di cui finisce tutto il mondo e è vuoto, ridotto dalle chiavarde di Efesto e nudo al vento, infisse nella roccia dura insieme a Ermete, dopo tutto quello che ha fatto, per ordine di Giove Pluvio che lo vuole lì in castigo, e per di più i rapaci vanno a mozzicargli l’epa, ché tanto di fegato ce n’è sempre in sovrappiù, come dimostrano i fegatini dentro la minestra di brodo e di riso con i pezzetti di prezzemolo verde scuro tra i fegatini che non vuoi, bambina, e dopo che la vacca Iò è venuta a raccontare a lui, proprio a lui, che l’attizza un punziglione di bombo da qui alla fine del mondo solo perché con Giove Pluvio lei proprio non voleva dare la carne, ti pare che al Prometeo Incatenato dopo tutte queste cosalità gli arriva lì davanti, come se nulla fosse, e in effetti è nulla, e in effetti nulla è, il nostro Etere Divino, reduce da una escursione tra dolomie e da una curiosità di mitologia greca? No, lui è qui venuto su per il sentiero tra alpestri spezzettate e ciuffi di prezzemoli e si pianta lì, senza colpo ferire, davanti al Prometeo Incatenato e gigantesco, cui l’aquile non risparmiano il tessuto soporoso di sabbia di rognone e d’interiora che è il fegato: non sente niente, non ha l’innervatura, come il cervello, un falchetto può beccarlo spora per spora e lui non sente niente: è un organo cretino, come il cervello. Per di più è marrone e ci passa la vena porta. Si rigonfia se t’infurii, se lo invidii sprizza bile, tra l’erbe in un aere marzolino vedi le viscere verdiviola e screziate di rame di un qualche animale notturno tra stecchi a croce di legnetti e la vescica tutta d’oro: questa è la natura, delle cose. Per questo crescono comodi a tradimento i cancri. Si possono magnetizzare con terapia frazionata e cauterizzare con degli spilloni elettrici lunghi che ti si infilano per cauterizzarli quei pallini epatici così morbidi e letali, così a vedersi, nelle ecografie. Forse Etere Divino Prometeo Incatenato lo scambia per una roccia un poco adunca a forma grezza umana del granito scizio: sta lì e non gli dice niente. Ma la scoscesa d’un K2 per caso urla così? Fa rimbombare le brezze verso la conca del metallo in Cielo, con quelle urla epatiche di dolore vero, eschileo, Incatenato, Prometeo. Che cecità quando si urla, quando si prova il dolore vero. Bada te che non si pensa niente, quei gravi istanti che dura. Lo scorticano strigiformi con i becchi adunchi che indagano tra i fegatelli e l’urlo arriva fino a Crescenzago e oltre, rimbalzando dalle colze occluse dei cieli a bitumi, sopra le città degli uomini, cui rubò il fuoco. Vedi: il brando mistico lo portava a noi e, fedele spennato arcangelo, cade nel vano. Ghiacciato è il fulmine, le Meteore pallide, pianeti spenti, piovono tutti gli angoli da tutti i firmamenti nella materia che mai non dorme e tiene l’impero nel lampo tremulo e umido provoca e insiste. Questo era Prometeo prima che fosse Incatenato.
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Su Blow Up: Giossi su “Etere Divino”

Si parla di “Etere Divino”, il libro di Andrea Gentile e me, appena pubblicato presso il Saggiatore. Io sono abbastanza commosso da questa intercettazione di Giacomo Giossi su “Blow Up”. Giacomo Giossi è un intellettuale che stimo e non da oggi. Uno dei momenti qualificanti della scrittura è l’impatto con lo sguardo altrui, che è uno sguardo altro, uno dei molti sguardi altri possibili. Qui io e Andrea Gentile veniamo visti nelle intenzioni e negli esiti di quelle intenzioni. Se ciò bastasse a decretare che si tratta di letteratura, la letteratura non esisterebbe. La letteratura è una proposta dell’impossibile, da parte dell’impossibile, potenza che utilizza il materiale umano che trova, il quale si mette a disposizione dell’impossibile, volente o nolente. Un neurone è per sempre: al servizio della letteratura. Ora, né io né Gentile né Giossi sappiamo se l’impossibile ha utilizzato questi poveri neuroni, non sappiamo se la letteratura parla in “Etere Divino”. Sappiamo soltanto che Etere Divino parla in “Etere Divino”. Etere Divino è personaggio e non personaggio, mondo e più che mondo e meno che mondo – questo è certo. Non esiste nemmeno il problema se “Etere Divino” sia bello o meno. Al massimo, può essere perturbante. Dal mio punto di vista di autore, che ovviamente è molto sospetto e anzitutto per il fatto che può essere inquinato dalle tossine del narcisismo, si tratta della proposta poetica e affabulativa e narrativa più radicale che io ho effettuato nella mia vita. Il giudizio va allo sguardo altro, che sono le lettrici e i lettori, nel tempo e cioè fuori dal tempo, tra i quali è certissimo che Giacomo Giossi è stato ed è stato uno dei più amati, e non perché abbia parlato bene del libro. Il punto non è questo: il punto è l’amore.

Etere Divino su Blow Up

Con Andrea Gentile: il poema latente “Etere Divino”

E’ in tutte le librerie da oggidì “Etere Divino”, poema latente e romanzo nascosto di cui sono autori Giuseppe Genna e Andrea Gentile, edito presso i tipi de Il Saggiatore, fabbrica letteraria e intellettuale radicata in Milano, sotto l’egida di Luca Formenton. Qui la lettura di un brano, “Bambino”, ovviamente per Alfredino: https://www.youtube.com/watch?v=HGn_SJnZbsQ. Il testo della quarta di copertina, di cui è autore Andrea Morstabilini, a cui il libro è dedicato:

“Etere Divino nasce, e nascendo genera il mondo in cui viene al mondo. Etere Divino, astro di terracotta, singolarità gravitazionale, si muove in questo mondo creato da sé medesimo – un po’ Walser un po’ flaneur – e il mondo si fa intorno a lui, così che tutto si dispiega davanti al lettore un universo che nasce, si espande, va morendo; un universo a cui capita, per clinamina imprevedibili, di essere il nostro. Al centro di questo poema cosmogonico, punto omega delle sue costellazioni immaginali, sta appunto Etere Divino: incontra la morte ma la dimentica, sperimenta il sacro rigettando però il barocco, saetta furioso sopra mari salgariani e infine – protagonista della più celebre e imitata delle catabasi letterarie – rinasce al mondo pronto per l’esperienza del tragico che, dell’esistenza innocente degli inizi, è il puntuale, necessario, doloroso controcanto.
Etere Divino è un congegno testuale che, ora aprendosi in diastole vertiginose e immaginifiche, ora contraendosi nelle sistole di una lingua densissima ma pronta ad accogliere il proprio sfacelo, porta il lettore a fare, attraverso la lettura, esperienza di sé nel tempo. E di quel tempo assoluto in cui le categorie di presente, passato, futuro, prima e dopo, smettono di avere significato che è il tempo della letteratura: vivono allora in queste pagine Esiodo e Kafka, Eschilo e Melville, poi Omero, Dante e Shakespeare, Leopardi, Carmelo Bene, tappe erratiche di un’odissea contemporanea che è anche, e prima di tutto, odissea della lingua.
Prosa se la natura della poesia si identifica nel suo darsi per versi; poesia se la radice della poeticità è la «sublime esitazione fra il senso e il suono», Etere Divino stupisce per l’imprevedibilità dei toni e delle soluzioni, dimostrando per virtù stessa della propria esistenza l’imperfezione e l’obsolescenza di generi e registri letterari, diaframmi che dividono, veli che separano la lingua dall’assolutezza che, sola, è vera cifra della letteratura.”

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