David Peace: “Fantasma”

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Stasera alle 18.30 sono a presentare David Peace a Milano, alla libreria Feltrinelli di piazza Duomo. Parliamo del suo “Fantasma”, un libro che esce in Italia per il Saggiatore in anteprima mondiale, per la splendida traduzione di Matteo Battarra, con la copertina abbastanza emblematica dell’artista Matthew Barney. Composto di quattro racconti e un piccolo saggio, “Fantasma” è un romanzo condensato, che funziona per ellissi e attraverso l’impazzimento e la riduzione a zero della forma romanzo medesima. E’, in pratica, la quintessenzializzazione dell’opera di questo straordinario autore, nato in Inghilterra e vivente in Giappone, che io reputo da anni il migliore scrittore della mia generazione. La prima volta che lo presentai fu nel 2002: ne rimasi sconvolto. Continua a leggere “David Peace: “Fantasma””

Presentazione con David Peace a Milano mercoledì 9

Mercoledì 9 alle 18.30, presso la libreria Feltrinelli Duomo di Milano, c’è David Peace. Arriva a presentare il suo “Fantasma”, che il Saggiatore pubblica in anteprima mondiale. A presentarlo c’è Giuseppe Genna. Venite, se potete: è colui che io considero il massimo autore della mia generazione. E’ l’autore del “Red Rinding Quartet”, di “Tokyo città occupata” e di “Red or dead”, che sono tra i risultati più alti della letteratura del nostro tempo.

Mercoledì alle 18.30, presso la libreria Feltrinelli Duomo di Milano, c'è David Peace. Arriva a presentare il suo "…

Pubblicato da Giuseppe Genna su Lunedì 7 marzo 2016

Il testo per “Fantasma” dei Baustelle

di GIUSEPPE GENNA

61WBZ5mMfdL._SL500_AA300_[I Baustelle hanno pubblicato Fantasma, un concept album a mia detta strepitoso, intenso per composizioni orchestrali, temi, testi, assonanze, vocalità, citazioni (dal Messiaen del Quatuor, per esempio). Sono stato invitato dalla band di Francesco Bianconi a partecipare, con un testo di carattere artistico, alla composizione della copertina del cd. Il tema è ripreso e sviluppato in due puntate di Storie di fantasmi, trasmissione tenuta dal gruppo su RadioDue Rai: qui parlo di strani sciamani e qui discetto della voce dei morti. Qui sotto, il testo edito nella cover di Fantasma].

Donna, uomo, ognuno cela in sé l’abisso: ha la forma di fantasma. Crepitii del fuoco sotto il fuoco, genti che bevono dalle ciotole di legno il sangue. Penetrare nelle ore più incerte il volto livido di chi si sta flettendo sotto il peso del mondo, scrutare in quell’anima un’oscurità senza fondo e sotto il silenzio esteriore ravvisare e contare a uno a uno i nugoli di fantasmi. Gli umani hanno in sé l’abisso, l’abisso li contiene tutti: si agitano immateriali.

Istruzione dal Libro tibetano dei morti: prestare attenzione all’avvolgente colore bianco, l’avorio indica inganni, prepara nuove nascite future, ha sete di carne, ha fame di plasma, vuole desiderare. Rinascerà in un quadrante terreno, in una famiglia stolida e beneducata, che impasta i suoi fantasmi in grandi ritratti a olio appesi nell’anticamera dell’infanzia.
Attendiamo insieme il fantasma del grande Re.
Spalanchiamo la porta stretta del mattino, fuoriusciamo dal corpo che è fatto di cibo, concrezionato, geologico: un pianeta né celestiale né sferico, irregolare e puntuto, incapace di amare.
Recidi la parola, esamina cosa resta. Divarica la ferita ed esci, fantasma, a recitare le tue preghiere sull’arco di ghiaccio. Divora le ossa il vento gelido, ossa non umane, incastonate in un pack, a fatica riportate alla luce. Sussurri di voci non umane, linguaggi indecifrati, piccole orme di fuga sulla neve. Tu sei questo spettro che raspa la lastra congelata a nude mani sopra le acque del mare nero.
Fantasma lieve immagine che raggiunge chi ha educato la vista ai padri, alle madri, all’immediatezza della gioia amorosa.
Attraversati dal fantasma Amore, crolliamo sulla pavimentazione delle macerie.
Tu, che hai sentito, mentre io chiudevo gli occhi, come la voce smise di cantare.
Interpunzioni, frammezzi, movimenti del sonno rem: siamo questa lieve fiamma che coagula nel buio, siamo pace zuccherina e cieca, stretta cerchia di pensieri: fervore, lampo, cenere, fantasma.
La crepa di fuoco da dove nasci è aperta, è infinita, io ti carezzo, ti traino alla riva umana, amore.

Burroughs: Parole di Hassan Sabbah

Da Londra, il 21 luglio 1960, William Seward Burroughs invia ad Allen Ginsberg una delle lettere finali che comporranno il carteggio “dallo Yage”, probabilmente la più alta e incompresa manifestazione della consapevolezza che sfonda la letteratura nel Ventesimo Secolo Occidentale. E’ un tempo che Burroughs definisce, nella intestazione della missiva, “Present Time Pre-Sent Time”.
Si tratta di un’apparizione sconvolgente. Il leader della Setta degli Assassini viene ricollocato in un cerchio che, via via, non essendo quello storico, si andrà definendo addirittura attraverso le parole del grande esoterista e satanista Aleister Crowley. In seguito Burroughs avrà infatti a riprendere la sconcertante figura di Hassan Sabbath, facendone una bambolina voodoo che si presta alla voce medianica di un esasperante ventriloquo: e cioè Burroughs stesso. Disponiamo della registrazione di questo messaggio radio, che ci fa sembrare vivi tutti, Burroughs Hassan Sabbah Paul Getty: è stato depositato in un nastro e fa parte di un digfesto universale, di una radio dei morti che l’autore americano intuì essere la sostanza quintessenziata della letteratura stessa.
Siamo dunque di fronte a un fantasma: a Il Fantasma.
Ecco dunque la lettera a Ginsberg dallo Yage, ecco un video sperimentale burroughsiano con la registrazione audio della lettura burroughsiana di rinnovate ultime parole dello Hassan Sabbah burroughsiano (sotto il video, la trascrizione – bisogna guardare il video e poi ricaricarlo per leggere il testo, c’è da fare fatica, non si comprende nulla, non si capisce perché, il perché…) e infine una banale ripresa della meno banale voce Wikipedia sulla per nulla banale incarnazione storica di Hassan Sabbah esistito in forma carnale soltanto?, per uno speciale che non è riguardante più Burroughs che Hassan Sabbah o lo stesso Fantasma.

Ultime parole di Hassan Sabbah

di WILLIAM S. BURROUGHS | da Lettere dallo Yage, di W.S. Burroughs e A. Ginsberg

QUALSIASI MONDO ASCOLTATE LE MIE ULTIME PAROLE. ASCOLTATE TUTTI VOI CONSIGLI DIRETTIVI SINDACATI GOVERNI DELLA TERRA. E VOI POTENZE DI POTERE DIETRO QUELLE LURIDE TRATTATIVE FATTE IN QUELLE LATRINE ALLO SCOPO DI IMPADRONIRVI DI CIO’ CHE NON VI APPARTIENE. PER VENDERE IL TERRENO DI SOTTO I PIEDI NON NATI. ASCOLTATE. CIO’ CHE HO DA DIRE VALE PER TUTTI GLI UOMINI IN QUALSIASI LUOGO. RIPETO PER TUTTI NESSUNO ESCLUSO. GRATIS PER TUTTI COLORO CHE PAGANO. GRATIS PER TUTTI COLORO CHE PAGANO IN DOLORE. CHE COSA VI HA TANTO SPAVENTATO TUTTI DA FARVI ENTRARE NEL TEMPO? CHE COSA VI HANNO TANTO SPAVENTATO TUTTI DA FARVI ENTRARE NEI VOSTRI CORPI? PER SEMPRE NELLA MERDA? VOLETE RESTARCI PER SEMPRE? ALLORA ASCOLTATE LE ULTIME PAROLE DI HASSAN SABBAH. ASCOLTATE GUARDATE O CAGATE PER SEMPRE. CHE COSA VI HA TANTO SPAVENTATO DA FARVI ENTRARE NEL TEMPO? NEL CORPO? NELLA MERDA? VE LO DIRO’ IO. LA PAROLA. LA PAROLA IL-TU. IN PRINCIPIO ERA LA PAROLA. VI HA SPAVENTATO TUTTI NELLA MERDA PER SEMPRE. USCITENE FUORI PER SEMPRE. USCITE PER SEMPRE FUORI DALLA PAROLA TEMPORALE IL. USCITE PER SEMPRE DALLA PAROLA CORPOREA TU. USCITE PER SEMPRE DALLA PAROLA MERDOSA IL. TUTTI FUORI DAL TEMPO E NELLO SPAZIO. PER SEMPRE. NON C’E’ NIENTE DA TEMERE NELLO SPAZIO.
QUESTO E’ TUTTO TUTTO TUTTO HASSAN SABBAH. NON C’E’ NESSUNA PAROLA DA TEMERE. NON C’E’ NESSUNA PAROLA. QUESTO E’ TUTTO TUTTO TUTTO HASSAN SABBAH. SE VOI IO CANCELLIAMO TUTTE LE VOSTRE PAROLE PER SEMPRE. E LE PAROLE DI HASSAN IO PURE CANCELLO. ATTRAVERSO TUTTI I VOSTRI CIELI GUARDATE LA SCRITTURA SILENZIOSA DI BRION GYSIN HASSAN SABBAH. LA SCRITTURA DELLO SPAZIO. LA SCRITTURA DEL SILENZIO. GUARDATE GUARDATE GUARDATE

***

Altre ultime parole di Hassan Sabbah

Il filmato è un cut-up burroughsiano. Agli appassionati, si consiglia vivamente di guardarlo. Quindi, poiché non si capisce niente delle parole impastate di WSB, si deve ricaricare il video e ascoltare leggendo la trascrizione in calce, testo non più delirante di quanto possa apparire la trascrizione di un dialogo a due in un bar quualunque di qualunque tempo in qualunque luogo nel regno umano su questo pianeta.

Trascrizione delle altre ultime parole pronunciate da Wlliam Lee Burroughs in nome di Hassan Sabbah:

Oiga amigos! Oiga amigos! Paco! Enrique!
The last words of Hassan Sabbah,
the Old Man of the Mountain!
Listen to my last words, anywhere!
Listen all you boards, governments, syndicates, nations of the world,
and you, powers behind what filth deals,
consummated in what lavatory,
to take what is not yours,
to sell out your sons forever!
To sell the ground from unborn feet for ever, for eve – r!
Listen to my last words any world!
Listen if you value the bodies
for which you would sell all souls forever!
I bear no sick words junk words love words forgive words from Jesus.
I have not come to explain or tidy up.
What am I doing over here,
with the workers, the gooks, the apes, the dogs,
the errand boys, the human animals?
Why don’t I come over with the board
and drink coca-cola and make it?
“Now for Godsakes, don’t let that Coca-Cola thing out!”
Thing is right, Mr Whoever is responsible for that who-done-it!
Explain how the blood and bones and brains of a hundred million
more or less gooks went down the drain in green piss
so you on the boards could use bodies, and minds,
and souls that were not yours, are not yours, and never will be yours.
You want Hassan Sabbah to explain that? To tidy that up?
You have the wrong name and the wrong number,
Mr Luce Getty Lee Rockefeller!
“Don’t let them see us, don’t tell them what we are doing!”
Are these the words of the all powerful boards
and syndicates of the earth?
“Don’t let them see us, don’t tell them what we are doing!
Not the cancer deal with the Venusians, not the green deal!
Don’t let that out!
Disaster, unevaluable disaster!
Don’t show them that!
These things take time and that’s my business.”
As usual, Mr Luce! Short time to go. Minutes to go!
Blue heavy metal people.
“Don’t let that out!
Don’t show them the blues!”
Are these the words of the all powerful boards
and syndicates of the earth?
“And don’t whatever you do let them see us.”
Crab men! Tape worms! Intestinal parasites!
Squeezing the air, eat it, and shit it out, and eat it again, forever!
“Don’t let them see us! Don’t tell them what we are doing!
Disas – pay!”
Are these the words of the all powerful boards, syndicates,
cartels of the earth?
the great banking families of the world,
French, English, American?
like Burroughs, that proud American name?
Proud of what, exactly? Would you all like to see exactly what
Burroughs has to be proud of?
The Mayan caper, the centipede hype,
the short time racket, the heavy metal gimmick?
All right, Mister Burroughs, who bears my name and my words,
bear it all the way, for all to see, in Times Square, in Piccadilly.
Play it all, play it all, play it all back!
Pay it all, pay it all, pay it all back!
Listen : the word comes before English American German French,
the jaded minds are arsenic for all,
now the bones went – use never you have light.
All of you, all, all, all, green people, crab people,
blue heavy metal people,
compliments of Mister Burroughs for the heavy metal gimmick.
“Don’t let them see us! Don’t tell them what we are doing!
Premature! Premature! Reconversion, reconversion blues … “
Shall I show them the blues?
“No! No! No!
Premature! Premature! Premature!”
Are these the words of the all powerful boards
and syndicates of the earth?
I say to all : these words are not premature.
These words may be too late.
Minutes to go. Minutes to go. Minutes to goo. Minutes to green goo.
What I have to say is everywhere now.
Rub out the word Jew, and you rub out the word Hitler.
The answer comes before the question.
My words are for all – for all,
I repeat for all!
No one is excluded!
Free to all who pay, free to all who pain pay, for all to see,
for all to see!
In Piccadilly, in Times Square, Place de la Concorde,
in all the streets and plazas of the world!
Pay, pay, pay!
Play it all, play it all, play it all back!
Pay it all, pay it all, pay it all back!
See my writing the silent – across all your skies,
the silent writing of Brion Gysin – Hassan Sabbah.
All out of time! All into space! Forever!
Take what is not yours to skies squeezing the eye bodies forever
All out of time! All into space! Forever!
You cannot take words into space.
That is all, all, all, Hassan Sabbah.
You cannot take woman into space.
I repeat, you cannot take woman into space.
That is all, all, all, Hassan Sabbah.
See my writing the silent – across all your skies,
the silent writing of Brion Gysin – Hassan Sabbah,
the silent writing of space, the writing of Hassan Sabbah.
Look! Look! Look!
“Don’t let them see us! Don’t tell them what we are doing!”
Are these the words of the great nations, the all powerful boards
and syndicates of the earth?
These are the words of liars, and cowards, and collaborators,
and traitors, collaborators with insect people,
with any people anywhere who offer you a body forever,
to shit forever.
For this you have sold your sons forever,
the ground from unborn feet forever!
Traitors to all souls everywhere!
You on the board, who want others to pay for you,
with your deals to take what is not yours,
and leave your human animals to be eaten alive by the crab people,
to go down the drain in green shit and piss.
The green deal?
“Don’t let them see us! Don’t tell them what we are doing!”
You on the board, who now say:
“Protect us from our gooks!
Protect us from our human animals!”
Are these the words of the all powerful boards
and syndicates of the earth?
And you want the name of Hassan Sabbah on your filth deeds
to sell out the unborn?
“Protect us from our gooks, our dogs, our human animals!”
Are these the words of the all powerful board,
the all powerful syndicates, the all powerful governments
and nations of the earth?
Liars! Liars! Liars! Cowards! Cowards! Cowards!
who cannot even face your own dogs!
Traitors to all souls everywhere! Sold out to shit forever.
You miserable collaborators
now ask the protection of Hassan Sabbah?
Are these the words of the all powerful board?
“Protect us from our gooks, our human animals!”
No, no, no, I will not protect you, and you will never use
the name of Hassan Sabbah – William Burroughs
to cover your green shit deals with crab-men,
with the Elders of Minraud.
Listen! Listen! Listen!
I rub out all the words and reports of the board, forever.
I rub out your Thing Police, for ever, for eve – r.
I rub out the words of Marx Lenin Einstein Freud fraud, forever.
I rub out the formulas of Einstein Oppenheimer, forever.
I rub out their words, forever.
I rub out the Qabalah, forever.
I rub out the Talmud, forever.
I rub out all the formulas and directives
of the Elders of Minraud, forever.
I rub out the word, forever.
Listen, all, all, all!
If you – I cancel all your words, forever.
You cannot take words with you into space.
That is all, all, all, Hassan Sabbah.

***

Da dove prende il nome “Hasan Sabbah” William Lee Burroughs

Ḥasan-i Ṣabbāḥ [1] (in persiano بن صباح o حسن صباح ) (Qom, circa 1034 – Alamūt, 1124) è stato un religioso persiano, capo carismatico dei Nizariti, una setta sciita ismailita conosciuta anche sotto il nome di Assassini (Hašīšiyyūn).
Ḥasan nacque a Qom, in Persia, da una famiglia sciita, ma crebbe a Rayy, presso Teheran.
A 17 anni incontrò per la prima volta un missionario (dā’ī) ismailita che, malgrado tutti i suoi sforzi, non riuscì a convertirlo all’Ismailismo. Più tardi si ammalò gravemente e, sconvolto all’idea di morire senza conoscere la Verità, prese contatto con un altro ismailita e finì per convertirsi a 35 anni, verso il 1071.
Fu presto notato da un dignitario ismailita di passaggio a Rey/Rayy, che lo inviò qualche anno dopo al Cairo, in Egitto. Probabilmente a seguito di problemi politici, dovette tornare in Persia nel 1080. Là passò diversi anni molti attivi a percorrere il paese per diffondere la propria fede, avendo ai propri ordini un gruppo di uomini che divenne sempre più numeroso.
Cominciò allora ad essere considerato pericoloso dalle autorità sunnite e fu ricercato attivamente dal vizir selgiuchide di Malik Shāh, Niẓām al-Mulk.
Nel 1090 – aveva ormai più di 50 anni – fece il suo primo colpo da maestro: la presa incruenta della fortezza di Alamūt, nel nord della Persia, fra Teheran e il mar Caspio. A partire da qui estese il dominio degli ismailiti nella regione e la loro influenza nel resto della Persia e in Siria.
Nel 1094, in seguito ad un conflitto di successione per la scelta del futuro Imām sciita, la dottrina ismailita si divise in due tronconi: uno in Egitto (mustaʿlī) e l’altro in Persia ( nizārī ). Da allora in poi gli ismailiti persiani nizariti), guidati da Ḥasan ibn al-Ṣabbāḥ, fecero conto sulle loro sole forze. Va notato che Ḥasan non rivendicò mai per sé stesso il titolo di Imām.
Sotto il suo regno si svilupparono gli assassinii politici e la prima vittima importante fu il vizir Nizām al-Mulk. Gli esecutori erano un gruppo di iniziati che si vuole agissero sotto l’effetto di droghe, anche se gli studi più recenti sono tutt’altro che certi che il nome della setta – al-Hašīšiyyūn – derivi in effetti dall’uso dell’hashish.
Marco Polo descriverebbe la sua fortezza come un vero paradiso, ricco di un magnifico giardino, di belle fanciulle, di quattro fontane da cui sarebbero sgorgati vino, latte, miele e acqua, a somiglianza dei fiumi del Paradiso islamico ed è al viaggiatore veneziano che si deve la notizia secondo la quale Ḥasan avrebbe condizionato i suoi seguaci facendo consumare loro vari tipi di droghe. Va però detto che Marco Polo non può essere stato testimone di nessuno di tali fatti dal momento che Ḥasan prese possesso della fortezza nel 1090, a quasi sessanta anni di età, mentre Marco Polo nacque nel 1254 e la fortezza stessa risulta quasi totalmente distrutta da parte di Hulagu Khan solo due anni dopo, ovvero nel 1256.
Una rappresentazione artistica di Ḥasan-i Ṣabbāḥ.
Personalmente Ḥasan era un uomo austero, che faceva applicare la legge islamica senza tentennamenti.
Fece giustiziare due dei suoi figli, uno per aver bevuto vino e l’altro per un’accusa di assassinio.
Si racconta che lasciasse molto raramente la propria casa e che abbia scritto molto ma quasi tutte le sue opere andarono perdute con la distruzione di Alamūt da parte dei Mongoli nel 1256.
Morì ad Alamūt, di malattia, a novant’anni, nel 1124.
(da Wikipedia)

Agamben: “Del gesto”

agamben_gestodi GIORGIO AGAMBEN
[da La potenza del pensiero, Neri Pozza, 2005]

Kommerell, o del gesto
La critica ha tre livelli, esemplificabili, se si vuole, in tre sfere concentriche: quello filologico-ermeneutico, quello fisiognomico e quello gestuale. Il primo svolge l’interpretazione dell’opera, il secondo la situa (tanto negli ordini storici che in quelli naturali) secondo la legge della somiglianza, il terzo ne risolve l’intenzione in un gesto (o in una costellazione di gesti). Si può dire che ogni autentico critico trascorra attraverso tutti e tre questi ambiti, indugiando, secondo la propria indole, più o meno in ciascuno di essi. L’opera di Max Kommerell — certamente il più grande critico tedesco del Novecento dopo Benjamin e forse l’ultima grande personalità della Germania fra le due guerre che ci resti ancora da scoprire — s’inscrive quasi integralmente nel terzo ambito, dove più rari sono i talenti supremi (fra i critici del Novecento, oltre a Benjamin, solo Rivière, Fénéon e Contini vi si collocano a pieno titolo).

Che cos’è – nella prospettiva che qui ci interessa – un gesto? Basta scorrere il saggio su Kleist Il poeta e l’indicibile per misurare la centralità e la complessità del tema del gesto nel pensiero di Kommerell, e la decisione con cui egli riconduce ogni volta l’intenzione ultima dell’opera in questa sfera. Il gesto non è un elemento assolutamente non-linguistico, ma qualcosa che sta col linguaggio nel rapporto più intimo e, innanzitutto, una forza operante nella lingua stessa, più antica e originaria dell’espressione concettuale: gesto linguistico (Sprachgebärde) definisce Kommerell quello strato del linguaggio che non si esaurisce nella comunicazione e lo coglie, per così dire, nei suoi momenti solitari.

“Il senso di questi gesti non si compie nella comunicazione. Il gesto, per quanto cogente possa essere per l’altro, non esiste mai unicamente per lui; solo, anzi, in quanto esiste anche per se stesso, può essere tanto cogente per l’altro. Anche un volto che non ha testimoni ha la sua mimica; ed è problematico se a lasciare sulla sua superficie un’impronta più profonda siano i gesti coi quali esso s’intende con gli altri o quelli che gli sono imposti dalla solitudine o dal colloquio con se stesso. Spesso un volto sembra narrarci la storia dei suoi momenti solitari.”

In questo senso, Kommerell può scrivere che «la parola è il gesto originario [Urgebärde], dal quale derivano tutti i singoli gesti» e che il verso poetico è, nella sua essenza, gesto («Il linguaggio è, insieme, concettuale e mimico. Il primo elemento domina nella prosa, il secondo nel verso. Prosa è, innanzitutto, l’intendersi su un contenuto, il verso è, oltre a ciò e in modo più deciso, gesto espressivo»). Se questo è vero, se la parola è il gesto originario, allora ciò che è in questione nel gesto non è tanto un contenuto prelinguistico, quanto, per così dire, l’altra faccia del linguaggio, il mutismo insito nello stesso esser parlante dell’uomo, il suo dimorare, senza parole, nella lingua. E, quanto più l’uomo ha linguaggio, tanto più forte è, perciò, in lui il peso dell’indicibile, finché nel poeta, che è, fra i parlanti, colui che ha più parole, «l’accennare e il far segni si stremano e ne nasce qualcosa di corrosivo: la furia per la parola».

Nel saggio su Kleist, i tre gradi di questo essere, senza parole, nel linguaggio, sono l’enigma (Rätsel), in cui il parlante si rende incomprensibile quanto più cerca di esprimersi nelle parole (come avviene ai personaggi del dramma kleistiano); l’arcano (Geheimnis), che resta inespresso nell’enigma e che non è altro che l’essere stesso dell’uomo in quanto vive nella verità del linguaggio; il mistero (Mysterium), che è la pantomimica messa in scena dell’arcano. E, alla fine, il poeta appare come colui che «rimase senza parole nel parlare e morì per la verità del segno».

Proprio per questo — in quanto, cioè, esso non ha propriamente nulla da esprimere e nulla da dire oltre a ciò che è detto nel linguaggio, ma ha da esprimere lo stesso essere nel linguaggio — il gesto è sempre gesto di non raccapezzarsi nella parola, è sempre gag nel significato proprio del termine, che indica innanzitutto qualcosa che si mette in bocca per impedire la parola e, poi, l’improvvisazione dell’attore per sopperire a un’impossibilità di parlare. Ma vi è un gesto che s’insedia felicemente in questo vuoto di linguaggio e, senza proferirlo, ne fa la dimora più propria dell’uomo: qui lo smarrimento si fa danza e il gag mistero.