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David Peace: “Fantasma”

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Stasera alle 18.30 sono a presentare David Peace a Milano, alla libreria Feltrinelli di piazza Duomo. Parliamo del suo “Fantasma”, un libro che esce in Italia per il Saggiatore in anteprima mondiale, per la splendida traduzione di Matteo Battarra, con la copertina abbastanza emblematica dell’artista Matthew Barney. Composto di quattro racconti e un piccolo saggio, “Fantasma” è un romanzo condensato, che funziona per ellissi e attraverso l’impazzimento e la riduzione a zero della forma romanzo medesima. E’, in pratica, la quintessenzializzazione dell’opera di questo straordinario autore, nato in Inghilterra e vivente in Giappone, che io reputo da anni il migliore scrittore della mia generazione. La prima volta che lo presentai fu nel 2002: ne rimasi sconvolto.
La profondità di Peace è evidente in qualunque sua mossa stilistica e tematica. Tra l’altro è l’autore che è stato in grado di fondere genere nero e genere storico, per forare la materia narrativa con un’impennata metafisica impellente e strepitosa, che a me ha sempre ricordato Kafka. Se penso a un mio coetaneo erede di Kaka, questi è David Peace. Certo, finora era complesso ravvedere nelle sue narrazioni epiche e atrabiliari una simile radice – però è anche vero che dal tronco si possono desumere le radici. Ed è quanto Peace mostra esplicitamente in “Fantasma”, dove si contraggono per prossimità allo zero le sue apparenti idiosincrasie stilistiche, come le ripetizioni e le formule esorcistiche e l’incredibile sintassi, che lo conducono solitamente a creare romanzi-poema imponenti (come “Red or dead”, che *apparentemente* era una narrazione sul football). Qui il supposto protagonista è davvero un fantasma: lo è fisicamente e lo è per fantasia creatrice e lo è come reperto mnemonico: si tratta del grande scrittore giapponese Ryūnosuke Akutagawa, morto suicida all’età di 35 anni nel 1927. E’ una meditazione vertiginosa, di cui poteva essere in grado soltanto una prosa ad altezza poesia, cioè l’ingaggio preciso di Peace da sempre. Di Peace si è molto letto il cosiddetto “Red Riding Quartet”: una quadrilogia di romanzi nerissimi su un serial killer inglese negli anni che preparano e realizzano il regno di Margaret Thatcher su questa terra. Si trattava di una “Bhagavadgītā” in quattro parti e ogni parte fu pure scambiata per un thriller, il che era pure legittimo, se solo si capisse che thriller è tutto: la “Divina Commedia” è un thriller nel senso di Peace. Quindi Peace non era autore di thriller. Era ed è autore di un regno mondano e ultramondano, in cui i viventi e i trapassati convivono in forme larvali e fantasmatiche e violente – ed è una violenza implacabile e srenata contro se stessi e la vita, quindi anche contro gli altri. Pur non essendo io un esperto, credo di si possa dire che Ryūnosuke Akutagawa è il Kafka dell’estremo oriente. In questa vicenda dello scrittore che avverte e interpreta il male, fino all’autodissoluzione in vita e a quella postuma, Peace dichiara tutto se stesso, molto più radicalmente di quanto abbia fatto in precedenza: dice ciò di cui ha paura e descrive ciò che si sente – un’entità che scrive quasi asceticamente, il che è l’unico modo di fare arte con le parole, e un umano che sta all’intersezione di due mondi, di cui i mortali percepiscono nitidamente quello che ritengono reale e molto confusamente quello che non conoscono coi sensi. La narrazione di Peace è il correlativo oggettivo della necessità che l’arte esista: è lui il nostro recettore nervoso e sensitivo per una soglia fatale in cui siamo da sempre fantasmi come lui, assediati da demoni e capaci dell’amore più insufficiente e più salvifico. Non ringrazierò mai abbastanza Peace di essere questo grande autore del tempo in cui ho vissuto, ma proverò continuamente a farlo: stasera tenterò appunto di ringraziarlo.

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