Linkiesta: intervista su “Fine Impero”

Michele Weiss mi ha intervistato per il bellissimo portale Linkiesta.it, a proposito di Fine Impero e anche un poco oltre – domande che superano i 360°… 🙂 Ringrazio Michele e lo staff del sito.

L’INTERVISTA SUL PORTALE LINKIESTA.IT

 

Conversazione con l’autore

Giuseppe Genna: “Non c’è scampo alla fine dell’impero”

di MICHELE WEISS

Fine Impero racconta il crollo epifanico di una civiltà che ha smesso dall’inizio di essere tale

genna_impero (2)È arrivato nelle librerie “Fine Impero” – Minimum Fax – l’ultimo romanzo di Giuseppe Genna. Si racconta la storia di uno pseudo-scrittore fallito che, dopo la morte della figlia di dieci mesi, in preda a un dolore così forte da cambiargli la struttura del viso, si tuffa nella Milano del circus tv – zeppo di tronisti, modelle e fiumi di droghe – manovrato da Zio Bubba, strambo personaggio che lo trascina a una festa in cui aleggia la presenza di uno sfuggente e decrepito padrone di casa (che assomiglia all’ex premier Berlusconi). Un singolare voyage au bout de la nuit contemporaneo, a metà tra narrazione pura e spunti di critica antropologico-letteraria e filosofico-politica – in cui l’Io romanzesco collassa nella miriade di episodi e immaginari innescati dal proprio tuffo nella più grande deriva splatter del post-moderno.

Anche “Fine Impero” ha un immaginario denso, materico e ipercontaminato: a scegliere un’immagine non letteraria, fa pensare a una crocifissione sospesa a metà tra quelle di Grünewald e Bacon (ma forse più di Grünewald). Tu ne avrai mille altre.
“Fine Impero” è uno strano romanzo, secco e impostato su un basso continuo. Le analogie con la pittura, da un punto di vista meramente personale, sono quelle con i Rothko della Chapel, certi yantra indiani di medio periodo e il “San Sebastiano” di Antonello. Ciò riguarda premesse e esiti e momenti interni della scrittura. Quanto a rappresentazione dell’affollamento compresso di immagini e immaginarii, Grünewald è perfetto, nella sintesi tra luce e carne della “Crocifissione”; oppure, da un punto di vista laicissimo e molto sociologico, il ciclo di Terry Rodgers, “The fluid geometries of Illusions”. I riferimenti espliciti e le citazioni sono tuttavia fuori dalla pittura, richiamano espressioni che vanno dalla fotografia non artistica di Alex Prager ed Erwin Olaf a certi frame di Bill Viola, al “Censimento” di Anselm Kiefer. In ogni caso ciò che mi ha più impegnato nella stesura del romanzo e che richiamo continuativamente è il film “La notte” di Michelangelo Antonioni.

La neonata che muore ha una valenza simbolica che parrebbe evidente, ovvero la morte della purezza e/o della possibilità del nuovo – oppure c’è dell’altro?
No. il libro si rifà a una poetica del trascendimento del simbolico, che in epoca nostrana ha molte manifestazioni, dal teatro di Jerzy Grotowsky alla critica di Peter Szondi; dalla filosofia di Gilles Deleuze alla teoria di Jacques Lacan; dalla scrittura di Don Delillo alla saggistica di Michel Houellebecq; dall’arte di Carsten Höller al cinema di David Lynch. La questione che si dà è sfuggire alla solidificazione del significato simbolico. Il simbolico non lo si traduce, non è una metafora o un’analogia. La bambina è tutt’altro che pura: muore e impone un dolore acutissimo e psichicamente insormontabile. La bambina è innocenza feroce. Inoltre è una bambina e non la Bambina, non può essere un simbolo. Il simbolo manifesta il trascendimento, si tenta di forare il simbolo, la sua immagine cangiante, si tenta di entrare nello spazio a cui esso veicola. Ci si chiede, nel libro, come sia possibile che chi perde i genitori sia “orfano” e chi perde i figli non sia etichettato da una parola specifica – ecco, è quello lo spazio a cui si tende, siamo consapevoli di quello stato eppure non si parla… la parola si sottrae introducendo a una pratica indifferentemente terribile o oscena o gioiosa. Stare nel niente, che non può mai essere niente. C’è un equivoco che si manifesta, evidentemente: la bambina muore e la società prespettacolare pure. Non è quanto intendevo scrivere.

Però sembra un libro in cui ci si occupa di un cadavere, da becchino e da anatomopatologo – o meglio, tutta una serie di cadaveri – la morte aleggia in maniera totalizzante, ma il vero grande defunto sembra essere l’Immaginario, inteso come possibilità di creare/dare vita a nuove visioni, nuovi sogni e quindi, a una vera nuova epoca: il grande scopo del libro è l’annuncio della morte (e il seppellimento) del postmoderno (o del suo soffocante trionfo definitivo)?
No. Esistono immagini di un parto a ciclo continuo, dall’inizio alla fine c’è un’ecografia che sarebbe un annuncio. Il libro è saturo di immaginari, non soltanto storicamente dati. A un certo punto siamo negli anni Settanta, sotto la luce fredda in una cucina piccolo-borghese, quattro umani immobili che mangiano apparentemente senza progressione temporale, nitidi, tutti unificati dal “pasto nudo”, che per William Burroughs era il momento preciso in cui si è consapevoli che la forchetta si avvicina e sta per entrare nella bocca: è un’installazione? Un quadro iperrealista? una narrazione minimalista? E, a proposito di installazioni, c’è un momento in cui il narrante, questo scrittore fallimentare e fallito che è l’avversario poetico del Jep Gambardella de “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino, per sopravvivere cerca di spacciare suoi lavori artistici, stanze che raccolgono immagini e luci nere, zodiaci fatti con statue in cera di morfologie umane patologiche – anche questo è immaginario. Non c’è bisogno di certificare artisticamente la supposta morte del supposto Postmoderno: al limite lo fa certa critica, certo giornalismo, certa storiografia. Il paradigma di base in cui cerco di muovermi è la letteratura, o, meglio, la testualità.

In “Dies Irae”, il sistema del terziario avanzato – la società della comunicazione – veniva descritto come una bolla, e il narratore diceva di non essere al passo di questo nuovo decennio. Cos’è cambiato qui? Il protagonista è sempre un outsider afflitto da un incurabile nichilismo di stampo umanista, ma alla fine sembra anche attratto dai salotti-format dello Zio Bubba con i suoi mostri bellissimi, che appare il motore immobile di questa società dello spettacolo putrescente.
Il protagonista è uno scrittore fallimentare e fallito. Vive un immedicabile dolore. Nel primo capitolo porta una piccola bara in cui è custodito il corpo della sua bambina, morta a dieci mesi. In questo dolore acutissimo o basso, comunque continuo, egli si muove in una nebulizzazione di una storia precedente, all’interno della quale è sussunta in micronizzazione anche la cosiddetta Società dello Spettacolo, la quale non esiste più, non ha più la forma che aveva quando essa significava uno dei paradigmi dominanti della vita occidentale. La lingua distorta è afona eppure molto, troppo carica di storia, di emblemi, di possibili analogie. Nel crollo del business e del suo erede, il b2b, nel collasso del digitale e dell’analogico, nell’ipertrofia della chiacchiera diffusa, nella crisi endemica e irreversibile della comunicazione, nell’esplosione degli schermi, appaiono corpi che non sentono di esserlo, psicologie che non sono tali in quanto è venuto meno il paradigma psicologico, emozioni prive di un soggetto unificante, moltissimi “io” a legioni sterminate senza che avvenga una centralizzazione dello sguardo dello “io”. Il protagonista di “Fine Impero” quali libri ha pubblicato? Perché dovremmo considerarlo uno scrittore? Perché ce lo dice lui? E il suo turismo nell’esistente, dolentissimo, è davvero quello del Pontano protagonista de “La notte” di Antonioni, laddove vediamo lo scrittore che presenta il suo libro con Livio Garzanti e Umberto Eco con Antonio Porta gli chiedono l’autografo? E che cosa nasce dal rivolgimento che essenzialmente significa ogni catastrofe? Avevo scritto in passato un libro, “Io Hitler”, per cercare di cogliere fino a che punto esistessero presso di noi le condizioni per parlare di una vittoria postuma di Hitler: eccole realizzate, le condizioni – sono manifeste.

Zio Bubba è chiaramente ispirato a Lele Mora e al suo circus. Pensando anche a Videocracy che ha mostrato il fenomeno su larga scala ma in forma più o meno docu, tu invece lo hai trattato con i crismi dell’“iperrealtà”, caricandolo ancora di più fino a stravolgerlo: non hai temuto quindi che la semplice “datità” della cosa – mostrata dai video e poi dai processi – fosse più efficace?
Non esiste proprio, per quanto mi riguarda, l’idea dell’efficacia, e meno ancora mi interessa la prospettiva sul personaggio. “Io”, il personaggio centrale e illusorio, è miliardi di personaggi. “Videocracy” è molto bello, sociologico, un documentario interessante, l’ultimo sguardo di Silvio Berlusconi alla telecamera di Gandini in mezzo a centinaia di telecamere che egli riesce a centrare tutte, è un emblema notevole. Non è però il ciclo di vita di Lele Mora a interessarmi. In “Fine Impero” mi interessa una modalità mentale dell’imperio, che certo è passata attraverso spettacolo e dominio politico, tra ribaltamento valoriale e oscenità, e che però non si conclude affatto con il tramonto della televisione o con il fatto che al posto del “Drive In” e dei reality arriva “MasterChef”. È uno degli indefiniti “compimenti” della mente occidentale a interessarmi. Lo spalancamento di un’evidenza, soprattutto: la fine dell’interpretazione, in occidente, del mondo come un testo misterioso da decifrare. Lavorare a un testo nella momentanea fine del testo è il punto in questione. Intorno a quel punto si affollano spettri, storie, pixel, echi, motivetti, lottatori e troie: è l’eterna migrazione della specie, che è eterna appunto finché la specie vive.

Esiste una risposta sensata al perché si diventa scrittori? Intanto, il protagonista cita rabbiosamente Kafka e la blatta de “La Metamorfosi” – è un omaggio a quel modo di vivere e praticare la letteratura?
Non ho nulla da dire a questo proposito. Credo che si manifesti un sentimento della lingua, molto precocemente, che incanta e si condensa in immaginazioni e storie, e che spinga per prendere una forma linguistica. Poi avviene del tutto naturalmente che la scrittura, non gli scrittori, porti l’assalto ai limiti estremo dell’umano. Pochi sono i geni che vengono veicolati dalla scrittura a quelle latitudini. Kafka è secondo me tra costoro.

La scena letteraria italiana appare “disrupted” oltre maniera, emerge tutto e il contrario di tutto, l’editoria sembra aver perso la bussola e le librerie come Hoepli e anche Feltrinelli sono in cassa integrazione senza che in apparenza nulla possa cambiare le cose: ha ancora senso parlare del libro e di letteratura – e di un mercato collegato?
Il libro è una cosa, il testo è un’altra, la letteratura un’altra ancora. Per decenni si è stati molto tranquilli, lottando ideologicamente su piattaforme di mercato industriale, declinato in questa formula superficiale: l’industria culturale. Era, come tutti gli stati, uno stato momentaneo. Si trattava di un mecenatismo a plurimo valore, che impulsava autocensure, spettacolarismi, patetismi e sentimenti di gloria. Quel tempo è finito. Finisce, prima che ovunque in occidente, qua in Italia, laddove è un dato antropologico a fare crollare quella piattaforma: gli italiani hanno in odio geneticamente la cultura, l’intellettuale, l’artista – è ciò che Wu Ming 1 chiamava “microfascismo antropologico”. Nessuno, se non pochi, oggi ritiene che la lettura di un libro sia un’esperienza immersiva capace di trasportare nello stato decisivo e interiore in cui si affaccia la domanda di verità e di senso – una domanda che non ha risposta: è impensabile, in quanto inefficace e frustrante, stare oggi in una domanda che rifiuta ogni risposta. Che poi le cose debbano cambiare è un’illusione ottica, a mio avviso: è una richiesta alla realtà che appartiene a paradigmi pregressi, sociologicamente minoritari oggidì. Comunque, le cose cambiano.

Dall’epopea di Clarence alla tua webzine “I Miserabili” fino al wall interattivo con i “cascami” di Fine Impero: il web e l’avvento del digitale li hai vissuto dal principio – com’è cambiata la rete e la produzione di contenuti digitali in questi quasi vent’anni?
Sono rimasto sorpreso dall’accelerazione: oggi è impensabile occuparsi di contenuti. La Rete è il luogo in cui, quanto alle professioni, si realizza il peggiore precariato cognitivo del momento. Da anni c’è Facebook, che ha contribuito all’alfabetizzazione di Rete attraverso la coincidenza tra back-end e front-end, e lì ci si è fermati. Twitter è angosciante, mi sembra di essere costretto a giocare ai videogames degli anni Ottanta mentre c’è il 3d. La retorica della battuta sarcastica, che fuoriesce dall’utilizzo della Rete in questo modo apparentemente ubiquo, è insopportabile e terminalmente enfatizzata da una pubblica opinione morente. Tutti gli sviluppatori sono dietro a fare app, nel Web non si impone da anni qualcosa di nuovo. Il trolling esiste dagli albori della Rete, quando nemmeno c’era il Web, quindi non mi scandalizza. Le quote di attenzione degli individui sono crollate. Gli streaming eiettano icone che hanno vita post-spettacolare per qualche ora. Nessuno ancora si è incaricato di fare arte con questa digitalità, così come pochissimi (penso a Lynch di “Twin Peaks” e a Kieslowski di “Decalogo”) si misero a fare arte con la televisione. Lo sviluppo degli hardware è la traiettoria: entreranno nel corpo e al contempo ci porteranno su Marte. La Rete è un passaggio, pensare che sia un contenitore era errato e sarà sbagliato. Niente di fatale, comunque.

Ti sei sempre occupato di politica anche se incidentalmente: a Roma per il sindaco al ballotaggio ha votato meno del 50% dei cittadini, vale il discorso per la letteratura/editoria o è pure peggio – sembra che ormai stia finendo un’epoca, con i cittadini che hanno abbandonato il capitano – ma chi guiderà la nave?
Quell’epoca è già finita ab initio. Si vota da pochissimo, in realtà. La militanza deve essere continua, condotta con acribia e ossessività. Non mi illudo che, senza strategie e volontà, si possa mantenere eretto il fronte democratico. Quanto alla situazione attuale: manca la sinistra in Italia, non esiste un contenitore realmente socialista, la barca non la guiderà Barca. Tutto ciò, però, non ha a che vedere con la letteratura.

Adelchi Battista: videorecensione di “Fine Impero”

Essere intercettati da chi si stima è una gioia che la vita riserva con generosità ambigua: diciamo che è un caso mediamente eccezionale. Per esempio, io stimo molto Adelchi Battista, l’autore dell’eccezionale romanzo, monoculare e corale al contempo, Io sono la guerra, un testo di testi che per me, che avevo pubblicato io Hitler, faceva scattare migliaia di archi voltaici e una corrente di inesausta ammirazione nei confronti di questo scrittore capace di allegorizzare tutto topicizzando ogni momento, montando e smontando non la storia bensì le storie tutte, mandando in secondo piano qualunque distinzione di genere. Quello di Adelchi Battista è uno dei libri che indubbiamente alzano il catalogo Rizzoli a vertici importanti, in anni in cui al catalogo non si pensa nemmeno sotto tortura. Nella comunità degli scrittori autentici di questa nazione slacciata, Adelchi Battista mi è parso uno dei nomi su cui puntare. Da editor del Saggiatore avrei voluto e vorrei pubblicarlo, a occhi chiusi.
Tra me e Adelchi Battista sono intercorsi tre messaggi di posta privata e un centinaio di commenti su Facebook. Mi imbarazza tantissimo, quindi, ascoltarlo e vederlo parlare di Fine Impero, accostarmi a scrittori che molto stimo (da Aldo Nove a Teresa Ciabatti), mentre ricorda i tempi in cui leggeva Catrame e arriva a identificare punti per me nodali del libro che ho appena pubblicato per minimum fax. Si dà per me un abbraccio totalmente gratuito, che ricambiavo a priori, adesso sembro goffo e interessato nel praticare un gesto di affetto e stima profondi, però giuro che è così – si stava nello sguardo reciproco che è uno e ci trascina di testo in testo, di opera in opera, miscelando vite individuali in un’avventura esistenziale che vale la pena di attraversare, e non perché si parla bene ognuno delle cose dell’altro, non è questo il punto. Sono felicissimo di questa recensione in video, ringrazio Adelchi Battista e anche coloro che saranno interessati ad assistervi.

Il tumblr di “Fine Impero”

header

genna_impero (2)E’ on line il wall di Fine Impero: un sito a scroll infinito con video, testi, immagini, link e audio legati agli immaginari compressi nel libro. In continuo aggiornamento.

Parte un work in progress indefinito: lo scroll continuo e inesausto di materiali e materiali fatti deflagrare dagli immaginari che ho compresso in Fine Impero.
L’indirizzo del tumblr è:

http://giuseppegenna.tumblr.com

Ci sono video, canzoni, immagini, fotografie, quadri, testi, citazioni, volti e luoghi che vanno da Michel Houellebecq che canta a un documentario sulla vita di Massimo Boldi, da Gotico Americano al wrestler anni 80 André the Giant accompagnato a scuola da Samuel Beckett, dai Kraftwerk a Don DeLillo, da Tommaso Pincio ad Aldo Nove, da Ennio Doris a Franco Fortini, dalle modelle a Tom Ford – e così via, per uno scroll che via via sarà sempre più infinito.
A oggi siamo circa a 200 inserimenti. Di giorno in giorno crescerà.
Buon* visione lettura ascolto.

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Esce da minimum fax “Fine Impero”

genna_impero (2)E’ finalmente disponibile in libreria dal 6 giugno 2013 il romanzo da me scritto Fine Impero, edito da minimum fax, con copertina a opera di Riccardo Falcinelli. E’ un testo che ha dovuto effettuare un percorso faticoso, prima di giungere alla pubblicazione. Fortunatamente, esso mi ha permesso di esperire una volta ancora le cure editoriali di minimum fax: si tratta di un’esperienza umanistica che non ha pari in Italia. Tengo perciò a ringraziare tutti i minimi che hanno collaborato con me alla realizzazione di questo libro: l’editor Nicola Lagioia, l’editore Marco Cassini, la direttrice editoriale Martina Testa, la cura redazionale di Dario Matrone ed Enrica Speziale, la perfetta prospettica di Alessandro Grazioli, l’opera artistica di Riccardo Falcinelli.
Questo romanzo è dedicato a Tommaso Pincio.
Eccone il testo di aletta e, a seguire, le microanticipazione datene in questi anni.
Seguiranno iniziative molto particolari a corollario della pubblicazione.
Vorrei ringraziare lettrici e lettori che instancabilmente mi hanno contattato per chiedermi notizie del libro, in questo arco di tempo: il loro abbraccio è ricambiato, è importante per me. Davvero: grazie.

 

Testo di aletta

dalla pagina minimum fax dedicata a Fine Impero

 

“Il miracolo-Genna consiste nell’essere riuscito a rendere la nostra Storia allo stesso tempo sexy, elettrizzante, patetica, drammatica, divertente.”
Alessandro Piperno

Che cosa accade a un uomo quando perde tutto? Se il paese è l’Italia e quell’uomo è un intellettuale che per sbarcare il lunario scrive per le riviste di moda, il dramma privato può rivelarsi una porta d’accesso verso un altro tipo di disastro: il mondo contemporaneo. Ecco allora che il protagonista di Fine Impero intraprende la sua discesa al centro della terra aggirandosi nella notte senza fine di ciò che per comodità chiamiamo ancora show business. A fare da traghettatore c’è zio Bubba, un uomo che è «più dei politici»: agente, impresario, personaggio misterioso e chiave di volta per comprendere in cosa ci sta trasformando lo spettacolo del potere che (dagli schermi tv invasi dai talent e dai reality, fino al profondo della nostra intimità) contempliamo senza sosta a occhi spalancati. Fino a quando non si spalancherà anche la piccola porta di una tragedia la cui potenza non è possibile arginare – il mistero inesplicabile della morte dei bambini su cui la grande letteratura non fa che interrogarsi ciclicamente. Giuseppe Genna, lo scrittore che meglio ha indagato le pieghe più inquietanti dell’Italia di questi anni, racconta una parabola che ci riguarda da vicino. Abbiamo dimenticato qualcosa di fondamentale tra le stanze di un brutto sogno, e l’unico modo per riprenderla è tuffarcisi dentro.

 

Copertina e bozzetti preparatori [di Riccardo Falcinelli]

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Primi materiali

Video: anticipazione da “Fine Impero”, il mio ‘liber niger’.

Giovedì 24 maggio, alle 18.30, presso il Centro artistico Alik Cavaliere(qui il sito) a Milano in via De Amicis 17 (qui la mappa), in collaborazione con NABA (Nuova Accademia Belle Arti – qui il sito), nell’àmbito della manifestazione“Parole immaginate” – reading d’autore e performance, organizzata da Alessandro Bertante e Margherita Palli, il sottoscritto ha affrontato, con il Bertante in persona, anticipazioni dal suo prossimo romanzoFINE IMPERO (annunciato per maggio da Einaudi Stile Libero) e le sue derive testuali collaterali.

Qui sotto, il video che è stato realizzato da un Anonimo Culturale con un device Nokia (voce e ritmo sono lievemente distorti): ringrazio profondamente il rersponsabile del documento filmato. Di seguito, quindi, uno stralcio di testo in anticipazione del misterioso “liber niger” del sottoscritto (qui invece altre occorrenze circa e da Fine Impero su questo sito).

“L’invidia allunga il laccio di malizia che tende alla gente e festeggia scandalizzando gli altri.”

L’invidia allunga il laccio di malizia che tende alla gente e festeggia scandalizzando gli altri.
La mente funziona in questo modo, il corpo inciampa su quel laccio.
Per colei e colui che hanno esaminato a questo modo la mente e il corpo, esiste la possibilità che avere perduto tutto o perdere tutto sia, se non un sollievo, l’approdo a una certa indifferenza verso il mondo.
Così pensavo mentre in taxi ondeggiavo con le donne che non smettevano di parlare, trasbordando al luogo delle sfilate. Vorticavano le loro chiacchiere cattive.
“Una perfezionista sa che può sempre migliorare”, “Quando arriva, a Parigi, urlano Voiçi l’italienne!”, “Quando compare nei backstage!”, “La stessa esclamazione che Coco Chanel utilizzava per Elsa Schiaparelli!”, “Ha rischiato di perdere il dono della voce”.
I doni sono trappole: rischiano infatti di essere goduti e quindi di esaurirsi, oppure di essere perduti e quindi nemmeno goduti. Sono attaccamenti che si esigono dalla vita.
“La televisione lo esige”.
C’era una vespa imprigionata al di qua del vetro del lunotto termico posteriore dentro il taxi. Il ronzio di quella vespa assunse le proporzioni di un strepito, ne avevo l’impressione. Un altro ronzio mi giungeva sempre più distante, le donne come vespe sembravano insistere battendo contro i vetri dei finestrini da di fuori.
Ero preoccupato, la nuca, il collo, la vespa, dietro, dove era?
Il taxista sedeva indifferente, guidava senza subire la distrazione.
Erede di glorie, inconsistente bambino di polvere, immortale inerme, insetto infinito.
Quale prerogativa ha l’ora umana?
[…]

Dall’incantamento mi riscosse la frenata dolce del taxi, in corrispondenza dell’entrata in un edificio cubico nero. Era il luogo della moda. Qui ha luogo la sfilata.
Festeggia scandalizzando gli altri.
Mi sollevo con il capo puntato verso lo zenit, i piedi al nadir, le anitre selvagge volano radenti le paludi etrusche, feci aruspicinii ascoltando lo schiocco delle viscere di un animale, forse una grande scolopendra, ne avevo l’impressione.

© Giuseppe Genna – Ogni pubblicazione priva di consenso dell’autore è da ritenersi illegale e passibile di denuncia.

“L’anno luce” esce in Francia: arriva “L’année lumière”

'anée lumièreVoluto e tradotto dal romanziere e impegnatissimo intellettuale Serge Quadruppani (qui il suo sito ufficiale), per le Editions Métailié, la cui collana di narrativa italiana è un gioiello internazionale di cui noi del Belpaese dovremo essere grati proprio a Quadruppani, è in uscita il 15 marzo L’année lumière, edizione francese de L’anno luce, romanzo risalente al 2005 e pubblicato in Italia da Tropea-il Saggiatore. E’ semplicemente un onore essere editi nella collana allestita presso Métailié, così come lo è essere tradotti da Quadruppani, scrittore e traduttore delle più varie modalità stilistiche della lingua narrativa italiana, che qui devo ufficialmente ringraziare per l’ostinazione, la pazienza e la fatica con cui ha tradotto e fatto pubblicare un testo difficoltoso e non certo di grande facilità commerciale. Questa la scheda allegata:

Présentation de l’éditeur
À Milan, une entreprise de téléphonie mobile célèbre ses succès commerciaux en même temps qu’elle est confrontée à une tentative de prise de contrôle hostile de la part d’une société anglaise. L’un des principaux dirigeants de la société milanaise, que tout le monde appelle Mental, découvre en rentrant chez lui son épouse plongée dans un état de sidération sur lequel la médecine a peu de prise. Qu’est-ce qui a pu la plonger dans un tel état de choc ? Mental va découvrir, en même temps que la liaison de son épouse avec un très étrange adolescent surdoué, les agissements de l’Affairiste, vieil agent d’influence rappelé d’Afrique du Sud par les Anglais, tandis que peu à peu se dévoilent les projets communs de la société et du Vatican, décidés à exporter dans les étoiles le délire technologique érigé en religion.
Giuseppe Genna, auteur confirmé d’outre-Alpes, a publié une douzaine de romans noirs et de romans de littérature générale. Ont été traduits en France Sous un ciel de plomb, Au nom d’Ismaël et La Peau du dragon (Grasset).

A celebrazione di questa uscita, che segna il ritorno di una traduzione all’estero di un mio testo, pubblico un brano italiano da L’anno luce, rimasto finora inedito in forma digitale (avevo già pubblicato on line la Scena dell’inverno nucleare). Non prima di avere specificato che, quanto alla forma-romanzo, L’anno luce, che ai tempi definii “romanzo neoborghese”, è il precursore, molto esploso e labirintico, estremamente strutturato per devianze, di una narrazione che anticipa il mio prossimo Fine Impero e quanto verrà pubblicato nel prossimo futuro: una visionarietà cercata come cifra di una rappresentazione dell’oggi o di un’ucronia che è impossibile non scambiare per l’oggi.
Ecco il brano.

“Non considerare il potere, la ricchezza e il prestigio come i valori
superiori della nostra vita, perché in fondo
essi non rispondono alle attese del nostro cuore”
Benedetto XVI, udienza generale 1 giugno 2005

“L’universo mi teme, i miei occhi vedono la Geenna”
Apocrifi neotestamentari, “Apocalisse di Esdra”, 29

Entra il Faccendiere

Il racconto costringe ora a deviare momentaneamente dalla drammatica situazione in cui versano il Mente, Maura, la sorella di lei e l’azienda del Mente, per introdurre a sorpresa un nuovo protagonista della vicenda.
E abbiamo soltanto accennato a quel ragazzino, il cui corpo era slacciato nell’acqua rossa di sangue nella vasca!
Conta poco, tutto ciò. Ora è l’ora di quell’uomo che si è visto passare come un’ombra fuori della stanza d’ospedale dove Maura è ricoverata.
E’, quest’uomo, quello che si definirebbe un personaggio oscuro, tenendo presente che serve luce per avere idea dell’oscurità. E’ un’eminenza non grigia, ma nera. Nemmeno: egli muta colore.
La sua comparsa nella vicenda del Mente ha un prologo: inaspettatamente nel Sudafrica, ai margini di un’immensa assolata prateria arancione, che va a fondersi con una foresta di sconvolgente e conturbante bellezza, le cui dimensioni e la cui intima vita sono totalmente aliene da quanto concepisce essere vita qualunque personaggio finora apparso nel racconto. Mangrovie profumatissime sono percorse da rettili letali, che sarebbero mostruosi se non fossero naturali. E negroidi disadattati che vivono vicende impossibili a raccontarsi ruotano in miti eterni le loro esistenze, che al Mente sembrerebbero ufologiche o pittoresche, ottocentesche.
L’eminenza oscura che qui inaugura la sua parte nel racconto è un faccendiere e ha ricoperto notevoli incarichi a latere di operazioni condotte da numerosi servizi segreti occidentali. Nella storia di Italia, che è la nazione in cui si svolge il racconto, un personaggio simile ha ottenuto i favori delle cronache ai tempi dello scandalo P2, del crack Ambrosiano, della morte del banchiere Calvi e di quella del banchiere Sindona. Si chiamava, quel faccendiere, Francesco Pazienza. Ma Pazienza non finisce mai: il mondo è pieno di Pazienza, ha infinitamente Pazienza. I manager Hollyburton che consigliano il vicepresidente statunitense Cheney; i contrattisti del magnate dei media Murdock; gli stessi alti gradi Enron e Parmalat; le forze segrete su cui contava ai tempi di Reagan l’ammiraglio Oliver North; gli inviati presso Panama a trattare con Faccia d’Ananas, il generale Noriega; coloro che tramano contro le principali Telecom delle nazioni occidentali: sono questa pasta di uomini, sono uomini simili al personaggio di cui si sta qui trattando.
Egli è finito in Sudafrica come spesso è capitato a storici operatori di intelligence e a faccendieri che per conto di costoro hanno lavorato: un esito borghese e al tempo stesso esotico di una vita condotta nell’indegnità, nella sopraffazione crudele e sottaciuta, nel ricatto, nel complotto interno a una sterminata macchina cospirativa, di cui ogni potere si è servito da quando si è imposto sul pianeta il regno dell’uomo.
Il nome di quest’uomo è Anthony Brook, inglese con madre italiana, nato a Leeds sessanta anni addietro e naturalizzato in seguito cittadino statunitense, dopo avere sposato una collega, con la quale, pur non avendo generato figli, ha condiviso un amore insospettabilmente fedele e intenso. Questa potenza amorosa, che è un’alleanza nel puro reciproco incanto, costituirebbe un’eccezione nella vita oscura di Anthony Brook, se non fosse una costante sempre attiva da quando egli ha conosciuto e folgorantemente ha amato la sua compagna, la quale si chiama Antonya Brook.
Nell’intelligence internazionale, che è un mondo lussuoso e sfolgorante simile a una Hollywood segreta e diplomatica, i nomi non valgono, non hanno diritto d’asilo. Una persona non coincide con il suo nome, poiché ognuno può disporre di mutevoli ma consolidate identità fittizie. Ogni operatore è noto agli altri, spesso di parte avversa (il che è sempre transitorio, poiché gli avversari di oggi sono gli amici di stasera), con una sigla che ne decreta la leggenda personale. Così Anthony Brook non è conosciuto come Anthony Brook, bensì come il Faccendiere, o l’Uomo Che Sbriga Le Faccende, per la capacità che ha dimostrato di violare, con negazioni irriverenti, l’andamento di piani concordati, per raggiungere risultati d’eccellenza con modalità sorprendenti e perciò tanto più efficaci. E, come osservato in precedenza a proposito del Mente, qualcosa di effettivo viene conservato nei soprannomi. Non nel caso tuttavia dell’amore che Anthony consuma, fiamma lenta e calda e mai minacciata in anni e anni, per sua moglie Antonya, per la quale egli si è adoperato a non risolvere mai le Faccende d’Amore: non va risolto, l’amore; questo è l’insegnamento della vecchia generazione occidentale.
Quando l’avventura professionale del Faccendiere fu, a sua detta, giunta al termine, Anthony e Antonya si risolsero a trasferirsi nel nord del Sudafrica, poco dopo che Nelson Mandela aveva assunto la presidenza onoraria del paese. Introdotti comunque nell’élite (essi conobbero in anticipo su molti altri addetti della comunità governativa il segreto di Mandela: il figlio Makgatho ammorbato dall’Aids), dimoravano in una splendida casa coloniale, bianca dalla vernice parzialmente screpolata e tuttavia accecante nella luce del mezzodì, proprio ai margini della pianura di savana opposti a quella foresta di mangrovie rettili e aborigeni.
Lì, nemmeno sei mesi orsono, Antonya è stata aggredita: da un tumore al midollo.
Ed è morta.
Nello svolgimento della sua professione il Faccendiere mai ha ucciso un uomo. Uomini sono morti, per le varie operazioni segrete, ma non li ha mai uccisi lui direttamente. Non ha mai visto un cadavere, la morte non è faccenda da Faccendieri.
E ora Anthony sta assolvendo all’ultima volontà di Antonya: che è essere sepolta con un rito celebrato da quegli aborigeni, che lei aveva studiato conosciuto e amato in questi anni, proprio sul confine tra la pianura di savana e quella foresta.
Sembrerebbe una fiction e invece è vero. Sembrerebbe improbabile e invece è solo cultura, sovrapposta alla natura.
L’entrata di quest’uomo nel racconto è una tragedia personale, privata, occultata agli occhi di chiunque se non a quelli di aborigeni catapultati nel presente da un tempo buio, terrifico, ritualizzato.
Entra il Faccendiere.

Allucinava, da mesi. La mente che vacilla è una difesa all’inadeguatezza che lascia scampo.
Giorni prima aveva visto il cielo – una giornata calda, i contorni delle mangrovie nell’orizzonte arancione che parevano monoliti di basalto – il cielo a forma di una sterminata rosa azzurrina. Per ore era rimasto incantato, il televisore acceso dentro alle sue spalle, nel buio fresco della stanza, dove era il divano su cui sua moglie moriva un giorno di più. Ogni giorno, una porzione di morte.
Può un uomo tollerare questo dolore? Che cos’è il dolore? Chi soffre non è profondo, finalmente. Non essere profondi è finalmente la modulazione del riposo, dell’amore concesso.
Come faceva Antonya a scrutarlo serena, smangiata dal giallo limone dell’ittero del cancro, sotto la zanzariera che si scuoteva dolcemente nella brezza? Il vento attraversa la casa, la sorte attraversa l’uomo, e la donna.
Anthony Brook, detto in altri tempi e altrove il Faccendiere, era uscito a scrutare l’orizzonte piatto e magnificente dopo avere visionato nel televisore, insieme a sua moglie a cui mancavano poche ore, le immagini trasmesse da tre miliardi di chilometri dal punto in cui si trovavano entrambi, lui il vivo e lei la morta: la sonda Cassini-Huygens era entrata nell’orbita di Saturno, il pianeta magnetico con il nucleo in roccia rovente, dieci volte la Terra, la superficie striata fatta di gas e battuta, sotto la coltre di nubi solforiche, da venti che raggiungevano i 500 chilometri all’ora. Essere investito da quel vento solforico! Cancellàti! E la sonda, sparata sette anni prima, in piena notte, innalzatasi nella luce di un giorno artificiale per la deflagrazione del combustibile pressato nei razzi, in accelerazione fuoriuscita a fatica e con enormi stridii delle strutture dall’atmosfera densa e rara della sfera terrestre, si era trasformata nel percorso, aveva espanso la larga antenna in carbonfibra di fattura italiana, un proiettile idiota a strumentazione intelligente, in vista l’enorme sfera di gas compresso in materia solida, placido, numinoso, di Saturno: marroncino, anellato.
Una nuova forma di intelligence. L’avanguardia del servizio segreto.
E la sonda, sette anni dopo, si era capovolta, per proteggersi dalla materia inerte che ruotava a forma di ciclopici anelli intorno al pianeta liquido Saturno, anelli rosacarne, polvere in stato adiabatico. Aveva decelerato. Era stata attratta e catturata dalla gravità del globo liquido. E aveva inviato le prime foto: sgranate, in bianco e nero, fantastici giochi regolari di materia in fluttuazione. E il pulviscolo che si piegava docile alle variazioni del vento solare, spostato dai fotoni che percorrono in uscita il sistema. E, giù, a ventimila chilometri, le prime tempeste letali, furibonde, che sconvolgevano la superficie incerta del pianeta. Aveva detto il responsabile americano della missione: “Servirà a comprendere cos’era la terra al suo primordio”. Anthony e sua moglie che stava morendo erano rimasti incantati dalle foto di quegli anelli: una seta, sembrava, un tessuto accarezzato nel libero infinito, nero. Cosa pensava che fosse, l’idiota americano, la Terra dei primordi? Questo grumo carcinomatoso, questa storia che si contrce su di sé, si avvizzisce…
Allucinava. Aveva inoltrato una domanda all’ospedale centrale di Joahnnesburg. Accettava il cancro, ma soltanto perché era di sua moglie, ed era consapevole di questa crudeltà naturale, e però rifiutava decisamente l’ipotesi dell’incoscienza finale di lei: sarebbe entrata nell’incoscienza! Ancora viva, per gli ultimi minuti, senza accorgersi di lui! La morte non è un affronto, è la natura sommaria delle cose tutte, ammesso che la natura sia sommaria.
Antonya aveva rifiutato il ricovero: “Qui è più bello. Mi fermo nella bellezza. Manca poco ormai, sarebbe inutile”. Sostituiva l’utile con il bello. I processi degenerativi avanzavano, nemmeno più un’insidia, ma uno sconfinamento conclamato. E la paura di finire demente non era per lei più forte delle metastasi: la paura non tutela la vita, la paura è più della vita. L’inferno in terra: un annuncio. Come possono non rendersi conto di un’ovvietà così evidente, i medici e gli ospedali? Pazzi scientifici. Il loro delirio riduzionista. Le loro tragiche misinterpretazioni dei fatti. I loro bilanci da laboratorio. La ricerca dei fondi. A scavare, sotto qualunque azione, ci trovi questo: diplomazia, compromesso, il sottobanco accessorio. Il sale del divenire. L’aceto dato da bere al Cristo. Lo scandalo.
Insorge, si muore. E’ così. Un giorno una cellula devia, attiva nere potenzialità che ha proprie, in istato latente. Le potenze delle cellule: stando alle potenze, potrebbe esistere un antimondo cancerogeno, nero, che vuole fortemente prolificare. Un universo in cui una cellula sana sarebbe pronta a corrodere e sarebbe investigata come patologica. Un mondo teratologico, corpi devastati dai bubboni che funzionano armoniosamente, sostanze colloidali, metastasi libere di esprimersi, una creatività divaricata, sovraccarica di speranze, intimamente diretta alla sopravvivenza dell’equilibrio – di un equilibrio diverso. Recentemente certi scienziati avevano identificato quello che gli organi di stampa avevano battezzato “il vagito dell’universo”: era un tumore sonoro. Lo si poteva ascoltare in Rete (Anthony e Antonya l’avevano ascoltato insieme, e lei sorrideva dolcemente, pazientemente): il suono primario, ultraprimordiale, la prima frequenza emessa dall’immenso bambino universale, lo stridio impressionante era alla fine un salto di ottave, anonimo e perciò ancora più bestiale, freddissimo. L’espandersi organico di un grande animale cosmico, intessuto di materia e di pensiero, che divora ciò che gli è esterno, portando esso stesso il verbo dello spazio nelle regioni non fatte di spazio, che lo contengono, esplodendo nei quark e nei mesoni e nei muoni, facendo impazzire le stringhe, le teorie, la fervida immaginazione compressa nello stato potenziale, che al suo interno si sarebbe manifestata in forma di carne umana. La vita come tumore che va in metastasi, conquista lo spazio silenzioso e pacifico.
E c’era da ricordare, qualche anno prima, quando Hubble era in piena funzione e osservava stupito il messaggio di una luce antica di milioni di anni, che l’astrofisico Stephen Hawking, quella striscia di carne andata a male e contorta che desidera confinare Dio in una formula, definì “ultimo grido della materia” la frequenza emessa da un sistema solare che veniva inghiottito da un buco nero. Hubble e Hawking: feti che scrutano l’immenso utero bambino, in perenne espansione, finché la catastrofe non si rovesci e tutto torni su di sé, oltre l’innominabile punto iniziale, la superfibrillazione di più materie, di luci oltre la luce, di piani infiniti che collimano distinguendosi. Hubble e Hawking: la macchina lucida senza intelligenza e l’uomo deforme compresso nella testa.
Dai fatti, si scivola nel delirio.
Questo era capitato ad Anthony con l’approssimarsi, ormai imminente, della morte di Antonya.
“Sono un cadavere in movimento”, si diceva. Cos’è questo corpo fatto di cibo sedimentato? Minerali, sostanze grasse, lardellari. Una marionetta molliccia, un funzionamento scadente. La spugna dei polmoni, i bronchioli scoppiati. Una sacca svuotata. Che differenza, qui e ora, tra lui e Stephen Hawking? Se non altro, Hawking disponeva di una compassione mondiale. Un tributo generalizzato, l’ammirazione della platea planetaria. E’ storto e vede i segreti legami tra gli astri. Ma lui, Anthony? Soltanto rancore. Bastava toccarlo e i pori secernevano sebo e rancore.
Aveva vissuto nel crimine e nel segreto eletti a norma, e questo lo tormentava: si stava facendo vecchio, evidentemente, e la morte imminente di sua moglie certificava l’imminenza della sua. La mente è pura ossessione. E compulsiva, per di più. I pensieri, le idee, le più alte creazioni dell’uomo: sono ossessioni. La mente del neonato è calma, un sonno senza eguali. La increspano ossessioni. L’uomo reagisce al mondo ossessionandosi. L’esternalizzazione dell’uomo è malattia allo stato puro: malattia mentale. Perché non era mai nato un antiuomo a dire come stavano davvero le cose? Quale bisogno abbiamo di nascere e di reagire? Nascere significa reagire. Sentire è irritarsi. Che avventura penosa!
Era ossessionato dal ricordo di incarichi e operazioni lontani nel tempo: il ricatto perpetrato facendo sparire una bambina tedesca, le foto del pompino di un ministro inglese a un giovane con i capelli a spazzola arancioni. E da cos’altro era tormentato?
La colpa sorda gli premeva sullo sterno. Si sentiva cristianizzato, cattolicizzato. Ammetti tutti i tuoi errori, Anthony, vecchia cotica andata a male. Confessali prima di morire. Questo sudore cristiano lo mandava ai pazzi. Che bisogno c’era? Dov’era l’ultimo giudice? Chi gli calcolava la pena?

La pena era stata comminata e fu eseguita il mattino, alle quattro, fuori il cielo era fosforescente sulla pianura argentea a quell’ora, nel vento già caldo: Antonya rantolava e poi non rantolò più.
Anthony preparò il rito.
Aveva contattato, come richiesto da Antonya mesi addietro, gli stregoni degli aborigeni.
Restò un giorno col cadavere di lei sotto la zanzariera.
Il giorno successivo, non avendo dormito, gli aborigeni vennero a prenderla e Anthony seguì docile il piccolo corteo negro, piumato, coloratissimo.
La seppellirono saltando, ululando stridii di risa, incenerendo un serpente morto sul piccolo tumulo in terra battuta, nel quale fu inserita, su richiesta di Anthony, una croce in legno bianco: paletti militari.
Pensava di essere debole, cariato: pensava di essere giunto alla fine.
In pochi giorni, invece, all’abbattimento profondo, per causa del quale non riusciva nemmeno a muovere la mandibola e a parlare, si trovò a guidare verso Johannesburg il suo pick up.
Avanzò la proposta a un amico che continuava a collaborare con un’agenzia privata di intelligence aziendale. Trascorse qualche giorno, e poi l’incarico arrivò.
Sul divano dove moriva sua moglie, distese la foto sgranata d el manager italiano detto il Mente.