“Alias” su “Fine Impero”: la complessa recensione di Fabio Zinelli

genna_fineimpero_3d_tn_150_173E’ per me sorprendente il ragionamento (complesso, strutturato, pertinentissimo, mai declinato al giudizio di gusto) che il critico Fabio Zinelli ha pubblicato domenica 24.11 su Alias, supplemento culturale de il manifesto, a proposito del tentativo testuale che va sotto il titolo Fine Impero. Si tratta, semplicemente, del rilievo fenomenologico e teorico più interrogante e intellettualmente profondo, che mi sia stato mosso da quando pubblico.
La temperie è tale che, muovendomi in quotidianità otturata da impegni lavorativi e personali, io non possa immediatamente rispondere, controdedurre, come di fatto vorrei. Al più presto, cioè appena possibile, lo farò, sebbene io non conosca Fabio Zinelli né abbia contatti con lui. Nel frattempo lo ringrazio, così come ringrazio i responsabili di Alias.
Ecco il testo in pdf:

icona_pdf_bigFabio Zinelli – Alias – Il manifesto | LA BABILONIA DEL NORD IN SALSA POSTMODERNA: UNA BALLATA ORFICA SUGLI ANNI ’80-’90

LA VITA AI TEMPI DELL’IMPERO

Per la cura di Francesca Borrelli, il manifesto ha pubblicato e sta tuttora pubblicando una serie di racconti d’autore, che vertono sullo stato attuale della nazione: una sorta di narrativa antropologica ma non per questo meno fantastica dell’usuale. La serie di racconti è titolata “Derive italiane” ed è illustrata dagli splendidi collage fotografici di Gianfranco Botto e Roberta Bruno. Ecco, in formato pdf, la pagina del manifesto col mio racconto, pubblicato il 17 agosto scorso. A seguire, il testo leggibile senza effettuare alcun download.

Giuseppe Genna – LA VITA AI TEMPI DELL’IMPERO [3.6M]
La pagina illustrata de ‘il manifesto’

LA VITA AI TEMPI DELL’IMPERO
di Giuseppe Genna
Se devi arrivare al luogo della terapia, svolta a destra della immensa piazza dove correre è impossibile. Spezzata, diffranta piazza: ha eletto il marciume a sua natura seconda, uno strato di scaglie plastiche e organiche tra ricordi di aiuola. C’è una scuola verso l’angolo con Pellegrino Rossi. Davanti sono schierati i militari che il sindaco richiese, le tute mimetiche, i baschi scuri, l’indolenza di una foga trattenuta. Si tengono lontani oramai gli egiziani, i marocchi, anche i turchi.
La piazza è gremita, interrotta dalle rotaie dei tram lunghi e verdi, acquistati da una controllata Fiat, deragliano spesso, molti feriti a Milano per i tram che sono deragliati da quando sono entrati in funzione. Una strada verticale attraversa e si spegne nella piazza stessa al passaggio pedonale, verso la buca della metropolitana, da cui soffia un vento caldo e carico di polvere chimica. I giornali free press, invecchiati in poche ore, pagine calpestate nella fretta da centinaia di persone, stanno ingricciati tra dente e dente della griglia orizzontale gialla per lo scolo dell’acqua al termine della scalinata di granito della linea tre, la gialla.
Si prende per la pista piatta e sconnessa di Pellegrino Rossi. Passava di qui un tram, quattro binari sulla sinistra della carreggiata puntando verso fuori città. Hanno seppellito con l’asfalto quei binari rugginosi, nemmeno li hanno estratti dalla loro sede, per allargare via Pellegrino Rossi, e dopo un anno emergevano pezzi di rotaia ossidata arancione, a passare in moto si scivola, si muore.
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Crime: un bilancio

di Giuseppe Genna
[da “il manifesto”, 17.2.2009]

crime.gifMUTAZIONI DI RETORICA NELLO SPETTRO DEL NOIR
Oscenamente più splatter e abissalmente più nera di ogni genere narrativo, la morbosità derivata dalla esibizione della morte, che ci viene compulsivamente propinata dai media, sta modificando il genoma di correnti letterarie che vanno dall’hard boiled al romanzo epico. Contribuiscono alla mutazione le fiction, spesso apologetiche nei confronti delle forze dell’ordine, e le strategie dei nuovi serial tv

Più o meno da sempre i critici letterari italiani hanno inveito contro il successo di massa di alcuni libri: thriller o noir che fossero, i loro autori provenivano da zone troppo lumpen della narrativa. Ma l’onda lunga dei «libri neri» non sembra essersi perciò arrestata: la trilogia “Millennium” di Stieg Larsson, e tutto lo tsunami svedese, sono una conferma, almeno apparente, di questa vitalità.
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Tommaso Pincio sul manifesto: l’Italia, il romanzo di Brizzi e il De Profundis

Giuseppe Genna - ITALIA DE PROFUNDIS - minimum faxIl sito ufficiale
ITALIA DE PROFUNDIS su minimum fax
Rassegna stampa e materiali
Anticipazione sul blog Il Miserabile
Ipertesto della Scena italiana come inferno
I booktrailer: 1234
Videomeditazioni: La storia non siamo noiStoria di fantasmi
Acquista Italia De Profundis su iBS o su BOL.

SPETTRI ITALIANI – TRE VARIAZIONI SULLO SFONDO DEL MALPAESE
di TOMMASO PINCIO
[da il manifesto – versione cartacea, 11.1.09]
frecciabr.gif L’ultimo romanzo, di recente uscita, di Tommaso Pincio: Cinacittà
frecciabr.gif Il sito ufficiale di Tommaso Pincio
frecciabr.gif Aderisci alla campagna “Sostieni il manifesto

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«L’Italia è il paese che amo»: così, con solenne e televisiva semplicità, il nostro attuale premier si dichiarò alla nazione. Era il 26 gennaio 1994, nessuno osava allora immaginare quanti e quali frutti sarebbero nati dall’idillio tra un magnate della comunicazione e un paese di miracoli e miracolati. I malevoli ritengono che sia disceso in campo per salvare se stesso e le sue aziende; il diretto interessato sostiene che in cima ai pensieri avesse lo spettro di una nazione in mano a forze illiberali, i famigerati comunisti. Comunque sia, in quel famoso discorso registrato su videocassetta e trasmesso a reti quasi unificate, disse che l’Italia «giustamente diffida di profeti e salvatori». Eppure è proprio così che si è proposto, ed è proprio così che una cospicua fetta d’italiani lo ha accolto. In questo, che gli piaccia o no, ha qualcosa in comune con Mussolini. La grande campagna antimalarica con la quale si promise la bonifica integrale delle Paludi Pontine fu uno dei capisaldi della propaganda fascista e servì a presentare il duce come il «grande medico» della nazione. Similmente, Silvio Berlusconi si è annunciato come il rimedio definitivo all’annosa piaga della politica senza mestiere, tutta malaffare e chiacchiere incomprensibili.

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L’addio a Sbancor su l’Unita’

unita_testata.jpg[Devo ringraziare Stefania Scateni, responsabile delle pagine culturali de l’Unità, per avermi permesso la pubblicazione di un coccodrillo che mai e poi mai avrei voluto stendere: quello in memoria del fraterno amico Sbancor, redattore di Carmilla e Rekombinant e il manifesto, collaboratore del manifesto: uno degli analisti delle dinamiche globali del potere finanziario e bellico, oltre che recensore acutissimo. Sbancor è scomparso per un incidente tragico all’età di 57 anni. E’ da parte non soltanto mia altissima la vicinanza ai suoi cari in questo momento. Il mio sito viene dedicato, dal momento della sua scomparsa, alla memoria di Sbancor. gg]

Ciao Sbancor, maestro profetico di controinformazione

di GIUSEPPE GENNA
L’intelligenza che interveniva in Rete con lo pseudonimo Sbancor, il 9 aprile scorso, aveva lanciato nel Web questa analisi, che vale una profezia: “Al mondo non si è mai vista una nuova egemonia economica che non fosse anche egemonia politica e militare. Questo vuol dire che, se vi sarà un ‘decoupling’, se cioè le economie dei paesi emergenti traineranno l’economia mondiale, dovrà esserci anche un ‘decoupling’ politico e militare. Gli USA non hanno nessuna voglia di accettare questa ipotesi. Rinforzano la Nato: sono pronti ad allargarla fino a Georgia e Ucraina. Gli europei, che vedono con terrore i gasdotti che passano sotto la terra ucraina a rischio, se Putin chiude innervosito il rubinetto di Gazprom, lo impediscono”. Ed ecco la stoccata finale di una mente dalle forti propensioni narrative: “Particolare significativo: la riunione si teneva nel Castello di Ceausescu a Bucarest. I Vampiri prediligono alcuni luoghi, piuttosto di altri…”. Sbancor si riferiva al vertice Nato tenutosi in Romania. Quest’ampiezza di visione, questa profondità di analisi e questa vastità di competenze, questa ironia da romanziere hanno fatto di Sbancor una mitologia della Rete italiana. Ed è un simile patrimonio umano che è venuto a mancare, improvvisamente e tragicamente, a 57 anni. Romano, un passato movimentista a partire dal ’68 e per tutti i Settanta, Sbancor era un analista che aveva occupato (e occupava attualmente) ruoli importanti nel mondo della finanza italiana. Spirito imbelle, aveva scelto il suo nom de plume vergando corrosivi elzeviri sull’Espresso, scegliendo la sigla che si opponeva a quella con cui Scalfari interveniva sotto lo pseudo Bancor, diffondendo un verbo liberista scatenato, in connessione con giochi più grandi, a cui l’Italia partecipa come margine dei margini di un Impero mobile. Ovviamente, Sbancor venne bandito dalla sede giornalistica. La dissacrazione delle conquiste e dei diritti civili, alla luce di una complessa dinamica geopolitica e delle indicazioni delle tecnocrazie, il primato indiscusso dell’economia deviante che avrebbe aperto un orizzonte devastante sull’intero pianeta, il crollo di Bretton Woods a vantaggio dell’economia dei derivati e le coerenti trasformazioni della lotta finanziaria in logica di guerra (il cosiddetto paradigma del “warfare”): questo era l’orizzonte complesso in cui Sbancor si muoveva, fornendo indicazioni precise, geografiche e politiche e temporali, da lasciare sbalorditi. Così lasciò sbalordito il movimento che da Seattle avrebbe condotto a Genova, preconizzando mesi prima, in un leggendario intervento diffuso via Rete, la prospettiva dell’attacco anomalo agli Usa dell’11 settembre e della successiva reazione bellica. Non bastò prevedere con precisione filologica l’evento – Sbancor si spinse nel corso degli anni più avanti. In un intervento su Carmilla, a pochi giorni dal primo lancio di missili Hezbollah su Israele, annunciò che sarebbe scoppiato un conflitto tra Gerusalemme e Beirut. Si può in pratica dire che l’avvento di Sbancor, su siti come Indymedia e Rekombinant e Carmilla, ha mutato il volto della controinformazione in Italia. Prima della sua opera di intervento sempre preciso e anticipatorio, la controinformazione non aveva un padre nobile di sinistra tanto addentro alle questioni tecniche di intelligence, finanza mondiale e geopolitica. Sbancor insegnò come si faceva sul serio controinformazione. sbancor_american_nightmare.jpgPerfino infilandosi nel panorama narrativo, con un romanzo per certi versi sorprendente, American Nightmare (Nuovi Mondi Media), un saggio profetico su quanto sarebbe accaduto a livello globale negli anni a venire, scritto in stile ellroyano. Coltissimo, spesso recensore di romanzi (sempre su Web), Sbancor comprese tra i primi l’emersione della letteratura di genere quale avanguardia di un rinnovamento profondo della nostra narrativa. Prima della sua inattesa scomparsa, stava lavorando a un romanzo-inchiesta sulla strage di piazza Fontana. Il suo marxismo realista, rinnovato secondo prospettive odierne, riusciva a mantenere una carica utopica inscalfibile: “Il movimento è la sottrazione dell’intelligenza all’organizzazione sociale del consenso. Il che la rende più deficiente. Probabilmente anche più cattiva. L’intelligenza sottratta al sistema di organizzazione sociale è intelligenza libera. L’intelligenza libera è destinata al nichilismo”. Sbancor lascia un’eredità in termini di lucidità e metodo – un’eredità laica e scientifica, che è necessario che la generazione dei movimenti, a cui ha insegnato e dato fiducia, raccolga. La perdita di Sbancor è uno choc collettivo per la Rete italiana. Il fenomeno Sbancor continuerà nei suoi eredi – siamo capaci di annullare la morte in questo modo, ed è la lezione letteraria a cui guardava Franco, il nome di nascita di questo straordinario intellettuale.

Mauro Trotta su “il manifesto”: il romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgVorrei ringraziare di tutto cuore la redazione de il manifesto e Mauro Trotta, per la pubblicazione dell’ampia recensione che riporto qui sotto. In queste ore di sconfitta civile del Paese, il pezzo di Trotta sul romanzo Hitler mette in evidenza qualcosa che, evidentemente, io intendevo significare con la pubblicazione del libro. Non riuscendo a ritrovare l’indirizzo mail di Mauro Trotta, gli faccio un appello: scrivermi, se può e ha voglia a questo indirizzo, affinché possa personalmente ringraziarlo, per la generosità e la totale intercettazione dell’autore che emerge dal suo bellissimo articolo. gg

L’orrore di una non persona

il_manifesto.jpg«Hitler», il romanzo dello scrittore Giuseppe Genna per Mondadori. Una biografia asciutta che non cerca spiegazioni, ma che invita a mobilitarsi affinché quella storia non si possa mai più ripetere
di MAURO TROTTA
Scrivere un romanzo su Hitler? Un’impresa da far tremare le vene dei polsi a chiunque. Tanti, troppi, i rischi. Scadere nel sociologismo, ad esempio, o in uno storicismo d’accatto annullando la responsabilità del protagonista, riducendolo a pura espressione di forze presenti nella società e nella storia. Oppure, dall’altro versante, mitizzare la figura del dittatore nazista, rivestendola di un’aura fascinosa per quanto perversa. E, soprattutto, il rischio più grande, arrivare a una forma narrativa epica che, pur all’interno di un’epos del male, ammanti comunque la vicenda e il protagonista di una grandezza a-storica, per quanto negativa.
Nonostante questi e molti altri pericoli, trappole e trabocchetti, un autore, Giuseppe Genna, ha voluto misurarsi con tale impresa ed ha scritto un romanzo biografico su Adolf Hitler. Nasce così Hitler, di recente uscito per Mondadori (pp. 632, euro 20).
Narrazione algida
Genna confessa di averci messo dieci anni per arrivare a scrivere questo libro e, dall’officina sul romanzo che ha pubblicato sul suo sito (www.giugenna.com) risulta che è sempre stato ben consapevole dei tanti rischi cui andava incontro.
Innanzi tutto c’è da sottolineare che non si tratta di un romanzo storico. C’è, semmai, la semplice esposizioni dei fatti e delle vicende relative alla vita del protagonista. Con poche eccezioni. Innanzi tutto la sezione intitolata «Apocalisse con figure» in cui irrompe la Shoah in tutta la sua forza e drammaticità, accentuata dalla netta separazione che la distingue radicalmente dal resto del testo. E, poi, l’inizio e la fine. Quest’ultima soprattutto, dove c’è l’incontro tra il dittatore e le sue vittime. Queste due sezioni escono fuori, esorbitano dal resto del romanzo, e sembrano rappresentare il nucleo metafisico dell’intero testo, dato che tutto il resto – la storia di Hitler – si svolge rigorosamente solo in superficie. Il romanzo, infatti, consiste nella semplice esposizione dei fatti senza che da parte dell’autore ci sia alcun tentativo di ricercarne motivazioni di qualsivoglia genere. Certo, emerge la temperie di quegli anni, l’atmosfera che regnava in Germania, ma la narrazione rimane sempre, per così dire, in superficie.
L’apparenza che stermina
I personaggi stessi non sembrano avere alcuno spessore, nessuna psicologia. E, più di tutti, il protagonista che è una non-persona, come viene definito continuamente dall’autore. E la non-persona è pura apparenza, senza movimento, semza cambiamento, senza spessore. Affrontando la non-persona non ha senso porsi domande sulle cause, bisogna, infatti, evitare il rischio di concedergli una qualche vittoria postuma: «Tu non sei creato dal trauma. Tuo padre e tua madre non furono diversi dai padri e dalle madri. Tu non sei determinato da pratiche sessuali: anche altri le compiono. Di te non va pronunciata la domanda: perché? Nessuna vittoria postuma va concessa a te, l’apparenza che simula di essere. L’apparenza, sganciata dall’essere, stermina».
Ma come si fa a narrare di una non-persona? Quale linguaggio utilizzare? Lo stesso Genna confessa di essersi ispirato alle metope del frontone dell’Altare di Pergamo, quelle figure che si stagliano appunto sul lungo frontone raccontando una storia – la battaglia tra gli dei e i titani – dando al contempo una sensazione di linearità orizzontale, tramite le scene isolate contrapposte, e di staticità, di blocco. In una splendida recensione del romanzo, rintracciabile sempre nel sito dell’autore, Demetrio Paolin sostiene che la lingua e la scelta retorica operata da Genna sia riconducibile al linguaggio utilizzato nelle iscrizioni, soprattutto in quelle funerarie o dedicate alla commemorazione di una battaglia o di una vittoria sportiva. La linearità orizzontale, la scrittura di superficie di tutto il romanzo – abbandonata solo rare volte – consiste dunque in quello stile marmoreo e lapidario caratterizzato da anafore, asindeti reiterati, frasi brevi, aggettivazione magniloquente e periodi ellittici. Eppure, i frontoni dei templi greci non possono essere considerati un po’ gli antenati dei fumetti? E quel linguaggio lapidario non si ritrova proprio nelle didascalie che caratterizzano le strip? Da questo punto di vista, nella scelta del linguaggio, l’Hitler di Genna può richiamare alla mente proprio un fumetto, che è alllo stesso tempo uno dei libri più belli sull’Olocausto, ovvero Maus di Art Spiegelman.
L’ottica, naturalmente, è completamente differente ma anche qui, tra l’altro, ci sono interventi dell’autore, che è anche personaggio della storia, sul protagonista, ossia suo padre. Certo gli interventi di Genna nei confronti del protagonista del suo libro o di altri personaggi non sviluppano alcun dialogo, come nel caso di Maus, ma si configurano come vere e prorpie maledizioni. Come quando, ad esempio, nel momento in cui Hitler sta per suicidarsi lo scrittore interviene incitandolo a premere il grilletto.
Sull’orlo della catastrofe
L’unico personaggio che non sia esistito storicamente, nel libro di Genna, è quello che, oltretutto, appare per primo nel romanzo. Si tratta di Fenrir, il lupo della mitologia norrena il quale, liberatosi dalla magica catena che lo imprigiona, darà il via al Ragnarok, la caduta di Asgard e degli dei, la fine del mondo. Eppure questa incarnazione di Fenrir ha ben poco da spartire con il terribile lupo che alla fine del tempo divorerà Odino, il padre degli dei. Sembra più una sua grottesca parodia, un bastardo pulcioso. Basti pensare a quello che fa. Finalmente libero, non va alla ricerca degli dei, suoi nemici, ma si precipita sulla terra per unirsi alla non-persona. Non solo, non riesce neanche a mordere, a contaminare Hitler, ma ne viene morso, contaminato. Così anche la mitologia viene svuotata divenendo vuota apparenza, ciarpame retorico senza grandezza né vitalità.
Libro che si legge tutto d’un fiato, l’Hitler di Genna rimane nella mente a lungo perché stimola tante domande, riflessioni. Spinge, insomma, a pensare, a interrogarsi a fondo. Anche sulla politica. Se, infatti, la non-persona, in quanto pura apparenza, «dice al lavoratore quanto il lavoratore vuole sentirsi dire, al capitalista quanto il capitalista sogna, al commerciante quanto spera», se, insomma, è in grado di dire a tutti quello che tutti vogliono sentirsi dire e se questo è proprio quanto avviene nella politica attuale, non stiamo correndo il rischio che giunga di nuovo una non-persona che ancora una volta porti il mondo sull’orlo della catastrofe?

Avvicinamenti al romanzo: Giglioli su Littell

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno
4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell’errore di Littell
5. Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi
6. Avvicinamenti al romanzo: le bozze
7. Avvicinamenti al romanzo: audio – Levi Della Torre e Mengaldo
8. Avvicinamenti al romanzo: da Autet su Littell
9. Avvicinamenti al romanzo: la rappresentazione del Male
10. Avvicinamenti al romanzo: rappresentare le vittime del Male, rappresentare chi fa il Male
gigliolicover.jpg[Riprendo dalle pagine culturali de il Manifesto del 30 novembre un articolatissimo e per me assai condivisibile intervento su Le Benevole di Jonathan Littell, a firma di uno dei migliori critici di cui disponiamo, Daniele Giglioli, autore del bellissimo saggio All’ordine del giorno è il terrore (edito da Bompiani nella collana Agone; ne consiglio davvero a tutti la lettura), che non è soltanto uno dei migliori esempi di critica tematica apparsi in Italia: è anzitutto la critica per come uno scrittore contemporaneo desiderebbe venisse esercitata – un esercizio di pensiero che aiuta lo scrittore a pensare. Ovvero lo sforzo di ridefinizione delle coordinate critiche soltanto a patto che lo scrittore ridefinisca e pratichi la forma romanzo, in una modalità che spacchi o eluda la finzione che la realtà tenta di emettere, nascondendo il tragico del reale, che resta immutato, resta il reale… gg]
DIETRO IL MURO DELLA FINZIONE
di Daniele Giglioli
littellface.jpgCaso letterario dell’anno, Le Benevole di Jonathan Littell [a sinistra] sembra essere un libro capace di generare, tra l’altro, una sorta di dissonanza cognitiva: avendone letto sulla stessa pagina del «manifesto» la doppia recensione di Emanuele Trevi – che ne parlava bene, e di Massimo Raffaeli – che ne scriveva male, mi sono detto: hanno ragione tutti e due. Anzi, peggio: sono d’accordo con entrambi. Labilità di carattere? Può darsi, ma forse è implicato anche qualcos’altro, e più interessante: una crisi – non solo personale – di paradigmi critici.
Come spiegare altrimenti l’enorme investimento promozionale che ha accompagnato il lancio delle Benevole, e il vespaio di reazioni che ha suscitato? È un libro furbetto – si è scritto; no, è un capolavoro; è indecente, immorale, oltraggioso; macché, gli dobbiamo eterna gratitudine. Perché questa necessità di schierarsi così drasticamente, come se fosse una questione di vita o di morte?

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