Avvicinamenti al romanzo: Giglioli su Littell

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5. Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi
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7. Avvicinamenti al romanzo: audio – Levi Della Torre e Mengaldo
8. Avvicinamenti al romanzo: da Autet su Littell
9. Avvicinamenti al romanzo: la rappresentazione del Male
10. Avvicinamenti al romanzo: rappresentare le vittime del Male, rappresentare chi fa il Male
gigliolicover.jpg[Riprendo dalle pagine culturali de il Manifesto del 30 novembre un articolatissimo e per me assai condivisibile intervento su Le Benevole di Jonathan Littell, a firma di uno dei migliori critici di cui disponiamo, Daniele Giglioli, autore del bellissimo saggio All’ordine del giorno è il terrore (edito da Bompiani nella collana Agone; ne consiglio davvero a tutti la lettura), che non è soltanto uno dei migliori esempi di critica tematica apparsi in Italia: è anzitutto la critica per come uno scrittore contemporaneo desiderebbe venisse esercitata – un esercizio di pensiero che aiuta lo scrittore a pensare. Ovvero lo sforzo di ridefinizione delle coordinate critiche soltanto a patto che lo scrittore ridefinisca e pratichi la forma romanzo, in una modalità che spacchi o eluda la finzione che la realtà tenta di emettere, nascondendo il tragico del reale, che resta immutato, resta il reale… gg]
DIETRO IL MURO DELLA FINZIONE
di Daniele Giglioli
littellface.jpgCaso letterario dell’anno, Le Benevole di Jonathan Littell [a sinistra] sembra essere un libro capace di generare, tra l’altro, una sorta di dissonanza cognitiva: avendone letto sulla stessa pagina del «manifesto» la doppia recensione di Emanuele Trevi – che ne parlava bene, e di Massimo Raffaeli – che ne scriveva male, mi sono detto: hanno ragione tutti e due. Anzi, peggio: sono d’accordo con entrambi. Labilità di carattere? Può darsi, ma forse è implicato anche qualcos’altro, e più interessante: una crisi – non solo personale – di paradigmi critici.
Come spiegare altrimenti l’enorme investimento promozionale che ha accompagnato il lancio delle Benevole, e il vespaio di reazioni che ha suscitato? È un libro furbetto – si è scritto; no, è un capolavoro; è indecente, immorale, oltraggioso; macché, gli dobbiamo eterna gratitudine. Perché questa necessità di schierarsi così drasticamente, come se fosse una questione di vita o di morte?


Nella trama di un ricatto
Almeno due sembrano essere le ragioni, in apparente contraddizione tra loro, ma in realtà profondamente intrecciate. In questione è, intanto, la natura di quanto viene evocato, ovvero lo sterminio degli ebrei d’Europa per mano dei nazisti. E poi il fatto che non si tratta di un saggio o di uno studio ma di un romanzo, la cui voce narrante, per di più, appartiene non a una vittima o a un rappresentante di quella che Primo Levi chiamava «la zona grigia», ma a uno dei carnefici, e cioè un membro delle SS di nome Maximilien Aub, raffinato, bilingue, omosessuale, incestuoso, parricida, appassionato di musica del Settecento – nemmeno di Bach, ma dei più peregrini Rameau e Couperin – riciclatosi dopo la guerra come fabbricante di merletti.
Come ha osato Jonathan Littell mettere il racconto nella gola del lupo? È questa la domanda su cui convergono i suoi fan come i suoi detrattori, gli uni aggiungendo lodi al suo monumentale lavoro di documentazione, gli altri accusandolo di avere prodotto un pastiche ricavato da fatti e dati già ampiamente noti. Che importa se è ben scritto e ben costruito? Littell ci deve la verità sullo sterminio, ed è su questo che lo giudichiamo. Troppo facile liquidare tutto ciò come un errore categoriale: se è la verità storica sullo sterminio nazista che vi interessa, perché mai la cercate in un romanzo? Forse che vi piace Cervantes per come ha rappresentato la realtà sociale della Mancha? E pensate davvero che Austerlitz e Borodino si siano svolte come dice Tolstoj? Non si vede perché negare a Littell quell’esonero dalla verifica fattuale che costituisce il motore primo della finzione letteraria.
Ma il suo romanzo implica qualcosa di più, e di più inquietante. Implica un ricatto a cui nessuno sembra in grado di sottrarsi, e a cui non è sfuggito in realtà nemmeno lo stesso autore delle Benevole, che anzi ha giocato, e forse speculato, proprio su questo. Un oggetto di rappresentazione come la Shoah è evidentemente ancora troppo irredento e inconciliato per potere fornire una occasione a quella «finalità senza fine», a quel «libero gioco delle facoltà» che secondo l’estetica dell’idealismo tedesco, nonché secondo il senso comune colto tuttora vigente, è la sfera d’azione autorizzata dell’opera d’arte. Di qui la difficoltà a parlare delle Benevole come di un romanzo, e la coazione a valutarlo in nome della sua accuratezza storiografica, della sua capacità di produrre un accrescimento di sapere (non dice nulla di nuovo, è l’accusa che gli si rivolge più spesso), in nome della sua aderenza ai dettami di un senso comune morale, che in quanto specie umana facciamo benissimo a tenerci caro, ma che vale assai poco come criterio di giudizio estetico.
Probabile che Littell volesse esattamente questo. E di certo questo ha sempre preteso, inteso, voluto quella forma bastarda, ibrida e vertiginosa che è il genere letterario del romanzo: rompere il muro della finzione, essere più vero del vero, fare cadere il lettore nella trappola ontologica di scambiare un conglomerato di parole per il resoconto di un evento reale, se non addirittura per un frammento della realtà stessa che, essendosi dotata di uno sguardo e di una voce, si è resa capace di parlare in proprio.
Una folie à deux tra rappresentazione e realtà che non è certo appannaggio esclusivo del romanzo cosiddetto «realista», perché anzi ogni finzione romanzesca vi aspira, in forza della normatività interna che presiede alla sua legge formale; pena il disinteresse, l’irrilevanza, la perdita di qualunque valore, la caduta nel puro intrattenimento. Guai al romanzo senza realtà, guai allo scrittore e al lettore che accettano di scambiarsi una pacifica finzione: quella pacifica finzione che sta alla base, parrebbe, della maggior parte dei romanzi contemporanei, prodotti sulla condivisione di una appartenenza al genere che suona come il perfetto rovescio speculare della diffidenza novecentesca – quella che fu del modernismo, poi dell’avanguardia, e infine del postmoderno.
Romanzi all’apparenza realistici se ne scrivono ormai, pacificamente, un po’ ovunque; di buoni e di meno buoni. Piccole e grandi storie, epopee nazionali e delicati intarsi minimalistici delle vicende di gente comune, saghe familiari ed educazioni sentimentali, sulla base di uno standard medio, insieme epistemologico e stilistico, che possiamo chiamare realtà soltanto sulla base della preliminare rinuncia a qualunque possibilità di distinguerla dai luoghi comuni con cui ce la rappresentiamo. Mai il romanzo è stato più prospero, corteggiato, blandito, diffuso; e mai – temo – in tutto l’arco della sua storia ha contato di meno.
Cosa ne è, infatti, del romanzo se la realtà si è ritirata chissà dove, e se non gli resta che l’alternativa secca tra una quotidianità muta o inservibile e il ricorso alle potenze demoniache dell’estremo, dell’abbietto, dell’imperdonabile? Che cos’altro potrebbe spingere un giovane scrittore americano di origine ebraica come Littell a diventare il ventriloquo di una SS? È su questa domanda, più che sulla capacità di dirci come veramente è andata la Shoah, che forse dovremmo misurarlo.
Prima ancora che con la realtà, il suo romanzo si confronta con ciò che Lacan chiamava il Reale: ovvero l’indicibile, l’informe, il traumatico, il non simbolizzabile, la moneta non scambiabile, il resto incommestibile che costitutivamente si nega alla cattura nel linguaggio e si lascia tuttavia intuire attraverso la malafede dell’Immaginario – il già detto, il già sentito, il banale. Certo che Le Benevole è un romanzo di seconda mano: come potrebbe essere altrimenti? Chi tenta di dire direttamente l’orrore incappa necessariamente nei luoghi comuni (innanzi tutto, qui, nella caratterizzazione del protagonista, una rimasticatura di Luchino Visconti; e pensare che c’è chi ha accusato Littell di avere banalizzato la banalità del male), mette la mano sul fuoco e del fuoco trova solo l’immagine, tenta di rappresentare l’abisso e si consegna invece al pastiche di una parola altrui, trasformata – alla lettura dei posteri – in oggetto di invidia, in quanto sembra essere stata capace, essa sì, di toccare veramente la fiamma.
«Fratelli umani»: comincia così il romanzo, evocando non tanto Baudelaire – come è stato detto – quanto il Villon della Ballata degli impiccati. Meglio avrebbe fatto Littell a invocare i fratelli scrittori, impiccati tutti alla stessa forca costruita sulle due assi del cliché e dell’orrore, una forca sotto cui si ritrova buona parte della migliore produzione letteraria contemporanea, da Palahniuk a Houellebecq, da Vollmann a Easton Ellis, da Babsi Jones a Roberto Saviano, dall’abiezione narcisisticamente esibita dei romanzi di Walter Siti al tentativo di riprodurre l’assoluto romantico (amore e morte) attraverso l’innumerevole catena dei suoi suoi cascami alti e bassi, così come l’abbiamo letto di recente in Una storia romantica di Antonio Scurati.
Ma forse anche il richiamo a Baudelaire e al suo ipocrita lettore è pertinente, lo avesse o non lo avesse in animo Littell quando ha scritto il suo incipit. Perché se c’è qualcosa che questo romanzo comunica (o fraintende), con la sua lingua, con la sua struttura e persino con le sue dimensioni, non è tanto un sapere sullo sterminio quanto un lento apprendistato all’indifferenza, all’assuefazione, alla perdita di valore del mondo e della vita.
Qualcosa che ci riguarda tutti
Non a caso ci si annoia, leggendo Le Benevole, almeno a partire dalla metà in poi, ad onta della sua tenuta stilistica e della sua organizzazione ben congegnata. Ci si annoia, per di più, insieme al protagonista, che scampa con una certa disinvoltura alla punizione per i suoi delitti pubblici e privati, per poi seppellirsi in una esistenza normale funestata solo dal vomito, dalla diarrea e dalla pulsione a scrivere novecento pagine per dimostrare come la sua esperienza non gli abbia insegnato nulla di nulla.
È un pregio, è un difetto – di Littell, non di Maximilen Aub? Difficile dirlo con certezza. Di certo, però, è qualcosa che ci riguarda tutti, come non cessano di ricordarci gli impiccati di Villon: «Ne soiez donc de nostre confrairie / Mais priez Dieu que tous nous vueille absouldre».

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