Intervista a “Grazia” sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgDue pagine su Grazia dedicate a un’intervista che la critica Silvia Bergero ha fatto al Miserabile sottoscritto. Ore di conversazione con una giornalista che esorbita per sua natura la professione giornalistica e che mi ha sottoposto a domande spiazzanti, paralleli illuminanti, osservazioni che mi hanno dato molto da riflettere. Poi il tutto va condensato, come è ovvio, in un articolo. Sono perciò in debito con Silvia Bergero per quella che non è stata un’intervista, bensì un’esposizione di prospettive diverse e di sguardi che tengono presente uno spettro amplissimo, esito evidentemente di una sommatoria di letture ed esperienze esistenziali a dire poco invidiabili. Il mio ringraziamento a Silvia Bergero e alla direzione di Grazia, per l’attenzione e l’interesse dedicato al romanzo Hitler.
Qui sotto, la prima parte dell’intervista, che è visionabile in jpg nella sua integralità e impaginazione originale cliccando i due link qui sotto.
La prima pagina dell’intervista a Grazia
La seconda pagina dell’intervista a Grazia

«HITLER È SEMPRE STATO HITLER»

di SILVIA BERGERO
grazia_mini.jpgUna bolla vuota, una non-persona, il non-essere, Hitler. Giuseppe Genna, al suo dodicesimo libro, dopo il
noir – d’autore e esorbitante il genere – dopo le trame e le stragi del nostro passato, le sette, i complotti internazionali che sono stati sostanza della sua narrativa (Catrame, Nel nome di Ishmael, Non toccare la pelle del drago, Grande madre rossa, Mondadori), dopo L’anno luce (Saggiatore) e Dies Irae (Rizzoli), affronta l’inaffrontabile: quell’ombra nera e lunga che ha scavalcato il secolo breve (e tre generazioni, altre guerre e genocidi), senza che la coscienza dell’Occidente l’abbia elaborata o superata. E l’affronta non da storico o biografo, da narratore (Hitler, Mondadori). Racconta una storia, Genna, dove sono ammessi salti cronologici, dotato di una potentissima lente d’ingrandimento, messa a fuoco su una persona, un episodio, li guarda con l’immaginazione, li vede, li “sente” e li restituisce con le parole della sua poetica.
Perché Hitler?
«Perché non bisogna concedergli nessuna vittoria postuma, neppure come male assoluto, nessuna mitologia, neanche negativa. Nessuna giustificazione psico-sociologica: il padre violento, la povertà, la frustrazione delle sue velleità artistiche perché significherebbe deresponsabilizzarlo. Hitler è una non-persona, il vuoto, non prova emozioni, nessuna empatia, finge di provare, di piangere. È solo gelo. Io non lo spiego, l’ho guardato in faccia: è l’unica cosa da fare»….

La linea storica del romanzo Hitler: Fest vs Kershaw

hitlercovermedia.jpgUno dei molteplici problemi che ci si deve assumere per scrivere un romanzo su Adolf Hitler, poetiche ed estetiche di rappresentazione a parte, consiste nella scelta di una linea storica da seguire. Si intenda per linea storica: la successione degli eventi, che dalle biografie emergono ambigui perfino nelle date, nelle grafie, nelle decisioni su cosa inserire nell’ovale luminoso e cosa lasciare in ombra. Il problema, per il narratore, coincide dunque con un problema ancora più profondo: che è quello di emendare l’invasiva interpretazione che gli storici hitlerologi hanno dato di Hitler, cercando la spiegazione, tentando di isolare elementi che potessero indicare il punto o la dinamica di trasformazione da un supposto Hitler edenico (spesso: il bambino, che sarebbe stato innocenza) allo Hitler che è pronto a sterminare un popolo. La scelta personale è caduta su un mix di testi biografici e di saggi specifici (tematici: per esempio Erich Schaake, ma non solo lui, sulle donne di Hitler; oppure teorici, come quelli di George Mosse o quello di Ian Kershaw sull’enigma del consenso, che per me non ha nulla di enigmatico). Sono il testimone diretto William L. Shirer (con l’aggiunta dei reportage in Qui Berlino) e il biografo Joachim Fest (con l’appendice de La disfatta) le scelte che ho compiuto – emendando ogni giudizio, tranne quello, per me già formulato e ritrovato in Fest, di Hitler come vivente una bolla vuota: la non-persona che ho tentato di rappresentare. Ho totalmente evitato, invece, l’interpretazione iperstoricistica, che a mio parere va a deflettere la colpa e l’estremalità ontologica di Hitler, data da Ian Kershaw, la cui monumentale biografia è virata secondo un preciso indirizzo, contestato dallo stesso Fest.
Di una simile cotestazione è testimonianza una fondamentale intervista che Fest rilasciò al Corriere della Sera in occasione dell’uscita della biografia di Kershaw e che qui di seguito riproduco: vi si leggerà come perfino i più rigorosi storici lanciano un appello (del tutto inascoltato) alla letteratura, poiché a questo li constringe l’estremalità di cui si diceva.

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Il romanzo HITLER: fare ed evitare La caduta

hitlercovermedia.jpgUno dei protocolli rappresentativi che potevano interessarmi, nel rappresentare in forma di romanzo quel buco nero che è Hitler, non è letterario, poiché non avevo alle spalle letteratura che mi sostenesse: è un protocollo rappresentativo cinematografico. Si tratta del film La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler, del regista Oliver Hirschbiegel, dove Hitler è interpretato da uno strepitoso Bruno Ganz. Ciò che mi interessava erano i momenti che potevano risultare (ma non erano) documentaristici, mentre rigettavo tutto ciò che di collaterale e inventato veniva inserito. Il film fu realizzato con la consulenza di Joachim Fest, sulla traccia della testimonianza resa dalla segretaria personale del Führer, Traudl Junge (testimonianza peraltro contestata). Soltanto un hitlerologo può comprendere un’operazione come quella che Hirschbiegel compie a tratti – e sono i tratti per me decisivi: è dagli ultimi filmati in cui si scorge Hitler e dalle foto finali che partono alcune delle sue scene, le quali, sviluppandosi, si attengono al dettato di Fest (per esempio, il momento in cui Hitler esce coi gerarchi dal bunker, per premiare i bambini della Hitlerjugend che difendono Berlino: un calco dell’ultimo filmato originale che riprende in vita il dittatore). Lo storico si chiudeva nel camerino con Ganz per due ore, prima che una scena venisse girata. A risultato concluso, Joachim Fest ritirò la firma della consulenza. Perché? Non si conoscono i motivi, anche se si sospetta che coincidano con le ragioni che spinsero Wenders a contestare duramente la pellicola: ne veniva fuori un Hitler troppo umano. Ed è vero: per cui, La caduta si pone come possibile modello rappresentativo e anche come il suo opposto – cioè ciò che non si deve fare, la concessione empatica a Hitler. Questa empatia viene soprattutto enfatizzata dal soffermarsi della cinepresa sul tremito parkinsoniano della mano che Hitler nasconde dietro la schiena. La si vede troppe volte, è un segno che Hitler è umano ed è il corrispettivo dell’appello dell’SS Max Aue, in incipit delle Benevole di Littell: “Fratelli umani”. Nego questa fratellanza. Questa fratellanza va negata. L’impostazione della Caduta diviene, tramite empatia, il dramma di un uomo, aspirando a rappresentarne la tragedia. Non riesce a rappresentarne la tragedia perché il tragico è altra cosa, ma riesce a rappresentarne il dramma, che presuppone una continuità tra Hitler e l’umano che, per lo stesso Hitler, non esisteva (Hitler stesso disse all’ambasciatore spagnolo, Espinosa: “Sono un uomo, ma di altra specie” – si deve partire di qui, a mia detta).
Il problema di rappresentazione di Hitler, a mio parere, può attenersi soltanto al movimento di dilatazione oculare circa ciò che è accaduto, affinché sia mostrato il vuoto che Hitler incarna. Questo vuoto è non-essere, negazione dell’empatia e apertura della faglia e della ferita tra umano e umano. Si tratta di qualcosa di estremamente contagioso, che funziona per metastasi, e a cui soprattutto l’artista deve opporsi. Non però con i mezzi dell’umanesimo occidentale che figlia Hitler, realizzandosi nell’opposto di se stesso: nell’antiumanesimo. C’è da ragionare circa il perché Hitler appare in Occidente: io non credo nella determinazione da parte della tecnologia, nella destinalità della tecnologia che figlia Hitler (la questione dei campi come possibilità tecnologica che, prima di Hitler, non era data: non è questo il cuore del problema, per me – e non soltanto per me). L’umanesimo occidentale accumula nubi per secoli, finché le nubi non scaricano sulla terra un fulmine – qualcosa di elettrico, impulsato, che lascia sentore di ozono dove cade, dove cade brucia tutto e lo annichila, separando anziché unire il cielo e la terra: è, insomma, qualcosa di totalmente altro dall’umano.
A ciò si aggiunga una difficoltà ulteriore: rappresentando Hitler nel modo in cui vado dicendo, sfumerebbe la possibilità di dire che nessuno è immune dall’essere nazista. Io non credo a questa celebre massima: è la linea di discrimine in cui l’umanità si trova sempre. Alla prova dei fatti, quando era possibile diventare nazisti, molti non lo diventarono e pagarono con enormi, o insuperabili sul piano ontologico, sofferenze e orrori la propria scelta – a riprova che bisogna rovesciare questo ulteriore truismo in una verità meditata: ciascuno è libero di scegliere di non diventare nazista, conoscendo ciò che comporterà per lui tale scelta che ribadisce l’umano e la libertà autentica.
Infine, un’altra distanza dalla Caduta. Il film si erge come LA pellicola definitiva sulla fine di Hitler. Questo sogno di unicità è esattamente l’umanismo rovesciato, è un sogno artistico demiurgico che esprime la retorica precisa con cui Hitler appare e si impone. Quindi, il romanzo Hitler ha predisposte in sé le difese, tutte annidate nel testo, per evitare tale retorica: lo Hitler che ho scritto non è il romanzo finale su Hitler, anche e soprattutto perché è il primo a essere scritto.
Riproduco una sintetica ma puntualissima recensione cinematografica a La caduta, pubblicata su Cinemavvenire, a firma Guido Vitiello: concordo su ogni punto evidenziato dal critico, a parte il giudizio dato sulla biografia hitleriana di Fest, che definirebbe il Führer come figura “eroica e plutarchiana”: tutt’altro, se è vero che il lungo capitolo centrale è una rigorosissima meditazione su Hitler come “Non-Persona”, e non esiste altra biografia che testimoni della vuotaggine e dell’abulia idiota di Hitler lungo tutta la sua esistenza.

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